Ragazza_somala

Un felafel e doppia razione di patatine.

Così mi ha premiato ieri sera, al fast food, il ragazzo somalo che prima di prendere la mia ordinazione si è messo a rimpiazzare tutte le vaschette vuote del buffet: non sapeva che volessi ordinare solo las papas, le patatine fritte.

E io che credevo che quella lunga attesa fosse una sottile vendetta sua o del karma, per Gigiotto.

Gigiotto (nome di fantasia) è il parente che durante la Seconda Guerra è andato a combattere nell’Africa Orientale Italiana, e se n’è tornato con foto come quella che potete ammirare qui sopra. Lui non c’è più: le foto me le ha date la sua famiglia per la mia antica tesi di laurea sulla letteratura coloniale italiana e inglese. Ancora devo decidere se alcune delle ragazze nude avessero raggiunto la pubertà.

Ma purtroppo non ho una voce per loro. Vorrei allora far parlare dei connazionali che loro devono aver conosciuto bene: gente che è stata in colonia e c’è tornata, mettendo per iscritto mirabolanti avventure, romanzate e non.

Cominciamo con Augusta Perricone Violà, che in Ricordi somali (1935) si lamenta del fatto che noi italiani non abbiamo civilizzato abbastanza queste donne nere:

Dentro i grigi tucul, dai tetti spioventi di paglia, non abbiamo ancora saputo trarre che la femmina; l’anima della donna, la sua vera personalità, il suo vero cuore, ci restano ancora, se ci sono, ignoti.

Da notare il “se ci sono”. Una donna somala le dice di essere “sua cognata”, intendendo probabilmente di essere la madama di un suo parente. Lei si scompiscia:

Sì, queste piccole anime di donne ci fanno sorridere e sorridere sempre, come di fronte a bambini graziosi e divertenti che dicono tante cose carine ed enormi, perché sovente non sanno ciò che dicono, che ci distraggono e ci piacciono, pur sentendo però una distanza come un abisso.

D’altronde Campana suona, canzone fascista del 1935, rassicura le “ariane” di Casapesenna o di San Vittore Olona:

Noi strapperem gli schiavi alle catene / e il loro gran paese arricchiremo / se poi le negre ci vorranno bene / le nostre belle no, non scorderemo.

La precisazione è d’obbligo: il “meticciato” diventava una minaccia per la pura razza italica (scusate l’ossimoro), e la stessa Faccetta nera non era vista benissimo.

Però, care italiane bianche, sapevatelo: siete cesse. Almeno rispetto alle somale che, quasi a compensare il fatto che non abbiano un’anima, vantano un corpo perfetto. A quanto pare sono anche propense a lasciarlo inerte sotto le mani del maschio italico (scusate l’ossimoro):

“I seni per essere perfetti devono essere tali che un’orizzontale immaginaria che passi per i capezzoli…”.

“Eh! Via! Come sei complicato…”.

Ma Serra, imperturbabile, tracciando con la destra l’immaginaria linea, sfiorando i due capezzoli, continuò: “… deve tagliare le braccia passando pel punto d’innesto del bicipite col deltoide…”.

“Ma bravo! Ma bravo!”.

“… e devono esser modellati in modo che la loro turgidezza deve entrare tutta nel cavo d’una mano e non deve giungere, naturalmente, fino alle ascelle né deve crear piaghe alla loro attaccatura inferiore. […] Vedi, questi seni sono impeccabili, seni che difficilmente trovi lassù da noi, specie nelle metropoli ove l’avvizzimento del corpo umano è in ragione diretta del grado di civiltà raggiunto. […] Guarda questi” e così dicendo il capitano-medico-pittore Serra, con le dita semitese carezzò lievemente le mammelle della somala con lento movimento rotatorio, premendo un poco, come li plasmasse sulla creta.

Il corpo delicomorfo di Elo sembrava un fuso pronto a prillare. La fanciulla, coperta solo al grembo da una lieve “futa” bianca, lasciava fare silenziosa.

La lezione di anatomia “delicomorfa” è gentilmente offerta da Gino Mitrano Sani, e dalla sua Femina somala (1932): nel romanzo, Elo si getta tra le braccia del protagonista perché lui è proprio irresistibile, e poi la razza bianca la protegge dai selvaggi della sua (tipo lo stregone che l’ha resa vedova, ma vabbe’). Spoiler: non finisce benissimo. Innanzitutto deve prendersi cura della spia tedesca Meta Bauer, che è la vera amata del suo padrone com’è giusto che sia:

Ma l’uomo bianco ora ha vicino una femina bianca [sic] ed ella ha visto sempre accoppiarsi bestie simili…

Ma tanto non c’è storia, la biondina è meglio: infatti la somala, approfittando del sonno della rivale, si avvicina e le sfiora i capelli che sembrano brillare di luce propria. Fortuna che le toglie in tempo le… zampe di dosso!

Rassicuratasi che nessuno l’ha vista, Elo torna al suo posto con lo stesso passo felino e flessuoso, torna alla sua immobilità, lieta di non essere stata sorpresa in quella sua curiosità.

Elo ha guardata l’altra come un cane che annusa una cosa sconosciuta. Ora la bestiola è tornata al suo posto di guardia, alla sua consegna.

Alla fine ci lascia direttamente le penne, uccisa dal nuovo “compagno” somalo mentre appicca un incendio per attirare l’attenzione delle truppe italiane. D’altronde lei, “una madonna a cui qualcuno si è divertito a dare una tinta di mogano”, non era nient’altro che “una cosa del capitano, una serva, una schiava senza valore che deve dare il suo corpo quando il maschio bianco ha voglia carnale”.

Peraltro, queste citazioni ve le risparmio, ma nella letteratura coloniale italiana le descrizioni di donne nere morte sono quasi pornografiche.

Sopravvive nella vita reale Diu-là, che il giornalista Mario Appelius s’era comprato come schiava (no, non è una prerogativa della categoria). La ragazzina si era concessa sua sponte (…), e alla fine, anche se lui non la poteva amare, era diventata parte del paesaggio:

Forse un qualsiasi nero, brutale e manesco, è oggi il rozzo padrone di quella africanella che fu per venti mesi l’idoletto barbarico della mia camera di bianco. Un idoletto che non amavo, che non potevo amare, ma che mi piaceva vedere al mattino nel vano della finestra, sullo sfondo della foresta vergine, sullo sfondo dell’oro solare, sullo sfondo della natura selvaggia…

Io direi di fermarci qui, e di riflettere un po’ sulle parole contemporanee di Djarah Kan:

Non vogliamo fare processi ai morti.
Vogliamo le pagine di storia che parlano di noi, di quello che abbiamo subito e di come ne siamo uscite.
Perchè dimenticare è un atto di violenza bello e buono.
E non so voi, ma io non ho il coraggio di dimenticare.

 

L’alternativa è un paese in cui una redazione conosca l’abc dei diritti civili, per averlo imparato alle elementari. Un’umanità normale, insomma. E quindi perdonateci tutte* per il nostro sbadiglio senza la mano davanti

Da minn.com

Ti amiamo moltissimo, a qualsiasi costo, povero paese che l’8 marzo con tante italiane in piazza schiaffa in prima pagina Salvini e i missili coreani, mentre El País (nota rivista anarchica) mostra foto di trecentomila persone in marcia a Madrid, e agguerrite pagine di controinformazione (tipo quella di Aljazeera) scodellano le immagini di quelle femminazi caricate a Istanbul

Invece tu, Italietta dei bomberoni, di solito sorprendi noi che, ogni Giornata internazionale delle donne, abbiamo questo friccico ner core di chiederci “cosa s’inventeranno stavolta” per confermare di non averci capito una ceppa, o di aver capito benissimo, ma di far finta di niente. E, fino a oggi, non siamo mai rimaste deluse.

Ecco puntuali quelli che “l’8 marzo dev’essere ogni giorno!”, che ogni giorno infatti spiegano al bar che quando una dice no, sotto sotto… La coerenza innanzitutto.

Poi ci sono quelli che “le donne sono superiori agli uomini”, che non abbiamo ancora capito se con questa frase siano mai riusciti a rimorchiare.

Non possono mancare quelli che “non sono né maschilista né femminista”, che non aprono un dizionario di sinonimi e contrari dall’esame di terza media.

E come non ricordare quelli che twittano “ok per la manifestazione, ma torna presto che la cena non si prepara da sola”, prima di farsi portare il sushino dallo schiavo di Just Eat: immagino le loro amiche ridere a denti stretti per dimostrare che “non sono né maschiliste né femministe” (vedi sopra).

Invece quest’anno ci avete annoiate al punto che quasi quasi era meglio la mimosa, figuratevi un po’. Eccheccazzo, tutto quello che avevate da offrirci era l’italiano medio? E non in senso statistico, ma proprio come creazione autopoietica, un self-made man che è una caricatura, e felice di esserlo.

Insomma, in questo momento di recessione vi avanzava giusto il tipo che pensa che, perché è morto di figa lui, lo sono tutti quanti (e “chi non lo ammette mente”, altro classico da sbadiglio in falsetto).

Questo qui, dell’8 marzo, ha capito solo che ci sono donne, dunque figa (le trans ringraziano). Quindi langia una provogazzione che, per dirla in hipsterese, è un win-win: se non passa il messaggio (più o meno, “gli uomini o sono bavosi o sono ricchioni”), si può sempre rifugiare dietro al fatevi-una-risata, parente stretta del sono-stato-frainteso. Se passa, invece, è il paladino della verità: perché è importante oggigiorno, tra tanti che vogliono solo “coccoline sul collo”, che qualcuno riprenda lo stuzzicadenti e la canottiera macchiata di sugo per “dire la verità” sul genere maschile.

(Spoiler: “diciamoci la verità” è la seconda causa di cazzate al mondo dopo “non sono razzista, ma…”, perché di solito è seguita da perle come “aiutiamoli a casa loro”, “ho tanti amici gay, il problema è quando ostentano”, e altre amenità da… film di Albertone, che adesso mi verrà in sogno solo per darmi i numeri sbagliati.)

Il Nostro, però, a una cosa ci arriva. Piuttosto che essere perseguibile per legge (ma tanto gli dimezzano la pena), è meglio appellarsi a una testosteronica incapacità d’intendere e di volere, finché qualcuno gliela appoggia ancora: che ci può fare, lui, se non riesce a esimersi dal fischiare a una passante? O a lasciare il numero di telefono su uno scontrino, o addirittura fare la mano morta a un’amica (ma la denuncia è mai scattata?).

Ciò che non tanto afferra sono le ragioni di quegli altri che perfino in Italia sanno che non si tratta di “aiutare in casa” ma di dividersi il lavoro di cura, che i privilegi legati a genere, classe e provenienza sono “posti al sole” che alla lunga ustionano. E se lei non vuole, francamente, non vogliono neanche loro.

L’italiano medio, invece, è di poche pretese: si accontenta di essere la succursale del suo pene.

E in un paese i cui giornali, l’8 marzo, mostrano foto di piazze piene, forse non avrebbe pubblicato il compitino che avrebbe voluto scrivere alle elementari, se la maestra fosse stata Edwige Fenech. O sarebbe lì a implorare di non perdere il lavoro. O almeno chiederebbe scusa. O addirittura, visto che “ormai è difficile dire che cosa possa suonare maschilista” (dicono i maschilisti), tormenterebbe l’unico neurone ancora funzionante, orgogliosamente collegato a un organo solo, per chiedersi cosa abbia scritto di “tanto strano”.

Non fa niente, dai, se ne parla il prossimo 8 marzo. Stavolta veniamo già annoiate.

* Tutte tutte no, va’. Il coraggio una non se lo può dare, o non sempre, e ce ne saranno alcune che pensino vabbe’, questo passa il convento, facciamoci una risata e diciamo ancora un altro sì. Perché sarebbe assurdo, pretendere di parlare per un’intera categoria. Eh, già.

Image result for barcelona 8m 2018

Immagine da barcelona.lecool.com

La settimana dell’8 marzo, a Barcellona, è bella intensa. Proprio perché non è una cosa tipo “Settimana del cinema italiano”. Qui non è certo il Paradiso, ma la mobilitazione è tutto il tempo, anche a livello istituzionale. Per esempio, tempo fa in giro per strada si potevano vedere manifesti del comune come questo:

Image result for no és no ajuntament de barcelona

“Il futuro non è maschilista – No al controllo”

… e questo:

“Il futuro non è maschilista – Se tu non vuoi, non voglio neanch’io”.

Al che vi devo confessare che, nell’ultimo caso, mi ritrovavo spesso a pensare: “Nooo, ma io voglio, tranquillo!”. Devo ancora decidere quanto mi faccia sessista o pedofila ‘sta cosa.

In ogni caso, sono settimane che si organizzano pranzi popolari a base di paella o calçots (di solito con opzione vegana, però non ditelo in giro perché non è a base di avocado ma di legumi, hai visto mai che minacciamo le certezze altrui…). Scopo: raccogliere fondi per lo sciopero generale convocato in quest’occasione (queste le ragioni in Italia). Perché qui non si usa regalare mimose, né si va a spogliarelli: ci si vede a una manifestazione di dimensioni antologiche, insieme a gente “ambosessi e di tutti i generi”. L’anno scorso, secondo i sindacati, si era in circa sei milioni (per i più pessimisti, in 5,3). Quelle che non possono permettersi di perdere una giornata di lavoro possono fare richiesta a diverse entità del loro quartiere (ne conosco almeno a Gràcia e Poble-Sec) per accedere a un fondo apposito che “risarcisca” lo stipendio di quella giornata: secondo voi tutte ‘ste magnate servivano solo a comprare cartelloni?! Per quelle che rischiano il licenziamento tout court, c’è l’idea di “rendere visibile” questa mancanza di diritti manifestando fuori ai loro posti di lavoro: l’anno scorso il CDB del Poble-Sec l’ha fatto con un supermercato dalle parti di Plaça Espanya. 

Anche se non c’entra strettamente con queste raccolte fondi barcellonesi, vorrei farvi vedere lo stesso la paella che le signore di quest’associazione hanno organizzato il 4 marzo 2018, perché se aspettate che la prepari io, vegana o meno, state freschi:

La manifestazione in sé è spettacolare, vengono i sindacati e quasi tutte le entità politiche, credo manchino giusto i fasci fasci (che comunque sono tanti):

“Ci fermiamo per cambiare tutto” (dalla pagina di regio7.cat)

Il dibattito sull’efficacia di questo tipo di sciopero è sacrosanto e deve restare aperto. Però mi dispiace vedere che, per esempio, la fotografa che ha preferito non aderirvi immortali giusto le due studentesse catalane che, in una pausa dalla manifestazione, si fanno servire un caffè da una cameriera latina. Non credo che sminuire le decisioni altrui con casi isolati sia una gran maniera di rafforzare le proprie idee. Un altro problema sono gli orari della manifestazione, come sempre: cominciare di fatto intorno alle 19.00 attira anche chi ha lavorato, ma esclude ad esempio le madri di bimbi piccoli. Questo problema è ovviato nel Poble-Sec dall’Ateneu Cooperatiu La Base: quest’anno, gli uomini dei collettivi che orbitano intorno all’Ateneu si prendono cura dei bambini mentre le loro madri sono allo sciopero. In generale, l‘equiparazione dei permessi di maternità e paternità ha scatenato un dibattito tra le femministe con figli e quelle senza, con punte di essenzialismo da una parte e riduttivismo dall’altra: non posso che rammaricarmene, da appartenente alla seconda categoria che vorrebbe essere nella prima. Però, quando vedo una tizia chiedere “perché bisogna poi manifestare proprio l’8 marzo”, mi arrendo.

A casa mia, fino all’anno scorso, succedevano cose esilaranti tipo che l’8 marzo non mi era dato di cucinare né di lavare i piatti (e di solito io facevo una cosa e lui l’altra). Allora si potevano creare situazioni tipo: “Ma oggi avevo voglia di un piatto in part…”. Lui: “Lo cucino io!”. Io: ” ‘A pasta e patane azzeccata, con pasta ammescata?”.

Alla fine ha imparato a farla bene.

(Qui un po’ d’immagini del successo dell’anno scorso.)

L'immagine può contenere: una o più persone, vestito elegante e spazio al chiuso

Dal Facebook di Napoli VHS

In realtà, in questo passaggio del discorso agli Oscar, Ms. Germanotta faceva un po’ papa Giovanni:

E se siete a casa, seduti sul divano a guardare proprio adesso, tutto quello che ho da dire è che questo è il frutto di duro lavoro. Ho lavorato duro per tanto tempo, e non si tratta, sapete, non si tratta di vincere. Si tratta di non arrendersi. Se avete un sogno, lottate. C’è una disciplina per la passione. E non si tratta di quante volte siete respinti, o cadete, o siete calpestati. Si tratta di tutte le volte che vi rialzate, avete coraggio e andate avanti. Grazie!

(Ho tradotto a sentimento, eh, a fare l’interprete all’ONU mi chiamano un’altra volta.)

Ora, io gli Oscar non avevo capito che fossero quattro giorni fa, proprio perché ero alle prese con quella storia della disciplina per la passione: ieri scadeva uno di quei concorsoni letterari impossibili-ma-ci-provo, e da una settimana passavo notte e giorno a correggere le 200 pagine del romanzo nuovo (221, se invece di accecarmi avessi messo interlinea 16). Il problema è che l’avevo cominciato a scrivere solo il 5 gennaio.

Intanto erano pure ripresi i corsi d’italiano che impartisco, ma vabbe’.

Se avessi saputo degli Oscar avrei tifato a prescindere per l’amore della mia vita, che come sapete è il mio quasi-concittadino Viggo Mortensen (bello che a Barcellona si sia concittadini anche se si è non di due paesi diversi, ma di 20.000, e lui ci mette gli altri 19.999).

Comunque, nelle pause dalla revisione e dalla wok da asporto (finché non ho attivato io la vaporiera, e a momenti mi daranno la cittadinanza cinese), vedevo i meme che “friendzonavano” la nostra Lady Gaga al cospetto della moglie di Bradley Cooper. Si sa, una può vincere Emmy, Oscar e Golden Globe, ma il problema è che sia “cessa” rispetto a Irina Shayk, come i 9/10 dell’umanità. A questo punto risparmio il lavoro ai bulli che l’avevano fatto con Stefani Germanotta e mi vado a buttare nella monnezza da sola.

Vi scrivo tutto questo perché mi ha divertito beccare il discorso di cui sopra verso le undici di sera, quando mi restavano almeno altre due ore di correzioni e cominciavo a vedere la Madonna di Montserrat, che m’invitava piuttosto a un pellegrinaggio da lei. A seguire il ragionamento di Lady Gaga sarebbe stato da credere che, per come mi sto sbattendo, per il casino che ho fatto per potermelo permettere, per quello che ho perso strada facendo, mi danno un Nobel per la letteratura che Bob Dylan scansati.

E invece non è così.

O non dev’esserlo per forza: puoi sbatterti quanto vuoi e restare comunque a bocca asciutta. Chiedetelo a tutte le sorelle di Shakespeare del mondo, specie a quelle arabe che pretendono di arrivare a noi senza scrivere solo di oppressione. Oppure agli scrittori a cui non sono degna di allacciare i calzari (ma di solito portavano scarpe rotte), e che sono morti soli e squattrinati, e li abbiamo scoperti solo dopo. Buonaseeera…

Quindi non voglio contraddire l’unica artista che mi abbia commossa sulla fiducia con l’inno americano – nonché regina delle icone gay dopo Raffaella: ha detto tante cose vere. L’importante è lavorare duro, disciplinare la passione, e rialzarsi.

Ma c’è una cosa molto più importante da accettare: che si può fare tutto questo, e comunque non riuscire. E una cosa ancora più importante: capire che va bene lo stesso.

Nel senso un po’ socratico che vivere una buona vita è di per sé il premio, che ci sia o meno un aldilà felice, o un assegno non restituibile per i diritti d’autore. E per chi vive d’arte, o d’amore, o anche di cartellini da timbrare se si è orgogliosi del proprio lavoro, un gran premio è amare quello che si fa.

Vincere quell’altro, di premio, mi aiuterebbe un po’ con le note tasse sulla casa, quindi, se proprio non sanno a chi darlo, presente. Però è vero che in questi giorni di correzione, definizione delle personalità, e tanti, tanti tagli ho conosciuto meglio i miei personaggi, questi scarabocchi in un bar che sono diventati poi refusi su Word, e ora occupanti fissi dei miei pensieri. E pure della mia casa, a giudicare dal casino che ho lasciato in giro in questi giorni.

Intanto, quei poveracci dei vicini mi possono sentire sotto la doccia, piccola Archimede 2.0 a un secondo dall’aprire l’acqua, mentre caccio un Eureka tipo: “Oh, cazzo! Posso presentare la protagonista attraverso i suoi dati sul curriculum!”.

Se nessuno chiama un’ambulanza a prendermi, questo la dice lunga su quante cose in cielo e in terra abbiano visto i miei vicini a Barcellona.

Image result for cartolina napoli Il ragazzo arriva che il gioco è già iniziato, così decidiamo che il prossimo ad andare sotto è lui.

Non se lo fa ripetere due volte. Siede al tavolo nel suo metro e settanta scarso, e ci rivolge un sorriso timido – in fondo siamo in dieci a guardarlo – che gli trasforma gli occhi in due virgole. O questa è l’impressione che ho io, e mi chiedo subito se non sia un paragone razzista. Anche la carnagione che sembra cotta dal sole è di quelle che ti fanno almeno capire, e mai giustificare, perché una volta si dicesse “pellerossa”.

Ci parla in catalano, perché il gioco è semplice: si tratta di indovinare la città da cui proviene ognuno, facendo una domanda a testa nella lingua che vogliamo perfezionare. Solo io, che coordino il tavolo, faccio un misto tra il catalano che dovrei ripetere e lo spagnolo che capiscono quasi tutti. A questo scambio linguistico in particolare, di solito o sono italiani o vengono per l’italiano.

“Nella tua città c’è il mare?” è una delle domande classiche del gioco, rivolta in molti modi, con tante sgrammaticature.

Il nuovo arrivato spiega di sì, e all’inizio dobbiamo pensare tutti a qualche posto sull’Atlantico, in America Latina. Qualche razzista su Youtube direbbe anzi che ha la “faccia da indio”, come fanno con Thalia (e allora la fan di turno protesta non mandandoli affanculo, ma affermando che la cantante sarebbe mestiza). Man mano che il gioco va avanti, però, le cose si complicano, e i conti non tornano più: i piatti tipici che il ragazzo descrive alla lontana, per non farci indovinare subito, fanno molto Mediterraneo. Quando ormai è il mio turno di fare congetture, lui afferma che nel suo paese ci sono molte regioni, venti, gli sembra. Gli altri sono ancora spaesati.

“Sei italiano” non chiedo, affermo.

Allora quello caccia un accento di Rimini come non ne ho mai sentiti prima. Poi si affretta a precisare che suo padre è cileno. Deve farlo spesso, come il collega nero con cui parlavo inglese da mezz’ora, a Manchester, prima che una supervisor ci rivelasse che eravamo connazionali, e subito lui: “Mia madre è giordana e mio padre del Ciad“. Più che rivendicare origini multiculturali, mi sembrava preso da una necessità di spiegare, che almeno io non sentivo.

Anche il coordinatore del gioco di cui sopra, passato un momento a curiosare al nostro tavolo, si accorge del nuovo arrivato e fa la battuta: “Tu hai l’aria di uno che è venuto a imparare l’italiano!”.

Ma il gioco non finisce lì. Adesso tocca a me. Devono indovinare la mia città.

E, come sempre in questi casi, la gente comincia a squadrarmi: biondiccia ma non alta, occhi chiari ma di colore incerto, non proprio le curve di Sofia Loren. Con me una volta si è sbilanciato solo un amico catalano, convinto di conoscere bene l’Italia: “Lei si vede lontano un miglio che è del Nord!”.

I connazionali intorno al tavolo giungono alla stessa conclusione, perché, quando comincio a parlare di “impasti d’acqua e farina” pensano a focacce e pani estrosi, e quando infine menziono il mare non hanno più dubbi: “È di Genova!”, bisbigliano tra loro.

Soprattutto il ragazzo di Rimini è proprio convinto, aspetta solo il suo turno per smascherarmi.

Vi racconto tutto questo perché dovremmo tenere a mente quello che mi disse un amico del Forum di Lettere, per consolarmi di una gaffe che avevo fatto con un collega gay che credevo etero: “Mai dare per scontato che non daremo qualcosa per scontato*.

Alla fine del gioco, col ragazzo ritardatario ci mettiamo a chiacchierare un po’: la genovese e il latino. Ci troviamo piuttosto simpatici.

(Ok, ve l’ho raccontato al presente, ma l’episodio è avvenuto un anno fa. Ci ho ripensato quando ho letto l’avventura di questa ragazza, che beccata a Roma senza biglietto insieme a mezzo autobus, al contrario degli altri si è vista chiedere il permesso di soggiorno. “Non ce l’ho”, ha dichiarato, e già la stavano portando in questura. “Non ce l’ho perché sono italiana” ha specificato poi. In un’altra occasione aveva scritto un commento sul corazziere nero e lo stupore generale che l’aveva accolto, e aveva concluso con uno scherzo su una pelliccia animalier. Quando un’amica nei commenti le aveva chiesto “dove potesse trovare la pelliccia”, lei aveva risposto: “T’ ‘a vuo’ accatta’, eh? Vrenzulooo’!”. Avevo dunque capito che eravamo conterrOnee.)

Image result for crumiri arcobaleno

Da ricette100.it

Io mi sento pure strana, ad andare in giro come se niente fosse durante uno sciopero generale. Ma tant’è, a convocare sono diverse entità indipendentiste, e non credo che “una repubblica catalana risolverà tutto”. Il bello è che non mi trovo d’accordo neanche con quelli che “cacciare il re non è una priorità”, “meglio tenerci Pedro Sánchez se l’alternativa è Vox” (discorso che avete visto come sia finito in Italia) o, peggio, “i cosiddetti prigionieri politici si aspettavano carezze, a proporre un referendum incostituzionale?”. Intanto i problemi politici non si risolvono con i pestaggi, né in tribunale: e come studiosa della Grande Guerra non parteciperò a un’inutile polarizzazione tra bandi. Specie quando gli entusiasti della repubblica decidono che, finché non giungi alle loro stesse conclusioni, non hai “preso partito”. A prescindere da chi abbia la colpa e chi no, per come si sta intalliando il procès (e per il significato d’intalliare vedi qua), sta’ a vedere che fa prima questa repubblica federale spagnola, data per impossibile da ottenere.

Così mi sono sciroppata con le mani in tasca il fracasso dell’elicottero della polizia, che in caso di manifestazione pare sempre volare a un pelo dalle case, e ho ammirato sul serio il corteo di bandiere che non finiva più, mentre attraversavano Plaça Catalunya. Ho riso infine quando un’elegante signora sul Pelayo (ufficialmente carrer Pelai) ha fatto un cenno interrogativo a una commessa che, a corteo passato, rialzava la saracinesca della profumeria. Riaprite? Riapriamo. E in effetti i negozi in centro sono rimasti quasi tutti in attività, magari con la saracinesca già pronta a calar giù: i proclami di chiusura, anche critici con lo sciopero, a quanto ho visto li hanno fatti istituti culturali e biblioteche.

Dei miei amici sparsi per il corteo, qualcuna si rallegrava per l’attacco al sindacato “traditore”, e chi lavora nello stesso sindacato si lamentava invece della “democrazia” con cui i manifestanti hanno accettato opinioni discordanti. Non guardate me, io me la facevo addosso anche solo quando entravo a scuola durante uno sciopero che non condividevo, e quelli rimasti fuori, minacciati di sospensione, provavano a sfondare il portone per entrare. Se fossi stata Maria Antonietta altro che capelli bianchi (che poi è un mezzo falso storico), in un giorno diventavo direttamente Ursula la Strega del Mare.

Questo per dire che mi sento sempre più isolata, e non solo sul piano politico. Trovo normali e irrilevanti cose di cui qualche anticonformista professionale si vanta (che so, essere erbivora, non portare un reggiseno, non avere una tv…) e voglio una famiglia in un posto in cui, a occhio e croce, sei più cool se non la vuoi.

Per questo, con somma ilarità dell’amica francese che sfotteva i “miei” bar, mi sto portando avanti col lavoro e finisco da sola a consumare tè e dolcetto – o magari dei biscottini simili ai crumiri – come le nonne che mi circondano. Ma bando all’appucundria! Ieri ad allietarmi la giornata ci ha pensato questo post sull’omofobia, che adesso vi traduco. Continuo a non essere sicura che insultare gli omofobi li renda consapevoli dell’errore, ma quanno ce vo’ ce vo’:

Tuo figlio non diventerà gay perché gli parlano della diversità a scuola, né per il fatto di vedere dei gay per strada. Però, se tuo figlio è gay, magari vedere gay con la stessa naturalità con cui vede eterosessuali farà sì che non passi un’infanzia di merda e infelice.

Allo stesso tempo, se tuo figlio è etero e vede gay con la stessa naturalità con cui vede eterosessuali, magari non diventa un miserabile omofobo che pensi che la diversità sia un’ideologia.

Dal fronte catalano è tutto.

Image result for figurine panini introvabiliMa state di nuovo tutti qua? E io che mi aspettavo che tornaste intorno a Pasqua!

È a partire da quel momento che Rambla e dintorni si riempiono di turisti, dunque d’italiani. Ma ho concluso che ora ci sarà qualche offerta speciale Ryanair, e in fondo non mi dispiace vedere l’evoluzione nazionale di ciuffi e risvoltini, e del trucco femminile abbinato alle sempre più diffuse “scarpe comode” per visitare la città. Mi compiaccio, ma attenzione a stringervi meglio quei borsoni formato pic-nic, che in metro rubano assai!

Intanto io, che magari giro in uno dei pochi cappotti sobri di Desigual, mi ritrovo a origliare le conversazioni più assurde, tra gente che dà per scontato che non la capisca.

Mi è capitato ieri sera in metro con dei ragazzini francesi, convinti che non sapessi cosa fosse “la chatte” (anche se uno mi osservava preoccupato). Ancor prima avevo condiviso il vagone con dei trentenni italiani, uno dei quali particolarmente carino. Mi piaceva quell’eleganza noiosetta ma “spontanea” che riconosco ai compatrioti, e la chioma fluente che non diventava mai criniera.

Due fermate più tardi, sono entrate molte persone da una stazione affollata, e nel subbuglio generale il mio nuovo eroe ha detto tipo: “Spostiamoci più in là, che c’è una figa!”. Ho contratto subito la faccia in una smorfia di disgusto, e l’altro dev’essersene accorto, perché si è consultato con gli amici e ha chiesto subito: “No?”. In realtà, sembrava chiedere se la figa in questione fosse tale, e mi sa di no perché, considerate la mia posizione e la scarsità di under 70 che mi circondavano, forse la fortunata vagina ambulante dovevo essere proprio io. È capitato a un’amica veramente “figa”, che ha sbuggerato dal vivo il tipo che spiegava in dettaglio agli amici cosa le avrebbe voluto combinare. Io invece ho fatto una cosa che mi capita spesso quando qualcuno mi sta simpatico a pelle: ho cominciato a giustificarlo. In fondo dai, lo faccio anch’io! A volte mi attraggono fisicamente uomini che trovo ripugnanti sotto ogni altro punto di vista: magari in quei casi mi sembrano davvero “portatori sani di figaggine”, bei corpi sotto un cervello mai usato.

Poi mi sono accorta che, ascoltando parlare italiano, avevo reagito di riflesso come facevo quando ancora vivevo in Italia. Perché l’argomento “figa” aveva scatenato una discussione tra questi miei conterranei in metro: quale delle ragazze rimediate in loco era la più “notevole”? Come fare per rimorchiarne di nuove? E io lì, con tutta la buona volontà, a chiedermi se non facessi lo stesso tipo di selezione, in quest’epoca di corpi da scartare come figurine scorrendo il dito a sinistra dello schermo. Mi sono dovuta rispondere di no: quei cataloghi in mano a me sono durati una settimana.

Ma volevo per forza continuare a trovare simpatico quel tizio dall’accento del Nord, e fare lo stesso errore di quando vivevo in Italia. Allora le mie analisi femministe si concentravano più su lavoro e relazioni stabili, mentre liquidavo le questioni di attrazione sessuale con un indulgente de gustibus: quando vedevo che anche gli amici più intelligenti parlavano di donne come di figurine Panini, pensavo che “questo passava il convento”, dunque doveva essere così dappertutto. Ero più blanda del solito pure nel criticare qualche bravo comico che, quando si parlava di sesso, diventava peggio di un barzellettiere da bar.

In effetti, nei miei primi mesi a Barcellona, due conoscenti locali dichiararono con un sorrisetto di voler ritrovare “una bella tetería nel Gotico“, e nella mia ignoranza pensai a un posto in cui la cameriera fosse particolarmente prosperosa! Una “tetteria”, appunto. E già m’ingegnavo a sorridere e a stare al gioco, prima di accorgermi che cercassero solo una sala da tè. Dunque, con loro non dovevo trovare strategie per farmeli piacere per forza. Che poi, perché “farci piacere” cose che vanno a svantaggio nostro? Il fenomeno me lo spiegò, molto riassunto, una psichiatra: perché, quando si arriva all’ o te magne ‘sta menesta o te votte d’ ‘a fenesta, preferiamo farci venir fame.

Mi fa piacere, quindi, essere diventata campionessa mondiale di salto dalla finestra! E magari fosse solo con gli italiani: era francese il tipo che nei miei mesi Erasmus, nel cesso del bar in cui stavamo, voleva “cedermi” a un compagno che me lo raccontò pure, nella speranza di propiziare tale “cessione”; era francese pure quello che, intanto che ci ammettevano in discoteca, propose di “violentare me per passare il tempo” (l’amico marsigliese gli segnalò troppo tardi la “gaffe”). D’altronde, amici olandesi mi hanno sorpreso per certe idee antiquate sull’opportunità per le ragazze di “concedersi o meno”, e certi bulletti pakistani del Raval mi sembrano la versione ancora vergine dei miei compaesani in motorino. Davvero, come fanno gli italiani a parlare del “maschilismo dei migranti”. Magari vogliono l’esclusiva delle figurine Panini…

Fatto sta che quella iberica è terra di manadas, ma anche di donne e uomini che contro i branchi scendono a migliaia in piazza, e, come dico spesso, sono i miei alunni a protestare per un paragrafo machista del libro di testo, o a lamentarsi perché il fidanzato della sorella lascia che i servizi li faccia lei.

Dunque non mi resta che scendere alla prossima fermata, lasciando i maschi alfa di turno al loro tristo album di figurine Panini. A sentirli, in tanti confessano di sfogliare inutili vagine ambulanti in attesa della loro figurina “introvabile”, o così gli piace credere: quella che sia degna di portare in grembo i loro figli, tra cinquant’anni o giù di lì, e li faccia morire “senza mai stirarsi una camicia” (semicit.).

A questo punto, però, auguro alla Pizzaballa di turno di non farsi trovare mai.

 

 

 

Buon San Faustino! Scherzo, è una minchiata, come il giorno che lo precede. O meglio, tutto può essere una minchiata a seconda di come lo si vive, prendete l’8 marzo in Italia prima di Non una di meno! Anche San Violentin… ehm, San Valentino, dipende da se è questione del tubbbo di Baci Perugina o se è un giorno di più per celebrare l’amore. Ma quale amore?

A vent’anni ero un’entusiasta devota di San Faustino, al che, come spesso accade in queste circostanze, mi si diceva: “Fai così perché non sei fidanzata”. Certo! Ero uscita dal tunnel da poco per mia volontà, e mi sentivo liberata dal giogo di un fidanzamento di paese: a sedici anni ci si aspettava spesso che noi ragazze uscissimo solo con la “dolce metà”, e la mia era tra i pochi maschi a non pretendermi fissa in casa in sua assenza. Ma tanto, la volontà di starmene a volte da sola era “indice di poco amore”, e donne nate appena vent’anni prima di me mi confessavano candidamente che non mi capivano: “Io, senza quello che oggi è mio marito, non volevo uscire proprio”. Ancora fino a ieri, compaesani di ogni età trovavano stranissimo che il mio convivente e io coltivassimo spazi e attività diversi, per unirci solo quando lo desideravamo (quello che gli anglosassoni chiamano “tempo di qualità“). L’idea è: o state appiccicati con la colla, o non vi amate. E “infatti” scoppiate.

A me sembra vero l’opposto: sono buoni tutti a restare insieme quando glielo impongono le convenzioni sociali – prima ancora delle questioni economiche post-matrimoniali*. “Me so’ lassato c’ ‘a guagliona e ‘o pate mo’ me vo’ struppia’ “, recitava la sigla ironica di un programma campano: magari, dopo una rottura, padre e fratelli non arrivavano alle mani, ma le comitive si sfasciavano eccome. Anni prima delle app d’incontri, gli amici che sono stati pionieri di Badoo mi assicurano che bastava spostarsi di mezz’oretta da casa propria, e le stesse ragazze che nel loro paese “non lo facevano mai al primo appuntamento” si concedevano una serata di passione anche subito.

Anatema! Amore fast-food? Non saprei. Quando sono tornata in Italia dopo la libertà inglese (cioè, subito amanti e se va bene ufficializzate) ho capito il senso sociale, pur senza condividerlo, del “farsi desiderare”, visto che, anche in ambienti illuminati come la mia facoltà, il corteggiamento faceva da discriminante tra una “storia seria” e una relazione clandestina. D’altronde, se venivi promossa a fidanzata ufficiale – caso raro se ti eri prima “concessa”, cit. , passavi dal poter anche morire sotto un’auto al dover rendere conto dei tuoi spostamenti e, in qualche caso, perfino dell’abbigliamento (“Questa minigonna te la metti anche quando non ci sono?”). E stiamo parlando di casi non isolati, di appena dieci anni fa.

In tempi ancor più recenti, un film italiano come Perfetti sconosciuti ha ottenuto un record d’incassi e almeno tre rifacimenti (conto il greco, lo spagnolo e il francese) per un’idea semplice: in una cena tra amici, le coppie mettono il cellulare a centrotavola col proposito di leggere tutti i messaggi che arrivano. Vi giuro che il perché di tutto questo me lo son dovuto far spiegare dai miei alunni, gli stessi ragazzi che, secondo La Vanguardia, hanno uno “scopamico” (o scopamica) nel 45% dei casi.

E allora, chiedo così per sapere, vogliamo proprio giurarci amore eterno e poi metterci le corna in segreto? Magari ci raccontiamo pure che “taciamo perché confessare sarebbe liberarci la coscienza al prezzo di far soffrire l’altro”, finendo per sentirci eroici perché abbiamo rotto  un patto di “fedeltà” (?) che non eravamo tenuti a sottoscrivere. Sì, perché continuo a pensare, come a vent’anni, che nessuno è di nessuno, e che l’unico corpo che possiamo “controllare” è il nostro. Se oggi preferisco una monogamia non normativa è per quieto vivere e per questa crisi personale, da cui il mio interesse per l’amore è uscito piuttosto malconcio.

Confesso però che di Mari Luz Esteban, pioniera nella decostruzione dell’amore romantico, non mi è piaciuta una dichiarazione (che non trovo) in cui suggeriva che “chiediamo un po’ troppo all’amore”: semplificando, secondo lei possiamo innamorarci di qualcuno che però non andrebbe bene per costruirci una famiglia, o per averci chissà che momenti di passione, dunque è eccessivo pretendere di trovare tante cose insieme nella stessa persona. Il mio primo pensiero è stato: “Mai fare l’errore di credere che qualcosa non esista, solo perché noi magari non l’abbiamo vissuto”. Ok, è stato anche detto a me nella fase “single per scelta mia“, prima che tornassi a esserlo per scelta altrui!

Però la domanda resta: perché, di tutti i tipi di relazioni possibili, ci attacchiamo come cozze al più difficile da ottenere? E senza neanche che sia migliore o peggiore di altri! A ben vedere, pretendiamo:

  • un’attrazione che sfidi il tempo, quando è la cosa più volatile del mondo (ricordo un altro articolo americano che presentava una coppia di genitori nell’atto di “sforzarsi a provare ancora attrazione l’uno per l’altra”);
  • un’esclusività che si concilia sempre di meno con la speranza di vita, e il sistema economico che vede precari anche gli uomini (quindi vacilla anche l’esigenza pratica di “mantenere la famiglia”, a cui specie le donne sacrificano così tanto);
  • una gerarchizzazione dei sentimenti, per cui spesso, quando sei in coppia, sparisci per i tuoi amici, per poi riapparire se finisce tutto;
  • un opportunismo dei sentimenti, per cui riesci sempre a giustificare con un gesto altruistico qualsiasi decisione tu prenda in campo emotivo: non vuoi figli “per il loro bene” vs “chi non ha figli è egoista”; fedeltà autoimposta “per non far male all’altro” vs tradimenti nascosti “per non farlo soffrire”; mantenere una relazione infelice “perché se la lascio si ammazza” (sicu’?) vs interromperla perché “non sei tu, sono io”.

Mi sa che dopo la risposta istituzionale (“la società cambia più lentamente della sua economia”), ci tocca la spiegazione paracula: meglio continuare a sognare un amore a dir poco difficile da ottenere, e attribuire tutte le storie finite al fatto di “non averlo ancora trovato”. I sogni aiutano il quieto vivere.

Per fortuna, le stesse studiose dell’amore romantico ammettono che non c’è una formula per tutti, che una coppia monogama può diventare inutilmente tossica, come anche il poliamore può diventare un “supermercato dei sentimenti”: a me, per esempio, ha colpito questa youtuber poliamorosa che dichiara che i suoi partner si spaventano quando dice che “si sta innamorando di loro”! E allora perché c’è la parola “amore” in “poliamore”?

Qualsiasi forma di relazione abbiamo scelto o assunto come nostra, vivere qualcosa in cui ci sentiamo intrappolati va contro la lodevole tendenza umana a risparmiare tempo e fatica, e guadagnarci in salute!

Forse si tratta ancora una volta di cucinare con gli ingredienti che abbiamo, cioè fare buon uso di ciò che ci porta la sorte.

Oggi non so la sorte, ma il calendario ci porta San Faustino. E San Faustino sia!

(Un esempio di amore sanissimo…)

 

* Siamo educati fin da piccoli a sentirci “incompleti”, specie le ragazze, senza qualcuno accanto e figli in cantiere: sono “la più grande gioia che una donna possa avere”, mentre qualche mamma meno italiana mi confessa che per lei non lo è stato, è stata sì una gioia che rivivrebbe, ma non “la” gioia. Segno che sia legittimo pensare che non tutte si vivono la maternità allo stesso modo, e non mi convince del tutto la deriva essenzialista che in Spagna si sta contrapponendo alla problematica equiparazione dei congedi di paternità e maternità. Va anche detto che sono stata trattata come un’idiota da un’attivista ubriaca per il fatto di volerceli, i figli.

Image result for cristina d'avena sanremo Non posso neanche dire che “non ho la televisione”, perché ne ho due. Solo che stanno in parti della casa che ho già affittato, o almeno erano lì l’ultima volta che ho controllato: a giudicare dalle ultime bollette di luce e acqua, saranno state sostituite da una piantagione di marijuana e da una piscina olimpionica.

Fatto sta che Sanremo l’ho seguito mio malgrado attraverso i commenti Facebook, e quest’anno non me ne teneva. Quando sono in Italia magari lo vedo dal televisore dei miei, consapevole del fatto che gli altri canali riescano a fare peggio, ma stavolta mi chiedevo: “Come si fa a seguire Sanremo quando c’è Netflix?”. Una delle risposte possibili era racchiusa in commenti di uomini che giudicavano l’aspetto fisico delle cantanti in gara o comunque presenti lì, che a quanto ho capito erano: Patty Pravo e Ornella Vanoni (considerate ormai “inchiavabili”, semicit.), una gettonatissima Paola Turci, e un’Anna Tatangelo che doveva essere particolarmente scollacciata, perché si è beccata anche un “Ma come ti vesti!” (ma non da uomini etero). Ah, e Cristina D’Avena, ormai il sogno degli ex bambini che, come ultima fidanzata non a pagamento, si sono fermati a Sailor Moon. Ma il problema è diffuso, a giudicare dagli accostamenti tra le signore di cui sopra e YouPorn, e dalla nonchalance con cui questi commenti erano offerti, come se fossero equiparabili alle battute sull’onnipresenza di Baglioni. Ma suppongo che la mia sorpresa, e la considerazione che io non sto a misurare il pacco di Mahmood, siano da ascrivere al vituperato “politicamente corretto” *. E magari pure all’ideologia GIENDER!11!, sbandierata come spauracchio anche a chi si chiede perché una cantante debba essere “il buco con la voce intorno”.

Infatti c’è poco da scherzare, so che in Italia ci sono “filosofi” che credono che tale ideologia esista davvero, così come ci credono i loro contestatori. E qui non è più ideologia, ma proprio ignoranza. Per cui ho deciso di riportare quanto dice il signore qui sotto, che non avendo la televisione nella mia parte di casa (va meglio così?) non conoscevo: è il critico televisivo spagnolo Roberto Enríquez, in arte Bob Pop. A quanto pare la bufala del Gender è arrivata anche in terre iberiche, quindi lui, nel video che potete ammirare a fine post, ne fornisce la descrizione che traduco qua:

A me quando questi maschioni 100% parlano della “tirannia dell’ideologia di genere” fanno venire voglia di spiegargli qualcosa che forse non capiscono. Cioè, che il maschilismo sì che è un’ideologia di genere. Difatti è l’ideologia di genere mainstream, tutto il resto è residuale. Il problema è che qui, quando parliamo di ideologia, diciamo sempre che lo è ciò che non fa parte dell’ideologia dominante. Mi spiego. Immagina che stai a casa e vivi accanto a una centrale elettrica che ha un fischio costante, un rumore tutto il tempo, e a qualcuno in casa tua cade una tazza. E dici: “Ehi, un rumore!”. No, no, il rumore è quello che hai nelle orecchie tutto il tempo, non solo quello della tazza che si rompe. Ecco cosa succede con l’ideologia dominante, che è questo rumore costante, ma identifichiamo come ideologia solo quello che in un determinato momento suona come un rumore differente. Questo mi sembra più importante. E l’educazione alla mascolinità tossica e al maschilismo ha molto a che vedere con quest’ideologia di genere dominante. Tengo a precisare che a me tutta la questione della virilità interessa molto, per ovvie ragioni!

Qualcuno lo propone come presidente del governo della Galassia. Io comincerei col farne il prossimo presentatore di Sanremo. È la volta buona che spodesto i coltivatori di marijuana dell’altro lato della casa, e mi immergo in piscina a guardarlo.

 

* E io che, a questo punto l’avrete intuito, pensavo banalmente che i miei alunni scopassero. Quelli catalani under 30 che, con una laurea in ingegneria o un diploma in discipline sportive, mi dicono “Ehi, che titolo machista!” di un articolo in italiano sulle donne che sono costrette a lasciare il lavoro salariato per stare a casa coi figli. Oppure definiscono “un Cromagnon” il personaggio del libro di testo che si definisce geloso e desideroso di avere più soldi della sua donna (desiderio che, posso garantire, non solletica solo i Cromagnon). Scherzi a parte, quelli a Maiorca facevano il gioco della bottiglia coi baci sulla bocca, da ragazzini! Con la lingua, proprio, tutte le ragazze con tutti i ragazzi. Chi glielo dice a Papa Francesco? Che poi, quando propongo a quelli di qua di prenderselo loro, mi rispondono che me lo posso tenere caro caro, anche perché di solito l’accento di Buenos Aires non piace neanche agli argentini.

Adesso che il coinquilino ha trovato una stanzetta nel barri – un’occasione d’oro – mi fa strano tornare a vivere da sola, perché mi piace un sacco. Mio padre è sempre stato un po’ spaventato dalla cosa, forse ancora se ne ricorda. Una volta mi disse: “L’uomo è un animale sociale”. Credo che gli risposi: “Ma io non sono l’uomo”.

Ricordo una a una, però, le persone che mi hanno popolato le case. Di tutte conservo un tic, una mania, qualcosa che me le mantiene vive negli occhi.

I calzini colorati delle coinquiline di Manchester. Il bel sivigliano di carrer Riera Alta, che dormiva nudo con la porta aperta, e aveva allucinazioni in bagno. E l’odore di tortilla precotta e gazpacho industriale, quando tornavo alla prima casa nel barri e il mio migliore amico aveva già cenato a modo suo.

Dell’ultimo umano che ha popolato le mie stanze voglio ricordare il rumore della plastica accartocciata, quando si alzava dal letto e buttava la bottiglia quasi finita che si era messo la notte prima sul comodino. E la metà del grissino coi semi di girasole, che gli avevo lasciato per non finire tutto io, ma là è rimasta. E poi il peso del vestaglione regalato dopo l’unica spedizione natalizia da Natura, e rimasto lì sulle mensole vuote – ma tanto l’avevo indossato sempre e solo io; l’odore ostinato del fumo che aleggiava sempre, e che, lo so, sparirà a poco a poco.

Ma va bene così: in un posto o ci stai bene o non ci stai, e se lo lasci stai meglio anche con chi resta.

E adesso so che succederà anche stavolta, anche a me.