Come dice Jane Austen (e se non era lei era sua sorella) il miglior rimedio al mal d’amore è non annoiarsi mai.

Il problema è prenderla alla lettera, e capire ad esempio che se inviti gente a pranzo potrebbero anche accettare. Eccomi alle 11 del mattino coi capelli di una strega e il compito di fare una pasta al forno di cui mi manca un ingrediente a caso: la pasta. Fortuna che c’è Oliver Twist a mettermi di buon umore: ho appena tradotto l’impiccagione di Fagin.

Corro al Caprabo, vicino Rambla Raval, e mi pianto col carrello tra Barilla e Garofalo, quando un tizio prende un pacco di spaghetti all’uovo Eroski a 70 centesimi e se ne va. Per rappresaglia compro gazpacho in bottiglia e salsa Romesco in barattolo.

Tutto fila, però: rieccomi a casa, la polpa Mutti “pippea” sul fornello, le uova sode sono pronte a ustionarmi, e alla terza bestemmia perfino il forno a gas si è deciso a funzionare.

Mentre medito di usare il caciocavallo come arma di difesa personale (è un po’ duro, devo ammetterlo), sento odore di bruciato.

Il sugo non è.

Da fuori non proviene.

Guardo davanti a me. Dalla parete esce una graziosa nuvoletta di fumo.

Il soffitto comincia ad annerirsi.

Con uno scatto felino stacco la spina dello scaldabagno. Era da tempo che associavo l’acqua calda a uno strano odore, ma siccome la mia casa avrà visto passare Colombo a 5 anni (non sapevate che era catalano?) non ci avevo fatto caso.

Indago un po’: il fumo si è arrestato, ma dalla finta mattonella da cui usciva proviene un inquietante scricchiolio. Sbircio e scopro che sono cavi elettrici anneriti.

Inforno e chiamo l’agenzia, reggendo il telefono con una mano e il mocho con l’altra (chi soffre per amore non ha tempo di pulire casa, dicevano in coro le sorelle Brontë). Ma i bastardi sono già andati a mangiare.

I miei ospiti trovano la tavola imbandita, la pasta fumante e vere e proprie scintille in cucina. Miguelín comincia a urlare che andiamo a fuoco, quasi svenendo per il tonfo del forno che si chiude. Gli altri, semplicemente, mi fanno spegnere il contatore.

Non hai un elettricista a portata di mano?, mi chiedono attaccando la pasta. No, rispondo in fretta. Meglio ardere modello strega del ‘600 che dovere una birra a quello del terzo piano, che per fortuna si fece pagare proprio per l’antenna che non funziona, autorizzandomi così a depennarlo per sempre.

E poi ci sarebbe… No, non posso, mi dico lottando col caciocavallo assassino. No, non se ne parla proprio. Poi penso al pecorino originale che già farà la muffa, al provolone sottovuoto, alle poche foglie di minestra che ancora si conservano…

– Pronto, Fahim?

Risponde un risolino ironico:

– Salve. È un po’ che non chiami. Pensavo fossi tornata in Italia.
– No, semplicemente sono stufa di tenerti mezz’ora di fronte a me a mangiare patatine, guardarmi fisso e chiedere “cómo está tu padre madre bien”.

Ma quello che dico davvero è:

– Mi si sono incendiati dei cavi in cucina, non ti chiamerei se non temessi di saltare in aria.

Dopo due minuti ammette di non capire. Dopo cinque mi passa un amico “che parla bene”. Dopo dieci minuti l’amico mi sbatte il telefono in faccia annunciandomi che “ahora venir”.

Infatti in men che non si dica mi ritrovo Fahim in terrazza a bere coca cola (i paki non pagano un cazzo d’affitto ma non hanno il balcone), aspettando un amico elettricista e chiedendomi se mi padre madre bien, mentre gli amici, spazzolata la pasta, si lanciano sulle lettere della Guerra Civil regalatemi da un’amica.

Leggono ancora, quando l’elettricista, ripreso fiato dopo i cinque piani a piedi, annuncia che tornerà alle 16 e chiede 40 euro per cambiare i cavi di cucina e bagno. Rifletto: l’agenzia me lo farebbe gratis, ma chissà quando. 40 euro e il caciocavallo sarà di nuovo libero di attentare alla mia vita.

Accetto.

Entrambi i moros se ne vanno proprio mentre la señora Mercedes, franchista convinta, nella sua grafia elegante e timorata di Dio ricorda che “no hay mal que por bien no venga”. Austen e Brontë le fanno un baffo.

Mentre scendo a prelevare soldi per l’elettricista, Miguel scopre una lettera scritta dalla “zona repubblicana”.

– Zona roja – lo correggo con una linguaccia.

Si vendica facendosi trovare a russare sul mio letto, che avendo vita propria (le molle schioppano da sole) si starà emozionando per il primo occupante maschile dai tempi di mio padre alla festa della Mercè.

Mi siedo al sole con David ed Elisenda, che ispirata dalle lettere franchiste spiega che suo nonno era carlista perché gli avevano ammazzato il padre. L’altro suo nonno, interpellato suo malgrado, aveva dovuto scegliere tra padre e figlio e aveva sacrificato il più anziano. Io parlo del bisnonno socialista e operaio, che dopo lo sciopero organizzato per il rapimento di Matteotti tornò a casa, unico a piede libero, per scoprire che la moglie intanto aveva iscritto i bambini al Partito fascista. Da allora, per 20 anni li aveva messi a guardia della cantina mentre faceva il suo discorso antifascista:

– Musulline è ‘n ommo ‘e merda…!

E questa la capiscono anche i catalani, che svegliatosi Miguelín cedono il testimone all’elettricista di ritorno con gli attrezzi.

– Di dove sei? – chiede lui mentre sposto il microonde.
– Italiana.
– Ah, si vede dagli errori che fai quando parli spagnolo.
– Era catalano.
– Ah.

In un inglese sfigurato dall’accento si fuma una sigaretta sul balcone e mi spiega perché i paki hanno conquistato il Raval: la vita è una, e se avesse i soldi starebbe sempre in vacanza, ma con questa crisi il mondo è di chi se lo piglia, ci sono mille occasioni per far soldi lavorando sodo ma senza mai sporcarsi le mani. Lui per esempio sa fare di tutto, dall’elettricista al sarto.

– Anche sistemare antenne?

Non l’avessi mai chiesto. Ordina una sedia, si fa aprire il terrazzo comune, armeggia coi telecomandi, mentre sento salire lo spacciatore del quarto piano che per nessuna ragione deve trovare il balcone aperto, specie se consideriamo che proprio lì accanto c’è il mio.

Quando l’elettricista getta la spugna, e mi dà due baci che un velo in testa mi risparmierebbe, mi metto a lavare i piatti pensando che ogni tanto un po’ di noia non guasterebbe… Ma ribussano alla porta.

È ancora l’elettricista, con un aggeggio tristemente familiare.

– Scusa, voglio fare un ultimo tentativo – dice captando il segnale dell’antenna.

Sono troppo stanca per mandarlo via. Stavolta sale sul tetto, arrampicandosi da una misteriosa cavità (canna fumaria? Pozzo magico? Oracolo?) da cui proviene nitida la voce dello spacciatore. Ho un’improvvisa illuminazione: Fagin è lui! Stesse basette, pure.

Il neovittoriano sta ancora litigando sulle scale per una questione di soldi quando riesco a mettere alla porta l’elettricista, che non chiede nulla per lo straordinario ma m’invita a prendere un caffè.

– Il mio numero ce l’hai, anzi se mi dai il tuo…
– Arrivederci e grazie.

L’unico vicino che ti chiede il numero invece che rubarlo.

Parafrasando Jane Austen, me cago en el amor.

Certo che lo so, che qui a Barcellona si sono riunite le alte sfere della Banca Centrale Europea. Non sono sorda.

I giornali hanno parlato a lungo dell’incontro di giovedì, “bajo fuertes medidas de seguridad”: 8.000 agenti mobilitati e temporanea sospensione del Trattato di Schengen (la Convenzione di Ginevra per il momento è graziata). Penso sorridendo al giornalista che alla presentazione de La Gomorra catalana si lamentava delle misure di sicurezza richieste da Roberto Saviano, che non credo prevedessero l’elicottero. Continuo e assordante.

Per qualcuno (giacché in questi casi le leggende metropolitane abbondano) pattugliava solo, per altri addirittura ospitava i veri meeting invece che il Forum, per altri ancora prelevava gli illustri partecipanti dall’aeroporto del Prat e li portava all’Arts, hotel extralusso non troppo lontano da Arc de Triomf, dal mio ristorante cinese preferito e da casa di Alessandra. Alle prese con un trasloco, l’amica sarda si chiedeva come facesse la gente, sotto casa sua, a prendersi un caffè all’aperto, circondata da un esercito di mossos d’esquadra e cullata dalle dolci pale di questo tipico ritmo urbano, ormai secondo solo alla sardana.

Fran, invece, venezuelano di Sala Consilina (ma tifoso del Napoli) si chiedeva perché avesse dovuto lasciare la sua terra per ritrovarsi anche qua sbattuto contro un muro e perquisito sulla strada di casa. Il giorno dopo la sua pubblica lamentela, esibiva su facebook una foto del suo rasoio da barba, presumibilmente nuovo: era il suo piano B per convincere le forze dell’ordine che fosse un bravo ragazzo.

In effetti, ammetto che quanto a punkabbestia Barcellona offre un campionario notevole, ma l’idea di sovversivo degli agenti è davvero stravagante: eccoli travestiti da pericolosi black bloc, volti coperti, occhiali da sole, indumenti che sembrano stati scartati dagli Encants e una fascia gialla al braccio per distinguersi tra loro. Giuro che l’immagine, che ho visto per la prima volta diffusa dagli indignados di Democracia real ya, mi sembrava un falso, una foto dello sciopero che ritraesse dei veri antisistema, ripresi certo in pose un po’ marziali, a qualche manifestazione. E invece li ha visti anche Alessandra, trattata certo con maggiori riguardi del barbuto Fran.

Comunque, l’accusa che i black bloc siano poliziotti travestiti dev’essere infondata: a parte che sposo il cliché per cui i veri incendia-bidoni vestono Diesel coi soldi di papà, questi sembravano una tale caricatura dell’originale da far pensare ai turisti in sombrero, nacchere e sagoma taurina sulla maglietta (tanto per loro Messico e Spagna sono la stessa cosa, anzi, credono davvero che Barcellona sia una città spagnola).

E qua nel Raval? Be’, siamo lontani sia dai lussi dell’Arts che dal Forum, che associavo più a una Fiera andalusa che a un meeting BCE. E poi qui la polizia passa spesso. Il primo maggio, di ritorno dalla Fiera di cui sopra, mi chiesi perché la metro della linea 2 non fermasse a Universitat, ma dimenticavo la manifestazione dei lavoratori e non mi dispiacque evitare possibili scenari da guerriglia urbana al di là delle scale mobili.

Il giorno dopo, un incendio accanto al mio vecchio palazzo di c. Joaquim Costa aveva portato all’evacuazione di parte della strada. Avevo ammirato i vicini in barbone e copricapo arabo accanto ai giovanottoni rasati in divisa blu e giallo fluorescente. Già, perché insieme ai pompieri erano accorse 3-4 volanti, due delle quali sotto al mio portone. E finché si sgombera un tratto di strada, ok.

Ma il giorno dopo? Ancora polizia, ancora volanti, e sempre sotto casa mia, tra c. Joaquim Costa, c. Carme e Riera Alta. Dove vivono anche per anni, senza mai spingersi troppo oltre, tanti extracomunitari in attesa del permesso di soggiorno. Che tra breve dovrebbero ottenere solo se conoscono il catalano di base, utilissimo per parlare coi sudamericani nelle cucine in cui sono impiegati e nei ghetti in cui, va detto, si autorecludono, fino a farne la succursale del paesello che hanno lasciato (al piano di sotto lo zio, a quello di sopra il fratello…).

In tutto questo, l’elicottero ha continuato a sorvolarci il capo fino a giovedì (Ale diceva venerdì, forse avevo tanto sonno che nemmeno i mossos mi hanno scossa dal torpore). L’unico posto in cui non lo sentivo era la doccia, il vetro rotto della finestra dà su un cortile interno e al massimo arrivano gli spifferi di vento ad attaccarti la tendina alle parti basse. Le stesse che volevo esibire sul balcone per salutare il volatile meccanico, decidendo poi che come gesto di protesta era troppo radical-chic.

Una volta aperta la tendina, se il velivolo planava basso pareva più vicino delle gocce grondanti dal braccio, facendomi pensare banalmente che, mentre spremevo il tubo della crema per il corpo, qualcuno dall’alto dei cieli (perché è sempre da lì che lo fanno) stava decidendo di cose importanti per la mia vita.

E io non ci potevo fare niente.

Fortuna che ce ne sono un bel po’ che non si possano decidere da lassù. Non così a bassa quota, almeno.


Questa la capiranno le donne. Tutte quelle con un profilo fb che almeno una volta nella vita si sono ritrovate un perfetto sconosciuto che chiede loro l’amicizia. Leggendo per la prima volta degli antichi messaggi, ignorati per motivi non pervenuti, mi sorprendo, e non dovrei, della fauna virtuale, dagli inglesi che ti chiedono l’amicizia perché il tuo profilo è “interessante” (e tu cerchi di ricordare se nella foto dell’epoca avevi il push-up), passando per il tizio che ti manda “un saluto da Barcellona” perché ancora non ha capito (per fortuna) che magari siete vicini di casa.

È sicuramente mio vicino un personaggio che entrerà negli Annali come il pasticciere pakistano. Mi aveva già mandato un SMS a Natale, tra la quinta e la sesta portata, augurando a me buone feste e ai miei di trovarsi in buona salute. Quindi mi chiedeva se volessi una torta natalizia. La stravagante proposta non era stata ripetuta, ma sapendo che i paki del Raval risalgono a qualsiasi numero meglio degli agenti della CIA (accostamento improbabile), mi chiedevo solo quale cellulare avesse sequestrato, questo qua, dei 2 o 3 che per vari motivi avessero il mio numero in memoria.

Il mistero era stato risolto da una commovente chiamata del mio ex. Che mi avvertiva nel suo spagnolo creativo di fare attenzione a quest’energumeno, a suo dire ipocrita e doppiogiochista. Non mi sorprese: fin dai primi contatti notavo che i miei vicini o si criticavano tra loro, o mi pregavano di non dire a nessuno delle loro chiamate, salvo dichiarare che ero una zoccola vedendo che queste non sortivano l’effetto sperato. Con le tariffe in circolazione oggi…!

Come il figlio di un bacchettone che non voleva che mi si rivolgesse la parola, nel palazzo: ligio ai dettami paterni mi chiamò alle 2 di notte, informandomi di star giù al portone ad aspettare turiste ubriache (come lui, supposi), poi millantò le sue doti amatorie, vantando 7 trabajos a notte per fanciulla (senza specificare in quale sistema numerico). Infine mi dichiarò il suo amore, che mi avrebbe dimostrato praticamente se gli avessi “aperto la porta”. Il mio sdegno dovette stupirlo molto, perché mesi dopo dichiarò all’amico con cui ormai uscivo che non ero una buena persona (“sorridevo troppo”, gli fece eco un altro che chiamava tardi). Mi domando se sua moglie, che intanto stava in Kashmir ad accudire il figlioletto di qualche mese, non si sarebbe stupita altrettanto.

Adesso toccava al mio ex mettermi in guardia dalla nuova vittima di Cupido. Dopo avergli dato, evidentemente, il mio numero o il contatto fb. Forse non poteva rifiutare un favore a un “fratello”, ma non voleva diventare lo zimbello di tutti, sua somma preoccupazione, se ci avessero visti insieme. A volte il Raval sembra un paesone di Napoli Nord.

La cosa finì lì, come per altri episodi del genere. Finché ieri, spulciando tra questi messaggi dimenticati, mi sono accorta di tutto: il pasticciere, giacché era questo il suo mestiere, mi aveva scritto diverse volte, in buon inglese, offrendomi anche varie foto delle sue creazioni dolciarie, perché scegliessi con tutta calma quale volessi. Era un pegno della sua intenzione di avermi come “amica, o compagna di vita”. Sospettavo da tempo che l’urdu non fosse prodigo di sfumature tra “perfetta sconosciuta” e “moglie”.

Comunque i dolci sono magnifici. Deve pensarlo anche George Bush sr, perché in una foto si trova lui in persona, immortalato al suo fianco insieme alla moglie Barbara e un’enorme torta con un’aquila americana. A me invece veniva suggerito, più modestamente, un tiramisù.

L’ultimo messaggio annunciava che mi aveva vista con un cappotto rosso (che non possiedo) e mi stava molto bene. Si rammaricava ancora che non rispondessi, credo che non possa concepire che a una donna non piacciano i dolci. O che una bionda che vive sola non sia propensa ad aprirti la porta (per usare la metafora del compaesano – padre di famiglia) per un tiramisù. Dopo tutto, quello del negozio di fronte mi aveva offerto solo un pacco di sale.

Quanto a dolcezza, però, gli italiani sono sempre in pole, come il fiorentino che, scopro ora, dopo un mio intervento in un gruppo particolarmente frivolo di italiani a Barcellona, mi riserva ben 5 messaggi, annunciandomi che a giudicare dall’ovale sono simpatica e disponibile. Tre messaggi dopo rinnega ogni speculazione lombrosiana di fronte al mio ostinato silenzio. E dichiara infine, sdegnosamente, che ormai la mia risposta non gli interessa più.

Lo dicevamo da mesi: andiamo a fare le tamarre alla Feria de Abril.

Anzi, con Isabel progettavamo uscite choni (che sarebbe “tamarra” in spagnolo) per fare uno shopping adeguato all’evento. Ovviamente ero l’unica a Barcellona a non sapere che questa famosa Fiera, da me snobbata per tre anni di fila, era organizzata dalle comunità andaluse in Catalogna, e il messaggio che potevamo trasmettere era andalusa = tamarra (il colmo per una napoletana). E ovviamente me ne accorgo solo quando alla banda di matti coinvolta nell’impresa si aggiunge un’andalusa appena arrivata in città.

Mi tolgo dagli impicci dichiarando che farò la vrenzola napoletana, e mi presento all’appuntamento due ore prima. Devo pagare un tributo al Celtic, la cui esistenza avrei bellamente dimenticato se un tifoso di tale squadra, altro candidato alla Fiera, non mi accompagnasse ogni tanto a guardare il Napoli. E allora per ricambiare la cortesia mi godo il derby di Glasgow e le bravas turistiche (ma buone) del George Payne.

Col “celtico” ci riconosciamo da lontano: lui in pinocchietto, zaino a tracolla, camicia con rose stampate e occhiali da sole; io in microgonna jeans, stivali, calze a rete viola, maglia arancione che scopre una pancia da slogan antianoressia, e una serie di gioielli luccicanti da fare invidia a un vucumprà.

– Sei splendida! – fa il neotamarro, senza specificare se in senso letterale o in quello di inguardabile.
– E la colita? – chiedo stizzita, riferendomi al codino a mezza testa che gli avevamo imposto per l’occasione.
– Dopo la partita.

Partita giocata più a sganassoni che a calci al pallone (meno numerosi di quelli ai giocatori): secondo me Highlander quando dice “ne resterà soltanto uno” pensa al derby. E tiferà Glasgow Rangers, mi sa. Ingannata dalle maglie familiari degli avversari faccio la prima gaffe:

– Siamo quelli in blu, vero?
– No, siamo gli altri.
– Stai dicendo che devo tifare per una maglia a strisce orizzontali verdi e bianche?
– È la squadra cattolica, da italiana potresti mai tifare per i protestanti?
– Sai che stai complicando le cose, vero?

Fortuna che finisce 3 a 0 per “noi” e possiamo andare contenti alla metro Jaume I, incontro a Isabel.
Che, va detto, mi fa una bella concorrenza: capelli raccolti in una fascia tipo Cenerentola al ballo (ma rosso fuoco, abbinata al rossetto), pantaloncino da jogging con t-shirt rosa, e insuperabili tacchetti in legno con su scritto “Mari Pili” (Maria del Pilar), seguito da un cuoricino.

– Mi accompagnate a posare la bici? La gente non capisce che è un travestimento!
Usciamo alla fermata Maresme Forum e ci piazziamo fuori al tram ad aspettare la nostra andalusa preferita, che guardandoci si spaventa e fa per tornare indietro. Alle nostre proteste per la mise sobria risponde indicandoci il tradizionale fiore tra i capelli.

Sì, ma è blu scuro. Non come quelli rossi e rosa esibiti dalle bailaoras di flamenco della Feria, che a tutte le età fanno svolazzare gli abiti a pois sotto i numerosi tendoni. Ci sono anche quelli dei partiti politici, il Partido Popular accanto al Partito Socialista Catalano (immaginiamo risse degne del derby appena visto).

Ma di choni se ne vedono poche, solo splendide tapas – ultrafritte, però – e nonni con bimbe in costume che a 5 anni ballano più flamenco di quanto ne imparerò in una vita.
Fuori al tendone della comunità gitana, che dovrebbe fare da maestra di cerimonie, si vede anzi uno splendido giovane vestito da chiattillo.

Isabel si preoccupa un po’ finché non arriviamo al luna park. E lì, gli dei non me ne vogliano, qualche gruppetto della comunità latina in leggings e maglie fluo ci fa sentire immediatamente a nostro agio, man mano che la comitiva si allarga e alla mise radical-reggaeton di Alessandro si aggiunge il vestitino ultrasobrio di Xisca, che non smette di dirmi “qué divina!”.

Sono contenta. Siamo quasi tutti ex colleghi e tutti gli screzi, i piccoli malintesi che si possono creare in un ufficio sono già stati chiariti con pazienza, di fronte a una birra e a ricostruzioni postume di eventi da telenovela. Solo che siamo all’ultima puntata, e provo un po’ di pena per chi si cerca intrighi e trame contorte per divertirsi nella vita. Noi sì che possiamo pensare solo a divertirci, adesso, e a ridere di una povera fanciulla sballottata da una giostra mozzafiato.

Quanta gente, però! Mi allontano dalla Fiera con altri tre, per una birra e un bagno decente, e poi, è il caso di dirlo, levo le tende.

Mentre mi perdo in cerca della metro un tizio stralunato m’interpella:

– Meglio punkabbestia che poliziotto, vero?
– Non saprei, si tratta sempre di divise – rispondo.

Colto di sorpresa il tizio afferma che sono triste ma guapa (è proprio ubriaco) e che comunque mi darà una mano a trovare la metro.

– Tranquilla che non ti salto addosso, posso resistere.
– Oh, certo – faccio sarcastica – sarà un duro compito… – .
– No, no, ce la faccio benissimo.
– Sei catalano, vero? Era uno scherzo, poi te lo spiego.

Che la Madonna di Montserrat mi perdoni, ma ho detto proprio così, e mi cospargo il capo di cenere giurando che non succederà più. Anche perché al primo semaforo chiedo indicazioni per la metro e lascio che il tizio si vada a sperdere da solo.

Ma non dispero di vedermelo sotto casa a indottrinare i pakistani sull’orgoglio punkabbestia.



Quest’uomo ci piace ricordarlo così, sottotitolato (in inglese e in spagnolo se premete su CC sotto al video). È il suo discorso davanti al Parlamento catalano e al padre muratore in lacrime. La frase che dice a 11:50 è ormai più famosa di quelle di Jim Morrison.

Ho avuto un lutto in famiglia e non sono andata al funerale. L’hanno fatto apposta, mi hanno avvertita molto tardi e forse neanche il primo volo diretto mi avrebbe fatto arrivare in tempo. Volevano evitarmi una sfacchinata, visto che la cara estinta già mi aveva salutata da lontano prima di entrare in un dolce coma, così diverso dall’agonia che l’aveva preceduto.

Ve lo scrivo perché sappiate che se andate via tutto questo ve lo perdete. Ci sono legami che le distanze confermano inossidabili, ma con quelli di sangue “non è la stessa cosa”.
L’affetto resta, le abitudini non sempre. La tua vita va avanti, la loro pure, e nonostante gli aggiornamenti su Skype qualche capitolo della telenovela si perde sempre. Vedi i giovani della famiglia che si prendono cura degli altri, danno passaggi, fanno la spesa, assistono gli anziani e trattano coi muratori, negli eterni lavori in corso delle case che hanno visto crescere più generazioni. Piccole azioni che uniscono negli affetti, e nei difetti che prima di partire trovavo insormontabili. Ora sono amabili vezzi da vivere una settimana alla volta, a Pasqua o a Natale e a qualche matrimonio, perché ormai appartengono a chi resta.

E poi ci sono quelli che se ne vanno per sempre, “si acquietano”, come direbbe mio padre, il prescelto della famiglia per comunicarmi le brutte notizie. Quelli che ti hanno cresciuta, “che te ne hanno tolta, di cacca da sotto”, come ricordavano anche davanti agli ospiti più distinti. Non aspettatevi di esserci, per un ultimo saluto. Non sempre sarà possibile. Magari vi ricordano a sorpresa nel testamento. Non in senso pecuniario, che la mia gente ci pensa anni prima, ma con qualche accenno divertente e imbarazzante che ti fa venir voglia di redigere un testamento per il solo sfizio di imbarazzare il prossimo.

Che se ne vada una che “te ne ha tolta, di cacca”, è strano. Ricordi te stessa bambina di fronte a questa tía Tula, come la chiamo ora che so leggere Unamuno, una delle tante zie sole e laboriose su cui si reggeva una società ormai in estinzione, che per furbizia o delusione hanno rinunciato all’amore ma non ai bambini. Per poi scoprire che i nipoti a cui hai cambiato il pannolino ti chiameranno sempre “zia”, e non è la stessa cosa.

A queste zie a cui un po’ somiglio, con cui forse un giorno verrò confusa, dedico più di un pensiero in questo momento.

E penso anche a qualcuno che via con me non ci venne mai perché voleva stare a meno di due ore da casa, vicino ai suoi, per le disgrazie ma anche per le cose belle.

Io invece sono partita.

Il guaio è non sapere mai chi ha fatto la scelta giusta.

Se avete ancora dei dubbi, da me commenti tecnici meglio non aspettarsene. Il calcio lo guardo per altre cose. Nemmeno per il fisico dei giocatori, come l’amica che mentre soffro appresso al Napoli aspetta che il bomber avversario si tolga la maglietta.

No, io il calcio lo guardo per mangiare e fare bordello.

Ieri ho approfittato della letargia ormai conclamata per saltarmi pilates, svegliarmi giusto un’oretta prima di Barça – Chelsea, e fare il mio ingresso trionfale in un Folgoso semivuoto.

Adoro gli ex vicini di Riera Alta, dei bengalesi che hanno rilevato un bar galiziano. Pure l’eterna tavolata di catalani è identica a due anni fa, quando scoprii che lì si guardava il Barça e si mangiavano buone tapas.

C’è anche lui, il ragazzo con la barbetta che mi abbagliò al primo sguardo, più per la t-shirt giallo canarino che per l’avvenenza. Chissà se intanto si è fatto la ragazza, mi chiedo sedendomi al tavolo accanto al bancone.
Che bello, 6 posti tutti per noi, Isabel può piazzarsi dove vuole nonostante il ritardo. Come un altro habitué, un sessantenne con riporto, orecchino d’oro, pantaloncini jeans e t-shirt rosa fluo, che muovendosi come una baiadera annuncia di essersi portato un panino da casa per non mangiarsi le unghie.

Ispirate dallo stratagemma ordiniamo bravas e tapa de jamón, mentre Messi a sua volta si mangia goal su goal e un suo compaesano strafatto mi si siede accanto con una busta della spesa. Quando arrivano i suoi amici si trasferisce sotto lo schermo, davanti a Piqué che muore in diretta per un colpo di fianco di Valdés.

Il tizio con l’orecchino d’oro commenta: – Se gliel’ha rovinato, Shakira gliela insegna lei, la danza del ventre!
E si alza per una dimostrazione omaggio.

Il goal di Busquets viene festeggiato con boato di rito e improvvisa smania gastronomica dei tavoli al centro, che senza consultarsi cominciano a ordinare montagne di biryani. Non sapevo che il cuoco offrisse anche specialità del suo paese! La paella asiatica alletta anche me, ma ormai sono immersa nelle bravas, per consolarmi della rimonta del Chelsea e soprattutto della scoperta che il biondo con la zazzera accanto al mio amato è in realtà la sua ragazza.

Al secondo goal del Barça alzo la forchetta con aria trionfante, schizzando di all i oli il braccio d’Isabel.

L’argentino strafatto si consola del rigore sbagliato chiedendo gli avanzi del biryani. Ovviamente il cameriere stranito gli porta un piatto normale, che ritorna in cucina.

Mentre medito di donare 5 centesimi al derelitto, Torres (!) segna praticamente a porta vuota.

La partita è finita, i compagni di sventura digeriscono il biryani bestemmiando sul rigore mancato e sulla fase nera di Messi.

Col consueto egocentrismo gli attribuisco le mie disgrazie e dico a Isabel:
– Secondo me è innamorato di Shakira.
Lei mi guarda incuriosita, la clara lasciata a metà. La mia anima “letterina” ha il sopravvento e le parlo del castello di un mago, tale Atlante, in cui tutti si perdono inseguendo l’ombra di ciò che più vogliono, amori compresi. E ciascuno insegue qualcun altro, a ripetizione.

Isabel chiosa:

– Allora Messi è innamorato di Shakira, Piqué di Sara Carbonero e Guardiola de su puta madre.

Io la farei telecronista ufficiale del Barça.

Quest’anno le ciliegie sono spuntate troppo presto, o troppo tardi. Almeno per me.

Il tempo delle ciliegie può essere tante cose. È una poesia del 1866, Le temps des cerises, di J. B. Clément, una chançon française amata dalla contestazione giovanile, e un libro catalano del 1977, El temps de les cireres, di Montserrat Roig.

Io l’ho scoperto così, grazie a “Montse” Roig. Il libro è ben scritto, ma dopo un po’ stanca. La canzone no. Oddio, le versioni alla Yves Montand pure mi scocciano un po’, così mi sono innamorata di quella oscena dei Noir Désir, che la sporcano e profanano finché non ne rimane solo l’idea.

Perché il tempo delle ciliegie è soprattutto un’idea. Quella della stagione che con le ciliegie porta con sé le pene d’amore, ma tu l’aspetti lo stesso.

Ai tempi di J. B. Clément era la stagione della Comune, che seguì di poco la poesia e si portò dietro una repressione grande quanto la mole del Sacré Coeur, a Parigi.

Ai tempi della Roig e di Natàlia, la protagonista del suo libro, le ciliegie le sognavano gli studenti che nei primi anni ’70 avevano il coraggio di manifestare sulla Rambla prima di finire nelle mani della polizia, che li torturava fin dal cognome catalano storpiato ad arte. Erano anche gli occhi indimenticabili di Emilio, padre di un bambino mai nato, salvato dalla galera e dalla felicità dai soldi di famiglia.

E poi ci sono io, lettrice e ascoltatrice che le ciliegie le ha viste sull’albero senza assaggiarle. Che gli occhi indimenticabili li ha ammirati troppo da lontano per accorgersi che guardavano un’altra. E che quando si è ritrovata tra cassonetti bruciati e spari assordanti non faceva né la comunarda né l’antifranchista, tornava solo a casa dallo sciopero generale.

Il mio sacrificio all’altare dell’idea è stato un istante di paura, a un metro da un proiettile ad aria compressa, e un giorno di stipendio, un giorno prima che mi venisse tolto lo stipendio intero.

La mia generazione ha l’imbarazzante compito di trovare qualcosa da sacrificare, perché ne abbiamo poche, senza il diritto di lamentarci, che “abbiamo sempre troppo”.

Io non mi lamento. Le ciliegie là stanno. L’amore ritorna. Il lavoro pure.

Non mi resta che lasciarvi alle parole, indegnamente tradotte, di Montse Roig, che a 20 anni dalla sua morte arrivano ancora forti e chiare:

Sai, continuò Natàlia, quando mi spieghi la storia del nostro passato recente, di tutto ciò che è successo per colpa di quelli che hanno vinto la guerra, faccio fatica a seguirti.
Però capisco che vuoi dire quando vedo tutto questo, e Natàlia si guardava intorno, quando vedo che la gente è disgraziata. Credi che tutto questo finirà un giorno?, ripeté. Emilio non rispose. Le fischiettò una canzone all’orecchio. Che fischi?, chiese lei. Una canzone. È di un poeta della Comune francese. J. B. Clément, così si chiamava.
Questo poeta voleva che arrivasse il tempo delle ciliegie:

Quando sarete al tempo delle ciliegie
Se non amate le pene d’amore
Evitate le belle
Io che non ho paura delle pene crudeli
Non vivrò neanche un giorno senza soffrire
Quando sarete nel tempo delle ciliegie
Avrete anche delle pene d’amore.

Il poeta scrisse la canzone ai tempi della Comune, quando il popolo lottava contro un regime feroce, oppressivo. Sapeva che dopo il combattimento ci sarebbe stata una terribile repressione – uccisero settantamila operai e quelli che rimasero in vita furono costretti a costruire il Sacré Coeur di Parigi – e cantava il tempo delle ciliegie, la primavera della felicità.
Il poeta non ignorava, continuò Emilio, che al tempo delle ciliegie ci sarebbero state anche pene d’amore, ma lo desiderava. Anch’io voglio che arrivi, il nostro tempo delle ciliegie. Ed Emilio guardò Natàlia in un modo che lei non avrebbe mai dimenticato.

Noir Désir – Le temps des cerises

Cose da fare a Sant Jordi:

documentarsi un po’: si festeggia il 23 aprile ed è una delle feste più amate dai catalani. Celebrano il loro patrono, San Giorgio, che per la gioia del WWF ammazzò un drago per salvare una principessa. Ci sono anche variazioni sul tema, come la principessa che si mangia il drago. Non so quanto tutto questo si concili con la Catalogna repubblicana e con la principessa Letizia, che andrebbe mangiata solo perché veste Mango, ma tant’è.

– visitare la Rambla e Plaça Catalunya piene di bancarelle di libri e rose, solo per lo sfizio di vederci, per una volta, dei catalani: li riconoscete perché non hanno la crema solare e i sandali, e perché sono gli unici a capire i titoli dei libri. Il mio primo Sant Jordi me lo passai sulla Rambla con le valigie in mano: traslocavo dal Gotico al Raval, non sapevo niente della festa e se il clima non avesse minacciato pioggia adesso sarei ancora là.

– regalare un libro e una rosa all’amato bene: tradizionalmente le donne regalavano un libro e gli uomini una rosa, ma in questo giorno quasi quasi i libri sono più economici delle rose (io comunque voglio il libro, e non sono la sola).

– andare da Mistral sulla Ronda di Sant Antoni e mangiarsi… un’emozione, sia come prezzo che come bontà. Il pa de Sant Jordi non so quanto sia tradizionale, ma per me è una delle gioie della festa. C’è sopra la bandiera catalana, il giallo è di formaggio e il rosso di sobrassada. Sì, l’assonanza con la soppressata calabrese non è casuale.

– mettersi in fila per farsi firmare un libro dall’autore. Li trovate (i libri e gli autori) sotto le tende della FNAC fuori al Triangle, in Plaça Catalunya. Mario Vaquerizo, marito famoso e star di un reality su MTV, ha più fan dell’Almudena Grandes de Le età di Lulù. C’è chi s’indigna. Io godo.

– diventare autori voi! Ci sono tremila concorsi letterari, con premi che vanno dall’iPad a un applauso. Io ho partecipato a quello della TMB, che proietterà sugli schermi delle vetture i migliori racconti ambientati sui suoi mezzi. In catalano, ovviamente. In spagnolo c’è quello di microracconti de La Vanguardia, via Twitter, 150 caratteri e l’obbligo di metterci la parola “drago”. Per quello ho adattato un vecchio slogan natalizio napoletano: “Pure ‘o drago tene ‘na mamma”. Sospetto che non vincerò.

– farvi un giro per il Raval. Ok, sono di parte, ma il mio barrio festeggia in modo originale. Ci sono ben due concerti, uno di fronte al MACBA organizzato dal Taller de Músics, e un altro in Rambla Raval. Che per l’occasione, accanto al solito mercatino freak per daltonici, si riempie di bancarelle interessanti, tra associazioni di volontariato e club di lettura. A vendere rose ci sono solo un pakistano e una zingara, che però si è attrezzata con bancarella e bandiera catalana. C’è anche l’ACESOP, l’associazione delle donne pakistane del Raval, definite “invisibili” da qualche giornalista che ignora l’immigrazione ravalenca (i paki sono soprattutto giovani maschi). Eccole lì, visibilissime, additate a seconda dell’interlocutore come piccole grandi rivoluzionarie o esibizioniste che fanno solo chiacchiere. Chissà se sanno tutte chi è Sant Jordi. Ricordo Tariq la prima volta che vide la statua della Mercè:

– Chi è quella?
– Si chiama Maria pure lei. È la madre di Gesù, il bambino che tiene in braccio.
– Gesù?

Allargai le braccia a simulare una croce. Aaah, quello.
Gli raccontai la storia dell’arcangelo Gabriele, che ascoltò con la smorfia di un adulto che si sorbisce una favola per bambini. Già, perché quella di Gabriele che fa il bis col tuo Profeta è molto più credibile, pensai. Ma me lo tenni per me.

Le compaesane di Tariq hanno dei manti che fanno molto Madonna, piercing al naso che ricordano l’omonima americana, e offrono corsi di tatuaggi all’henné e dépliant su quanto sia dannoso bere.

Mi piace l’ultima bancarella, con una scritta che prende in giro il classico Volem un barri digne (“vogliamo un barrio degno, decente”), messo in giro da vicini catalani che mal sopportano i turisti (e fin qui…) e magari gli immigrati. Ma sulla bancarella campeggia la scritta:

Visc en un barri digne.

Vivo in un barrio degno.

Inshallah.

Provaci ancora Pep.