Darren Aronofsky dice estar interesado en hacer una película de Superman -  HobbyConsolas Entretenimiento
Io che mi reco al comune di Barcellona “con tutta la mia calmezza” (cit. Mariarca ‘a pulitona)

Mi sono accorta di una cosa: io vi imito.

Lo faccio imperterrita da quando avevo dodici anni, quindi più che accorgermene ora me lo sono ricordato: ho ricordato di quando decisi che diventare suora o eremita non era più un piano così allettante, tanto valeva che mi mettessi a studiare per camuffarmi meglio tra voi umani non disagiati. Che ingenua ero!

Ancora oggi mi colpisce che abbiate bisogno di grandi livelli di alcol per fare figure di merda, cosa che a me viene naturalissima, e che non ricordiate che giacca aveva la vostra prof. di Storia e Geografia al primo anno di superiori, anche perché voi avete una vita. Forse questa è la parte che mi viene più difficile da copiare: avere una vita secondo i parametri che intendete “voi”. Anche perché voi, appunto, non esistete: non c’è un voi, chiunque stia leggendo questo testo allucinato è diverso in qualche modo dal resto dell’umanità. Ma spiegatelo alla dodicenne in me che ancora prova ad assimilare quale sia una conversazione accettabile (perché non posso dirvi tutti i fatti miei?), o a capire perché cantare a squarciagola i 24 Grana per strada non sia proprio un’ottima idea (ma la mascherina attutisce i suoni, quiiindiii…).

Avete presente, nella parte finale di Kill Bill, il pippone che spara Bill su Superman? Il fatto che Clark Kent, come travestimento, sia una sorta di critica all’umanità: il modo ridicolo in cui Superman vede gli esseri umani. (Secondo me funziona anche con i poliziotti in borghese alle manifestazioni: li riconosci dal numero di kefiah che indossano e dai baschetti di Che Guevara!) Adesso, io più che Superman sarò tipo Spongebob, ma a parte questo il paragone calza!

Purtroppo, invece, sono spesso assimilata a un altro personaggio. Un’amica psicologa mi ha fatto notare che, quando il mondo degli umani mi crea difficoltà che in qualche caso vi saranno familiari (vedi alla voce: burocrazia), mi metto in modalità Robocop. In quelle vesti mi riconoscete subito: passo marziale (e rumorosetto anziché no), testa puntata avanti tipo ariete, e la propensione a farvi volare per aria a prescindere dalla vostra età o corporatura, se vi frapponete tra me e il mio obiettivo.

Per esempio, ieri il mio obiettivo era l’ufficio del Comune di Barcellona: nonostante l’ansia derivata da sette mesi di semi-isolamento, andavo lì a dimostrare che vivevo proprio dove dichiaravo di vivere.

Sono arrivata davanti all’ufficio, nella piazza dietro il comune, con la serenità di una condannata all’autodafé. E mi sono detta: “Basta con la modalità Robocop! Sii te stessa, Maria, perché hai bisogno di fingerti qualcuno che non sei? Forza, su!”.

Ed è stato così che:

  • mi sono buttata tipo quarterback sul gel idroalcolico che si trovava accanto a un primo sportello, la cui occupante mi ha osservata come se fossi stata un’attentatrice;
  • mi sono seduta tranquilla al primo divanetto piazzato alla sinistra della portinaia dell’inferno (scusate la melodrammaticità), che a questo punto ha cacciato un accorato: “No, señora!”;
  • ho seguito il dito accusatore che la nostra Minossa puntava non su di me, ma alle mie spalle, e ho realizzato che avevo appena scavalcato una fila di due persone in religiosa attesa, che per giunta mantenevano la dovuta distanza di sicurezza;
  • scusandomi in tutte le lingue possibili (ho registrato solo allora che la tizia mi si era rivolta sicura in spagnolo, fenomeno insolito al comune), ho raggiunto la mia postazione in fondo alla fila;
  • nell’operazione, ho lasciato cadere tre volte la borsa, due volte la cartellina che reggevo, e altre due volte i documenti d’identità che tenevo sopra la cartellina (ho i testimoni).

Cara amica psicologa, ma se una ha un meccanismo di difesa che va avanti da venticinque anni, tu vieni a rompere le semmenzelle (scusate il catalano) proprio il giorno prima della mia visita al comune?

A mia discolpa, signore e signori della corte, dirò che avevo una mascherina ffp2, il cui uso, combinato all’allergia cronica, mi rende più scema del solito, come ho già suggerito qui. Però il mio cervello disagiato continuava a lavorare: perché le impiegate continuavano a parlare in catalano tra loro e in spagnolo a me? Perché ero circondata da persone con gli occhi a mandorla, o con l’accento brasiliano e latino? Oibò, non c’erano catalani in attesa neanche a pagarli!

Arrivato il mio turno, mi sono seduta davanti a un’impiegata gentilissima che mi ha chiesto subito “il contratto di casa e le bollette”. Che contratto? Adesso, vi prego, immaginatevi la scena insieme a me, che la ripercorro come se mi stesse succedendo tutto daccapo.

“Sono la proprietaria” confesso in tono imbarazzato.

“La… proprietaria?” ripete quella.

“Ehm, sì.”

L’impiegata si alza. Si allontana. Si risiede. Si rialza. Si riallontana. Si risiede.

“Ma sei entrata in casa con un contratto…” afferma infine.

“Sono la proprietaria” ormai sembro un disco rotto.

“Sì, ho capito, ma all’inizio avevi un contratto d’affitto, vero?”

Cummare’, no-ne, stavo per replicare con tanto di “e” aperta, tipica del mio paesone d’origine. Poi mi sono detta che sì, il catalano e il napoletano si somigliano, ma non così tanto.

A quel punto, l’impiegata mi ha dichiarato che ok, era stato un errore, mi chiudeva la pratica, quante copie volevo del nuovo documento di residenza? E io capivo. Se fossi stata una straniera che viveva in affitto, avrei dovuto provare che abitavo nello stesso posto di cinque anni fa (in una pagina di italiani a Barcellona mi hanno detto che sono blitz che fanno ogni cinque anni). Siccome sono proprietaria, per i dolci figli dell’estate che lavorano in comune dev’essere ovvio che vivo proprio a casa mia.

Vorrei raccontare loro la storia della prima tizia che voleva affittarmi casa a Barcellona: si chiamava Senena, giuro, aveva una trentina d’anni scarsa e l’appartamento era intestato a lei. Voleva ben 400 euro per una stanza in zona Badal (dunque non centralissima), nel lontano 2008. Non viveva nell’appartamento. Oppure c’è la seconda proprietaria catalana in cui io mi sia imbattuta: voleva 800 euro nel 2009, e il mio ex catalano lo trovava pure un prezzo ragionevole, per un ammezzato in mezzo alla bolgia studentesca del Raval. Questa viveva in Germania, faceva la traduttrice e la ghost writer, e arrotondava affittandosi la casa di famiglia. A proposito, ci sono pure quelle famiglie descritte in una conferenza a cui ho assistito moltissimi anni fa: figli e nipoti di gente che s’era tirata su la villetta in Costa Brava, negli anni ’70 cementificati del tardo franchismo. Pure questi vivevano perlopiù in Germania (meta gettonatissima!) o comunque in tutt’altro posto, ma si incontravano una volta all’anno per il tipico pranzo delle feste comandate. Senza parlare del mio proprietario preferito (pure un bell’uomo!): aveva ereditato il palazzetto intero da suo padre, che riceveva ancora la posta nella mia cassetta delle lettere. Ma il palazzetto era al Poble-Sec e il bel proprietario viveva a Mataró.

Tutta questa gente, se non ha otto cognomi catalani, ne ha almeno cinque o sei.

Ora, il mio cognome è così poco catalano che qui lo storpiano da dodici anni, ma comunque: sicure sicure, signore del comune, che io viva proprio dove dico di vivere solo perché sono proprietaria?

Stavolta gli è andata bene: sì, vivo proprio là.

E sarò pure disagiata, ma che ve lo dico a fare: il mondo là fuori non scherza affatto.

Broccoli lessi
Da casaecucina.it. Come si dice a Napoli: n’aggio scaurate ruoccole, ma tu jesce fore ‘a pignata.

Ssst, ho capito tutto.

L’ho capito alla fine di un pomeriggio in cui mi era sopraggiunto un problema burocratico frequente in tempi di covid, ma avevo dato la mia parola a un’amica, per aiutarla con un suo progetto letterario. A ben vedere, l’amica aveva ricevuto altre informazioni sul suo progetto e non aveva più bisogno di me, o non con urgenza. Allora mi ero trovata a questo bivio: tradire l’amica o tradire me? Lo so, sono un po’ melodrammatica quando mi rimangio gli impegni presi. Ma sul serio, a un certo punto era parso che l’aiuto che avevo promesso fosse ormai superfluo o posticipabile, per quanto l’amica insicura affermasse il contrario, mentre il mio problema, se non era proprio urgentissimo, mi preoccupava comunque un bel po’.

Poi avevo capito che la questione burocratica non si sarebbe risolta in un giorno, ed ero accorsa troppo tardi ad aiutare l’amica: ma quella intanto, come previsto, aveva fatto benissimo anche senza di me e in quel momento non poteva ricevermi. Visto che ero in strada, avevo avuto voglia di chiamare qualcuno per sfogarmi sul pomeriggio buttato, ma tutti i miei amici, man mano che facevo mente locale, si rivelavano troppo impegnati con problemi loro, o irraggiungibili, o inaccessibili in altri modi più creativi. Così alla fine m’ero ritrovata a peregrinare da sola, e con la ffp2 che mi costringe a tenere la bocca sempre aperta (sì, ho ancora l’allergia!).

Mi chiedevo: perché, a sette anni dalla mia crisi globbale totale, mi ritrovo ancora un parco amicizie sul disfunzionale andante? E dire che detesto lo sdoganamento della parola “disfunzionale”! Però insomma, tante persone che conosco e amo sono brillanti, intelligenti e buone come il pane, ma stanno più fuori di un balcone e mi succhiano un sacco di energie, in rapporti in cui mi trovo quasi sempre a dare di più di quanto ricevo. E non dev’essere il do ut des ultra-simmetrico che pretenderebbe qualche conoscenza locale, abituata a dividere fino all’ultimo centesimo anche il conto del caffè. Però, certo, non disdegnerei la possibilità di chiamare qualcuno per parlare un po’, dopo una giornata di merda, senza che l’altra persona sia troppo presa dai suoi problemi (o da sé e basta) per starmi a sentire.

Alla fine mi ha salvata un’allegra famigliola trapiantata a Torino, che in diretta WhatsApp è riuscita a intrattenere mezz’ora la bimba neonata che lottava con la dentizione, e a fare anche da babysitter a me! Poi dice che la tecnologia allontana le persone.

Resta in piedi la domanda: “Perché le persone che frequento si rivelano ancora più esaurite e impegnative del resto dell’umanità, che già di per sé è piuttosto folle?”.

E qui, vi dicevo, ho trovato la risposta.

Vado per punti. Innanzitutto c’è un equivoco di fondo: l’idea che “attiriamo”, soltanto noi nell’universo mondo, le cosiddette persone tossiche. Non è vero, quelle si attaccano a chiunque come cozze allo scoglio, ma alcune persone le scaricano subito e altre le lasciano entrare.

A questo punto, sorge la domanda: il problema è lasciarle entrare, o lasciare che restino? Adesso, io sono passata dai pesaturi manifesti a quelli in incognito: o meglio, a gente che a occhio e croce avrà pure dei problemi (“E chi non li ha!”), ma ha anche tanti pregi che, almeno all’inizio, sembrano compensare. Che so, l’amico più giovane che ti assume a modello di vita (e già questo la dice lunga…) è effettivamente un po’ confuso, ma parlarci è piacevolissimo. Oppure, il tipo sensibile e simpatico che per un po’ è stato “allo sbando”, come dice il TG, avrà pure diritto a una seconda possibilità!

Mi sento dire spesso che “effetto sorpresa” un par de ciufoli: ho fin dall’inizio tutti gli elementi per valutare se un qualsiasi vincolo che stabilisco sia potenzialmente nocivo o spompante. Sono io che mi ostino a ignorare i segnali. Ma io non credo sia così.

Perché, nel mio passaggio epocale dai disagiati manifesti a quelli in incognito, acquisisco solo in un secondo momento un sacco di informazioni a cui non potevo arrivare: magari il tipo della seconda opportunità ha le allucinazioni, o la nuova amica che vedo ogni tanto soffre di stress post-traumatico in seguito a uno stupro, e non la prende bene se mi fermo a litigare con un coglione che ci fischia dietro in strada… Sono fattori che potevo prevedere? Francamente, la mia più nera immaginazione non arriva a tanto, e informazioni del genere, specie con gli amici anglosassoni, possono giungermi dopo un bel po’ di tempo dall’inizio della frequentazione.

Ed ecco la mia conclusione:

  • il problema non sorge quando lascio entrare nella mia vita questa gente, che magari è bizzarra ma è all’apparenza innocua: se riduco tutto a quello, mi ritrovo anche a sminuire l’alacre lavoro con cui, a costo di peccare di allarmismo, ho lasciato fuori tantissime persone alla prima battuta non gradita;
  • il problema non sorge neanche quando, una volta venuti fuori gli elementi problematici e distruttivi per me, decido che i pregi e l’intesa creata prevalgono, e queste persone possono restare nella mia vita;
  • il problema vero è che, anche quando possiedo elementi che cambiano le carte in tavola, decido che il rapporto deve continuare come prima: come io mi aspettavo che sarebbe stato.

Ed è da quest’ultimo punto che mi è venuta la soluzione: non si tratta né di continuare come prima, né di recidere il vincolo se non voglio. Si tratta di cambiare la relazione: adattarla alle nuove premesse, visto che sono diverse dalle condizioni in cui era iniziato il legame.

Tutto qua. Erano mesi che mi chiedevo come trovare un equilibrio tra il pensare al proprio benessere emotivo (anche liberandosi di presenze inopportune) e l’odiosa tendenza, che mi dicono essere molto attuale, a buttare via un’amicizia o un amore appena si presentino delle difficoltà. E invece ho capito che mi aspetta un lavoro molto meno drastico, e perciò più faticoso: accettare il cambiamento. Quel fenomeno per cui un amore può diventare un’amicizia, un’amicizia un amore, e tutti e due possono diventare, se proprio la cosa è irrecuperabile, un numero bloccato sul cellulare.

Così, col senno di poi mi dico (ma a quanto pare ci voleva una pandemia per farmelo capire) che è meglio sostenere senza nessuna aspettativa, e perfino un po’ a distanza se possibile, il tipo che vuole una seconda opportunità dalla vita, ma non è in grado di rapportarsi ad altre persone: almeno finché non riuscirà a rialzarsi sul serio. Oppure l’amica nuova che vaga stralunata per il mondo va vista ogni tanto e con tutte le precauzioni del caso (mai affidarle l’organizzazione di una cena per dieci!).

Tutto questo dobbiamo adottarlo, va da sé, se per noi vale la pena continuare. Se no vale sempre il consiglio del mio migliore amico: fuje sempe tu.

Come ve lo traduco, per chi legge da fuori Napoli e non mastica l’idioma? Diciamo che è tipo l’urlo lacerante (“Run!”) che ascolterete nel video qui sotto:

Alla fine mi ci sono trovata per caso, come mi succede quasi in tutto.

Passeggiavo vicino ad Arc de Triomf, ho visto bandiere argentine. Le portavano dei ragazzi che mi sembravano italiani in tenuta sportiva, come spesso mi succede con gli argentini: altezza media, capelli neri, una certa passione per bomber e felpone blu. La differenza stava, appunto, nelle bandiere: da noi sono problematiche comunque la si pensi. I ragazzi invece le esibivano tutte intorno allo striscione che, ovviamente, non hanno tardato a spiegare: Maradona che bacia la coppa del mondo.

Poche le donne, pochi gli anziani (c’era un signore che esibiva una maglietta azzurra con un Maradona urlante) e pochissimi i ceroceni: le candele funebri che, nelle stesse ore, si accumulavano invece davanti al San Paolo di Napoli.

Quella festa sotto Arc de Triomf, che man mano che veniva gente prendeva i connotati di un veglione a orologeria (c’era sempre il coprifuoco!), era senza lacrime, con molta musica, e una convinzione ferrea: “Diego no se murió / Diego no se murió / está en el pueblo argentino / la puta madre que le parió”.

Così, senza saperlo né cercarlo, facevo anche io la mia “veglia funebre” a Maradona, e la facevo nel modo migliore per me: niente pianti e ricordi nostalgici, solo una grande fiesta, piena di orgoglio e canzoni. Era una soluzione in piena sintonia con il recente proposito di lasciarmi il passato sulle spalle, più che alle spalle, e andare avanti. Mi sono resa pure conto che intoniamo la stessa canzoncina (olé, olé olé olé, Diego, Diego…), ma con ritmi diversi a Napoli e in Argentina, dove si segue il ritornello di questa canzone scrausa.

Il lancio improvviso di un paio di “oh mama mama mama” è avvenuto in corrispondenza di quello dei fuochi artificiali, e mi ha fatto pensare a infiltrazioni napoletane nel cuore del fiestón. Anche se mi mantenevo troppo a distanza per poter verificare.

E poi ero troppo impegnata a curare il compagno di quarantena, che mi aveva raggiunto apposta alla chiusura della biblioteca, dalla Sindrome del Culo Inglese (S.C.I.): un disturbo che impedisce di muovere le anche a qualsiasi persona che chiami Falkland le isole Malvinas! Per fortuna il nostro ha fatto progressi in fretta, così abbiamo pure avuto modo di allontanarci dal casino per riflettere un po’ su quello che vedevamo.

Io scambiavo sorrisi con due ragazzine arabo-catalane che si contendevano uno skate, e che mi sembravano una versione bruna e riccia di me e mia cugina alla stessa età, immortalate in una foto d’epoca a contenderci una carrozzina (spoiler: alla fine l’ha spuntata lei, che ha appena avuto un bambino). Così è stato più facile, per me, parlare dei miei ricordi d’infanzia e del privilegio di non aver avuto bisogno di un attaccante argentino per sentirmi “riscattata”: ai tempi credevo ancora nelle favole, da quella di Biancaneve a quella per cui, se avessi parlato italiano corretto e non avessi rubato neanche le saponette negli hotel, mi avrebbero riconosciuta come italiana dappertutto, perfino in Italia.

(Spoiler: un giorno, in ostello, una bolognese che trovava i napoletani “tanto simpatici” mi avrebbe accusata di furto di cravatta, e da allora gli altri ospiti si sarebbero portati con sé i loro beni prima di lasciarmi sola in una camerata. Ma questa è un’altra storia.)

Il compagno di quarantena mi ha parlato delle sue aspirazioni frustrate di sportivo, del fatto che la sua vita assurda e la sua famiglia disfunzionale non gli avessero permesso di dedicarsi all’unica cosa che lo fa stare davvero bene. Per lui, Maradona era un simbolo di ciò che succede quando invece porti avanti la tua vocazione, a prescindere dal fatto di essere il peggior nemico di te stesso: come disse proprio “Diego” nel suo discorso di addio al calcio, la pelota no se mancha. La palla resta pulita a prescindere dalle sozzure di chi la calcia.

Questo si applica a tanti ambiti, compreso il mio preferito: la scrittura. Ormai non sono più una junghiana entusiasta, specie dopo le ultime sparate di certi junghiani, ma ho sempre capito il Puccini che dichiarava, più o meno, che era Dio a dettargli cosa scrivere. Per me significa, semplicemente, che la me che mangia e parla e commette errori, perdonabili o meno, è una persona diversa dalla me che scrive. Proprio perché, secondo me, non si tratta di noi: non si è mai trattato di noi. È solo quando superiamo il nostro ego e le nostre piccole storie che possiamo prender parte al flusso più grande di quello che si chiama arte, o sport, o qualsiasi cosa che suggerisca all’umanità che c’è un lato migliore, da qualche parte.

Ma i miei vaneggiamenti erano destinati a terminare il giorno dopo, quando una persona molto acuta e intelligente mi chiedeva più o meno: “È un reato dire che Maradona fosse l’oppio del popolo?”. Del nostro popolo, almeno. Sulle prime non avevo colto subito. A me il fuoriclasse sembrava rappresentare una sorta di sogno individuale, a tratti decisamente fuorviante: se portavi avanti quello che sapevi fare meglio, riuscivi bene malgrado te stesso. E poi è un sogno soprattutto maschile, nonostante il supporto di varie femministe napoletane e argentine, perché riguarda un mondo a cui le donne hanno ancora scarso accesso, e non ha bisogno delle legittimazioni esterne che ancora si richiedono alle donne.

No, la mia interlocutrice intendeva altro, e finalmente ci sono arrivata anche io: non è ancora stato scritto, forse, l’elenco di tutte le volte che le glorie calcistiche sono state strumentalizzate per nascondere miserie materiali, cattive amministrazioni locali, soldi che potevano andare in direzioni concrete e sono stati spesi in soluzioni temporanee.

Insomma, povero il paese che ha bisogno di eroi.

Allora mi sono ricordata una storia di vent’anni fa: quando, per interposta persona, mi interessavo della politica di un piccolo paese vicino al mio. C’era lì un grande albergo con piscina, c’ero andata a qualche comunione o, più tardi, a nuotare con delle amiche. Aveva al massimo la licenza per la pompa di benzina che era piazzata lì davanti. Qualcuno di mia conoscenza, nella nuova giunta comunale, voleva mettere fine a questa storia, ma s’era ritrovato solo, incompreso, esautorato.

Allora si era accontentato di comminare una multa: che almeno arrivassero dei soldi al comune! Poi la sua attività era stata ridotta a interventi simbolici alle attrezzature sportive del paese (ecco che torna lo sport). Infine, il giovane rivoluzionario si era dimesso.

Allora sì, il problema è strutturale. Quando non puoi o non vuoi fare niente, c’è la collaudata formula panem et circenses.

E sì, è un capitolo tutto da scrivere: chissà se, per dirla alla Puccini, verrà mai un dio a dettarlo a qualcuno, fosse anche un dio minore.

Tanto, neanche questo riuscirebbe a sporcare la palla.

Per la serie “Ti ricordi dov’eri quando è successo?”, la notizia di cui parlate da giorni mi è arrivata che passeggiavo al porto di Barcellona, per la mia dose quotidiana di vitamina D. È importante spiegare come mi sia arrivata la notizia: il messaggio di un amico, che faceva un accostamento che non vi piacerebbe tra il lutto improvviso e tutti quelli che si ricordavano in quello stesso giorno.

“Grazie per avermelo detto tu” ho replicato “vorrà dire che non aprirò Facebook fino a domani”.

Poi l’ho aperto, Facebook, per altri motivi: ho fatto in tempo a leggere il lutto degli amici e di persone che stimo, per motivi che capisco. Riporto la testimonianza che mi sembra spiegare meglio perché non si tratta di un lutto qualsiasi, e perché un approccio intersezionale (cioè, che tenga conto di fattori come genere, classe e origine geografica) aiuterebbe a capire meglio.

Voglio scrivere qualcosa pure io. Lo stanno facendo tutti. Ma che scrivo? Forse per questo i lutti collettivi mi spaventano di più di quelli individuali. E ora sono cazzi amari. Nessuno può consolare nessuno. Ognuno se la deve piangere da sé e dirsi che dovrà abituarsi a vivere in un mondo senza Maradona. Non mi piace che stiamo tutti schiattati in corpo. Tanto già lo so. Accenderò la televisione e ascolterò il solito cinico che avrà gioco facile a dire che noi napoletani siamo esagerati, che Diego era un drogato, che le nostre ‘orazioni funebri’ sono solo figlie del nostro professionismo del lamento. Ma come glielo spieghi?! Ma come si spiega quel momento di sconforto, quel senso di perdita, quell’amputazione dell’assenza? Come glielo spieghi che siamo tutti figli di Diego? Che abbiamo acceso le luci dello stadio? Che di vincere a noi non ce ne fotte proprio? Che a noi interessava soltanto essere napoletani? Che per una volta vogliamo piangere senza retorica, piangere e basta come ci ha insegnato Maradona.

Ho condiviso anche le polemiche sul fatto che una morte improvvisa sembrasse cancellare la ricorrenza del giorno, soprattutto dal palinsesto della televisione: d’altronde la stessa televisione, poche ore prima, pretendeva di insegnare a fare la “spesa sexy” a me che al massimo faccio i raid al CoAliment, e mi sento chiedere dalla cassiera, che ha adocchiato da un po’ la mia t-shirt coi tasconi, quando nasce il bambino.

Ma al momento della notizia, lo confesso, ero distratta.

Quel pomeriggio m’ero resa conto di qualcosa di importante: il passato è portatile. Il passato cambia, e questo lo sapevo: cambiano le interpretazioni e l’uso che ne facciamo, sia nella “grande storia” che nella più piccola, la nostra (che poi, in parte, sono la stessa cosa). Il passato, però, può anche essere leggero. Sarà un privilegio, un lusso, ma sì, può starsene in una borsetta: la mia, che quel pomeriggio lo portava in giro per il Port Vell senza che fosse un peso insostenibile, anzi. Il mio passato è pronto ad adattarsi a nuovi mondi.

Perché non smetterò mai di provenire da un certo pezzo di terra, e non smetterò mai di essere tutte le mie vite precedenti, ma adesso basta. Adesso ho un’esistenza diversa, ho dei sogni diversi, e più che di lutto ho voglia di vita.

I ricordi ci sono: i lontani caroselli in maglia azzurra e i cori in spagnolo maccheronico; la piazzetta di Capri che era diventata tamarra e caciarona quanto tutte le altre, mentre si festeggiava la coppa Uefa.

Ma adesso sono un’altra, vivo altrove e, a ben vedere, non amo quell’altrove più del posto da cui provengo, perché in generale non sto più tanto a vedere su quale tavolo poggio i miei appunti e da quale panchina guardo il mare.

E come le maree portano via tutto, un presente consapevole può portarsi via un passato limitante, in cui le imposizioni di altri possano aver condizionato la mia spontaneità. Sono cose che nella vita si scoprono a volte troppo tardi, e mai troppo presto.

Soprattutto, le maree portano progetti nuovi, o anche solo idee, momenti di lucidità. La nostalgia appartiene spesso a chi non ha speranze, e oggi le speranze, purtroppo, hanno un prezzo, come tutto. In un tempo in cui le polemiche collegate a Netflix diventano critica sociale, non sarò io a scoprire dove finiscono gli innegabili ostacoli che ci ritroviamo a seconda di dove e come nasciamo, e dove iniziano le responsabilità personali: sempre più in là, temo, di quanto voglia farci credere la filosofia del “volere è potere”. Intanto però decido cosa fare della mia, di vita, della casa e degli amici, e dei figli che forse non partorirò mai, ma che potrei adottare: soprattutto dei figli che scrivo, che sono fatti di parole e, a volte, perfino di carta, portatile quanto il mio passato.

Forse, se avessi appreso la notizia in un altro modo, in un altro momento, mi sarei accodata subito ai lamenti di chi amo.

Invece mi è toccato continuare ad abbracciare i miei progetti, mentre pure abbracciavo col pensiero chi vegliava e accendeva ceri, lontano da me: in una città che mi appartiene e che porto sempre con me, verso gli altri posti che verranno.

(La vida es una tombola.)

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Questo, nello slang spagnolo, sarebbe un post “jijiji jajaja” (si legge come una risata, ma con le aspirate al posto sbagliato). Nel senso che parlo scherzando di cose che non sempre sono scherzose.

Vabbè, ormai su questo blog è quasi un cliché che un occasionale visitatore (o visitatrice, in questo caso) venga nel mio salotto e si ritrovi l’ex compagno di quarantena steso a terra a dormire. Ma credo di avervelo già detto: lui non ama le case, non ama i letti, e non ama i materassi che non siano tipo duri come pietre.

La visitatrice era in realtà una signora che viene a fare le pulizie dalla mia vicina, e che, la prima volta che ha visto casa mia, mi ha confermato quello che mi dice chiunque: io a volte sono cieca. Ci sono cose che vedo, della mia vita, e altre che no. Questo mio presunto caos (visto? scrivo ancora “presunto”) lo notate solo voi. Vabbuo’? Non pretendo di essere ordinata, ma diciamo che ho altre priorità. Solo che, siccome il coinquilino se n’è andato altrove a godersi la sua nuova vita, volevo che qualcuno mi aiutasse a riorganizzare la casa.

La signora non ha fatto commenti davanti al bell’addormentato in salotto, piuttosto mi ha chiesto a bruciapelo: “Dov’è l’anticalcare?”. Uff, pensavo se ne fosse scordata! Me l’aveva chiesto invano l’altra volta, quando l’avevo chiamata perché il coinquilino aveva degli standard igienici e io, invece, avevo una vita (*inforca occhiali da sole fashion*). Allora, dopo quella prima visita della signora, ero passata per il Veritas disposta a pagare un rene, se era il caso, ma l’anticalcare proprio non ce l’avevano: segno che era proprio il Satana del disastro ambientale, che era uno di quei prodotti sostituibili con aceto e bicarbonato, e cose così.

Però, mentre il compagno di quarantena resuscitava dal suo giaciglio e io risistemavo un po’ il romanzo finalista a questo premio, ho sentito grattare in bagno, e ho capito: questa signora sessantenne, energica ma con un po’ di affanno, ha deciso sul serio di affrontare il calcare del pleistocene che mi sono ritrovata nella doccia al momento di stabilirmi in casa. Come tante guerriere del pulito della sua generazione, l’ha fatto armata di coltello, e quasi spalmata a terra. E tutto perché io, fraccomoda scribacchina, non avevo trovato il calcare ecobbbio.

A quel punto, la bozza mi diventava tipo scritta in sanscrito, non riuscivo più a concentrarmi, e finalmente… ho alzato il popò dalla sedia: “Signora, vado a comprare l’anticalcare!”.

Quella ha accolto la notizia come se le avessi offerto il vaccino anti-covid. Anzi, già che c’ero, potevo comprare anche…? Sono andata via con una lista nutrita di cose per cui, la rara volta che mi ci metto, userei il detergente generico “amico dell’ambiente”, che un giorno scoprirò consistere in acqua e collutorio.

Quando sono tornata con dieci euro di spesa, la signora ha organizzato un anticalcare party su due piedi per festeggiare la mia tardiva apertura del portafogli: che si sarebbe aperto di nuovo, va da sé, quando ormai dagli scavi di casa mia era emersa una metropoli nascosta, di cui ignoravo l’esistenza. Non capivo neanche quanto stessi pagando, c’era una banconota in più rispetto a quella pattuita, ma avrebbe dovuto essere inclusa fin dall’inizio.

Perché, mentre la signora puliva tutt’intorno a me, io arrivavo alla parte del mio manoscritto in cui Elena, la protagonista, decide se andare o no all’occupazione del Palau Robert, e mi rendevo conto ancora una volta di quanto culo ci volesse, e soprattutto quanto privilegio, per poter pensare solo alla parte che più m’interessava della stanza: Elena sul mio foglio Word, non la polvere tutt’intorno.

Succede spesso che le donne della mia età e condizione sociale paghino un’altra donna per pensare alla polvere. A volte invece, specie quando ci sono bambini in casa, non possono scegliere. Le “senior” della mia famiglia hanno provato a insegnarmi che “non dovrei fare tutte ‘ste storie se il mio uomo non vuole fare i servizi: alla fine che mi costa?”. Tantissimo, mi costa: una vita in cui dovessi fare ogni giorno una cosa che odio, senza ricavarne neanche un euro, sarei infelice. Quindi perderei la ragione principale per cui, in teoria, si dovrebbe ricercare una relazione romantica: essere felici, giusto?

Ah, già: la ragione è un’altra. È sempre stata un’altra.

E visto che le donne devono ancora scegliere, e sentirsi fortunate se possono… beh, io tra la polvere ed Elena scelgo Elena. Occuperà il Palau Robert, o deciderà di no?

Lo scoprirete nel prossimo romanzo! Intanto studio per vedere come si scrive un contratto di lavoro part-time da offrire alla signora.

Scommetto che quella riesce a inserirmi l’anticalcare pure nelle righe piccole.

(La mia idea per pulire era un po’ questa, ma era poco vegana.)

Questo post è stato cambiato in corso d’opera, in seguito alla carrambata che leggerete più sotto.

Aggiornamenti! Ricordate la piantina caduta in piedi nel patio di sotto?

La saga continua, ed è fantastica: una miniserie sull’assurdità delle case a Barcellona, o, anche, sui danni della speculazione. Precisiamo che a scrivere qui non è una potenziale okupa, ma una che ha esercitato il suo privilegio di classe per comprarsi casa e affittarne i due terzi, così da avere il tempo di scrivere questo post e pure qualche romanzo. Però insomma, quello a cui assisto da quando vivo nel Gotico mi fa sembrare Meg dei 99 Posse! (Almeno prima che uscisse dal gruppo.)

Dunque non avevo particolari pregiudizi quando, la settimana scorsa, lasciavo l’immondizia fuori al palazzo, e m’imbattevo in un vicino che rientrava giusto in tempo per l’inizio del coprifuoco serale. Bingo! Il tipo si fermava proprio davanti all’appartamento con il patio incriminato. Era un ragazzo sulla ventina, la carnagione suggeriva che avesse un genitore bianco e uno nero: Einrich, s’era presentato con accento francese. Sentire un francese presentarsi con un nome tedesco mi aveva provocato lo stesso effetto di quando leggiamo una parola come “giallo”, ma scritta in arancione. Provateci con più colori accostati.

Einrich doveva aver deciso che ero matta, ma non pericolosa, così mi aveva lasciato entrare in quello che si era rivelato essere un appartamento in condivisione, piuttosto popoloso peraltro: allora perché nessuno mi rispondeva, quando avevo provato a passare nei giorni precedenti? All’anima della cazzimma! Ma non potevo chiarire il concetto di cazzimma al nostro Einrich, anche perché lui intanto mi rendeva edotta su un particolare per me assurdo e imprevedibile: il patio era inaccessibile da tutti i lati.

Cioè, avevo presente il fatto che in realtà quel cortiletto oblungo attraversasse tutta la facciata posteriore dell’edificio, ma fosse diviso in due da una specie di parete? Ebbene, Einrich e gli altri inquilini non avevano nessun accesso a quella parte del patio su cui affacciava il loro appartamento, che si rivelava così del tutto isolata. Anche perché l’inferriata divisoria che intanto Einrich mi mostrava sembrava il cancello di una prigione. Possibile che non nascondesse una porticina, una serratura? Magari, semplicemente, Einrich e i suoi coinquilini non avevano la chiave! Oppure quelle sbarre erano proprio così: assurde e impenetrabili.

Nel buio intravedevo appena la mia piantina, le foglie giusto un po’ più flosce, nell’angolo in cui era atterrata senza che si rovesciasse il vaso. Intravedevo anche una spiegazione all’enigma. Magari il patio, in passato, non aveva avuto quel muro divisorio giusto in mezzo, e ancora oggi apparteneva nella sua interezza all’appartamento di fronte a quello di Einrich: che poi, a dirla tutta, non era un appartamento. Era lo studio privato di una creatrice di gioielli e un designer, che avevano lo stesso cognome e non mi aprivano mai. Ma allora perché dividerlo, rendendone la metà invalicabile? Mentre elucubravo tutti questi pensieri, il povero Einrich andava e veniva con scope e ramazze, che allungava attraverso le sbarre per raggiungere il vasetto: niente, era sempre troppo lontano. A un certo punto aveva appeso pure una gruccia a un mocho, per provare ad agganciare così la mia salvia. Indovinate un po’: alla fine era caduta nel patio pure la gruccia!

“Se riusciamo a recuperare la pianta, te la lasciamo davanti alla porta” mi aveva promesso un Einrich estenuato, dopo quell’ultimo tentativo.

Quella è stata l’ultima volta che l’ho visto.

In compenso, tre giorni fa, ho sfiorato quasi per abitudine il campanello ultramoderno dei dirimpettai, schiacciando a caso uno dei due pulsanti, e mentre già scendevo rassegnata verso il portone…

“Puerta abierta!”

Pure la vocetta meccanica, tenevano! Sono tornata sui miei passi solo per ritrovarmi davanti un quarantenne altissimo e gioviale, che ridendo si scusava per il fatto di accogliermi senza mascherina. In effetti io, a parte il cespuglio biondo-violaceo che mi lascio crescere in testa da un po’, facevo molto Diabolik: la mascherina nera di Ale-Hop è l’unica che mi faccia respirare a bocca chiusa, nonostante l’allergia.

Quando il tipo mi ha vista ferma sulla soglia, mentre lui era già rientrato, ha capito che: 1) non ero una cliente; 2) dunque, ero una potenziale scocciatrice; 3) nel dubbio, era meglio continuare a essere gentile.

Allora io gli ho spiegato della pianta, lui mi ha detto di bussare di fronte. Io gli ho precisato che era inutile, lui mi ha confessato che non aveva le chiavi della sua parte di patio. E comunque, c’era una rete a maglie fittissime a separarli dal lato in cui si trovava la pianta.

“Mia sorella però ha le chiavi, magari quando viene domani ti faccio contattare.”

Mai più sentiti neanche lui e sua sorella (che, scritto così, sembra un insulto sessista).

Adesso, però, ho capito il mistero e ve lo spiego subit…

No, un momento, fermi tutti. (Rumore di disco rotto.)

Fatemi giurare su quello che volete, ma mentre ultimavo questo post, e vi illustravo la mia soluzione perfetta (“i fratelli gioiellieri sono eredi dell’intero pianerottolo e ne hanno affittato la metà a Einrich, lasciandosi un unico ingresso al patio”), hanno bussato alla porta.

Era la sorella gioielliera, quella delle chiavi. Aveva la pianta.

Mi ha parlato catalano finché non ho aperto la porta, poi mi ha guardata in faccia ed è passata allo spagnolo. Ma quello non è un fenomeno troppo misterioso: il miracolo è stato quando io ho insistito nel chiedere “Come hai fatto?” in catalano, e allora lei, in quella lingua, mi ha spiegato la soluzione.

Avevo sbagliato tutto, la faccenda era ancora più assurda: prima, nell’appartamento di Einrich, c’era un calzolaio. Il patio appartiene a quell’interno, non a quello dei fratelli. La salvatrice della piantina ha le chiavi solo per sicurezza, ché il cortile funge da uscita antincendio (inchesse’, poi, se è chiuso?). Dunque, Einrich che non ha la chiave può anche morire bruciato.

Ricapitolando, è molto semplice:

1) tutto il patio appartiene alla persona che possiede la casa di Einrich,

2) che l’ha diviso in due in modo che i suoi inquilini non vi abbiano accesso, ma gli estranei di fronte sì.

Elementare, vero?

Chi ne esce meglio, credetemi, siete voi, che vi siete risparmiati il mio pippone conclusivo alla Sherlock Holmes: tutto infondato, ovvio. Anche perché, temo, seguiva una parvenza di logica.

La logica, qui, non è di casa.

(La soluzione alternativa, indicatami da un blogger di successo)

Ricetta Insalata verde, ricetta di Via Carota - La Cucina Italiana
Da: https://www.lacucinaitaliana.it/ricetta/contorni/insalata-verde-ricetta-di-via-carota/

Per farvi capire. Ieri mattina alle sette il coinquilino uscente mi ha detto:

“Pensa te: la prossima volta che sentirai dei rumori in casa al mattino presto, sarà entrato un ladro!”.

Il coinquilino è uscente perché, si diceva, ha trovato un buon lavoro, e si è preso un appartamentino per sé, e io sono fiera di lui.

Dunque, torno a stare da sola, e sto pensando a un sacco di progetti per l’occasione! Non fraintendetemi, adoro tutte le persone che adoro (che sembra una frase di Maccio Capatonda), ma adoro soprattutto passare “tempo di qualità” con loro, invece che avercele semplicemente attorno mentre facciamo ciascuno i fatti propri.

Prima di tutto perché, come vi dicevo, da un po’ sto maturando una profonda diffidenza verso questa storia che sia naturale passare da una famiglia a un’altra: cioè da quella d’origine, che non ci scegliamo, a una che ci costruiamo noi. Sì, c’è di buono che questa seconda famiglia comincia a perdere i soliti contorni precisi e imposti dall’alto: comincia ad allargarsi o, al contrario, a farsi monoparentale, e la prole, quando figliare è un’opzione, diventa un po’ meno “obbligatoria” e più voluta. Però, siccome io schifo gli “almeno” e detesto gli “è già tanto”, direi: abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno, e diciamo che la stessa idea che stare da soli è brutto e indesiderabile ci priva di un’ulteriore possibilità. Ed è una possibilità che dovremmo considerare, anche solo per scartarla e decidere per conto nostro a chi accompagnarci.

Vabbè, ve la dico tutta: nel caso specifico dei miei affetti, e dei miei progetti in generale, ho imparato che non m’interessa tanto l’inizio, ma la fine. O meglio, la direzione che prende la cosa. È la stessa direzione (metaforica, in questo caso) che prende la mia insalata: in barba ai cliché sui vegani salutisti, la compro con scarsa convinzione, e con l’idea di renderla commestibile con una buona spruzzata di olio e limone… Poi ci trovo dentro un cimitero di insetti, o la lascio in frigo per giorni, e per non buttarla finisco per farci una salsa stile pesto, o addirittura per mettermi a cercare ricette di insalata cotta. E ne ho trovate un sacco!

Mi succede lo stesso con i rapporti di ogni tipo: nascono in un modo, e finiscono in… padella! No, dai, prendono un’altra direzione: inaspettata, magari, ma migliore per noi. La materia prima di solito cambia col tempo, ma con una nuova ricetta ad hoc riusciamo a mandarla giù con più facilità rispetto al piatto che avevamo in mente. Una relazione amorosa che è sorta in circostanze molto diverse da quelle in cui versiamo ora può diventare una bella amicizia (sempre che sentiamo che valga la pena di fare lo sforzo!) oppure può riprendere più in là. Succede anche alle amicizie!

Quindi, nella mia lunga e curiosa carriera di salvatrice d’insalate e di relazioni (una carriera costellata da terribili disastri, culinari e non) ho imparato che quello che nasce come un leggero piatto estivo può diventare pesantissimo se assaporato nel momento sbagliato, come l’insalata dopo le dieci di sera, oppure marcire prima ancora che ce ne accorgiamo. L’importante è apprendere l’arte di sapere quando c’è solo da strappare quella foglietta un po’ annerita, e quando è venuta l’ora di buttare tutto nell’immondizia!

Per il momento non si butta niente, né dell’insalata né del… coinquilino, che andrò a visitare presto nella casa nuova. Lo stesso dicasi per i miei vincoli sopravvissuti a questa pandemia e ai suoi lockdown.

Per me non c’è niente di più soddisfacente di qualcosa che temevo mi desse mal di stomaco, e che invece mi fa sentire sazia e contenta.

Poi viene proprio la voglia di fare il bis.

Con Paquito. Barbarella, perdonami, che sono agli inizi

Ovviamente:

  • il mio pc aveva problemi di audio;
  • non riuscivo a connettermi alla diretta col telefonino;
  • il mio telefonino non riconosceva di essere in posizione orizzontale sul tripode flessibile che ho comprato per l’occasione (ben tre euro!): così ho stortigliato il tripode finché l’immagine non è sembrata quasi dritta (quasi, eh).

Alla fine, però, la prima presentazione di Una via dritta è andata, grazie a Paquito Catanzaro (che da novello Mastrota ha annunciato un 10% per chi nei prossimi giorni acquista il libro sul sito di Homo Scrivens, aggiungendo il codice “barcellona”). Ovviamente, è stata una presentazione molto più professionale di quelle pezzotte che ho fatto io. Prima di tutto perché Paquito, che è anche attore, mi ha spiegato che con la lampada giusto davanti alla faccia ottenevo un effetto Barbara D’Urso (e allora via a sparaflesciarmi!). E poi perché mi ha fatto piacere parlare di Irene, Marco e Tati adesso che li immagino in tutte le fasi di questo autunno caldo, che la pandemia ha reso flambé in poche occasioni, ma buone. Mi è piaciuta la domanda: “Cosa ti aspetti da questo libro?”. Perché la risposta più sincera che ho dato è stata: di vederlo nella mia libreria, e ricordare che dal brutto periodo che racconta sono uscita creando qualcosa.

È stato bello ricordarlo specie perché, dopo la presentazione, mi aspettava un brindisi per il coinquilino: sapete, quel tipaccio lì solo due obiettivi a breve termine teneva (un lavoro sicuro e un appartamentino tutto suo) e li ha realizzati nel giro di poche settimane! Mi dispiace per la buonanima di mia nonna, ma l’obiettivo che lei ha assegnato a me (semplicemente, il premio Nobel) è ancora lontanuccio.

Il coinquilino non ha voluto saperne del brindisi, perché dopo la cena georgiana che ha offerto a me e al compagno di quarantena voleva farsi un bicchierino di chacha. Però il compagno di quarantena e io non ci siamo pentiti di aver portato la bottiglia di cava, perché la utilizzeremo in un sontuoso risotto anni ’80!

Volevo dirvelo pure se all’apparenza non c’entra niente con la presentazione, perché una delle domande che ho apprezzato di Paquito è stata: “Cosa accomuna i protagonisti?”. Secondo me, è la ricerca di un posto al sole (e scatta subito la sigletta). Ed è quello che proviamo a fare noi: io e le storie che racconto, nonostante l’alienazione e la sensazione di essere più europea che italiana (e più napoletana di tutto il resto); il coinquilino che amava sia la ricerca che l’insegnamento, ma era frustrato dallo sfruttamento selvaggio che si accompagna a queste attività; il compagno di quarantena che, per il suo odio verso gli schermi, ha rinunciato a un lavoro al call center, e se ne andrà un paio di settimane come volontario in una fattoria.

“Una cosa che si fa quando si è più giovani, no?” ha commentato uno di quei tipi che hanno le idee molto chiare su cosa vogliono dalla vita, e la fortuna che si tratti di ciò che vogliono i più.

E invece no. Non ci sono regole fisse su cosa si voglia dalla vita in un certo periodo, e lo dice una che in fondo vuole cose molto simili alla maggioranza delle persone, ma finisce quasi sempre per sentirsi in sintonia con chi vuole altro.

Il coinquilino (che da domani avrà una casetta tutta sua) ha ben chiaro che non spenderà questi soldi per accendersi un mutuo o metter su famiglia, perché ha altre priorità.

Io lo dico sempre: non state a sentire quelli che “Volere è potere” a oltranza. “Non posso”, di fronte ai nostri sogni, può essere una grande verità. Ma la mia esperienza è che è sempre meglio sapere cosa vogliamo, anche se non abbiamo la possibilità di ottenerlo. Così la nostra mente trova scorciatoie, e a volte finiamo per avere qualcosa di simile, o addirittura di più appropriato rispetto al desiderio iniziale, spesso coniato in un momento diverso della nostra vita.

Fidiamoci di noi. Io mi volevo fidare di Irene, Marco e Tati, anche quando non sapevo dove mi avrebbero portato.

Adesso c’è da vedere fin dove sarò capace di portare me.

(Per chi se la fosse persa, ecco la presentazione)

Come non detto: il mio non è surrealismo, ormai so’ numeri.

Per prima cosa, l’altro giorno mi è volata giù una pianta. La intravedete nell’angolo in alto a sinistra di questa foto:

Nessuna descrizione disponibile.
Così vicina, così lontana…

È caduta dal davanzale giovedì scorso, per le raffiche di vento che sembravano voler buttare a terra i palazzi. È caduta in piedi, come se qualcuno l’avesse risollevata, o se una brezza gentile (invece di quell’uragano) l’avesse posata proprio lì, in uno dei due cortili interni del piano ammezzato. Ci tenevo, a quella piantina di salvia: me l’aveva regalata quasi un mese fa la mia ex suocera, quando l’ho conosciuta.

È stato proprio il figlio della mia ex suocera, e attuale coinquilino, a informarmi che su quel piano c’era un appartamento turistico, probabilmente svuotato dalla pandemia. Di fronte c’era lo studio di una coppia, lui gioielliere e lei designer. Ma tanto, di questi tempi, dovevano lavorare da casa.

Sono andata comunque in missione salvataggio col compagno di quarantena, che intanto era sopraggiunto. Lui, però, voleva fare prima una passeggiata. What else? In fondo è inglese, il vento gli fa una pippa. Io invece mi sono sono attrezzata con la mia solita moderazione, e mi sono lanciata alla ricerca dei tre cappotti vegani canadesi che, secondo la ditta che li fabbricava, assicuravano una “protezione media” dal freddo. Li avevo presi in saldi ad agosto e la consegna è stata un’avventura che vi ho già raccontato qui: ma intanto ero contenta di essermi procurata tre capi perfetti, spiritosi, pieni di glamour…

“Perché stai uscendo con la vestaglia?” mi ha chiesto il coinquilino, vedendomi col cappotto prescelto.

Ancora oggi il coinquilino giura che il tessuto a riccioletti simil-lana del cappotto è tale e quale a quello della mia maxi-vestaglia grigia (che poi era sua: gliel’avevo regalata tre anni fa, ma lui non l’ha mai voluta, e così ogni inverno ci giro per casa imbacuccata tipo Rocky pre-incontro).

“Non ti preoccupare, stai benissimo: si vede che è un cappotto speciale” mi ha confortato il compagno di quarantena in ascensore.

E allora che volete, è scattato un bacio a mascherine abbassate. Il bacio era ancora in corso quando si sono aperte le porte dell’ascensore. Abbiamo guardato avanti a noi e, con nostro sommo orrore, non abbiamo trovato il portone del palazzo, ma un tipo alto coi capelli grigi che ci osservava stranito. Chiedendo scusa ci siamo precipitati fuori, ma io continuavo a non vedere l’uscita: davanti a me c’erano solo scale, e alle mie spalle il tizio ci invitava a rientrare nell’ascensore. “Ma no” pensavo, insistendo che saremmo scesi a piedi “l’ascensore sarà stato chiamato mentre scendevamo dal terzo piano”.

Eravamo al quarto piano. L’ascensore era salito, non sceso. Quando siamo arrivati a questa conclusione, il tipo alto coi capelli grigi s’era già spalmato contro un angolo della cabina, con l’aplomb che da un po’ contraddistingue le persone quando devono condividere spazi chiusi.

“I have seen nothing” ha dichiarato sorridendo, e ha schiacciato il sospirato pulsante del piano terra.

“Quel tipo parlava bene inglese, vero?” ho cominciato a insistere con il compagno di quarantena, una volta in strada.

Lui faceva segni strani, non rispondeva.

“Secondo te di dov’è?” incalzavo. “Sembrava altino, per essere uno di qua…”

“Guarda che ci sta camminando proprio dietro!” aveva sussurrato infine il compagno di quarantena.

Ok. Credo che il tipo ci abbia sorpassati più per pietà che per la necessità di scappare via.

Ah, poi durante la passeggiata ho avuto tutto il tempo di ricordare che un soprabito che offra una “protezione media dal freddo”, in Canada, equivale a una roba che ti tiene caldo anche a – 6: infatti al ritorno camminavo con il cappotto buttato all’indietro tipo kimono da spiaggia. Comunque ci abbiamo provato, a recuperare la pianta dal cortile dell’ammezzato. Come previsto, non ci ha risposto nessuno su entrambi i lati del pianerottolo. Il giorno dopo sono andata da sola: stessa storia.

Ora sono qui a casa, che ogni tanto m’affaccio e osservo la piantina di salvia volata via da me. Mi chiedo persino se sia possibile, in qualche modo, innaffiarla da sopra.

Però la pianta sembra stare bene, laggiù. Bella dritta, sfida pioggia e sole, e forse non rimpiange nemmeno il mio davanzale: lo specifico perché una delle scuse più gettonate (e non sempre ironiche) per non diventare vegani è che “anche le piante hanno dei sentimenti”.

Forse allora la piantina è perfino risollevata a stare lì, lontana dal covo di caos e disastri assortiti che è casa mia.

Chissà come dev’essere, la mia vita, vista da laggiù.

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Forse pensate che io esageri, quando dico che la mia vita è surreale.

Allora vi spiegherò che ieri stavo in fila da cinque minuti in una cartoleria catalana nel Raval (e già così, credetemi, fa un po’ ridere) e aspettavo che il tizio davanti a me comprasse un gargoyle.

Quando ero entrata io, il ragazzo (capelli lunghi, occhiali con la montatura dorata, pantaloni della tuta targati AC/DC) si era già fatto prelevare la statuetta di pietra nera dagli scaffali pieni di orologi vittoriani, e cappelli alla 4 Non Blondes con occhiali incorporati. In attesa che la cartolaia gli ultimasse il pacchetto regalo, il giovine spiegava in catalano che la sua ragazza adorava le cianfrusaglie neogotiche, e quello era il suo regalo di compleanno.

L’anziana cartolaia mi dava più l’impressione di una che ti consiglia il gargoyle giusto (pur schifando il prodotto) piuttosto che quella di una che attiva computer e mi stampa le bollette della luce, che era il motivo per cui ero lì. Il Comune di Barcellona, infatti, mi aveva appena avvisato per raccomandata che avevo dieci giorni per dimostrare che vivevo proprio dove avevo dichiarato di vivere, cioè a casa mia. Ogni tanto lo fanno.

Ribadisco che, da quando sono entrata io a quando è uscito il tizio (che aveva già scelto il suo cazzo di gargoyle quando ancora mi trovavo fuori alla cartoleria), sono passati cinque minuti d’orologio. La cartolaia ci ha messo tutto quel tempo a fare il pacchetto, piazzandosi bene nella mia hit parade di negozianti locali: adesso la tengo giusto sotto quelli che mi fanno aspettare al bancone mentre parlano al telefono con la Marieta del Mercat, e quelle che sconfiggono il patriarcato dibattendo con la cliente in fila alla cassa prima di me (ogni riferimento è puramente casuale). Grazie agli incidenti che vi sto per raccontare, la signora ha superato pure quelli che mi sbagliano due copie di chiavi su tre, oppure chiudono il negozio un po’ a cazzo di cane, quando dicono loro. Già vi vedo sul piede di guerra a difendere la lentezza e il commercio locale, e voglio pure darvi ragione, ma fate una cosa: contate esattamente cinque minuti d’orologio, e vedete se non sono tanti, per fare un pacchetto.

Per ingannare il tempo, con la maturità di donna adulta che mi contraddistingue ho iniziato a fare le boccacce all’uomo che mi aspettava fuori, e che di lì a poco, esasperato, si sarebbe messo a leggere in piedi davanti al negozio. Sì, era il mio compagno di quarantena, e a dirla tutta mi aveva appena regalato a sua volta un nuovo momento WTF: un’oretta prima era seduto con me a una panchina del porto, tra volanti della polizia che scorrazzavano in cerca di un cagnolino smarrito, e mi aveva spiegato che… avevo presente il lavoro d’ufficio che lui doveva iniziare lunedì? Ovvio che avevo presente: per sostenere il colloquio online, l’imbranato mi aveva colonizzato tre dispositivi elettronici per un’intera giornata, bestemmiando in videoconferenza al livello massimo della sua volgarità (cioè, “Oh, shoot.”). Ebbene, aveva proseguito il compagno di quarantena, il fatto era che alla fine non s’era presentato più a lavorare. S’era perso sia il primo giorno di training, che il secondo: aveva rinunciato, insomma. Perché?, avevo chiesto neanche troppo meravigliata. Perché, mi aveva risposto lui, il giorno prima aveva fatto un incubo. Grazie a quello aveva capito che non poteva. Non sopportava di restare nove ore davanti a uno schermo: detestava gli schermi. Detestava la tecnologia. Voleva andare a lavorare per qualche mese come volontario in una fattoria in cambio di vitto e alloggio, finché non finiva questo lockdown di fatto: così almeno finiva lui di scrivere questo benedetto resoconto sulla sua precedente vita in strada.

Ora, il compagno di quarantena va dicendo questo da un anno, ma intanto che lui si decide a poggiare la penna sul quaderno (figurarsi se ha un computer!) io sono alla quarta stesura del mio resoconto sulla sua vita in strada. Si chiama Sam è tornato nei boschi, è un po’ romanzo e un po’ una cronaca delle peregrinazioni di un senzatetto “per scelta”. Conoscete qualche casa editrice folle che me lo pubblichi?

Vabbè, come non detto.

Tanto, ieri, il massimo che mi toccava stampare erano le cavolo di bollette di casa mia, giusto per dimostrare al comune di Barcellona che sono io a pagarle (un metodo di verifica infallibile, peraltro). Mi vergogno quasi a comunicarvi l’ovvio, ma la stampante della cartolaia s’è inceppata alla fine della prima stampa: dunque, mentre la negoziante strappava via brandelli di carta dalla macchina, ho avuto tutto il tempo di scoprire dai quattro fogli superstiti che la compagnia della luce mi attribuiva ancora l’indirizzo che avevo nove anni fa, proprio nel Raval. Per risalire al mio indirizzo attuale bisognava andare a pagina due della bolletta, e una banalità del genere, al Consolato italiano, mi aveva spostato di ben tre mesi una pratica importante. Il Comune di Barcellona avrebbe mai uguagliato questi livelli di incompetenza?

In compenso, la breve autodichiarazione che allegavo alle bollette della luce, e che era uscita per ultima dalla stampante ormai tornata in sé, presentava due o tre parole attaccate l’una all’altra, come l’iscrizione su un’anfora romana. Ebbene sì: l’unica cartoleria aperta nei pressi dell’Università di Barcellona stampa ancora in doc, invece che in docx. Scusate, in tempi normali vado a stampare in posti in cui non è necessario salvare in pdf una mia dichiarazione sul fatto che vivo davvero a casa mia!

Nell’attesa, almeno, il compagno di quarantena progettava un piano B per sfuggire agli sche(r)mi, che prevedeva un suo ritorno provvisorio in Inghilterra (nota nazione poco digitalizzata). Io, invece, m’ero resa conto di che giorno era. Erano passati esattamente sette anni dalla crisi più nera della mia vita: una roba che mi aveva fatto entrare in abiti che sarebbero stati stretti a Dolce Memole, e svegliare alle sei del mattino per intonare un coro a una voce sola di lamentazioni in assiro-babilonese. Non fraintendetemi: oggi la mia vita è sempre una sit-com, come potete notare, ma rispetto a sette anni fa è il paradiso. Sette anni fa non mi accompagnavo solo a gente folle che potesse auspicare un lockdown in fattoria, ma a gente folle che perdipiù mi disprezzava pure. E magari non dovevo dimostrare la mia esistenza al Comune di Barcellona, ma in compenso provavo a spiegare ai miei amici che, nonostante le apparenze, la mia nuova casa non era popolata da fantasmi (o da gargoyle, se era per questo). Oppure chiarivo al robivecchi pachistano, a cui regalavo le atroci statuine del vecchio proprietario, che i santi non andavano appesi per l’aureola.

Una volta uscita dalla cartoleria, redarguivo pure il mio matto del momento: non tornare al tuo paese, dicevo, che sempre in un bosco finisci, e quelli inglesi sono più freddi delle pinete di qua.

E se il comune decide che non vivo più a casa mia, è la volta buona che in un bosco ci finisco anch’io.

Il boschetto della mia fantasia non sarebbe male, specie adesso che se ne cade di gargoyle in pietra nera.