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vignettaspinoza Siccome il primo settembre pare che dobbiamo infilarci un cappello di lana, iscriverci in palestra e postare i Green Day, ieri ho deciso che la mia passeggiata serale sarebbe stata dedicata a un barrio più autunnale: Sants.

È un quartiere bello intenso, non del tutto ucciso dall’affluenza di turisti intorno alla sua stazione. Mi sa di progetti che durano, anche all’imbrunire dell’ultim’ora legale. Roba che i tavolini in piazza, in certi mesi, li ritirano anche prima delle 10, ma poi intorno alla ferrovia ci sono sempre ristorantini aperti (raccomandiamo il palestinese), per chi cerca a tutti i costi la Barcellona da bere.

Questo è stato il mio saluto all’estate, sudato e luminoso come ci si potrebbe aspettare dal primo settembre se non fossero tutti intenti a farne l’anticamera dell’inverno.

È che io sono di nuovo in una di quelle fasi in cui non si capisce quale sarà il mio destino, da qui a un mese. E non per colpa mia, ammesso sia una colpa. Alunni che cambiano città, scuole che aprono, scuole che chiudono, università non pervenute, centri di formazione che si rivelano case carute. E l’incognita di dove abitare, quella sempre (mentre scrivo, due muratori cercano di arginarmi la pioggia in ripostiglio). Barcellona, cercai di spiegare a suo tempo in un romanzo che nessuno mi pubblica, fa questo: dà e toglie, tutto in una volta. E lo fa veloce, prima che una se ne accorga.

Allora, mentre tutti formulano i loro buoni propositi, il mio sarà quello di saper scivolare.

Verbo che può evocare il classico triplo salto carpiato in pubblico da buccia di banana o, nel mio caso, il turno per usare lo scivolo, ai giardinetti di fronte scuola. Una volta che il nonno difendeva pacatamente il mio diritto di precedenza con concorrenti di 5 anni, una bambina spiegò all’amica:

– Aspetta, deve andare prima Maria.

– E chi è? – s’informò l’altra.

– Questa stronza – precisò la prima, indicandomi.

Adesso, nessuno mi aveva comunicato che la vita fosse piena di episodi come questo, con diritti concessi a denti stretti e insulti un po’ a caso. Quindi, ci rimasi malissimo. Ma l’idea di lasciarsi cadere con fiducia, tanto prima o poi i miei piedi toccheranno terra, mi è rimasta.

Mi chiedo dove siano, ora, queste concittadine ormai donne, e se sullo scivolo, come nelle migliori commedie romantiche e canzoni di Doris Day, ci vadano i loro figli.

La mia, di figlia, non c’è ancora, non so se ci sarà, mi piacerebbe. Mi rendo conto che non sento l’esigenza di averla, solo il desiderio. Parte del mio scivolare comprende questo: dove approdo approdo, va bene. Ne ho già parlato. Quando cominciamo a star bene con noi stessi, le scelte di vita vanno bene tutte. Non dico che si equivalgano, che non ce ne siano di migliori di altre. Solo che vanno bene. Non esiste un solo lavoro ideale o il posto perfetto in cui vivere o un solo “principe azzurro”, ma più si è in contatto coi propri desideri e meglio si sceglie.

Per questo, riguardo alla polemica sul Fertility Day, senza parlare come in questo articolo di “una retorica di auto-vittimizzazione economica che non aiuta l’economia del desiderio”, credo sia un peccato fermarci a un pur comprensibile e legittimo “Non posso”.

Perché se fosse proprio impossibile lo sarebbe anche per Abdul, che scarica sacchi di basmati e aveva preso in affitto un mio appartamento di transito, nello stabile in cui l’avevo conosciuto. Cinquanta mq, due stanze, cucina di Barbie e bagno a L.

– E in quanti ci vivete? – gli avevo chiesto. Io lo dividevo con un coinquilino emiliano, quando venivano ospiti era un casino e dormivo nel divano letto all’ingresso.

– A casa siamo in 8 – aveva risposto Abdul.

Ah, ma lui e la moglie e i due figlioletti occupavano la stessa stanza. Quella piccola senza balcone. No, vabbe’.

A Fahim, dell’ultimo piano, era andata meglio: era riuscito a vivere negli stessi metri quadri, ma “solo in 5”, tanto il figliastro non sempre rimaneva con loro. Quando gli è nata una bambina ormai non vendeva più mobili raccolti dalla spazzatura ed è riuscito a traslocare.

Anche queste sono scelte, “libere” quanto quelle di chi crede che per figliare ci sia bisogno di poter togliere ai figli ogni sfizio, quanto quelle di chi proibisce il velo in nome della democrazia (!) e si crede libero o libera di depilarsi o truccarsi o portare un reggiseno. Quanto gli usi e costumi che cambiano a seconda della data e del luogo di nascita.

Infatti non bisogna essere pakistani o nordici dal welfare di ferro per potere anche non potendo: la strada da fare è lunga, ma perfino da queste parti, o entro questi confini, le famiglie si organizzano, istituiscono asili solidali (anche nei centri sociali), scoprono il coworking.

Io sono una fanatica delle scelte, proprio perché so che sono più limitate di quanto crediamo. Quello che non vorrei succedesse, e non solo coi figli, è che “Non posso” diventasse un modo di non chiedersi cosa vogliamo.

Se non vogliamo figli non dev’esserci pressione sociale che tenga. Non abbiamo bisogno di ricordare quanto sia precario il nostro lavoro. Se ne vogliamo, nessuno nega che in certe situazioni può essere proprio proibitivo, che i contratti di lavoro durino meno di una gravidanza o che non tutti i nonni vogliano/possano fare i baby-sitter. Solo che a volte confondiamo il benessere dei figli con la capacità di dar loro “tutto quello che vogliono”. Quello di cui hanno bisogno, per quanto impegnativo, costa molto meno.

Ed è interessante per me questa polemica venuta fuori proprio alla fine di un’estate che è iniziata piuttosto chiara, in quanto a progetti e appuntamenti autunnali, e che adesso se li sta portando tutti via, come i mulinelli di sabbia attraversati anche quest’anno una volta sola, nell’unica giornata di mare.

Ma non ne disdegno altre. Uno dei pochi vantaggi di restare senza lavoro (per il momento) è che un’ora per la spiaggia si trova sempre. Perfino le mie compagne con orari di ufficio e contratti più o meno solidi si fanno un punto d’onore di approfittare degli ultimi tramonti in spiaggia, quando smontano.

Chissà se vogliono avere figli, loro.

Creare delle necessità è uno dei trucchi che ci inchiodano a vite non scelte.

barmanolo  Mi rode raccontare ai miei alunni una Sicilia senza tempo, così come la vende il loro libro di testo, per poi imbattermi online nel menù multietnico del mio locale catanese preferito, il giusto incrocio tra tradizione e innovazione.

Ma qui a Barcellona succede qualcosa del genere, perché c’è la questioneindipendenza. No, non è come la Lega, è più complicato, si può essere d’accordo o meno ma questi non sono razzisti. Inoltre subiscono davvero un turismo che porta pochi soldi alla gente di qua, ma intanto fa lievitare i costi delle case, aumenta i prezzi dei supermercati, e grava secondo cifre non ancora stimate sulla manutenzione del trasporto pubblico e sulla sanità locale.

Quindi mica bruscolini, ma con un effetto collaterale: chiudersi a riccio intorno a una cultura che devi difendere su due fronti. Quello percepito dell’omogeneizzazione spagnola, e quello della gentrificazione turistica.

Risultato? L’apologia del Bar Manolo.

Scelgo quello perché lo trovo più trasversale di altri simboli maggiormente patriottici, ma meno condivisi dalle famiglie “terrone”. Scelgo questo fenomeno mitologico, metà bar del quartiere e metà slot-machine dell’anteguerra, messa rigorosamente accanto al distributore delle sigarette. Sì, è la versione locale del Bar Sport di Benni, Luisona compresa. Solo che qui si chiama Magdalena ed è la cugina spagnola di quella di Proust.

Per me rappresenta l’immagine senza tempo che certa gente di qua ha del suo paese, della sua bella nazione che si ritrova tutto il mondo a attraversarle la strada, e tutto ciò che ci vede sono turisti molesti (ci sono, ma c’è altro). Il rischio che si corre nella giusta lotta per difendere la propria cultura è questo: vedere il cambiamento come una minaccia. 

Insomma, insegno un’Italia rappresentata come immutabile nella prima città che si è dichiarata vegan-friendly (roba da linciaggi, nell’Italia immutabile), e che più di ogni altra, in Europa, riunisce gente di origini diverse senza per questo diventare un’enorme metropoli caotica.

E per uno strano equivoco più o meno condiviso difenderla è diventato preferire il Bar Manolo al nuovo baretto che mescola sapori catalani a quelli indopakistani del Raval.

Che o viene considerato ultraturistico o resta il Barrio Chino, quello malfamato, l’unico luogo che le emancipatissime donne locali si rifiutano di espugnare, memori delle raccomandazioni delle loro nonne (che magari ci abitavano prima della “promozione sociale”).

Eppure di Bar Manolo, nel Raval, ce ne sono quanti ne volete.

Basta non cascare nella trappola di chi, a Napoli o a Barcellona, ci voglia far credere che modernità sia pagare un panino 8 euro (ma i pomodorini sono dop, eh).

E non dare mai per scontato di sapere cosa sia la nostra cultura.

Potrebbe cambiarci sotto gli occhi senza che neanche ce ne accorgiamo.

finestra sole Quando ho visto la casa da cui vi scrivo, sono rimasta folgorata.

Letteralmente, perché la prima cosa che ho visto, dall’ingresso angusto su cui gli ospiti alti lasciano sempre un po’ del loro senno, è stato l’angolo di parete bianca che ho lasciato tale e quale, sguarnito ad accogliere l’abbondante sole del terrazzo. Per il resto, l’appartamento era uno sputo, il bagno sarebbe stato stretto per la mia casa di Barbie, in paese, e l’affitto, trattandosi del primo buco che fosse tutto per me, era inquietantemente alto, per una che aveva finito la borsa di dottorato da novembre e faceva un part-time in un ufficio.

Ma quando appunto, dopo la visita, mi sono recata al lavoro, ho detto subito alla mia collega che avrei smesso di cercare, habemus casam.

È stato per due sensazioni, simultanee e differenti, che forse avrò già descritto.

La prima, l’odore di pane abbrustolito. Che ovviamente non proveniva dal cucinino a due fornelli malamente collegato a una bombola arancione, ma da qualche parte della mia testa che era rimasta a Capri, alla casa che i miei zii si erano comprati in preda a un colpo di fulmine simile, tutta in salita e tutta da rifare, coi loro stipendi statali. Ma poi ci avevano costruito alcuni dei momenti più luminosi della mia prima adolescenza, accompagnati spesso da pane abbrustolito e marmellata d’arance fatta in casa.

La seconda, La Bohème. Io e Mimì non abbiamo proprio niente da spartire, in realtà, ma quando sta facendo ancora la civetta con Rodolfo, disegnando ghirigori nell’aria con la gelida manina, dice di vivere sola soletta, là in una bianca cameretta, tra i tetti e il cielo… Sì, proprio asteco e cielo, come dice mio padre sconsolato al pensiero del freddo che devo sentire in inverno. Ma poi, l’orchestra tace, e questa grisette smorfiosa diventa immensa e dichiara:

Ma quando vien lo sgelo
Il primo sole è mio
Il primo bacio dell’aprile è mio

E qui, che volete, scatta la lacrimuccia e lo spirito d’emulazione. Perché la mia dissimulata selvaticità mi porta a starmene spesso sola soletta, ma schiattate, il primo bacio dell’aprile, se permettete, lo voglio. Schiattate, o venite a farvi baciare pure voi, che dice che a non usare a lungo la Bialetti si rovina.

E adesso che cerco una casa da comprare e sono meno selvatica e la Bialetti la uso più spesso, cerco ancora il primo bacio dell’aprile. In termini più prosaici, cerco un attico.

Ma il colpo di fulmine non c’è ancora stato. C’è stata una curiosa coincidenza, la visita a un appartamento che stava proprio sopra al mio, il primo occupato nel Raval, in un palazzo a cui torno sempre per un motivo o per un altro, seguendo i fili di una lunga telenovela. A sentire chi crede in un ordine universale, se ci sono tante coincidenze un motivo ci sarà, o no?

Fatto sta che non c’è il colpo di fulmine. E mi manca, con l’irrazionalità che lo accompagna e mi fa amare ancora questa casa nonostante la mal dissimulata fatiscenza, e gli eventi spiacevoli a cui ha assistito ultimamente.

Poi, però, penso agli amori lenti. Quelli che non mi aspettavo e non ci speravo, verso cose e persone che prima mi suscitavano paura o insofferenza.

Il Raval, ad esempio. Quando dal Mercat de Sant Antoni mi sono spostata più verso l’interno, a Joaquín Costa, era uno scarto di 5 minuti, abbastanza da spaventarmi. Mi ero sempre trovata zone di confine, o addirittura un po’ anonime, per avere l’illusoria sensazione di poter provare tutti i volti di Barcellona. Il Raval aveva troppo di tutto, troppa personalità, troppa prevalenza d’immigrati, troppa sporcizia, troppi turisti. Abituata a una Barcellona insapore, ero assalita da odori forti, curry e urina, il pollo dei girarrosto, la menta che profuma tutto un tratto di strada, quando i fruttivendoli fanno provviste. Erano più rassicuranti i cinesi di Tetuan, gli anziani catalani che sindacavano su come buttassi la spazzatura, con quelli al massimo hola. Poteva mai, il Raval, diventare il mio barrio?

E tu fa’ che lo diventi, suggerì un’amica. E infatti l’amore per il Raval sopravvive a quello per questa casa, che pur mi appresto ad abbandonare. Ho provato a cercare in altre zone, ma no, al massimo la fine torno vicino al Mercat de Sant Antoni, che se attraversi sei nell’Eixample (…), ma sempre Raval è.

Se ci penso, infatti, gli amori lenti sono quelli che mi sono rimasti dentro, davvero. Credo che paragonare un uomo a una casa sia il più bel servizio che si possa fare, altro che mercificazione. D’altronde i rari casi di folgorazione che ho avuto si sono persi nel disperato tentativo di giustificarli, che le case le arredi come vuoi e crei una profezia che si autoavvera, mentre gli umani vengono già arredati di abitudini e manie. E c’è una clausola che impone di accettarle, o non ti ridanno la cauzione. Se gli amanti del colpo di fulmine avessero il tempo di provarne le effimere conseguenze, credo se ne accorgerebbero nella maggior parte dei casi.

Gli amori lenti, invece, si appiccicano addosso piano piano come l’odore di menta, come l’afa scongiurata da quest’aria di pioggia che mi fa scrutare ogni tanto l’amaca in terrazza, per vedere se si sta bagnando. Ti invadono la vita piano, per osmosi, come l’uovo al sapore di tè con cui fa colazione un’amica cinese, e quando se ne vanno è difficile farne a meno perché dovresti strapparti il guscio intero.

Il problema è che non puoi saperlo in anticipo, che lo diventeranno. Amori lenti, dico. Lo sapessi, ti prepareresti.

Da quando ho visto questa casa sopra la mia vecchia ne ho un ricordo come affettuoso, di un posto in cui sono stata, e vorrei tornare.

Quanti giorni di pioggia, scontri coi vicini, pomeriggi di sole, quante notti di lacrime o di sonno profondo, quante visite improvvise e sorprese preannunciate dovrei vivere, prima di sapere?

Magari non ci sarà neanche bisogno di aspettare tanto. Prima o poi, magari mentre starò a fare tutt’altro, saprò.

stanliollioIo gliel’avevo detto, col cavolo che arrivava alle 18.30.

Ma in uno slancio d’ottimismo sono andata lo stesso quasi puntuale al terminale della Grimaldi Lines (che poi, a parte anziani e famiglie con l’auto, chi arriva più in nave a Barcellona? Ah, già, io, la prima volta).

Così ho aspettato un’ora, tra allegre famiglie con bambini che mi hanno ricordato che per queste faccende, figliare e prendere la Grimaldi Lines per andarsene in vacanza (ma anche no), ci vogliono cose tipo disciplina e costanza.

Cose che a un’italiana all’estero potrebbero mancare, vuoi per il precariato, vuoi perché c’è questa asincronia con chi è rimasto in paese a crescere più o meno come si era sempre fatto, mentre tu ti devi inventare un nuovo modo di farlo, senza passare direttamente a invecchiare.

Poi, quando l’ospite finalmente sbarca, col valigione enorme per i 10 giorni che deve coprire, capisci che a un italiano all’estero, spesso, manca un altro ingrediente fondamentale: l’amore incondizionato. Così diverso dalle amicizie bilingui con gente che non sai quanto tempo ancora resterà, o se ha uno spazio per te in agenda.

L’amore incondizionato, si diceva, che nasce in un’epoca molto precoce e si sviluppa nonostante il tempo, nonostante gli esami, che diventano pochi e deludenti colloqui di lavoro, nonostante le partenze e i ritorni, nonostante le morti, nonostante la vita.

Quello che ti fa amare “per quello che sei”, come dicono le canzoni, per cui sei sempre sciupato, ma mangi?, e non sei mai brutto, al massimo buffo.

E allora dividi grata con questo ospite la pasta di Gragnano presa al volo dal pako del Parlament, insieme a tutte le schifezze d’insaccati che non mangi più (“E ja’, piglia ‘nu poco ‘e salamino, nun l’hanno acciso, è muorto ‘e solitudine”). E riscopri tutti quei rituali del pudore della tua vecchia vita, che hai voglia a infiorarli e dire che il nudo è un dono e la donna un mistero ecc. ecc., ma ti sembrano sempre più ipocriti, deiezioni di una civiltà sessuofoba e triste che ha reso il corpo sacro perché non riesce a renderlo vero.

Ma un attimo prima di maledire questa cultura che malgrado tutto vi unisce, dall’altra parte del mare, scopri ridendo che il sarcasmo che accompagna le tue piccole sconfitte private, quello che a domanda “Come passi la giornata?”, ti fa rispondere “Be’, al mattino lavoro al libro e la sera mi taglio le vene”, è lo stesso degli amici rimasti , quelli non riamati o scaricati su cui vi ritrovate a ‘nciuciare:

“Che fai stasera?”, “Me votto ‘a copp’ ‘o ponte ‘e Arzano”.

“No, nun sto male, solo che si venesse quaccheduno e m’affogasse ‘int’ ‘o suonno, buono facesse”.

E allora ridi col sollievo di sapere che la persona che t’immagini vicino quando proprio non riesci a dormire, per una volta al risveglio ci sarà davvero.

iomammapapà2 Tempo di cambiamenti che non ho scelto. Il più fesso, figurarsi gli altri, è quello della casa. È stata la mia tana per due anni e ora non la sento più sicura. Magari siamo tutti paranoici da quando è morta la gatta, ma l’altra notte ho sentito qualcuno camminarmi sul tetto. Passi precisi e regolari, con incluso trasporto di oggetto inanimato (qualcosa che rotolava). Difficile pensare a un gabbiano sovrappeso. Quando ho sentito anche una specie di tonfo, come se qualcuno si calasse su qualche balcone, sono uscita di casa (alle 3 di notte) senza saper bene cosa fare.

Poi rinunce, a cose molto belle.

Così belle che ho pensato che per provare minimamente a compensarle ci vuole qualcosa di bello assai. Così non spreco manco energie. Come ho detto a un’amica di qua: “Tanto amor sin que nadie lo aproveche…”. Mio padre mi ha insegnato a non buttare niente.

Sto consultando pagine di volontariato. E nel Raval, stereotipi a parte, ce ne sono, di cose da fare. Fortuna che la gente è solidale, tra compaesani e correligionari sono l’altruismo personificato. Però ci sono i problemi dei poveri, famiglie disagiate senza soldi per coprire la loro vergogna, bambini da tenere a bada mentre entrambi i genitori lavorano… Mal che vada organizzo un corso intensivo di napoletano, così imparano la sottile arte del chitemmuorto.

Ok, per gli altri stiamo a posto. O meglio, per me che fingo di farlo per gli altri.

E per me, proprio me stessa medesima in persona?

Pensavo a una casa. E non coi soldi dei miei, che mi rassegnavo a invocare a 32 anni suonati, quando dai 18 ho chiesto un solo intervento per bollette impreviste. Un mutuo equivalente all’affitto che sto pagando, con loro che garantiscano per me, se me lo fanno fare. Così non mi metto scuorno di chiedere troppo e non volo basso con le case. In fondo 30 anni di speranza di vita che li ho, vado pure in palestra 4 volte a settimana. A pensarci bene la crisi ne ha fatto la mia unica risorsa costante.

All’affitto ci sono sempre arrivata, non vedo perché spendere i soldi a vuoto. E se sto con l’acqua alla gola, mi rassegno a vivere con altri. A 30 anni, col residuo della borsa di dottorato e i primi soldi del lavoro d’impiegata mi regalai un appartamento senza coinquilini. Basta appartamento spagnolo, Erasmus, la Bohème. Mi sembrava un indice di maturità.

Ora ho capito che vivere al di sopra delle tue possiblità può essere piuttosto un segno d’infantilismo.

Ho capito anche un’altra cosa, forse, un’ovvietà di quelle a cui arrivo sempre tardi. La controversa questione del sorridere anche in tempi avversi. Una forzatura disumana, sottolineava un amico su facebook. Non per me, che lo facevo costantemente per due motivi altrettanto sbagliati: o perché confondevo lo “star bene” col “fare cose”, o non riuscivo mai del tutto a star male, che è grave come quelle malattie per cui perdi la sensibilità e ti pugnalano senza che te ne accorga.

Ora ho capito, forse, che la questione è star male e imparare a sorridere “nonostante”.

Ve l’avevo detto, che era una banalità.

PS: L’ho scritto qualche giorno fa. Intanto ho scoperto che l’avallo può fartelo pure Bill Gates, ma finché non porti una busta paga col tuo nome nisba (lo so, sono di un’ingenuità spaventosa, ma sono in buona compagnia). E De Gregori non aveva ancora fatto l’intervista che manco ho letto, perché di lui ormai ascolto poche canzoni, tra cui questa.

Port_Vell_de_nit Me ne vado per l’altra strada, in fondo al vicolo, così nessuno mi vede.

Mi sento a disagio senza correttore, senza mutande. Ma siccome sono sempre io penso ad Aleksandra Kollontai, che so, Virginia Woolf, Emmeline Pankhurst, me le cerco d’immaginare coi capelli bagnati e gli occhi gonfi. Ma no, non ho la stoffa della femminista, semmai ho lo psicodramma di Pavese senza un briciolo del suo talento, quel Pavese che per la Ginzburg “era incapace di risparmiarsi alla sofferenza […] L’amore lo coglieva come un travaglio di febbre, durava un anno, due anni; e poi ne era guarito, ma stralunato e stremato, come chi si rialza dopo una malattia grave”.

Non fate troppi pettegolezzi.

Per la prima volta vado al supermercato della Rambla e il cassiere è A., che sta dicendo qualcosa in urdu al collega che capisco solo pani, acqua. Che culo, non trasportava i pacchi di riso da Bismillah, su Joaquin Costa? Ricordo quando si offrì alle 2 di notte di “farmi compagnia”, si beccò un cazziatone telefonico e poi disse al suo compaesano, quando cominciai a starci insieme, che non ero una brava ragazza. E la moglie in Pakistan, incinta di un bimbo.

Faccio la fila all’atra cassa.

La Rambla del Mar a luglio è come la vidi la prima volta, gli ambulanti che inseguono i turisti, “va bene, dài, 10 euro”, e tanta gente sulle tavole di legno che mi scoccio di percorrerle, di ricordare i tacchetti fini che s’impigliavano tra le tavole e il braccio che mi sosteneva quell’estate lontana. Il braccio che mi ha stretto a Pasqua, dopo tre anni di lontananza, una stretta innocua e confortante.

Fosse sempre così, ci metterei la firma.

– Chiediamo a lei – dicono le tre in italiano.

Le osservo dalla Rambla, eleganti, loro, romane in vacanza che sono come me allora, senza pensieri al mondo. I loro vestiti italiani, giacché sono in vena di letteratura, fanno tanto don Calogero Sedara che va in frac dal Principe Salina, e quello si offende, vedi se questo a casa mia dev’essere più elegante di me. Ma io sono quella stralunata che è di casa e guarda a terra con una coca cola in mano, e si gira e fa:

– Ditemi.

Lo strano sollievo degli italiani di Italia davanti a un’italiana di Barcellona.

Foto, poi domande: dove possiamo bere una buona sangria? Dove possiamo mangiare? Andiamo bene per la Barceloneta? Rispondo quasi a tutto in italiano corretto, tranne la fine, dico che sul Passeig de Borbó ci sono “due piste di marcia”. Rimangono col dubbio, mentre mi siedo un’ora a guardare il riflesso dei lampioni nel mare, a volte scomposto dal vento, a volte sfuocato, ma sono io.

Al ritorno c’è uno che fa le bolle. Quelle giganti. Ce n’era uno anche a dicembre, su un altro lungomare, più bello, meno libero anche se liberato. Un bambino lo tormentava nella mia lingua, signore, signore, fate le bolle da questa parte.

Qui no, la bimba biondissima che le aspetta con ansia si limita a saltarci appresso, ma c’è vento e scoppiano prima di formarsi.

Finché non ne viene fuori una perfetta. La bimba la guarda un attimo sospendersi nell’aria insieme al mondo, poi la tocca leggermente, la bolla scoppia, la bimba ride.

E il mondo ricomincia.

requiemperunagattaNon aveva neanche un nome, questa cosa fondamentale per la mia specie, che per la sua si risolve con un grido riconoscibile. Il mio partiva sulla soglia della mia stanza, quando provava a sgattaiolarci dentro perché me la ritrovassi improvvisamente sotto al letto, a giocare con strani palloncini di cui m’ero scordata l’esistenza.

Ma era lei che possedeva me, nonostante il collarino che i “legittimi proprietari”, altro equivoco della mia specie, le avevano imposto da qualche tempo.

Veniva ogni tanto, poi spariva, poi tornava improvvisamente e non se ne andava più. È stata presa in braccio dal vincitore del Gaudí di quest’anno, un ex militante antifranchista che per lei era solo un pantalone nero su cui strofinarsi lasciando peli grigi.

E peli grigi si lascia dietro, insieme ad altri resti quantomai prosaici.

– Guarda là – mi fa il proprietario, sul terrazzo comune dell’edificio – io non ci credo che sia volata sei piani per un incidente. Evidentemente, mentre la uccidevano se l’è fatta addosso.

Ci sono versioni diverse. La signora del primo piano dice che era sfracellata al suolo, hanno dovuto chiamare quelli del comune a portarla via. I “legittimi proprietari” spiegano che è stata messa davanti alla loro porta, agonizzante, alle 7 del mattino. Pure il bambino del piano di sotto, quello che parla perfettamente spagnolo e arabo, sapeva che era morta, forse l’ha vista. È lo stesso che mi ha detto “Quello che comanda in questo palazzo ha cambiato la serratura del terrazzo comune e le chiavi le ha solo lui”.

Siamo al sicuro, bambino del terzo piano? E tu non dormi solo, come me, accanto a questo terrazzo comune che si scavalca con un salto.

Ma si parlava della gatta.

Che anche nelle mie notti da Llorona dei suoi ultimi 40 giorni mi guardava a distanza, col rispetto degli animali che sanno che uno di un’altra specie che non sta bene va lasciato in pace. Ai miei suoni sopiti e laceranti ricambiava coi suoi, a tutte le ore sotto la mia finestra, un lamentoso fammi entrare a cui non rispondevo neanche più nella sua lingua, ma nella mia imprestata: “Basta ya, calla!“.

Lei stava zitta solo sotto la mia amaca, che ogni tanto mi sembrava puzzare di piscio, mentre leggevo gli eterni libri di psicologia, antropologia e divulgazione d’accatto che prendo per capire un po’ chi sono e che farci con la mia vita. Senza accorgermi che le risposte erano tutte là sotto, nei suoi occhi grigi che mi osservavano ironici mangiare cose che non si sarebbe mai sognata di assaggiare, passare le ore davanti a una scatoletta nera non commestibile col sole che c’era, accoppiarmi con difficoltà e patemi d’animo e senza mai procreare.

E quella forza che secondo psicanalisti, antropologi, sensitivi, scienziati, ci guida istintivamente con sapienza ancestrale, conoscendo il cammino o intuendolo con facilità, quello che si chiama istinto o anima a seconda del grado di poesia, per me aveva ormai i suoi occhi.

Ed è tutto quello che le posso dare, e che lei mi può dare ancora.

Ho deciso che, per quanto sta in me, io sarò la gatta. La que sabe, quella che non sta zitta, che prende notte e giorno come vengono e finché c’è da mangiare non si lamenta mai.

Quella che sa che tutte queste cose sono molto più importanti di un nome.

Nomina nuda tenemus.

caceroladamallorca È succieso che s’è appicciato. Chi? Mariano Rajoy, Primo Ministro spagnolo. Ha bruciato quel poco di credibilità che gli restava rispetto alle gesta del suo ex tesoriere Bárcenas, coinvolto in uno scandalo legato alla contabilità sottobanco del partito: il PP riceveva finanziamenti privati da entità finanziarie influenti in Spagna.

E Rajoy, stando a quanto dichiara Bárcenas e a quanto confermano certi SMS di cui si riconosce autore, avrebbe intascato un bel po’ di soldi anche lui.

Cos’ha a che vedere, tutto questo, con una calda serata di luglio nella Barcellona della crisi? Soprattutto, che c’entrano le pentole e i cucchiai che alle 20 di ogni sera suonano ininterrottamente per un’ora, insieme a fischietti, chiavi, frizzi e lazzi, nel quartiere più elegante di Barcellona?

La cacerolada, o cacerolazo, nasce in Sudamerica negli anni ’70, viene riportata in auge dall’Argentina della crisi economica dei primi anni 2000, ed entra nella mia vita con gli Indignados, nel 2011. Ci sono foto di me seduta al centro di Plaça Catalunya, in buona compagnia, con un cartello per invitare a votare ai 3 referendum per acqua, nucleare e legittimo impedimento.

Ora che gli indignados latitano, ho lasciato padella e cucchiaio a casa, le chiavi sarebbero bastate. E siccome era tardi, ho preso addirittura la metro, per presentarmi in c. Mallorca 278, fuori alla Delegación del Gobierno de España circondata, ovviamente, da bandiere indipendentiste catalane.

Ma mai come a Barcellona il privato è pubblico e, nonostante le mie scarse aspettative di trovare volti noti tra la folla cacerolante e fischiante che brandiva cartelli (no hay pan pa tanto chorizo, sul doppio senso spagnolo tra “salame” e “profittatore”, Españistan: 100% corrupción, 0% ética, e il grandioso Attento, Mariano, ti veniamo a sfrattare, nel paese degli sfratti forzosi), nonostante le urla assordanti Mariano, Mariano, no pasas el verano, nonostante tutto ho incontrato ben 2 paia di occhi azzurri, completamente diverse tra loro.

Un paio ha visto l’Inferno e l’ha raccontato, ma ancora mi sorride ogni volta che l’incrocio, e spero sia più spesso.

L’altro paio è un bel po’ più chiaro del blu della sua estelada, la bandiera indipendentista sotto la quale, lo sapevo, l’avrei trovato a fissarmi. Non ricambiato. Ci sono momenti in cui puoi solo abbassare lo sguardo, perché non sai come spiegare il va e vieni di inviti, sparizioni, nuovi inviti, a chi non conosce il caos emozionale della comunità italiana a Barcellona. Mi è venuto in mente Shakespeare, Misshapen chaos of well-seeming forms, ma non c’era posto per l’inglese, era tutto un cantare catalano, dopo lo spagnolo glorioso de A las barricadas c’era l’Estaca: se tiriamo tutti, il palo a cui siamo tutti legati cade. Come questa cacerolada: l’idea è perseverare finché le urla Dimissió non si trasformino in un unico boato consolatorio. Che forse non ci sarà mai, ma intanto a poc a poc, come si dice qua, cacerolada per cacerolada, slogan per slogan. Almeno la gente si ricorda che i problemi comuni meglio provare a risolverli.

E anch’io, a poc a poc, giorno per giorno, pentola sul fuoco dopo pentola sul fuoco, salvo quando è l’ora di farle suonare per strada, e chiedersi se è il caso di mettersi i tacchi che il poliziotto nella camionetta ha una faccia proprio schifata (ma ci sono le telecamere e le giornaliste magrissime che sì che ce li hanno, i tacchi)… A poc a poc, i problemi li risolvo anch’io.

E quando il secondo paio d’occhi mi scova tra la folla in cui mi sono rifugiata e diventa una mano sulla mia spalla, e poi un solo fiato, magari ci vediamo uno di questi giorni, allora smetto di cantare segur que tomba, tomba tomba e chiudo gli occhi, per sentire se ho ancora sangue nelle vene.

I ens podrem alliberar.

(Il pubblico)

(Il privato)

prostituteindignate Insomma, una non si può deprimere in santa pace, a Barcellona, che le ricordano subito che c’è chi sta peggio di lei. E peggio ancora, che a rigirarsi i pollici non si ottiene niente.

Tornavo dalla Biblioteca de Catalunya, mezza stordita dal caldo, da due notti insonni e da un ripasso della Prima Guerra Mondiale in Catalogna (quello che ti tocca quando hai discusso da due anni una tesi di dottorato che i tagli all’università hanno trasformato in carta igienica). Mi dirigevo verso la Rambla in missione speciale (comprare shampoo al Body Shop con la tessera clienti, vedi Matrix). La Rambla invasa nel 1917 dalle donne dei quartieri popolari, rimaste senza carbone e soldi per affrontare il caroviveri, che l’avevano percorsa tra i turisti eleganti che non potevano più passare l’estate a Baden-Baden. Avevano invaso i caffè scintillanti di luci inutili, portandosi dietro qualche ballerina solidale con la causa, tra gli stranieri danarosi attoniti che si facevano un’idea della Barcellona che non vedevano.

Non ho fatto in tempo ad attraversare che ho sentito i primi fischi. E le urla. Un signore si è messo a sbraitare “Dov’erano quelli, quando i chorizos del parlamento ce lo mettevano in quel posto?”.

Non gli ho fatto neanche un sorriso di circostanza. Ho modificato la rotta e sono scesa verso il Banco Popular, una banca che ha una filiale sulla Rambla. Ci ho trovato la Pah, Plataforma de Afectados por la Hipoteca.

Fondata da più di 4 anni, quest’associazione, che per i media ha soprattutto il volto di Ada Colau, è stata recentemente premiata dal Parlamento europeo: si occupano delle vittime di quei famosi mutui a tasso variabile che improvvisamente hanno trasformato la Spagna dal regno della bolla immobiliare a quello degli sfratti. Il PP li ha chiamati nazisti, ha sostenuto che i suoi elettori non mangerebbero, pur di pagare il mutuo, e li ha associati all’ETA… Loro continuano coi loro escrache, delle azioni collettive volte a mettere alla berlina delle personalità pubbliche considerate colpevoli di mancanze gravi verso i cittadini.

Ora toccava al Banco Popular, che non aveva concesso un dación de pago (è quando proponi di estinguere il tuo debito offrendo beni diversi dal denaro) a uno dei membri Pah.

La prima cosa che ho visto sono stati i telefonini dei turisti, increduli di portarsi il ricordo di una manifestazione, insieme a quello della paella surgelata. Poi le auto, che passando tra due file di manifestanti in maglietta verde suonavano il clacson per sostenerli. Infine loro, con fischietti e coreografie che insultavano le banche in rima baciata, mentre un poliziotto osservava discreto, in disparte.

Mi ha colpito che dalle macchine qualcuno incitasse davvero.

Come fosse andata a finire, me lo sono chiesta il giorno dopo, fuori al Parlamento catalano, di fronte allo striscione di Stop Bales de Goma.

Dentro, Nicola Tanno, fondatore di Stop Bales, e Esther Quintana, l’ultima a perdere un occhio per i proiettili ad aria compressa, rispondevano alla Comissió d’Estudi dels Models de Seguretat i Ordre Públic i de l’Ús de Material Antiavalots en Esdeveniments de Masses: raccontavano come avevano perso l’occhio e quanto è importante che siano gli ultimi a perderlo.

E noi aspettavamo fuori, parlando anche dell’azione sulla Rambla. Una signora che era presente ce lo ha detto: verso la mezzanotte, i manifestanti sono stati sgomberati, ecco il video. Due poliziotti per manifestante. Hanno invitato ad andarsene pacificamente, i manifestanti si sono rifiutati. Sono volate manganellate, sono stati chiesti a tutti i documenti. Il problema erano gli stranieri, spiegava la signora. Latini, senza i documenti in regola. Quelli avevano paura. Ma nessuno si è alzato, mi sembra di capire dal video, quando la polizia li ha invitati a uscire coi loro piedi.

Per me la giornata della Pah non era finita al ritorno dalla Rambla, ma vicino alla mia rambla preferita, quella del Raval. Con un altro rumore familiare, quello di pentole e coperchi battuti con un cucchiaio nella calle Robadors.

Ancora loro, le prostitute indignate.

A due passi dal sontuoso (e kitschissimo) Hotel Barceló, la familiare schiera di donne di tutto il mondo e tutte le età che battono a pochi metri dalla cultura istituzionale della Filmoteca de Catalunya. Anche stavolta, però, non ho osato chiedere a loro che succedesse, e mi dispiace. Ho chiesto a una delle poche che non avevano la divisa del mestiere, forse perché come me possono esprimere solidarietà senza mai capire cosa si prova, a essere considerata infetta, l’ultimo gradino della società. L’interpellata ha riposto un momento il fischietto e mi ha risposto: “Protestiamo ogni mercoledì alle 20 contro la repressione della polizia ai danni delle prostitute”. Vero, ricordo. Controlli continui, interrogatori a donne che spesso hanno la gonna più lunga della mia. Se rimorchiassi io in mezzo alla strada mi chiederebbero i documenti?

Tra tanti interrogativi, Barcellona e i suoi abitanti mi hanno insegnato qualcosa che scordo spesso, che la mia terra scorda spesso, forse perché lo riteniamo troppo scontato e banale per ritenerlo degno della nostra attenzione. Non siamo forse quelli del Rinascimento? Quelli dell’Impero Romano? E poi, quelli del Partito Comunista più grande del blocco occidentale?

Seh.

Dalla bacheca di un altro che ieri stava al Parlament:

Tra ieri e oggi ho visto che cosa è una società sana, che ha ancora voglia di lottare per la giustizia e la democrazia, e lo fa, riuscendo anche a dialogare con le istituzioni.

Vero. Nicola e Esther sono arrivati al Parlamento, le prostitute a parlare col sindaco, Ada Colau ha potuto dire alla Commissione di Economia del Congresso che i banchieri sono criminali.

Io ho visto una volta di più che se proviamo a fare qualcosa non sappiamo mai se riusciamo. Figuriamoci se non facciamo proprio niente.

(una canzone che sento spesso per strada, ma con un accento decente)

pasolinimarainiMi sono decisa all’ultimo momento (mezz’ora prima in questi casi lo è), infatti ho trovato la fila. Talmente lunga che non sono riuscita a entrare.

Ma ho un problema grande, con Dacia Maraini che parla di Pasolini al CCCB: non amo il secondo, spero perché letto troppo presto e troppo in fretta, e sono arrabbiata con la prima. Perché ho amato Marianna Ucria, e Isolina, e in nome loro ci ho provato con Bagheria, Colomba… Niente. Mi faceva piangere nelle prime pagine, mi faceva precipitare nella sua storia come Alice nella tana, e poi mi lasciava lì, piantata nel bel mezzo di un labirinto di cui si fosse persa l’uscita.

Ma la donna che mi è apparsa davanti sullo schermo per i ritardatari, mentre spostavo la seggiola IKEA per scansare le teste delle prime file, era solo quella del vortice di storie. Così vorticoso che mi ha fatto riconsiderare anche Pasolini, non quello delle poesie lunghe e faticose che ho letto, ma il giovane innamorato di Amado mio, trovato misteriosamente nella biblioteca di mio nonno (un regalo di mio padre, ho scoperto poi).

Quello che in un’intera spedizione in Africa, raccontava questa donna bella e minuta, li aveva costretti a girovagare sul gippone in cerca di fumo. Il fumo dei fuochi che voleva riprendere per un’Orestiade africana, ma che non andava mai bene: o troppo denso, o troppo nero…

Quello che ha avuto un’emorragia di fegato nell’unico ristorante del ghetto di Roma in cui sia andata io, cominciando a scrivere per il teatro durante la convalescenza.

Quello della madre bambina che chiedeva a Dacia, parlando di omosessualità davanti a un caffè, “Davvero credi che esistano queste porcherie?”. E che dopo la morte del figlio metteva sul tavolo tre tazzine di caffè, una per lei, una per l’ospite, e l’altra per Pier Paolo. È in giardino, adesso arriva. E io ascoltando tutto questo torturavo il quadernetto degli appunti, pensando che non importa se il dolore ci spezza le vene e ci lascia sfiniti la sera, c’è sempre un lutto più urgente, più straziante, più muto, perché impossibile da raccontare.

Ma Pier Paolo (“Paola” per un gruppo di giovinastri fuori a un teatro, l’Italia omofoba non muore mai) è anche quello delle pagine strappate di Salò che improvvisamente compaiono in mano a Dell’Utri, almeno questo dice lui, per poi sparire quando la magistratura gli chiede di esaminarle.

E a questo punto la narratrice si ferma a spiegare ai non italiani, Dell’Utri è amico di Berlusconi.

Ed è di quest’ultimo che, mi spiace per voi, volevo parlarvi. Delle riflessioni che stasera ho ascoltato sul berlusconismo.

Alla domanda di uno studente d’italiano, “Dove sono finiti gli intellettuali, in Italia?”, l’autrice ha risposto che manca la consapevolezza della comunità, il tessuto connettivo col paese. Da soli non si può cambiare il mondo, va cambiato collettivamente.

Il berlusconsmo, il degrado culturale che ha invaso l’Italia, ha provocato una reazione tra gli scrittori, che si è tramutata in impegno.

Però, appunto, manca questa comunità. Non esite neanche più un bar, un salotto, un luogo in cui gli scrittori s’incontrino [al di là del momento consumistico delle fiere per vendere libri]. Manca il momento connettivo.

Intanto Berlusconi si mantiene ben solido nel suo degrado culturale e nella sua volgarità, forte di questa resistenza senza coesione.

Ma la magistratura, da sola, non può assolvere alla funzione di restaurare un’etica che si recupera solo col rispetto della legge.

E la sinistra ha peccato di aver accettato troppo questo compromesso. Non con la destra, che di per sé è rispettabilissima e ci vuole, in una democrazia, ma con questa destra, con la criminalità.

Sarà stato un miraggio o un problema dello schermo, ma giuro che, tra gli applausi seguiti a questa dichiarazione, “Rita Hayworth con il suo immenso corpo, il suo sorriso e il suo seno di sorella e di prostituta, equivoca e angelica, stupida e misteriosa, con quel suo sguardo di miope freddo e tenero fino al languore, cantava dal profondo della sua America latina da dopoguerra, da romanzo fiume, con un’’espressività divinamente carezzevole”.