Quando me lo metto, io, il vestitino simil-seta con motivi indiani? Quel pomeriggio che mi viene il ticchio di passare alla manifestazione Papeles para todas!
Era tardi, ci ho trovato poca gente: latina, africana e asiatica, stufa di dover lottare per un documento legale che permetta di restare a Barcellona senza subire i soprusi di una burocrazia confusionaria, dei datori di lavoro, delle forze dell’ordine. Per la verità, le due guardie urbane in mascherina presenti sul posto se ne stavano in disparte come me mentre gli ultimi rimasti ripiegavano striscioni, si facevano foto, ballavano in modo sublime qualcosa che identificherei come Bangla, ma chissà.
Certo, la mani era finita e, a quanto vedevo, ci si stava un po’ rilassando con la questione distanze di sicurezza: è che a dirla tutta ci sembra un po’ una presa in giro, sudare goccioloni in una mascherina a mezzo metro da un tavolino occupato da turisti americani che mangiano e bevono…
In casa si fanno premonizioni funeste sul sistema che escogiteranno per lasciare a casa noi non turisti (che quindi non consumiamo granché) e permettere alle nuove orde di cacciatori di sangria di proseguire indisturbate la fiesta. Insomma, in quest’immagine distopica ci diamo il cambio: maggio e giugno erano state una dolce stagione in cui i turisti non si vedevano, e i bambini si erano messi a fare il bagno nella fontana della Plaça Reial, davanti a genitori che brindavano tra loro col vermut portato da casa.
Adesso, magari, i bambini finiranno di nuovo dentro e ricominceranno le grida dei genitori per farli uscire ecc. ecc. in un cerchio senza fine degno di Dark.
Rispetto a marzo sappiamo cosa ci aspetta, e sappiamo (lo sapevamo già) che non era detto che arginasse la situazione: continuiamo a chiederci perché si debba far ricadere sulla popolazione la “responsabilità” di una nuova diffusione del virus quando, dico tra il serio e il faceto, mezzo Stato spagnolo ha perso il lavoro e l’altra metà è in cassa integrazione, e questo virus, a osservare i tavolini all’aperto, sembra contagiare solo chi non consuma.
So che stiamo cercando una difficile quadratura del cerchio tra salute ed economia, ma le manifestanti di ieri erano colf che per sopravvivere alla primavera hanno dovuto fare cassa comune e vendere borsette e bamboline: si sono ritrovate senza né clienti né sussidi statali, visto che per lo stato non esistono (e vorrebbero esistere, ma la strada è tortuosa ai limiti del surreale…).
Allora che si fa? I miei amici partono: vacanze catalane in case affittate a conoscenti, senza sapere quando potranno tornare. Oppure si arrischiano ad andare in Italia, con la Vueling che è tornata a cancellare voli tre settimane prima. Nel caso ventilato di cordone sanitario intorno a Barcellona, l’ex compagno di quarantena mi prospetta scenari che vanno dal rifugiarsi da un’amica a Huesca al farsela a piedi fino alla Francia.
Insomma, qui siamo in una situazione strana: ci prepariamo, non sappiamo ancora a cosa o lo sappiamo benissimo. Ed è più un godersi, in mascherina e a distanza, e con le mani spellate di disinfettante, gli ultimi momenti di sole, di mare, di libertà, un chi vuol esser lieto sia.
Ma lo capisco benissimo.
Quando non c’è nessuna certezza, né del domani né del dopodomani, ciascuno reagisce a modo suo.
Lo scrivo perché fa figo e perché è la verità: in questi giorni di clima incerto e possibili nuovi confinamientos, sentivo prima caldo, poi freddo, poi di nuovo caldo. Tanto valeva.
Mi sta piacendo molto Jonathan Bazzi, che mi ha fatto scoprire, ahimè tardissimo, Cristina Campo: sto adorando quest’ultima nonostante nel libro che linko ci sia uno sconcertante prologo, il cui autore fa una distinzione tra “scrittrici scrittrici” e “scrittrici scrittori” (ok).
Poi, verso le cinque del mattino, ho attaccato a leggere Gone Girl, con tutti i pregiudizi del caso su un romanzone che temevo fosse un po’ leccato, scritto a uso e consumo del film che non avrebbe tardato a farvi seguito: e invece no, niente, non c’è stata storia. L’autrice plasma in descrizioni spicce ed efficaci una lingua che per me è una seconda pelle, riesce a tenermi incollata alle pagine con una storia sorprendente e allo stesso tempo complessa, piena di risvolti profondi.
Spesso invece, quando leggo in italiano, mi devo sparare un pippone di quattrocento pagine sulle nevrosi del(la) protagonista, in attesa dell’evento esterno (magari una morte) che risolva il romanzo. O mi devo affidare a un giallo scritto bene, pregando di non trovarci troppi cliché su donne e personaggi di altre nazionalità. Datemi il tempo di smentirmi: dopo anni di anglofilia ho ricominciato da poco a leggere nella mia lingua. So che mi sono persa anche belle storie, da sempre. Il fatto è che mi chiedo quante altre storie non approdino neanche in libreria, respinte dalle case editrici per motivi molto diversi dalla loro qualità.
Non sarà anche per il mondo dell’editoria in sé? Se lo chiedeva ieri Roberta Marasco:
Il problema è che non c’è la voglia di leggere. E se è così, la colpa è anche di chi di quella voglia ci campa, che dovrebbe suscitarla, risvegliarla o crearla dal nulla e invece spesso si limita a darla per scontata e a pretendere che ci sia, che esista a priori. Ergo, la colpa è nostra, non dei lettori. Gli ignoranti, se proprio vogliamo trovarne uno, siamo noi che lavoriamo nell’editoria e che ignoriamo come farla nascere e proliferare quella voglia. La voglia di una delle cose più belle e gratificanti del mondo, quasi magica, per il modo in cui ti arricchisce e ti cura, e noi invece di farla venire la facciamo passare.
D’altronde quella editoriale è un’industria che si fonda sulle passioni di chi ci lavora, come ricorda quest’articolo, e che con questa scusa sottopaga la schiera di dipendenti che la mandano avanti: editor, correttori di bozze, lettori professionisti… Più parlo con voi che lavorate nel campo, più mi sento quasi fortunata, nei pur surreali screzi con parte della piccola editoria: quella che ti chiede soldi per i firmacopie ai festival e ti dice bugie sulla quantità di copie vendute.
Se questo è il quadro, afferma un’amica editor che ha il vizio di pagarsi l’affitto con regolarità, si finisce spesso per lavorare male: tu come editore mi dai due, tre euro l’ora? E io ti devo dedicare per forza meno tempo, meno attenzione. Poi vatti a lamentare perché i giovani rifiutano il lavoro. Ci sono “giovani” di quarant’anni che, a furia di accettare lavori pagati una miseria, hanno davanti un futuro che definire incerto è un eufemismo, oltre che un cliché.
Ieri, con un amico, discutevamo dell’idea (un po’ controversa) per cui, se non troviamo la felicità dentro di noi, non la troveremo da nessuna parte. Per me, l’unico modo per non trasformare lo slogan in una trappola per dipendenti da sfruttare è prenderlo come una sfida: sapere chi siamo, sapere che siamo noi a prescindere da quanto possediamo o siamo riusciti a “fare” nella vita. Nella mia esperienza, una volta raggiunta questa consapevolezza siamo anche meno propensi ad accettare che ci trattino come bassa manovalanza, come sa bene chi si mobilita per ribellarsi a condizioni molto peggiori delle nostre.
Ecco, da privilegiata senza un affitto da pagare posso solo immaginare quanta disperazione ci sia dietro le mobilitazioni, i dibattiti interni, i “no” detti a fatica e con la paura del licenziamento: ma prevale il pensiero delle spese, della rata del mutuo, dei tanti anni persi in stage quasi gratuiti.
Non è tutto, però: come ci si aspetta che gente che legge, gente che ai libri si dedica per mestiere perché ha letto tanto, se ne stia anche con le mani in mano mentre la sfruttano?
A questo proposito, e per agganciarmi ad altre lotte a cui tengo, vi lascio con un meme che mi è piaciuto molto:
Ho un manoscritto da rivedere, a cui tengo: è la storia di un certo signore che conosco, che a un certo punto ha deciso che, se la società prescrive una vita tutta casa e lavoro, lui preferisce la strada.
Ce l’ha fatta almeno in questo, e va avanti e indietro nella società e fuori, con un’irresolutezza che Foucault aveva in qualche modo previsto: non possiamo semplicemente uscire da un sistema che ci prescrive gli stessi termini in cui pensiamo. Perfino la nostra lingua, con i suoi costrutti, ci fa vedere le cose in un certo modo e non in un altro.
È che in questi giorni mi sono interrogata a lungo su cosa determini le nostre decisioni: lo so, domanda oziosa e irrisolvibile. Cosa ci fa volere ciò che vogliamo? Se siete entrati come me nel… tunnel di Dark (ah ah ah) ricorderete la frase di Schopenhauer che prova a dare un senso a quella roba che comprenderò forse giusto nel 2052 (ok, la pianto).
È certo che un uomo può fare ciò che vuole, ma non può volere ciò che vuole.
Questo dove ci lascia? Forse, nel bel mezzo di una pandemia in cui non sappiamo cosa ci toccherà a ottobre? Forse.
Tanto le nostre speranze, quelle che finora ci avevano presentato come la nostra massima aspirazione, erano già state spazzate da una prima crisi economica, insieme a carriere promettenti e cattedre umanistiche. Allora avevamo aggiustato le nostre pretese, avevamo deciso che non fossero indispensabili tutte le cose che i nostri genitori avevano ottenuto più facilmente di noi. In fondo, un posto fisso “era noioso” (sentita davvero da un alunno irlandese), e una famiglia che du’ palle: noi vogliamo essere liberi di girare il mondo, no? Thailandia in sacco a pelo, evviva! C’eravamo fatti andare bene quello che c’era: le tariffe aeree economiche e la manodopera a basso costo, che poi eravamo noi.
Quelli di noi che avevano privilegi economici, o sociali, o di qualsiasi tipo, se ne sono serviti per salvarsi da soli almeno per un po’: entrare nel circolo chiuso grazie alle “conoscenze”; beneficiarsi dei suoceri in loco per figliare anche all’estero, mentre le altre espatriate incinte ripartivano in massa; procurarsi (esempio a caso…) una rendita che consenta di accantonare le ore d’insegnamento a 15 euro lordi per i propri manoscritti da correggere (e onore a chi scrive così bene, svolgendo anche un altro lavoro fondamentale in società).
Insomma, sembravamo avviati a un mondo in cui c’era pure la moratoria sull’età: i quaranta sono i nuovi trenta (occhiolino). E poi?
Poi la pandemia e il nuovo capitombolo.
Un mondo fragile si accartoccia su se stesso, con conseguenze imprevedibili. Perché questo è l’aggettivo giusto: imprevedibile. Non sappiamo cosa succederà. Non so voi ma, con la mia ansia certificata, non sapere è più angosciante che prepararsi al peggio.
Così aspetto con voi, contenta e triste insieme: qualsiasi cosa accada, il mio mondo non ne verrà troppo scosso. I libri restano lì. Quelli letti, quelli scritti, quelli da scrivere.
Ma lo dico sempre: ci salviamo solo insieme.
E allora capiamo una cosa: che questo nostro mondo è interconnesso sul serio. Che se cado io cadi tu, cantava una ai tempi miei.
E allora vediamo di trovare soluzioni, di cambiare stile di vita, di trovare una risposta a ciò che dovremmo sul serio cominciare a chiederci: come ci conviene vivere? Chiediamocelo al di là di ciò che vogliamo, o al di là di ciò che ci è stato insegnato a volere.
Chiediamocelo e a quel punto sì, che cadremo insieme.
Le ho viste nominare più spesso di quanto temevo nei dibattiti sul lavoro, e sulle categorie colpite dalla pandemia: le collaboratrici domestiche, le badanti, le donne delle pulizie… tutte quelle categorie che in spagnolo sono definite trabajadoras del hogar, lavoratrici della casa (o domestiche).
Adesso si tratta di ascoltarle, perché loro alzano la voce ma hanno pochi microfoni a disposizione: un tizio su Facebook, tempo fa, rispondeva ai pur blandi propositi istituzionali di regolarizzazione con una considerazione tipo “Poi chi si può permettere la badante per i nostri vecchi?”. E certo, la soluzione a un mancato welfare è schiavizzare una lavoratrice straniera che è privata strategicamente dei mezzi legali per far valere i propri diritti. Uhm, mi sa che non è la mia rivoluzione.
E da apprendista alleata, bianca e di classe media, sospetto non sia neanche la rivoluzione di Rocío Echeverría, rappresentate di Sindihogar/Sindillar: Sindicato Independiente de Trabajadoras del Hogar y del Cuidado. Traduco l’intervento di Echeverría in una manifestazione tenutasi davanti alla Borsa di Barcellona lo scorso 21 giugno. Sono sicura che esistono interventi del genere anche in italiano. Per il momento, ecco il testo, tradotto alla buona, di quanto dichiarato dalla portavoce di Sindihogar (Sindillar in catalano):
“Abbiamo la segretaria Hana Jalloul, segretaria di stato addetta alle migrazioni, che ha detto poco tempo fa alla stampa, che le persone come noialtre, perché siamo molte donne, la maggior parte in situazione irregolare, lavoratrici sfruttate, schiavizzate, tenute come interne in casa, senza avere la possibilità di reclamare i loro giusti orari di riposo, perché gli sono confiscati i documenti d’identità, perché non sono ascoltate nelle questure quando vogliono sporgere qualche tipo di denuncia, perché siamo ignorate di continuo… Questa signora dice che di noi, compagni e compagne in una situazione irregolare, ci si prende cura per bene perché le ONG si fanno carico delle nostre esigenze, e noi le diciamo che è una bugia: questo è burlarsi della nostra precarietà, della nostra miseria, della nostra fame! Lei non può dire che l’irregolarità delle persone migranti non è di competenza dello stato, ma dei comuni, perché siamo stanche del fatto che se ne lavino le mani, e si palleggino tra loro i nostri diritti. Voglio anche dire oggi, in rappresentanza delle mie compagne, che questa pandemia, questa crisi, ha buttato la maggior parte di noi in mezzo a una strada, che non abbiamo avuto niente da mangiare in questi giorni, signori dello Stato, signore dello Stato, dei Governi, che si vantano tanto di essere femministe, ma non applicano questo femminismo inclusivo!
Voglio dirvi qui, a nome di tutte le mie compagne, lavoratrici domestiche, badanti, donne delle pulizie come le compagne Kellys, che siamo maltrattate ogni giorno, veniamo a dirvi che abbiamo tutte le forze per poter reclamare, e continuare a farlo, per vederci riconosciuti i diritti fondamentali come a qualsiasi lavoratore qui nello Stato, e voglio concludere rivolgendomi ai signori, ai gran signori della Generalitat, e in particolare al signor Oriol Amorós, e glielo dico perché ero presente, perché mi chiesero di partecipare a una riunione, perché volevano informare su un piano d’azione diretto esclusivamente a lavoratrici della casa e badanti in situazione irregolare, e in tale riunione in nessun momento mi vollero dare la parola, o ascoltarono le mie domande. E allora dico io a loro: come vogliono fare un piano d’azione, reclamando a gran voce che hanno come obiettivo noi, lavoratrici in situazioni irregolari, se non sono neanche capaci di ascoltarci e sapere cos’è che vogliamo? Siamo stanche, stanche che il patriarcato istituzionale ci dica cosa è meglio per noi. Siamo noi che dobbiamo dire a loro cosa vogliamo e cosa ci serve! Per questo ripetiamo oggi e sempre, finché non ci venga concesso fino all’ultimo diritto: documenti per tutte! Documenti per tutte!”.
Con la tendenza a denigrarci che chiamiamo autoironia, a volte noi donne mettiamo le mani avanti sulle cose di cui saremmo sprovviste, o che contravverrebbero a certi standard sociali: ho assistito spesso a gare, tra ex sessantottine o giovani ribelli, a chi cucina più da schifo, a chi capisce di meno di lavori a uncinetto, a chi sembra più un clown quando per truccarsi va al di là del trio correttore-mascara-burro di cacao.
Non dimentichiamoci degli autosfottò fisici, di cui sono stata una fiera esponente nella terra in cui Giorgia Surina e Natasha Stefanenko venivano chiamate “piatte” dai vari Bertolino e Salemme (la prima rispondeva con un divertito: “Che ne sai, scusa?”), e Le Iene dedicavano un servizio intero alle tette (per i loro standard non pervenute) della splendida Cortellesi. Perfino Victoria Cabello si sentiva in dovere di spiegare a Halle Berry di non avere tette né culo, e ironizzava poi con Claudia Pandolfi sulle forme di quest’ultima.
Nel mio caso l’autosfottò più recente era, vi avverto, di dubbio gusto: “Ho irriducibili tendenze pedofile”. Lo dicevo perché non capivo il fascino dell’uomo maturo (sostenevo che, a parità di sindrome di Peter Pan tra ventenni e trentenni, tanto valeva…) e soprattutto perché, in un paio d’occasioni, ero stata maggiore di sei oppure otto anni rispetto al compagno di turno (ma anche due anni scarsi venivano considerati una differenza inaudita). Anzi, mi è stato detto, magari da amici che avevano oltre cinque anni in più rispetto alla (magari cornutissima) fidanzata, che “non mi toglievo proprio il vizietto”. I casi della mia vita in cui ero molto più giovane io erano liquidati in fretta come normale amministrazione, che si trattasse di me ventottenne che finivo con uno di trentaquattro, oppure di un primo, sconcertante combo io quindici anni-lui ventuno. “Ma sei già donna”, avrebbe cantato uno all’epoca. Lasciamo stare, va’.
Intendiamoci, anche sulle differenze d’età che andassero “nel verso giusto” (cioè, lei più giovane) si organizzavano letteralmente degli charivari fin dal Medioevo. Tuttavia, la situazione opposta è stata spesso oggetto di burle boccaccesche (anche qui, l’aggettivo è piuttosto letterale). C’è il risvolto inedito del discorso milf, che prevede per le “donne mature” (?) di restare in auge e perfino di esercitare privilegi neocoloniali, se si limitano ai piaceri della carne. Per dire, un’amica di quarantatré anni è stata informata su Tinder, da un tipo la cui età mi è ignota, che era troppo vecchia per una relazione con lui. Tuttavia, se le andava bene una scopamicizia…
Allora mi chiedo se il fascino dell’uomo maturo non sia più che altro una strategia di sopravvivenza, e per una volta mi metto nei panni di un soggetto del genere. Proviamo? Proviamo.
Sono un uomo di cinquant’anni. Ho raggiunto un minimo d’indipendenza economica, per niente scontata di questi tempi, e dopo decenni passati a ribellarmi all’idea borghese di “mettere la testa a posto” decido in tutta legittimità, con il disincanto che mi concede l’esperienza, di farmi una famiglia: una moderna, ovvio. Fortuna che il capello sale e pepe attira, no? Mi sono trovato una trentenne “seria”, laureata, che di questi tempi guadagna meno di me, ma qualche soldo lo tira su: è anche ingiusto che il suo mestiere venga considerato meno prestigioso del mio! Però oh, è capitato, anzi, peccato per quella chirurga con la passione per l’arte rinascimentale: ma non aveva mai tempo per me, poi dice che i “medici donna” si sposano solo con altri medici. Certo, qualcuno per strada ci guarda, quando giro con mia moglie (intanto mi sono sposato!), ma i miei amici mi hanno dato pacche sulle spalle e strizzato l’occhio: poveretti, quelli pagano un mutuo trentennale da quasi vent’anni, e le loro mogli, con tutto l’affetto eh, se ne cadono a pezzi! A volte pretendiamo troppo dalle donne, lo ammetto: ma non ho fatto meglio io ad aspettare il momento giusto?
Ok, ora sono papà. Un bambino all’asilo mi ha preso per il nonno di mio figlio, ma ormai il mio caso non è così isolato, no? E poi sono un padre modello: cambio pannolini, resto col pupo quando non ho incombenze importanti… Vorrei fare anche di più, ma è mia moglie a dirmi che sono un caso disperato con le pappe e lo zainetto dell’asilo: allora cosa vuoi, tesoro, arrangiati! Io ai fornelli me la cavo più con un risotto gourmet che con pasta al sugo e frittatina: che barba! Fortuna che la mia esperienza con le donne mi rende un amante speciale: mi mantengo in forma in palestra, quindi energie e durata non mi mancano. Che i ventenni imparassero qualcosa da me! Capisco le femministe oggi, anzi era ora che smettessero di fare tutte le principessine in cerca di marito: ma per fortuna non siamo tutti dei mostri, e poi le donne a volte sono le peggiori nemiche di sé stesse, a scegliersi sempre degli stronzi. Se anche dovessimo divorziare, comunque, mia moglie lavora, non è giusto che le passi chissà che cosa: mica siamo nel Medioevo? E poi gliel’ho pure detto, a suo tempo: se vuoi per i bambini aspettiamo la tua promozione, ma lei aveva fretta, sapete, l’orologio biologico… Ancora non ha imparato a prendersi le cose con lentezza, come me.
Ok, rieccomi. Una donna che si avvicina ai quaranta (per calcolare cosa sarei a cinquanta rispetto a un uomo, forse dovrei basarmi sulla differenza d’età tra umani e felini: miao!). A causa del femminismo e della filosofia vegana non tanto mi trovo coi coetanei, figurarsi con gente cresciuta in epoche precedenti alla mia. A volte in famiglia mi si accusa di scarsa flessibilità, e hanno ragione: non afferro il concetto di vivere una vita che non voglio per ottenere qualcosa che, in fondo, non mi serve. A volte incappo in tipi assurdamente più giovani, anche se all’inizio li prendo per coetanei: ben due, sei, otto anni! (Calcolare di nuovo in termini di età felina.) All’inizio il fidanzato in questione è addirittura entusiasta: che bello, una storia adulta! E sì, dai, mi dice, non ci avevo mai pensato ma sforniamo un figlio. La convivenza, in una situazione diversa dal contesto d’appartenenza, può diventare quasi un incidente, qualcosa che succede senza troppo clamore perché lui è rimasto senza stanza. O magari reagite al “no coppie no animali” degli annunci immobiliari investendo nell’affitto di un monolocale. Solo che la vita di coppia in cinquanta metri quadri lascia ben poco agli afflati delle origini, e non tutte le coppie etero cis (sulle altre non posso pronunciarmi) resistono alla prova del tubetto di dentifricio spremuto male. Intanto il compagno vede che il lavoro scarseggia, considera la possibilità di trasferirsi (ma con o senza te?) e comincia a nicchiare: i bambini di cui era entusiasta diventano una cosa da rimandare. Non glieli vorrai mica imporre, eh? Gli fai notare che a un certo punto sembrava lui quello che li volesse tanto. O almeno considerava seriamente la cosa, e che ora che ha cambiato idea, a pensarci bene, anche lui sta imponendo di non aver figli a te, che hai il vizietto (questo sì) di prendere addirittura sul serio le cose che ti dice. “Ma quando ti ho detto quelle cose, le pensavo!” diventa un lemma da appendersi nella nuova cameretta da single: sì, perché intanto lui o ti lascia o non si prende neanche il disturbo di farlo. Si allontana a poco a poco: viaggio di lavoro, visita a un amico, vacanze separate… A distanza di sicurezza, magari, ti avverte che non è più sicuro della storia.
A questo punto, che fai? Ti fai piacere a tutti i costi il cinquantenne di cui sopra? Che non è detto che sia tanto più maturo o propenso a un impegno reale, oppure può dare per scontato che il lavoro di cura toccherà a te: si sa, “le madri di oggi sono così egoiste a pretendere di avere una vita, prendi la mia che ci ha cresciuti in tre senza fiatare” (scatta la spiegazione del concetto di trauma silenzioso, ma lui magari dice che “siete le solite esagerate”).
Io, a questo punto, rinuncio, e considero le mie circostanze personali: purtroppo fino a trentatré anni circa avevo problemi psicologici da risolvere, manco tanto irrilevanti (diciamo che per ammissione generale non è una battuta, se vi dico che “Dovreste vedere certi miei ex”). Per fortuna sto benone da sola, rispetto a coetanee economicamente indipendenti come me, che però rimangono ancorate alla dipendenza affettiva in cui sono cresciute (vi abbraccio, ragazze!). La guarigione dai problemi psicologici mi aveva fatto gasare sull’idea di avere dei figli, ma purtroppo la fertilità, nonostante qualche esagerazione nei calcoli, scende intorno ai trentasei: nel mio caso è anche più bassa, in una clinica mi hanno detto che a quarantuno non avrei speranze neanche con l’inseminazione artificiale.
E vabbe’, è andata così. A livello personale, almeno, decido che baratterò lo stato di beatitudine in cui verso da sola unicamente con una situazione di stabilità, in cui eventuali figli siano parte del quadro: quando sai cosa vuoi, gli eterni indecisi vengono a noia sia in amicizia che in amore. A quanto pare potrei anche adottare come madre single, e in tempi non… felini, se comincio a fare la domanda da mo’. Mi sto informando. Di congelare e scongelare, francamente, non ne ho mezza.
Ma, si diceva, ci salviamo solo insieme. Quindi che fare per le donne che a quarantatré anni si vedono dire, come la mia amica con il tipo su Tinder, che vanno bene solo come buco?
Beh, avrei diverse proposte: una passa per l’indipendenza economica, e politiche che la favoriscano senza contentini. Non dare per scontato che il breadwinner sia l’uomo, prendersi gli spazi del potere anche senza permesso.
Fermi restando i distinguo intersezionali, non è sano che si dipenda da una categoria sociale più avvantaggiata di noi: ancora una volta, preciso incredula di doverlo stare a spiegare, non è questione di “tutti” gli uomini, ma della maggiore possibilità che hanno gli uomini di fare quello che gli pare. Sempre incredula, ricordo che non si tratta di sentirsi in colpa, ma di non abusare di questo privilegio, come io, da donna bianca di classe media, provo a non abusare dei miei.
Quanto alla maternità, ci ho pensato e sono in conflitto con una certa filosofia vegana di adottare o niente, che non sposo in tutto e per tutto: comunque la si pensi, credo che proprio la gravidanza, che salvo miracoli “di proporzioni bibliche” dipende per forza di cose da un intervento maschile, debba essere garantita a prescindere da quest’ultimo. Magari migliorando l’accesso sia alle risorse per diventare madri, che, soprattutto, a quelle che tutelano il lavoro di cura.
Non fraintendetemi: è meraviglioso che si trovi una maniera di costituire una famiglia del Mulino Bianco i cui componenti si trattino con equità (un’equità che passa anche per la libertà di entrambi i genitori di dedicarsi solo al lavoro di cura, se si vuole). Ma, se ciò non dovesse verificarsi, vedreste bene quale elemento di una coppia etero, a parità di classe sociale e origine, si troverebbe in posizione svantaggiata: che diventi dunque una scelta reale, e meno una costrizione resa tale dalle condizioni sociali e dall’economia.
Quest’è. Anzi, no: un ultimo appunto. Ex professoresse di dottorato e scrittrici col Nobel mi giurano che a una certa età si diventa invisibili: dunque io, che mi avvicino a grandi passi a quest’età, mi sono ritrovata a pensare a loro sabato sera, mentre un sessantenne, in strada, spiegava all’amica “troppo vecchia” di cui sopra “cosa le avrebbe fatto”. Per motivi linguistici avevo capito solo io, e avevo risposto alzando il medio. Allora l’aggressore (non “il maleducato”, questa è un’aggressione) mi ha spiegato che non voleva mica scoparsi me, che ero grassa, ma la mia amica.
(No, i miei chiamano così i miei aneddoti strappalacrime sull’infanzia sgarrupata degli ’80-’90.)
Ero al mare, avevo dieci anni e le cose procedevano proprio a gonfie vele fin dall’inizio: in albergo, la figlia maggiore dei proprietari mi aveva fatto credere, per scherzo, che un ragazzino invero grazioso fosse in fissa per me, con la complicità del diretto interessato. Ma stiamo parlando di questo che mi metteva le mani sulla spalla o mi circondava la vita, eh! E niente, era uno scherzo crudele, fatto così per passare il tempo, come tante cose umane.
Vennero altri gitanti, dal Nord. Una comitiva di lombardi aveva due figlie al seguito: ragazzine che già si mettevano il bikini e amavano la tintarella. Nella piccola pensione si installarono anche altre famiglie, alla spicciolata. Due ragazzi dodicenni di Milano, con cui feci amicizia, mi spiegarono che puntavano alle giovanissime dee in bikini, e che, anzi, “se le erano divise”. Questa frase non mi piacque proprio per niente, non sapevo dire bene perché: mi dava un fastidio estremo. Però le mie amichette dei primi giorni erano partite, e volevo assicurarmi l’attenzione di quei quasi-coetanei.
Allora, per un’intera sera dedicata al gioco del nascondino, aiutai i due ragazzini a scegliere gli angoli migliori per mimetizzarsi, e feci da piccola vedetta… partenopea. Mi resi conto solo dopo che questo mi aveva aggiudicato, certo, la loro benevolenza, ma ero passata più che altro per la sfigata in fieri che sarei stata ufficialmente alle medie, di lì a qualche mese. In ogni caso, restavo una figura minore rispetto alle fanciulle in fiore (e in due pezzi) con cui i miei protetti non si erano neanche scambiati una parola: sarei rimasta in secondo piano anche se li avessi seguiti a Milano e gli avessi suggerito tutte le risposte a compiti in classe, esami finali, test universitari fino alla laurea.
La cosa mi deluse, e intuivo che la bellezza oggettiva (qualsiasi cosa significhi) che mi si attribuiva da bambina cominciava a guastarsi proprio adesso che sarebbe stata davvero d’aiuto: anzi, a occhio e croce sembrava essere quasi l’unica moneta di scambio per godere di una certa stima tra i miei pari. Trascurai il fatto che, quando alla fine le conobbi, le dee in bikini si rivelarono ragazzine simpaticissime, che giocavano con le loro forme adolescenti senza dimenticare, in barba alle dicotomie corpo/mente, di avere un cervello e farlo funzionare. Al termine delle vacanze uno dei due ragazzini, che per gli standard di un’epoca di fat shaming sarebbe stato considerato obeso, partì senza potermi salutare, e imbattutosi in mio padre gli disse di mandarmi “Tanti baci”. Allora un po’ gli stavo simpatica!
Vi sciorino questo pippone per due motivi: uno è che ieri ho letto questo articolo di Lea Melandri sulle donne e la loro tendenza a rendersi necessarie, con cui sopperirebbero alla mancanza di potere su quasi tutti i fronti (tranne quello del lavoro di cura). Pensavo che io ci ho provato spesso su molti fronti, non solo quello amoroso: ho provato a “rendermi utile”, se non necessaria, con amicizie di diverso genere (e di diversi generi). Mi sono resa una figura ancillare, convinta forse di non avere altro da barattare che una generosità che, m’insegnava un tempo il catechismo, veniva sempre ricompensata almeno col Regno dei Cieli. Con quello degli Uomini, boh, era tutto da vedere. Avrei scoperto solo dopo i concetti americani di ragazza “cool”, e di prossimità al potere.
Ma non vi ho detto il secondo motivo per cui vi ho raccontato di quell’estate lontana. È che mi sono ricordata di una frase che mi era rimasta impressa: un giornalista ucciso dall’ISIS, a proposito di un suo precedente rapimento, aveva dichiarato di aver parlato con i suoi carcerieri, di esserseli fatti quasi amici. “Ho scoperto che, se il sistema è disumano, le persone che lo compongono sono, invece, umane”. Devo dire che la sua frase mi ha aperto un mondo: o meglio, me l’ha riassunto.
Perché, guardiamoci un po’: siamo delle comparse in una recita a soggetto di cui abbiamo, però, un canovaccio più o meno prestabilito, da cui dipende in gran parte il successo di pubblico. Ben pochi di noi sono in vena sul serio di prendersi i pomodori. È umano anche quello.
Ed è umano, come in quegli eterni giochi di bambini (spesso, appunto, recite a soggetto) che sembra non finiscano mai, è umano che a un certo punto si voglia cambiare tutto: lo scenario, il copione. I protagonisti, soprattutto. Sempre gli stessi? E su, su, facciamo che andiamo sotto un po’ per uno… o per una, magari.
Io ho avuto un’infanzia pasciuta e sana, ma piena di piccoli segnali d’allarme: lo psicodramma che vi avrebbe fatto seguito era inutilmente sciocco. E i bambini, se ricordo bene, si annoiano con quei giochi che comportano un sacco di fatica e poco divertimento: di solito, quando accade, si ribellano alla spicciolata, finché non si decide in massa di cambiare gioco.
Tutt’è ricordarsi come si fa: sia a pretendere, che a cambiare.
(Una canzone che, di lì a poco, avrebbe dissipato ogni mio dubbio su quello che mi aspettava.)
Più di dieci anni fa, mentre il mio ex di Napoli era impegnato nelle prove di un concerto, venivo lasciata con le altre groupies davanti a uno schermo acceso su Ciao Darwin: davano una sfilata di donne in biancheria intima, circondate da uomini ululanti.
Chi mi conosce immaginerà le convulsioni. Il Metodo Ludovico mi sarebbe sembrato una dolce cura, in quel momento.
“Ma che ti aspetti?” mi sfotteva la fidanzata del cantante. “La televisione è così: fa schifo”.
E invece no. Davanti alla televisione vi radunate ancora un bel po’ di voi: è un peccato che vediate roba schifosa, no? E poi io stessa, che da tre traslochi a questa parte non sento l’esigenza di montare l’antenna, faccio un largo uso di tormentoni e citazioni di perle meravigliose: quelle della Gialappa’s, quelle che ho preso da Boris, e qualcuna che ricordo dei programmi di satira della Rai.
La questione è che, perfino in Italia, si sta mettendo in discussione un po’ tutto, compresi i dinosauri che si tengono bello stretto il potere e non mollano: e bene così. L’amore generalizzato per Franca Leosini (che a me ricorda per toni ed espressioni una professoressa tremenda del liceo), viene messo in discussione nel momento in cui la conduttrice invisibilizza il femminicidio e bombarda di stereotipi le sue intervistate.
Ma che davero? La sua replica mi sembra degna di quei commenti su Facebook sul tenore di: “I neri sono tutti ladri. Opinione mia”.
Christian Raimo si permette di chiamare Montanelli per nome, ma lo fa in un programma dominato da uomini bianchi (non simpatetici su una questione che riguarda donne e bambine, soprattutto se razzializzate) e da una giornalista che ripete banalità del tipo “bisogna contestualizzare”. Lui abbandona la trasmissione, riceve critiche anche solo per aver partecipato a quella monnezza: un po’ come la pensava in merito, in quella sala prova di oltre dieci anni fa, la fidanzata del cantante di cui sopra. Un po’ la capisco pure. Tre anni fa, quando una giornalista di Rete 4 cercava persone da intervistare sul referendum catalano, dissi che ero impegnata (sì, a scriverci un romanzo, scusate la parentesi pubblicitaria!). Il tizio che invece ci andò al posto mio abbandonò la trasmissione proprio come Raimo, o così ci raccontò poi, per l’impossibilità di dire davvero la propria.
Però resta la convinzione generale che TV è uguale a spazzatura, “a parte qualche eccezione”. Ci rassegniamo, lasciamo che quella che è una risorsa, che entra in tutte le case molto più facilmente del materiale adatto alla Didattica a Distanza, sia solo un riflesso del peggio di noi.
Per questo mi fa piacere che questo postulato si metta in discussione, che si chieda a gran voce lo stesso spazio che si prendono altrove le voci contemporanee che, piano piano, stanno cambiando il paese: vogliamo che realtà meno ammanicate o strutturate possano raggiungere anche la televisione, in barba alle ben note logiche di potere che la governano da anni. È un peccato, per chi ha meno familiarità con la rete, perdersi il podcast di Djarah Kan, Espérance Hakuzwimana e Oiza Obasuyi, e ci è voluto Tlon a promuovere Jennifer Guerra e il suo femminismo, nella nazione dove il diffuso “non si può neanche farvi un complimento” si ammanta di nostalgie folkloristiche.
Però mi piace che la polemica, in Italia, arrivi fino agli spazi televisivi che, a parte i momenti epici che conosciamo (qualche intento didattico e molto Sanremo: Mr. Volare o Rino Gaetano) sono sempre stati diretti alle notizie e a ore di rassicurante svago.
A parte le concioni sugli imbecilli mediatici, il bello della diffusione delle informazioni è che tutto può arrivare dappertutto: quindi, facciamo attenzione agli effetti collaterali e concentriamoci sui vantaggi.
E pretendiamo, dico, pretendiamo che un paese che cambia si rifletta anche nel mezzo che più spesso, e in modo più semplice, ha raccontato quel paese.
Però devo anche chiedermi: che ci azzeccavo, io, nella stessa cricca che produce esternazioni come quelle di Raffaele Morelli? Perché voi, giustamente, leggevate nelle sue dichiarazioni il maschilismo di un settantenne italiano, ma io ci vedevo anche la punta dell’iceberg: del patriarcato, ovvio, ma anche di tutti i libri che ho letto sul metodo junghiano. Certo, non erano quasi mai testi dell’originale, cioè di quella creatura di un’altra dimensione che è stata Carl Gustav Jung (un particolare che, comprensibilmente, mi ha tolto cento punti con la commissione dell’accademia junghiana). Confesso tuttavia che mi interessava di più scoprire come le peculiarissime (diciamo così) teorie del maestro fossero state riprese dai suoi allievi. Dalle allieve, soprattutto.
Perché neanche nel momento più nero della crisi nerissima che mi ha fatto approdare a Jung ho preso sul serio l’universalità degli archetipi, che sarebbero inquilini innati di un presunto inconscio collettivo. Semmai ci ho scritto sopra un saggio di master, per la gioia di un professore di mitologia molto critico con l’intera questione: a lui ho indicato gli archetipi come risposte statisticamente rilevanti a problemi comuni all’umanità. Mi spiego meglio. Secondo me non è che un paziente schizofrenico, quando afferma di vedere il pene del sole, stia richiamando in qualche modo un antico rituale persiano a lui sconosciuto: è che noi esseri umani conosciamo il sole, e nasciamo nella metà dei casi con un pene. Curiosamente, nella storia abbiamo associato spesso le due cose.
Perché, avete indovinato: il maschile sarebbe energia, e il femminile ricettività. Le donne hanno una componente maschile che si chiama Animus: nella sua forma negativa, quest’archetipo le allontanerebbe dalla gentilezza e dall’empatia, mentre in quella positiva costituirebbe, indovinate un po’, l’autorità e la ragionevolezza. In bocca al lupo con la scoperta di cosa sia l’Anima negli uomini! Jung, va da sé, la associa alla vita stessa, e per lui l’unico modo per non essere schiavi delle donne (e fa l’esempio più o meno scherzoso di un anziano che abbandona la famiglia per un’adolescente!) è sviluppare in autonomia il proprio “lato femminile”. Ma cos’è, invece, il femminile per le donne? Facciamocelo spiegare da Morelli in persona:
Tu puoi fare l’avvocato, il magistrato, avere tutti i soldi che vuoi, ma il femminile in una donna è la base su cui si siede tutto il processo. Prima di tutto sei femminile e il femminile è il luogo che suscita desiderio. Le donne lo sanno bene perché tutte le volte che escono di casa e hanno indosso un vestito con cui non si sentono a loro agio, tornano indietro a cambiarsi. Gli uomini non lo fanno, perché noi uomini non diamo così importanza alla forma. La donna è la regina della forma. La donna quando mette un vestito chiama il desiderio, guai se non fosse così.
Forse qualche altro terapeuta avrebbe specificato che il femminile è anche il luogo che suscita desiderio, ma è molte altre cose che, a quel punto, a me non interessa più scoprire. In ogni caso, lo psichiatra italiano non fa che ripetere, temo, i fondamenti della sua disciplina.
Niente paura, però! Già vedevo segni di ribellione a quest’andazzo ai tempi della mia infatuazione junghiana. Nel suo classicone che è diventato un’icona femminista (!), Clarissa Pinkola Estés scrive:
By classical Jungian definition, animus is the soul-force in women, and is considered masculine. However, many women psychoanalysts, including myself, have, through personal observation, come to refute the classical view and to assert instead that the revivifying source in women is not masculine and alien to her, but feminine and familiar.
Se proseguite con la lettura in questo link, vi accorgete che la stessa Pinkola Estés finisce per dare un valore importante alla rappresentazione dell’Animus come di una componente al maschile, ma la premessa che ho citato mi convinceva a suo tempo a dirmi: ok, si tratta solo di eliminare questo preconcetto per cui, nelle dicotomie dentro/fuori, dare/avere, la prima parte tocchi al femminile e la seconda al maschile. Anche la mia analista junghiana, che con me faceva quello che poteva, ammetteva che l’importante era distinguere questi fattori dell’animo umano: poi, che ciascuno traesse le conclusioni del caso sul “genere” dell’energia.
Se visitate le pagine junghiane su Facebook vedete però che è radicatissima l’idea della diversificazione per genere, che d’altronde era uno dei pilastri del maestro svizzero. Che rispetto a Freud, con cui com’è noto era uscito a pesci fetenti, non è stato edipicamente ammazzato a dovere dai suoi seguaci, anche perché, come padre, era per sua stessa ammissione piuttosto spurio: di solito si ammazza il patriarca, mica il figlio ribelle!
Pazienza se il ribelle aveva relazioni con le ex pazienti a transfert non proprio risoltissimo (ma lui non è che credesse tanto nel concetto…) e ha sfornato una delle scuse più belle mai lette in vita mia (purtroppo non trovo più la fonte) per avere un’amante fissa in una società monogama: Toni Wolff per lui era la donna-Anima, a non frequentarla le figlie gli sarebbero venute fuori con problemi mentali, per via del suo “maschile” represso. Viva il poliamore! Pacifico? Be’, non perdetevi le esternazioni della signora Jung (Emma) sulla figura dell’etera, peraltro teorizzata dalla stessa Toni come archetipo femminile: l’etera soffrirebbe per il fatto di non avere figli (Emma Jung, invece, ne aveva in abbondanza), ma ristora l’uomo in un modo che la madre non può uguagliare. Che paraculo ‘sto maschile, oh! Si organizza sempre tutto, “per natura”, in funzione sua.
Vabbe’, di stranezze rispetto ai miei anni junghiani ve ne posso raccontare a decine: la stessa analista junghiana di cui sopra si chiedeva cosa avessi fatto per attrarreben quattro inseguimenti (tutti “al maschile”) durante il mio soggiorno a Parigi. Morelli sarebbe stato fiero del mio femminile! D’altronde, ricordo anche un autore di self-help che interpretava gli annunci pubblicitari zeppi di seni e fianchi di donne come un omaggio all’Eterno femminino. Vabbe’, nell’ambito del self-help s’è fatta strage di teorie junghiane, mescolate a caso con le filosofie orientali.
Per tutto questo, mentre leggevo del trattamento subito da Michela Murgia, nello psichiatra italiano vedevo soprattutto una sorta di predicatore di una chiesa molto speciale, in cui avevo tentato di entrare anch’io. È un mondo a parte, che mentre prova a reinventarsi continua anche a dare per scontate e universali le norme che lo governano. Solo che, per una volta, un esponente di quel mondo si è sentito dire: “Ma de che?”.
Finisce che, quest’anno, le vacanze le faccio in un bel posto che non ho mai visitato prima: Barcellona.
Non ricordo di averla mai vista così tranquilla, non in un momento in cui indossassi solo un abito senza maniche.
Ci voleva una pandemia, perché la avinguda de la Catedral se la riprendessero i bambini. Adesso attentano alla mia vita peggio degli skaters, anche se occupano la strada con più senno di quella coppia di turisti che, credendo di offrirci chissà quale intrepida performance, un giorno s’erano messi ad attraversare tutto lo spiazzo facendo risuonare delle nacchere: il che, in un posto dove di solito si balla questo, equivale un po’ a suonare una bella pizzica salentina in Piazza San Marco. Ma che se ne poteva fregare, chi usa Gaudí come scusa per bere birra a prezzi stracciati, per poi tornarsene a casa e improvvisare analisi sociologiche (“Barcellona è un Vomero che non ce l’ha fatta”, letta davvero sulla bacheca di un ricercatore) sui catalani e su come vivrebbero male senza il turismo?
Io adesso ho un appuntamento: se voglio uscire, ora che si può, sono libera di sedermi tra le fronde e il letto di fiori gialli che all’improvviso possono godersi tutti quelli che si vogliano sedere di fronte alla Cattedrale. All’improvviso la stessa cattedrale, senza le orde davanti, non sembra neanche più tanto una “gran macchina”, un Duomo di Milano che non ce l’ha fatta (così l’accuratissimo studioso di cui sopra sarà contento). Perfino la Rambla ha un senso, ora che l’attraversano perlopiù persone che qui ci vivono. E le riunioni del vicinato si tengono perfino nella Plaça Reial dello spaccio e dell’ubriachezza molesta, dove un tempo si snodava una fila immensa per mangiare la paella surgelata di un ristorante un po’ meno turistico (e un solerte radioamatore, mio connazionale, metteva voti alle gambe delle nordiche in attesa). Anche alle riunioni di quartiere, la fanno da padrone i bambini. Madonna, quanti. Sarà che occupano tutto lo spazio: se non hanno una bici o un monopattino provvedono a correre e saltare. Io non m’ero mai resa conto che, nel Gotico che più di ogni altro quartiere risente della gentrificazione, ci fossero tanti piccoli autoctoni che vivono lì in pianta stabile.
Perfino la Barceloneta è vivibile. “Scusate, ma quando arriva il sole?” chiedeva un ragazzo simpatico alle sue amiche. “Oggi viene a lavorare o no?”. La frase mi aveva ricordato una battuta di Alessandro Siani, su una famiglia che arriva in spiaggia così presto, che il mare non è ancora arrivato.
In spiaggia ci sono sbarcata pure io due sabati fa, in orario britannico (le nove meno un quarto!). Nonostante la mancanza di sole, tempo cinque minuti e il rosso in mia compagnia si stava spellando il naso! Così ci siamo rialzati e gli ho mostrato una Barceloneta che non aveva mai visto: il bar del mercato affollato di vecchiette e famiglie numerose, che ha solo il café con leche, perché il cappuccino è già una sciccheria; le bancarelle che vendono quei vestiti ignifughi a fiorellini che mettono certe nonne in casa; le pagnotte ancora calde di Baluard, che forse è l’unico forno autoctono che mi fa dimenticare un istante il pane cafone. Peraltro, se provate a decifrare il catalano scritto, la lettera d’amore al pane della giovane erede del forno è poesia che fa bene. Non ci poteva credere, il mio guiri gamba (così chiamano gli stranieri pallidi che si fanno subito rossi). D’altronde lui, come già un amico australiano, pensa che purtroppo questa città è “solo fiesta“, non c’è niente di intellettuale. È facile prendere cantonate del genere, basta fare attenzione a non spiccicare mai una parola delle lingue locali, e restarsene in circoletti come il gruppo WhatsApp di scrittura in inglese. Quei blanquitos di mezza età hanno la fortuna di organizzare un barbecue su un terrazzone che da solo vale quanto una casa a La Mina, però devono ironizzare lo stesso sui presunti divieti dei “comunisti in comune”: esotici autoctoni che si permettono di decretare che i soldi non comprano anche il diritto a fare il cazzo che ti pare. Va da sé che, se quelli so’ comunisti, io sono Rosa Luxemburg.
Con buona pace dei tuttologi filovomeresi, mi piacerebbe vedere statistiche vere sull’impatto che la botta al turismo avrà sull’economia cittadina. Hanno ragione le statistiche che presentava un documentario al Pati Llimona? Vado a memoria: l’85% della popolazione di Barcellona non vive di turismo. Lo so: non posso certo dire lo stesso della gente che è ancora in coda per ricevere generi di prima necessità. Adesso la distribuzione si è trasferita all’altra uscita della chiesa, e la fila che si snoda lì fuori fa ancora più impressione: molti latini e pure qualche slavo. Uno, giorni fa, litigava con una catalana dai capelli bianchi che insisteva per fare la fila con un amico, tanto avrebbero chiesto una busta sola. No, niente da fare: l’intruso si mettesse in coda come tutti.
Lo so, che culo che ho avuto. Io ho la panchina sul letto di fiori davanti alla chiesa, e loro hanno la fila per il pane e i fagioli in scatola, con Plaça Catalunya sullo sfondo. Almeno la piazza è tornata a ospitare le manifestazioni di chi non ci sta a ricevere un permesso di soggiorno a scadenza, giusto il tempo di dare una raddrizzata all’economia con manodopera a basso costo.
Tutto questo, temo, esploderà a settembre, quando avremo la prova del nove che tutte quelle saracinesche abbassate, così resteranno.
Intanto, però, ricordo ancora una volta le parole di un signore a un seminario, all’università: “Come abitante della città, voglio gli stessi diritti di chi ci resta tre giorni, anche se non ho lo stesso potere d’acquisto”.
Vediamo se, nei mirabolanti cambiamenti sperati dopo la quarantena, si trova il modo di fare anche questo.
Costruiamo reti non per imprigionare, ma per unirci
Ho inseguito a lungo la normalità. Mi sembrava molto esotica.
Ma lei, che ve lo dico a fare, è stata sempre più veloce di me.
Eppure. In un articolo in spagnolo ho letto che, ad appoggiarci e sostenerci durante la quarantena, sono stati in buona misura i rapporti informali. Le famiglie allargate, o quelle che ci scegliamo in età adulta, o le persone che secondo una visione rigida della società non dovremmo neanche frequentare, come un ex o il mendicante sotto casa. Alcuni di questi “alleati atipici” sono accorsi in caso di necessità a darci sostegno o… “portarci la medicina”, come facevano in Napoli milionaria in una nottata ben più difficile da passare.
Com’è possibile? Breve storia triste: un maestro buddista ordinò ai discepoli di legare il gattino del convento durante l’ora di meditazione, perché il micio, con la sua esuberanza, disturbava i monaci. Quella norma proseguì per inerzia anche quando il felino era ormai vecchiotto e poco propenso a muoversi troppo. Intanto morì il maestro, ma il suo sostituto continuò a legare la bestiola, per consuetudine: finché non morì anche il gatto, e il nuovo maestro, per tradizione, mandò a procurarne “un altro da legare”.
Le norme seguono dunque una logica loro, magari imperfetta (#freemicetto), per risolvere una serie di problemi, o presunti tali: poi, però, sopravvivono spesso anche a questi ultimi.
Eppure. È sufficiente mettersi in contesti diversi da quello in cui si è nati per scoprire che le regole sono relative, che altrove ne vigono altre, magari considerate altrettanto assolute. E noi le trasgrediamo, sempre di più e di continuo. Perché ci rendiamo conto che la logica che le ha fatte nascere non sempre sussiste ancora. Il rischio uguale e contrario è fingere che tale logica sia sparita del tutto: così, l’economia informale che tende a mettersi in tasca il diritto del lavoro diventa spesso un nuovo pretesto di sfruttamento, o il poliamore si trasforma a volte nell’opportunità di avere un harem senza accollarsene anche gli oneri (come accade a uomini contrari alla monogamia, ma non al maschilismo).
Io, nei rivolgimenti degli ultimi mesi, mi sono ritrovata il compagno di quarantena con l’esigenza di cambiare aria, e l’ex con quella di trovare un posto in cui attendere gli esiti della precarietà lavorativa da covid. Così adesso incontro il primo all’esterno, in occasioni ben più amene di una convivenza forzata, e mi ritrovo il secondo a dividere la spesa e gli spazi comuni di casa mia.
Ha un senso, tutto questo? A me sembra di sì. Ciascuno ha seguito i suoi bisogni secondo le sue capacità, e ha condiviso le sue risorse: io una stanzetta libera, il fidanzato l’amore per gli spazi aperti (che con la quarantena io avevo messo da parte) e l’ex la capacità di pulire casa prima ancora che io mi renda conto che sia sporca!
Confesso che continuo a desiderare una stabilità molto più convenzionale e noiosa di questa, ma intanto non abbiamo idea delle proporzioni della crisi economica che potrebbe aspettarci a settembre, i cui prodromi agiscono già ora. Non sappiamo neanche se una nuova quarantena possa costringerci di nuovo tutti a casa.
Così navighiamo a vista, seguiamo nuovi fili e nuove logiche: lo facciamo con lo scoraggiamento di chi deve iniziare daccapo una volta di più, e con la fiducia nel fatto che, in caso, saremo ancora tutti lì, pronti ad aiutarci.
L’unica norma da ribadire fino allo sfinimento resta sempre questa: ci salveremo solo insieme.