Lo dicevamo da mesi: andiamo a fare le tamarre alla Feria de Abril.

Anzi, con Isabel progettavamo uscite choni (che sarebbe “tamarra” in spagnolo) per fare uno shopping adeguato all’evento. Ovviamente ero l’unica a Barcellona a non sapere che questa famosa Fiera, da me snobbata per tre anni di fila, era organizzata dalle comunità andaluse in Catalogna, e il messaggio che potevamo trasmettere era andalusa = tamarra (il colmo per una napoletana). E ovviamente me ne accorgo solo quando alla banda di matti coinvolta nell’impresa si aggiunge un’andalusa appena arrivata in città.

Mi tolgo dagli impicci dichiarando che farò la vrenzola napoletana, e mi presento all’appuntamento due ore prima. Devo pagare un tributo al Celtic, la cui esistenza avrei bellamente dimenticato se un tifoso di tale squadra, altro candidato alla Fiera, non mi accompagnasse ogni tanto a guardare il Napoli. E allora per ricambiare la cortesia mi godo il derby di Glasgow e le bravas turistiche (ma buone) del George Payne.

Col “celtico” ci riconosciamo da lontano: lui in pinocchietto, zaino a tracolla, camicia con rose stampate e occhiali da sole; io in microgonna jeans, stivali, calze a rete viola, maglia arancione che scopre una pancia da slogan antianoressia, e una serie di gioielli luccicanti da fare invidia a un vucumprà.

– Sei splendida! – fa il neotamarro, senza specificare se in senso letterale o in quello di inguardabile.
– E la colita? – chiedo stizzita, riferendomi al codino a mezza testa che gli avevamo imposto per l’occasione.
– Dopo la partita.

Partita giocata più a sganassoni che a calci al pallone (meno numerosi di quelli ai giocatori): secondo me Highlander quando dice “ne resterà soltanto uno” pensa al derby. E tiferà Glasgow Rangers, mi sa. Ingannata dalle maglie familiari degli avversari faccio la prima gaffe:

– Siamo quelli in blu, vero?
– No, siamo gli altri.
– Stai dicendo che devo tifare per una maglia a strisce orizzontali verdi e bianche?
– È la squadra cattolica, da italiana potresti mai tifare per i protestanti?
– Sai che stai complicando le cose, vero?

Fortuna che finisce 3 a 0 per “noi” e possiamo andare contenti alla metro Jaume I, incontro a Isabel.
Che, va detto, mi fa una bella concorrenza: capelli raccolti in una fascia tipo Cenerentola al ballo (ma rosso fuoco, abbinata al rossetto), pantaloncino da jogging con t-shirt rosa, e insuperabili tacchetti in legno con su scritto “Mari Pili” (Maria del Pilar), seguito da un cuoricino.

– Mi accompagnate a posare la bici? La gente non capisce che è un travestimento!
Usciamo alla fermata Maresme Forum e ci piazziamo fuori al tram ad aspettare la nostra andalusa preferita, che guardandoci si spaventa e fa per tornare indietro. Alle nostre proteste per la mise sobria risponde indicandoci il tradizionale fiore tra i capelli.

Sì, ma è blu scuro. Non come quelli rossi e rosa esibiti dalle bailaoras di flamenco della Feria, che a tutte le età fanno svolazzare gli abiti a pois sotto i numerosi tendoni. Ci sono anche quelli dei partiti politici, il Partido Popular accanto al Partito Socialista Catalano (immaginiamo risse degne del derby appena visto).

Ma di choni se ne vedono poche, solo splendide tapas – ultrafritte, però – e nonni con bimbe in costume che a 5 anni ballano più flamenco di quanto ne imparerò in una vita.
Fuori al tendone della comunità gitana, che dovrebbe fare da maestra di cerimonie, si vede anzi uno splendido giovane vestito da chiattillo.

Isabel si preoccupa un po’ finché non arriviamo al luna park. E lì, gli dei non me ne vogliano, qualche gruppetto della comunità latina in leggings e maglie fluo ci fa sentire immediatamente a nostro agio, man mano che la comitiva si allarga e alla mise radical-reggaeton di Alessandro si aggiunge il vestitino ultrasobrio di Xisca, che non smette di dirmi “qué divina!”.

Sono contenta. Siamo quasi tutti ex colleghi e tutti gli screzi, i piccoli malintesi che si possono creare in un ufficio sono già stati chiariti con pazienza, di fronte a una birra e a ricostruzioni postume di eventi da telenovela. Solo che siamo all’ultima puntata, e provo un po’ di pena per chi si cerca intrighi e trame contorte per divertirsi nella vita. Noi sì che possiamo pensare solo a divertirci, adesso, e a ridere di una povera fanciulla sballottata da una giostra mozzafiato.

Quanta gente, però! Mi allontano dalla Fiera con altri tre, per una birra e un bagno decente, e poi, è il caso di dirlo, levo le tende.

Mentre mi perdo in cerca della metro un tizio stralunato m’interpella:

– Meglio punkabbestia che poliziotto, vero?
– Non saprei, si tratta sempre di divise – rispondo.

Colto di sorpresa il tizio afferma che sono triste ma guapa (è proprio ubriaco) e che comunque mi darà una mano a trovare la metro.

– Tranquilla che non ti salto addosso, posso resistere.
– Oh, certo – faccio sarcastica – sarà un duro compito… – .
– No, no, ce la faccio benissimo.
– Sei catalano, vero? Era uno scherzo, poi te lo spiego.

Che la Madonna di Montserrat mi perdoni, ma ho detto proprio così, e mi cospargo il capo di cenere giurando che non succederà più. Anche perché al primo semaforo chiedo indicazioni per la metro e lascio che il tizio si vada a sperdere da solo.

Ma non dispero di vedermelo sotto casa a indottrinare i pakistani sull’orgoglio punkabbestia.



Quest’uomo ci piace ricordarlo così, sottotitolato (in inglese e in spagnolo se premete su CC sotto al video). È il suo discorso davanti al Parlamento catalano e al padre muratore in lacrime. La frase che dice a 11:50 è ormai più famosa di quelle di Jim Morrison.

Ho avuto un lutto in famiglia e non sono andata al funerale. L’hanno fatto apposta, mi hanno avvertita molto tardi e forse neanche il primo volo diretto mi avrebbe fatto arrivare in tempo. Volevano evitarmi una sfacchinata, visto che la cara estinta già mi aveva salutata da lontano prima di entrare in un dolce coma, così diverso dall’agonia che l’aveva preceduto.

Ve lo scrivo perché sappiate che se andate via tutto questo ve lo perdete. Ci sono legami che le distanze confermano inossidabili, ma con quelli di sangue “non è la stessa cosa”.
L’affetto resta, le abitudini non sempre. La tua vita va avanti, la loro pure, e nonostante gli aggiornamenti su Skype qualche capitolo della telenovela si perde sempre. Vedi i giovani della famiglia che si prendono cura degli altri, danno passaggi, fanno la spesa, assistono gli anziani e trattano coi muratori, negli eterni lavori in corso delle case che hanno visto crescere più generazioni. Piccole azioni che uniscono negli affetti, e nei difetti che prima di partire trovavo insormontabili. Ora sono amabili vezzi da vivere una settimana alla volta, a Pasqua o a Natale e a qualche matrimonio, perché ormai appartengono a chi resta.

E poi ci sono quelli che se ne vanno per sempre, “si acquietano”, come direbbe mio padre, il prescelto della famiglia per comunicarmi le brutte notizie. Quelli che ti hanno cresciuta, “che te ne hanno tolta, di cacca da sotto”, come ricordavano anche davanti agli ospiti più distinti. Non aspettatevi di esserci, per un ultimo saluto. Non sempre sarà possibile. Magari vi ricordano a sorpresa nel testamento. Non in senso pecuniario, che la mia gente ci pensa anni prima, ma con qualche accenno divertente e imbarazzante che ti fa venir voglia di redigere un testamento per il solo sfizio di imbarazzare il prossimo.

Che se ne vada una che “te ne ha tolta, di cacca”, è strano. Ricordi te stessa bambina di fronte a questa tía Tula, come la chiamo ora che so leggere Unamuno, una delle tante zie sole e laboriose su cui si reggeva una società ormai in estinzione, che per furbizia o delusione hanno rinunciato all’amore ma non ai bambini. Per poi scoprire che i nipoti a cui hai cambiato il pannolino ti chiameranno sempre “zia”, e non è la stessa cosa.

A queste zie a cui un po’ somiglio, con cui forse un giorno verrò confusa, dedico più di un pensiero in questo momento.

E penso anche a qualcuno che via con me non ci venne mai perché voleva stare a meno di due ore da casa, vicino ai suoi, per le disgrazie ma anche per le cose belle.

Io invece sono partita.

Il guaio è non sapere mai chi ha fatto la scelta giusta.

Se avete ancora dei dubbi, da me commenti tecnici meglio non aspettarsene. Il calcio lo guardo per altre cose. Nemmeno per il fisico dei giocatori, come l’amica che mentre soffro appresso al Napoli aspetta che il bomber avversario si tolga la maglietta.

No, io il calcio lo guardo per mangiare e fare bordello.

Ieri ho approfittato della letargia ormai conclamata per saltarmi pilates, svegliarmi giusto un’oretta prima di Barça – Chelsea, e fare il mio ingresso trionfale in un Folgoso semivuoto.

Adoro gli ex vicini di Riera Alta, dei bengalesi che hanno rilevato un bar galiziano. Pure l’eterna tavolata di catalani è identica a due anni fa, quando scoprii che lì si guardava il Barça e si mangiavano buone tapas.

C’è anche lui, il ragazzo con la barbetta che mi abbagliò al primo sguardo, più per la t-shirt giallo canarino che per l’avvenenza. Chissà se intanto si è fatto la ragazza, mi chiedo sedendomi al tavolo accanto al bancone.
Che bello, 6 posti tutti per noi, Isabel può piazzarsi dove vuole nonostante il ritardo. Come un altro habitué, un sessantenne con riporto, orecchino d’oro, pantaloncini jeans e t-shirt rosa fluo, che muovendosi come una baiadera annuncia di essersi portato un panino da casa per non mangiarsi le unghie.

Ispirate dallo stratagemma ordiniamo bravas e tapa de jamón, mentre Messi a sua volta si mangia goal su goal e un suo compaesano strafatto mi si siede accanto con una busta della spesa. Quando arrivano i suoi amici si trasferisce sotto lo schermo, davanti a Piqué che muore in diretta per un colpo di fianco di Valdés.

Il tizio con l’orecchino d’oro commenta: – Se gliel’ha rovinato, Shakira gliela insegna lei, la danza del ventre!
E si alza per una dimostrazione omaggio.

Il goal di Busquets viene festeggiato con boato di rito e improvvisa smania gastronomica dei tavoli al centro, che senza consultarsi cominciano a ordinare montagne di biryani. Non sapevo che il cuoco offrisse anche specialità del suo paese! La paella asiatica alletta anche me, ma ormai sono immersa nelle bravas, per consolarmi della rimonta del Chelsea e soprattutto della scoperta che il biondo con la zazzera accanto al mio amato è in realtà la sua ragazza.

Al secondo goal del Barça alzo la forchetta con aria trionfante, schizzando di all i oli il braccio d’Isabel.

L’argentino strafatto si consola del rigore sbagliato chiedendo gli avanzi del biryani. Ovviamente il cameriere stranito gli porta un piatto normale, che ritorna in cucina.

Mentre medito di donare 5 centesimi al derelitto, Torres (!) segna praticamente a porta vuota.

La partita è finita, i compagni di sventura digeriscono il biryani bestemmiando sul rigore mancato e sulla fase nera di Messi.

Col consueto egocentrismo gli attribuisco le mie disgrazie e dico a Isabel:
– Secondo me è innamorato di Shakira.
Lei mi guarda incuriosita, la clara lasciata a metà. La mia anima “letterina” ha il sopravvento e le parlo del castello di un mago, tale Atlante, in cui tutti si perdono inseguendo l’ombra di ciò che più vogliono, amori compresi. E ciascuno insegue qualcun altro, a ripetizione.

Isabel chiosa:

– Allora Messi è innamorato di Shakira, Piqué di Sara Carbonero e Guardiola de su puta madre.

Io la farei telecronista ufficiale del Barça.

Quest’anno le ciliegie sono spuntate troppo presto, o troppo tardi. Almeno per me.

Il tempo delle ciliegie può essere tante cose. È una poesia del 1866, Le temps des cerises, di J. B. Clément, una chançon française amata dalla contestazione giovanile, e un libro catalano del 1977, El temps de les cireres, di Montserrat Roig.

Io l’ho scoperto così, grazie a “Montse” Roig. Il libro è ben scritto, ma dopo un po’ stanca. La canzone no. Oddio, le versioni alla Yves Montand pure mi scocciano un po’, così mi sono innamorata di quella oscena dei Noir Désir, che la sporcano e profanano finché non ne rimane solo l’idea.

Perché il tempo delle ciliegie è soprattutto un’idea. Quella della stagione che con le ciliegie porta con sé le pene d’amore, ma tu l’aspetti lo stesso.

Ai tempi di J. B. Clément era la stagione della Comune, che seguì di poco la poesia e si portò dietro una repressione grande quanto la mole del Sacré Coeur, a Parigi.

Ai tempi della Roig e di Natàlia, la protagonista del suo libro, le ciliegie le sognavano gli studenti che nei primi anni ’70 avevano il coraggio di manifestare sulla Rambla prima di finire nelle mani della polizia, che li torturava fin dal cognome catalano storpiato ad arte. Erano anche gli occhi indimenticabili di Emilio, padre di un bambino mai nato, salvato dalla galera e dalla felicità dai soldi di famiglia.

E poi ci sono io, lettrice e ascoltatrice che le ciliegie le ha viste sull’albero senza assaggiarle. Che gli occhi indimenticabili li ha ammirati troppo da lontano per accorgersi che guardavano un’altra. E che quando si è ritrovata tra cassonetti bruciati e spari assordanti non faceva né la comunarda né l’antifranchista, tornava solo a casa dallo sciopero generale.

Il mio sacrificio all’altare dell’idea è stato un istante di paura, a un metro da un proiettile ad aria compressa, e un giorno di stipendio, un giorno prima che mi venisse tolto lo stipendio intero.

La mia generazione ha l’imbarazzante compito di trovare qualcosa da sacrificare, perché ne abbiamo poche, senza il diritto di lamentarci, che “abbiamo sempre troppo”.

Io non mi lamento. Le ciliegie là stanno. L’amore ritorna. Il lavoro pure.

Non mi resta che lasciarvi alle parole, indegnamente tradotte, di Montse Roig, che a 20 anni dalla sua morte arrivano ancora forti e chiare:

Sai, continuò Natàlia, quando mi spieghi la storia del nostro passato recente, di tutto ciò che è successo per colpa di quelli che hanno vinto la guerra, faccio fatica a seguirti.
Però capisco che vuoi dire quando vedo tutto questo, e Natàlia si guardava intorno, quando vedo che la gente è disgraziata. Credi che tutto questo finirà un giorno?, ripeté. Emilio non rispose. Le fischiettò una canzone all’orecchio. Che fischi?, chiese lei. Una canzone. È di un poeta della Comune francese. J. B. Clément, così si chiamava.
Questo poeta voleva che arrivasse il tempo delle ciliegie:

Quando sarete al tempo delle ciliegie
Se non amate le pene d’amore
Evitate le belle
Io che non ho paura delle pene crudeli
Non vivrò neanche un giorno senza soffrire
Quando sarete nel tempo delle ciliegie
Avrete anche delle pene d’amore.

Il poeta scrisse la canzone ai tempi della Comune, quando il popolo lottava contro un regime feroce, oppressivo. Sapeva che dopo il combattimento ci sarebbe stata una terribile repressione – uccisero settantamila operai e quelli che rimasero in vita furono costretti a costruire il Sacré Coeur di Parigi – e cantava il tempo delle ciliegie, la primavera della felicità.
Il poeta non ignorava, continuò Emilio, che al tempo delle ciliegie ci sarebbero state anche pene d’amore, ma lo desiderava. Anch’io voglio che arrivi, il nostro tempo delle ciliegie. Ed Emilio guardò Natàlia in un modo che lei non avrebbe mai dimenticato.

Noir Désir – Le temps des cerises

Cose da fare a Sant Jordi:

documentarsi un po’: si festeggia il 23 aprile ed è una delle feste più amate dai catalani. Celebrano il loro patrono, San Giorgio, che per la gioia del WWF ammazzò un drago per salvare una principessa. Ci sono anche variazioni sul tema, come la principessa che si mangia il drago. Non so quanto tutto questo si concili con la Catalogna repubblicana e con la principessa Letizia, che andrebbe mangiata solo perché veste Mango, ma tant’è.

– visitare la Rambla e Plaça Catalunya piene di bancarelle di libri e rose, solo per lo sfizio di vederci, per una volta, dei catalani: li riconoscete perché non hanno la crema solare e i sandali, e perché sono gli unici a capire i titoli dei libri. Il mio primo Sant Jordi me lo passai sulla Rambla con le valigie in mano: traslocavo dal Gotico al Raval, non sapevo niente della festa e se il clima non avesse minacciato pioggia adesso sarei ancora là.

– regalare un libro e una rosa all’amato bene: tradizionalmente le donne regalavano un libro e gli uomini una rosa, ma in questo giorno quasi quasi i libri sono più economici delle rose (io comunque voglio il libro, e non sono la sola).

– andare da Mistral sulla Ronda di Sant Antoni e mangiarsi… un’emozione, sia come prezzo che come bontà. Il pa de Sant Jordi non so quanto sia tradizionale, ma per me è una delle gioie della festa. C’è sopra la bandiera catalana, il giallo è di formaggio e il rosso di sobrassada. Sì, l’assonanza con la soppressata calabrese non è casuale.

– mettersi in fila per farsi firmare un libro dall’autore. Li trovate (i libri e gli autori) sotto le tende della FNAC fuori al Triangle, in Plaça Catalunya. Mario Vaquerizo, marito famoso e star di un reality su MTV, ha più fan dell’Almudena Grandes de Le età di Lulù. C’è chi s’indigna. Io godo.

– diventare autori voi! Ci sono tremila concorsi letterari, con premi che vanno dall’iPad a un applauso. Io ho partecipato a quello della TMB, che proietterà sugli schermi delle vetture i migliori racconti ambientati sui suoi mezzi. In catalano, ovviamente. In spagnolo c’è quello di microracconti de La Vanguardia, via Twitter, 150 caratteri e l’obbligo di metterci la parola “drago”. Per quello ho adattato un vecchio slogan natalizio napoletano: “Pure ‘o drago tene ‘na mamma”. Sospetto che non vincerò.

– farvi un giro per il Raval. Ok, sono di parte, ma il mio barrio festeggia in modo originale. Ci sono ben due concerti, uno di fronte al MACBA organizzato dal Taller de Músics, e un altro in Rambla Raval. Che per l’occasione, accanto al solito mercatino freak per daltonici, si riempie di bancarelle interessanti, tra associazioni di volontariato e club di lettura. A vendere rose ci sono solo un pakistano e una zingara, che però si è attrezzata con bancarella e bandiera catalana. C’è anche l’ACESOP, l’associazione delle donne pakistane del Raval, definite “invisibili” da qualche giornalista che ignora l’immigrazione ravalenca (i paki sono soprattutto giovani maschi). Eccole lì, visibilissime, additate a seconda dell’interlocutore come piccole grandi rivoluzionarie o esibizioniste che fanno solo chiacchiere. Chissà se sanno tutte chi è Sant Jordi. Ricordo Tariq la prima volta che vide la statua della Mercè:

– Chi è quella?
– Si chiama Maria pure lei. È la madre di Gesù, il bambino che tiene in braccio.
– Gesù?

Allargai le braccia a simulare una croce. Aaah, quello.
Gli raccontai la storia dell’arcangelo Gabriele, che ascoltò con la smorfia di un adulto che si sorbisce una favola per bambini. Già, perché quella di Gabriele che fa il bis col tuo Profeta è molto più credibile, pensai. Ma me lo tenni per me.

Le compaesane di Tariq hanno dei manti che fanno molto Madonna, piercing al naso che ricordano l’omonima americana, e offrono corsi di tatuaggi all’henné e dépliant su quanto sia dannoso bere.

Mi piace l’ultima bancarella, con una scritta che prende in giro il classico Volem un barri digne (“vogliamo un barrio degno, decente”), messo in giro da vicini catalani che mal sopportano i turisti (e fin qui…) e magari gli immigrati. Ma sulla bancarella campeggia la scritta:

Visc en un barri digne.

Vivo in un barrio degno.

Inshallah.

Provaci ancora Pep.

Il problema ora è il sonno. Per il resto tutto bene, le buone notizie non mancano e le cattive, per quanto reiterate, già si sanno. Ma mi sveglio prestissimo e non mi riaddormento più, se non 12-13 ore dopo (e la pennica alle 7 di sera non è proprio il massimo).

Insomma, arrivo stanca morta a una giornata zeppa di coincidenze: il picnic con gli ex colleghi lo stesso giorno della Fira de la Terra, e il Barça che scende in campo col Real 45 minuti prima di NapoliNovara.

Ma alle 13.45 scendo in campo anch’io col mio fagotto di sartù di riso (vegetariano per accontentare tutti) e m’incammino verso il Parc de la Ciutadella.
Tra l’Arco e il Parco inondo i bancarellari di energia negativa: coi loro poteri New Age intuiscono senz’altro che i miei chitevvivo alla folla radical-chic non sono proprio amichevoli. Purtroppo non ho nemmeno intravisto la bancarella che per 5 euro ti fotografa l’aura.

La Fira de la Terra è così: un concentrato di prodotti naturali ed energie “alternative” per farti rientrare in contatto con la Madre Terra, e pagare 5 euro una cucchiarella di legno. L’anno scorso avevo ascoltato le catalane in saree che pregavano in sanscrito e gli indiani veri, che si aggiravano tra i fricchettoni spalmati sulle aiuole con la stessa litania di sempre: cerveza beer
Anche stavolta i pakibeer ci prendono letteralmente d’assalto, ma la danza messicana alle nostre spalle, con tanto di tamburi e piume colorate, è il punto di riferimento ideale perché i ritardatari ci trovino subito.

Le ragazze di Content sono al completo, i nordici si spalmano la cremina fattore 50 alla prima minaccia di sole. Ma il clima schizofrenico ci fa sospettare che gli irrefrenabili danzatori piumati, oltre a spaccarci i timpani, stiano facendo una danza della pioggia. Motivo in più per guardarli in cagnesco.
E a proposito di cagnesco, un simpatico Yorkshire piomba dritto sul mio riso e lo annusa con calma prima che realizziamo di non essere anche noi sotto effetto del Peyote.

Del lavoro parliamo poco, giusto il tempo di dire che a Julia dovevano 1000 euro, ma tanto le costerebbe l’avvocato per reclamarli, e di aggiungere un com’è cambiato l’ufficio, ora che siamo andati tutti a prenderci gli ultimi documenti. Ormai non è più parte della nostra vita, osserva Petra. Nenche noi lo siamo, mi dico io, accorgendomi che prenderei un caffè con ciascuno degli ex colleghi, ma tutti insieme ormai non abbiamo più senso, siamo un’accozzaglia di risate messe insieme da un contratto a termine. Che è, appunto, terminato.

Offro ai ritardatari il riso “da cani” e me ne scappo: il sonno mi vince e non ce la faccio a barricarmi nello Sports Bar due ore prima delle partite. Peccato, mi sarebbe piaciuto sapere in anteprima quale avrebbero proiettato sullo schermo gigante: Napoli o Barça? Il cuore o gli affari?

Nel dubbio raggiungo casa, respirando il rarefatto clima prepartita. Mi addormento con le vuvuzelle e mi sveglio col bollettino di guerra di Marianna: il bar è inavvicinabile, neanche dai marciapiedi s’intravede lo schermo. Addio partita del Napoli. Io resto nel Raval, loro tornano a casa per evitare scontri sulla Rambla.

Li capisco: la strada per Riera Alta, dove vivevo prima, fa tanto Napoli il 31 dicembre, quando scatta il coprifuoco. Non riesco a godermi questo “derby” arrabbiato, c’è troppo livore, troppa politica al di là dei colori e dei giocatori fashion. E poi dallo sciopero generale del 29 marzo ho paura, un occhio non lo perderei manco per i diritti dei lavoratori, manco per il Napoli, figurarsi per il Barça. E i silenzi che seguono a ogni petardo mi confermano che sono paure condivise.

Ma Khedira ormai ha già segnato e il barista del Folgoso dice solo:
– Arrivi tardi, ti aspettavo.
Che carino. Mi aspettava anche se l’ho tradito spesso, per schermi più grandi, piatti più partenopei e occhi più chiari dei suoi pakistani che adesso mi misurano le dosi della clara di rito.

Il bar è quasi impraticabile, gli irriducibili gruppetti catalani fanno massa contro gli immigrati sparsi, che per una sera s’illudono di essere i benvenuti perché gridano “Barça” con la a catalana. E per l’occasione sfoggiano uno spagnolo da manuale:
– Dale, coño, tu puta madre!

Il signore davanti a me ride di un ordine del cameriere pako (“una birra, capo!”) e mi cede lo sgabello di fronte al Barça che perde in casa. Ringalluzzita dai centimetri guadagnati, ordino una tapa de jamón y pan con tomate.
– Pequeña o normal? – fa il barista.
– Normal – rispondo offesa.

Gli altri avventori non mi riconoscono. Nascosto dietro il panettiere pako, il fruttivendolo marocchino fa gli scherzi alla bimba del negozio cinese, che in perfetto spagnolo chiosa un goal mancato:
– Ma che tipo, questo, stava per segnare, e poi… non ha segnato più.

Segna il compagno Alexis, e per un momento è festa grande, mentre mi chiedo che faccia il Napoli e spero che il peruviano antipatico alle mie spalle non mi abbracci nel trasporto generale. Si limita a offrirmi da bere. No, grazie. Rifiuto anche un’altra clara, Ronaldo ha segnato il secondo goal e nessuno ci crede.

Piove in campo e in strada e la partita finisce così. Prima di tornare a casa ho tempo per un po’ di retorica, così facile davanti a un campo di calcio: osservo Pep Guardiola di spalle, lo ricordo sorridente al Gamper e già lo vedo alla conferenza stampa a spiegare come ha fatto l’invincibile Barça a perdere al Camp Nou. Tempi duri, Pep. Ma poserai il culo davanti ai microfoni sponsorizzati e dirai che siete pronti a ricominciare.

Quasi quasi prendo esempio.

Come il Napoli che, scopro a casa con sollievo, finalmente ha vinto.

19.

L’amore ai tempi del collocamento.