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Francisco Goncalves Photo

Francisco Goncalves Photo

E poi quella mano di rosa spalmata sul muro del terrazzo (che sarà un colabrodo, ma è di un bel color crema), ti fa capire che ti stai perdendo un capolavoro.

E allora esci sul terrazzo e puoi fare due cose.

Una è pensare.

Che le giornate si sono allungate, e la primavera non è vicina, ma altre due settimane e la sentirai nell’aria, annunciarsi discreta come una vera signora.

Che sul cobalto ci sta benissimo, il rosa fosforito (come lo chiamerebbe la tua amica andalusa). Specie se ogni tanto lo attraversano sagome nere più esuli di te.

Che le antenne sul terrazzo accanto, quello in comune, sono ancora là, inutili, coi fili tagliati dal vicino fin troppo gentile. Quello che ti ha fatto lavoretti in casa, quello che si affacciava troppo spesso a chiamarti e chiedeva al tuo ex “A che piano vai?”, perché non gli piacevano la sua pelle e la tuta del mercato (e manco le labbra carnose e allegre rispetto alle sue, sempre asciutte). Quello che magari ha pure ragione, ci sarà, questa normativa che prevede una sola antenna, per fargli stendere i panni in santa pace. Ma che è passato dalla parte del torto tagliando i fili perché credeva fossero “tutte antenne dei filippini, Maria, una di loro mi ha risposto male, come si permette di vacilarme?”. E sai che è un false friend, ma vacilarme ti sembra sempre il termine più adatto per questo spagnolo piccolo piccolo, con ragione da vendere e la macchinetta del caffè per una persona sola.

Puoi pure pensare che la vita continua e per continuare, come dice la canzone, ogni tanto ti fa morire un po’. E quando ti chiedi se ne vale la pena, a vivere, dovendo morire sempre un po’, il cobalto e il rosa fosforito sono qui per questo.

Puoi pensare tutte queste cose.

Oppure non pensare.

Guardare e basta.

Uno di quei tramonti che sembrano albe, tra i gabbiani scostumati e le antenne del Raval.

almodovarOk, ultimamente faccio assai pipponi su ammore e responsabbilità, che scritto così sembra la nuova canzone di Antonio Ottaiano, con un bacione a tutti gli ammalati per una presta guarigione e a tutti i carcerati per una presta libbertà.

Ma che ci volete fare, a volte la vita è tragicomica.

Ho accompagnato un’amica spagnola a un concerto, suonava un tizio che le piaceva. La mia amica frequenta uno che non si capisce bene che intenzioni abbia, e un po’ perché è stufa, un po’ per dimostrarsi che è ancora libera e felice come una farfalla, ha colto al volo un invito su facebook per rispolverare questa conoscenza iniziata davanti a una pizza.

Alla fine del concerto, ovviamente, noi lì nel backstage pezzotto, modello groupie con 15 anni in meno. Ma lui ha fatto il suo miglior sorriso finto, ha ringraziato per i complimenti ed è andato a baciare una tizia dall’altra parte della stanza.

L’amica era allibita. La pizza risaliva a qualche mese prima, ok, però cavolo, lei da altrettanto frequentava il tipo indeciso e in pubblico a stento un bacetto per guancia.

Fortuna che per rompere il gelo ci raggiungeva una “nordica” più giovane che vive qua fin da bambina. La spagnola stava zitta e pensosa finché, a un semaforo, sulla strada del bar in cui ci aspettava altra gente, abbiamo visto attraversare lui. L’amigo con derecho della nordica. In realtà uno dei due e manco il preferito, ma so’ dettagli.
Con una bruna esattamente della sua taglia.

E lì per evitare conversazioni imbarazzanti ho fatto un capolavoro. Ho accelerato il passo per fingere che avessimo fretta (le altre non capivano che succedesse) e, non potendo ignorare il tizio in questione, gli ho sventolato la mano quando ormai eravamo a due kilometri. Ha risposto col secondo sorriso ipocrita della serata. D’altronde, se ci fossimo fermate, che gli dici al tuo secondo amante se lo vedi con un’altra?

Fatto sta che quelle zitte e pensierose adesso erano due. Fortuna che il bar era là vicino. E la nostra amica catalana ci aspettava con varie persone.

Come previsto, si è messa a parlare del suo non compagno. Cioè, di un amico argentino che lo sappiamo tutti, che stanno insieme, ma loro fanno finta di niente da anni, perché non vogliono impegni. Ma stanno sempre, sempre, sempre insieme.

Uscendo ho sbuffato:

– Il mondo si complica la vita.
– Meglio una vita movimentata, ti suicidi più tardi – ha commentato la nordica.
– Sì, ma alla fine – e mi metto in mode pippone – tutte queste persone semplicemente non si assumono le proprie responsabilità. L’indeciso che fa ‘o scemo per nun ghi’ ‘a guerra, l’altra che lo sopporta per paura che la lasci, voi che “libero amore” ecc. e poi se è libero davvero fate le facce strane, e questi che dell’amore godono solo a metà, come Pina Sinalefe. Foste almeno felici…
– Chi può dire di essere felice? E chi può definire cosa sia una coppia? Finché la cosa funziona, va bene.
– È tutto molto logico, sensato e relativista, per la gioia di Paparatzi. Ma… Parole, parole, parole. Continuo a sospettare che la gente per non volere complicazioni se ne crei il doppio.

Ok, parlo io che fino a poco tempo fa sembravo quello di Nuovo Cinema Paradiso, senza il successo e i soldi, ovviamente.

Però il sospetto mi rimane. Un’amica psicologa mi faceva notare che l’essere umano ha quest’assurdità: credendo di fare il proprio bene e risparmiarsi grane, segue dei modelli di comportamento che le grane gliele portano.

Ma sono parole anche queste

Credo che il tutto si riassuma così:


(Maledetta stronza, che non muore mai mentre io vorrei dormire)

desigualE poi ci sono quei pomeriggi.

Quelli in cui la traduzione del giorno è nel suo file, il bando l’hai letto, le nuove critiche al libro stanno lì a macerare, come fiori per un profumo, e tu hai la stessa tranquillità e pace interiore di Virginia Woolf (senza peraltro un briciolo del suo talento). Anzi, rispetto a te Virginia Woolf ha la tranquillità e pace interiore di un impiegato del catasto con l’hobby della filatelia.

In questi casi, prima di ricordare che vivi al quinto piano, è meglio uscire per saldi, che, senza fare la Sex and the City della situazione, un cappottino nero non ci starebbe male, così non appezzotti sempre la trapuntina-beige-che-sta-bene-su-tutto.

Allora, benvenuti al tutorial dei saldi del basilico! Volete sapere il trucco dei trucchi, quel posticino che sa solo chi ci vive, in una città? Ebbene, vi svelo il mio piccolo segreto. Rullo di tamburi…

Il Corte Inglés!

E manco quello dell’Hard Rock Cafè, o di Portal de l’Àngel. No, proprio quello di Plaça Catalunya. Sì, lo so, non ringraziatemi. Se non ve l’avessi detto io, non l’avreste neanche notato, sobrio com’è.

Sono giunta a quest’importante filosofia di vita dopo aver provato di tutto: gli outlet vicino Plaça Tetuan, i negozietti fricchettoni del Gotico, e perfino i cinesi di Sant Antoni. Niente da fare. Al Corte Inglés la maggior parte della roba esposta in saldi è per la serie “devi dare tu i soldi a me per mettermelo”, ma hanno tanta di quella stoffa a marcire nei magazzini, che ogni tanto trovi delle ex promozioni (leggi “scarti degli scarti”) al 50 e 70%. E se avete gusti diametralmente opposti alla maggioranza della popolazione (e un busto che per le magliette potreste andare ancora da Prenatal), vi siete fatti il guardaroba di Pasqua, Natale e Capodanno alla faccia di Manolo Blahnik.

Intendiamoci, le canotte a costine Ralph Lauren a 20 euro, che le trovi uguali a 5 di Sfera (la linea economica del magazzino), stanno bene dove stanno. Ogni tanto, però, rimedi cose buone, pure nell’intimo: in saldi trovi certe marche “che durano” al prezzo intero di quei completi italiani (non fatemi nominare la catena) che prima ti scuciono 20-30 euro, poi si scuciono il tempo di portarli fuori dal negozio.

In genere, poi, durante i saldi gli stranieri non residenti a Barcellona hanno uno sconto del 10%, presentando un documento d’identità all’ingresso. Le mie amiche catalane, sapendolo, hanno fatto tante di quelle storie che non ho il coraggio di presentarmi lì con le “s” a fine parola e dichiarare di essere appenas arrivatas. Anche perché, con la gente che frequento ora, magari mi uscirebbe in catalano, e non sarei credibile.

Comunque ribadisco, non è che si trovi granché. Infatti l’amica sarda ex residente, ora in visita fino a domenica, la incontro coi reggiseni a metà prezzo infilati in borsa e le mani vuote. Le sue, invece, sono occupate a scattare varie foto a una turista che voleva mettersi in posa sulla Rambla del Mar, con un venticello scherzoso che la bora in confronto è un ventilatore rotto.

Tanto noi andiamo al cinema, al Maremagnum. Per una volta che vogliamo vedere lo stesso film, The Hobbit, e prima che me ne penta, sbrighiamoci a comprare i biglietti (e l’osservazione che alla stessa ora ci sia anche Lincoln, amica mia, è proprio un colpo basso, vade retro Satana).

Per fortuna o purtroppo, nonostante la zona turistica al massimo, il film è in spagnolo. E voglio stare pure a discutere, per poi uscire comunque dal cinema, sui pregi del doppiaggio italiano, ma in spagnolo davvero non si può sentire .

Ma la simpaticona alla cassa è disposta a restituirci i soldi, non prima di aver sbuffato e fatto una predica alle due italianinis sul fatto che “in Spagna” i film siano doppiati in spagnolo, a meno che non sia specificato altrimenti.

Muy amable, eh, sibilo, ma lei traduce correttamente neh vrenzola, i favori si fanno o no, senza brontolare, credevo che in questa munnezza di centro commerciale fosse tutto per turisti e comunque, vivendo tu a Barcellona, la Spagna che ci vuoi insegnare l’avrà vista al massimo nonneta. E per sua fortuna non dice niente.

L’unica cosa certa è che devo una serie di birre all’amica allibita. Sarà la pace interiore di cui sopra.

pastisE al Pastís, inaspettatamente, c’è un delizioso concertino. Casi el mejor trío del mundo: banjo, trombone e clarinetto. Musica tipo swing, da orchestrine anni ’30, con tanto di vocione simil-nero del banjo, che in realtà pare slavo. La “trombona”, invece, è catalana.

Avventori simpatici, internazionali, dai francesini al tizio col pantalone a zompafuosso, che decidiamo esser fresco di ostello.

– Meglio che il cinema! – ammette l’amica.
– Mi piace quello di fronte a te – rispondo.
– Sì, non è male.
– Oddio, siamo d’accordo su un uomo!

Non succedeva dalla trobada de becaris, quando un collega dottorando si girò un momento e nella catalanissima aula dell’Ateneu Barcelonès risuonò un grido in sardo: “Abbiamo pensato la stessa cosa!”.

Ma dura poco. Fino al momento in cui la mia follia pomeridiana è affogata in un delizioso Don’t Worry Be Happy versione swing. E ci mettiamo tutti a fare i cretini appresso al terzetto.

Tutti, tranne lui.

– Complimenti, Maria. Sei riuscita ancora una volta a notare l’unico che non sorride mai. E non balla, non va a tempo…

Lo so, sono campionessa mondiale. Ho fatto di meglio, eh. L’ho sgamato anche una domenica sera al Big Bang, nel momento di massimo sovraffollamento.

Stavolta sono pure fiera di me, perché per notarlo non mi ci è voluta un’altezza straordinaria, o degli occhi azzurri che brillano nel buio. Solo un nasino all’insù sotto un paio di occhiali rétro, e scarpe da ginnastica con l’immancabile calzino bianco. Vorrei solo capire quale tipologia ha captato stasera il mio radar, che in genere, come Paganini, non ripete. Apatico cronico? Celo. Innamorato dell’ex? Celo. Religioso sessuofobo? Celo.

Per una volta, resterò col dubbio. E con una borsa piena di mutande al 50%.

ramboImmaginate la scena.

Siete a Barcellona a una bella festa, soddisfatti ma stanchissimi. Le canzoni demenziali hanno appena ceduto il posto a Marisol, c’è così tanta gente che non si respira e la vostra amica continua a non credere che il cugino bello di Rambo, davanti a lei, sia gay.

A quel punto, tutto ciò che vorreste fare è tornare a casa, al massimo fare una capatina al baretto all’angolo per commentare il Barça coi vicini…

Quando chiama lei.

L’amica straniera della tua amica. Quella che non sa un cazzo delle strade del Raval, perché ad andarci sola Dio scampi, ma vuole proprio raggiungervi.

Solo che ha degli amici al seguito. Connazionali in visita, carichi di gingilli del Barça e foto della Sagrada Família.

E, udite udite, vogliono mangiare paella. Alle 20 di domenica sera.

Il vostro istinto di conservazione vi dice solo fuje sempe tu. Gli occhioni da cerbiatta della vostra amica dicono “Mica mi lasci sola, vero?”.

Così proponete:

– Vabbe’, ti accompagno dai tuoi amici e poi vado a casa. Dove stanno?

– In questo momento, in Plaça Catalunya con Raval.

Perfetto. Sorvoliamo sulle indicazioni spagnole senza traverse, senza preposizioni (epic win: “ci vediamo nell’Arc de Triomf”, e stavano a 10 metri di distanza dall’arco). Ma Plaça Catalunya, facendo mente locale, è circondata sempre e solo da Gotico ed Eixample. Staranno nel Pelayo?

– Non so – rettifica l’amica – dice che ora stanno nella prima strada del Raval a destra.

La prima… No, questo concetto ve lo dovete segnare. Anche l’amica che propone “Boh, andiamogli incontro, prima o poi li troviamo”. E ripensate a Peppino che in Piazza Duomo a Milano propone: “È la piazza principale? Sediamoci qui, quella qua passa“.

Ma quando già state su Joaquim Costa arriva un altro Whatsapp: “siamo in c. Hospital“.

Ora, a meno che non volino su scope di saggina o abbiano inventato il teletrasporto, all’hospital ce li mandereste voi.

Ma volete aver fiducia nel prossimo, quindi riuscite a portare l’amica nel punto indicato, ancor prima del messaggio “Ora siamo fuori al Macba“. Ok. Sono i Cullen di Twilight.

– Senti, si fermassero lì e non si muovessero, se no succede.

Peccato che in spagnolo “succede”, senza soggetto, non rende l’idea. Ma eccoli lì, i nostri eroi, in attesa tra gli skater di Plaça dels Àngels, che purtroppo continuano a scansarli.

Ora fate un respiro profondo, dite om shanti e spiegate che la paella di domenica sera, a Barcellona, solo surgelata può essere.

A meno che…

– Scusi – chiedono 10 minuti dopo al cameriere della Xaica – El Bastió Blaugrana – la vostra paella è surgelata?

– No. Infatti per mangiarla dovrete aspettare 30 minuti.

Che diventano 40 perché la turista si deve far tradurre tutto il menù, due volte. In inglese e in turco. Il compagno fa lo stesso, ma lo fa dietro la vostra schiena perché vi siede accanto per guardarsi il Barça, lasciandovi lontani dall’amica e letteralmente presi dai turchi.

Che bello, almeno si guarda la partita!

No, si deve anche parlare. Sempre in turco. E la turista vuole la password di Internet per l’iPad, ma la cameriera non collabora perché troppo presa a dimenticarsi dei vostri piatti, che arrivano freddi.

La turca “stanziale” si fa scaldare il suo, e l’amico le diagnostica un ricovero per quello che ci finirà dentro nel processo. La turista richiama la cameriera: password a parte, la coca cola è scaduta.

Adesso. Tutti hanno diritto a bere coca cola non scaduta, ovviamente. Ma, benedetta figliola, come ti è venuto di alzare la lattina di Diet Coke e leggervi la data di scadenza? Sei il mio mito di tutti i tempi.

Intanto l’amica andalusa vi informa che tiferà Sevilla perché Messi ha la cara de mongolo . Cent’anni di diritti dei disabili buttati nella spazzatura insieme alla paella.

Perché ovviamente, quando arriva, la turca ‘nzista ne assaggia giusto due cucchiai.

– Non la voglio. C’è il coniglio.
– Embe’?
– Io non mangio coniglio. Io adoro i conigli.

Già, perché invece mucche e gallinelle le hanno fatto qualcosa.

Fortuna che il Barça vince abbondantemente e siete troppo impegnati a chiedervi per quale arcano motivo il centrocampista del Sevilla faccia di cognome Buonanotte, per accorgervi che, dopo la crema catalana di rito, la cameriera pensa bene di mettervi davanti del liquore alla mela, omaggio della casa. Scordandosi i bicchierini.

Buonanotte è già diventato Va’ te cocca, prima che si rimedi alla svista e la vostra amica spagnola scopra risollevata che non è ancora ora di andare al lavoro.

Voi invece scoprite, prima del canto del gallo, che Buonanotte è argentino. E di nome fa Diego.

Forse, se invece di cedere agli occhioni della vostra amica imparate voi a dire “buonanotte” e filare a casa, la prossima volta andrà meglio.

Io l’imparo pure in turco, non si sa mai.

santagataSul mio comodino si tengono lezioni di cucina che MasterChef se le sogna. Proprio in cima alla pila di libri che mi sono portata dall’Italia, resistendo tutte le feste e cedendo proprio alla Feltrinelli di Capodichino, a due passi dall’aereo.

Nell’angolo tra il lume di plastica verde e la parete bianca, che già comincia a scrostarsi, Agatina e sua nonna fanno le minne di sant’Agata. Impastano la ricotta e la farina che si trasformeranno in un seno bianco e sensuale, con una ciliegina candita sopra. E poi le contano. Devono essere due per ogni donna della famiglia, se no la Santuzza si offende. Stanno a Palermo, ma nonna Agata, ovviamente, è di Catania. E, salvando la bimba da genitori un po’ caotici, le insegna la cucina e le cose del mondo.

umeboshiUn paio di centimentri (e vari strati di polvere) più sotto, in Giappone, la giovane Ringo e sua nonna vegliano le umeboshi perché non ammuffiscano. Anche la nonna di Ringo rimedia agli errori di una mamma un po’ scombinata, e piano piano, più con gli assaggi che con le parole, insegna alla nipotina quello che sarà il suo mestiere. Il mestiere che le salverà la vita quando il fidanzato indiano si porterà via il suo profumo di spezie assieme ai mobili, costringendola a tornare in paese e inventarsi una nuova vita. E le minne entrano in scena anche qui, perché ora Ringo, con in bocca l’ultimo umeboshi al sapore di nonna, già intravede dal minibus il Monte delle Tette, in realtà due monti vicini che fanno da sfondo al suo villaggio.

Separate dallo spazio e dal tempo (e pure dalle Feltrinelli, perché Agatina era stata l’unica mia concessione a Piazza Garibaldi), Agata e Ringo, con nonne e minne al seguito, non potevano che incontrarsi per puro caso, su un comodino preso in un magazzino di mobili buttati.

A qualche centimetro da entrambe, nel lettone IKEA mezzo vuoto e mezzo pieno, ci sono io. Che pure ho avuto a che fare con con un fidanzato profumato di spezie, solo che lui l’India la schifava, i mobili me li aveva dati e non tolti, e questa è un’altra storia.

Nonne, minne e cucina, invece, mi accompagnano da sempre all’insegna dell’assenza.

Nonna la cucina non me l’ha insegnata, perché nessuno l’ha insegnata a lei. Se non fosse per mio fratello, fan di tale Carlo Cracco, questa lacuna in famiglia non verrebbe mai colmata. La nonna che non ho mai conosciuto, invece, mi ha lasciato in eredità il nome, l’amore del figlio e, a quanto pare, le minne. Nel senso di:

– Papà, tu che sei medico, perché le tette non mi crescono? Ho già 15 anni!
– Eh, avrai ereditato quelle di nonna, piccole ed eleganti.
– Eleganti un ca… Ehm, mamma, com’è morta, la nonna?
– Eh, di un tumore al seno, purtroppo.

Terrore a parte, invidio sia le minne di Sant’Agata (e solo quelle, malpensanti) che gli umeboshi. Ma mi tengo Barcellona, il lettone IKEA, il comodino d’occasione, e le ricette giappocatanesi che mi fanno ingoiare i sogni di gennaio.

(uno per la Santuzza)

(ancora Giappone in trasferta)

daru-salaam_pxl_d560eef0c3eee51003cf02374ad716aaE così, ho scoperto pure il sozzoso in versione senegalese.

Grazie ai miei compaesani in visita a Barcellona per una mostra fotografica.

Va detto che l’esperta in sozzosi (leggi “ristoranti spartani, decadenti e untissimi”) sono io, sia a Napoli che a Barcellona. Tant’è vero che il mio sozzoso cinese e quello maghrebino non hanno manco un sito web, per non parlare di un nome scritto a caratteri romani! Ma stavolta i paisane li avevo portati al mio Teranga , che li ha scandalizzati: c’era addirittura spazio per sedersi!

La lacuna andava colmata, ha deciso la moglie catalana del fotografo. Così, entrando in questo tempio di sozzeria deliziosa, col riso estratto da secchie immacolate e un dislivello pazzesco sul suolo, oltre ad avere un orgasmo multiplo ho constatato tre cose:

1) il riso senegalese, proposto in alternativa al cous cous è troppo bello. Sembra spezzato a metà, i chicchi sono finissimi. Me ne accorsi in un ristorante clandestino vicino Piazza Garibaldi, scoperto grazie a una spia ivoriana;

2) ho una crisi d’identità col bilancio di fine pasto. Piatti delle catalane: mezzi pieni. Piatti dei paesani: ossa o spine. Piatto mio: una via di mezzo tra le due cose. Cosa sto diventando? Lo scopriremo solo vivendo;

3) lo humor del mio paese si fonda sostanzialmente sullo sfottò. Lo sapevo, ovviamente, anzi, ne soffro le conseguenze quando torno per le feste e scopro di non esser più abituata a esordi telefonici tipo ue’, munnezza!. Ma non l’ho mai capito come l’altro giorno, in un ristorante senegalese, seduta tra frattesi e catalane. Lo sfottò funziona così: si mette alla berlina un paesano alla volta, che assume un volto imperturbabile mentre di lui si dice qualsiasi cosa. Al massimo scuoterà la testa come a negare, e a quel punto verrà incalzato senza pietà fino alla rievocazione del lontano campeggio del 1994, quando ci provò con l’istruttrice dei boy-scout (“Io non ho mai fatto lo scout!”, “Neghi l’evidenza!”).

L’unica ancora di salvezza, per lo sfottò, è trovare una vittima “esterna”. Così il più “letterato” di noi si è girato verso una delle pareti, adornate da motivi afro, e ha dichiarato:

– Io vorrei sapere solo una cosa. Ma chisto chi è?

E infatti, tra foto “a tema” con l’ambiente, c’era il classico fricchettone locale con capelli lunghi, improbabili pantaloni gialli con disegnini africani, e canottina rosso aranciato.

In effetti, il senso estetico di gente abituata a sfottere per molto meno era decisamente messo a dura prova. Ma se consideriamo che la deliziosa compagna del letterato aveva remore a comprarsi un altrettanto delizioso cappellino anni ’20, temendo poetici commenti per strada (Ma chi si’, Charlie Chaplin?, le fu detto una volta), allora preferisco l’intruso daltonico sulle pareti del sozzoso.

Se fossi andata da Peppe 2, con la maionese erogata da pratici tubi che ricordano le zizze di vacca, avrei avuto delle visioni ancora più mistiche.

(Il menù del sozzoso dei sozzosi)

fangoria2 -Ma lo sai che somigli a Fangoria?

Il tizio mi indica pure la foto, un primo piano particolarmente intenso appeso alla parete maculata del Sor Rita, mentre il suo ragazzo collassa bellamente dallo sgabello accanto al suo.

– Eh, magari! – scherzo. Non che mi sembri un gran complimento, ma arrivarci, così, a quell’età. Senza la fioritura tardiva di tette, però, sarebbe un cambiamento troppo grande.

E poi come fa questo qui, che con un soffio di vento se ne cade, a stare con quel bruto, mi chiedo ingenuamente mentre lui si avvicina al mio volto, rivelandomi che ha mangiato chorizo con molto aglio.

– Hai begli occhi, tesoro. Come lei. Bel taglio. Solo, non metterti più quest’orribile matita blu.

Per la cronaca, la matita è verde, bicolore, di quelle scampate alla crisi di Peggy Sage.

L’amico che è con me torna al tavolo pure con la mia bibita, di fronte al Kamasutra delle Barbie.

– Questa matita la metto quando voglio che i miei occhi sembrino azzurri…

– Oliva, cariño. I tuoi occhi sono color oliva.

Sempre per la cronaca, i miei occhi verdognoli, cangianti sull’azzurro, con macchioline castane, furono la disperazione di due impiegati comunali al momento della prima carta d’identità. Nella seconda furono definiti “grigi”, nella terza “cerulei”.

– E sono molto belli. Solo, non metterti mai più quest’orribile matita blu.

Ride, divertito e schifato dalla mia mancanza di gusto.

sorrita Gli incontri che fai al Sor Rita. Di per sé un gioco di parole tra “suor Rita” e “zorrita”, zoccoletta. Tra mutande leopardate in pizzo (in vendita) e fotografie di pornostar.

Mi è andata bene, però. L’ultima volta che scattò un totosomiglianza con gli amici, fui ribattezzata Alessandra Mussolini, e non osai chiedere se somigliassi più alla parte Benito o alla parte Sofia Loren.

Le imboscate per la serie “sai che somigli a…” hanno due possibili effetti:

1) illuminazione. I difetti che avevi deciso non si vedessero tanto, si notano eccome (che ne so, del naso ti preoccupa la gobba e ti paragonano a una che ha la tua stessa narice a pupaccella);

2) figura di merda. Ti paragonano a una bellissima, che ovviamente non c’entra una ceppa con te. E per contrasto passi assolutamente per racchia.

Il secondo tipo di paragone lo scatena in genere un solo pazzo, improvvisamente rapito da smania comparativa, mentre chi lo circonda cerca di dirgli che vaneggia senza infierire troppo sulla tua autostima.

Il peggior caso mi capitò in Piazza Fuga, al Vomero, quasi 10 anni orsono. Già mi ero fatta un percorso in macchina che non capivo come ci fossi arrivata, litigando pure con un idiota per chiedere informazioni. Entrai stremata da un fruttivendolo e un cliente saltò con tutta la busta:

– Ma la signorina non somiglia ad Anna Falchi?!

Silenzio di tomba.

– Ma sì, è uguale! – insisteva quello. – Guarda… Guarda.

Il fruttivendolo mi venne in soccorso:

– Forse, gli occhi…

Dite sempre gli occhi. Alla fine brillano, se non sono proprio strabici sono una fonte di salvezza. Ma quello continuava, deluso dallo scarso appoggio e a maggior ragione infervorato:

– No, no, somiglia proprio ad Anna Falchi!

Ora, la mia buona memoria mi condanna a ricordare ogni dettaglio del mio abbigliamento. Scaldacuore lilla di Piazza Italia su canotta bianca (temo alzata sull’ombelico), e una gonna lunga viola cangiante, che giuro che ai tempi le mendicanti rom mi sfottevano “zingara” per strada.

Presi in fretta qualsiasi cosa avessi comprato e scappai da là ripromettendomi di non tornarci più.

Voi a chi somigliate? Vi auguro di essere unici, pure nel vostro scunciglio. Altrimenti giocate al ribasso, da piccola quando dichiaravo di somigliare a Ursula della Sirenetta ho avuto belle soddisfazioni.

Poi, ahimé, si cresce e rischi di sentirti dire “Ah, ma sai che un po’, la gobba del naso…?”.

(mai nessuno che mi dica che somiglio a Sarita Montiel)

E prima ancora che il pareggio diventasse 3 a 2, contro il Bologna, in casa, il cameriere bellillo, eroe assoluto delle mie serate Napoli, già dichiarava:

Simme state sfurtunate. Chiste hanno fatto 2 tire, 2 gol.

E uno degli spettatori fissi gli rispondeva con una domanda:

Ma allora simme sempe sfurtunate?

Mercoledì torno per le feste al paese degli eterni sfortunati, contenta di riabbracciare i miei e meno entusiasta del tour de force che aspetta chi preparerà piatti che manco mi piacciono, e per 10 persone alla volta: Alessandro Siani in merito ha già detto tutto. Gli sono particolarmente grata, del resto, perché un anno fa tradussi il suo monologo dal napoletano al catalano per un’apprezzata presentació sul Natale a Napoli. D’altronde è tutta una società che è così: ricordo i pochi, timidi tentativi degli uomini di casa di aiutare. Banditi dalla cucina fino alla Befana!
struffoli
Meglio concentrarmi sulla valigia, va’. Ancora non l’ho messa al centro del salottino pezzotto, ma so già che, come sempre, riscoprirò che il corpo può essere un problema. Che la minigonna viola e quella nera (che qui passano beatamente inosservate tranne che per pakistani e italiani) meglio che restino qua. Anche se da più di un decennio non ho l’età per le postegge in motorino (Pppella, ti posso conoscerti?), dalle macchine in corsa a Piazza Garibaldi gridano ancora, magari con una donna a bordo, Bionda, beato chi ti monta!, e vaglielo a spiegare che non è una rima ma un’assonanza.

Ma per farla bene, la valigia, mi basterà ricordare il giorno dei referendum, l’anno scorso, l’ultimo voto di mia zia (classe 1915), quando volevo presentarmi al seggio con una canotta che si annodava sotto la schiena e mia madre m’impose una giacchetta, perché “non le sembrava rispettoso per gli scrutatori”. Non capii mai se non fosse rispettoso avere caldo o avere una schiena.

Ma ho cose più importanti su cui riflettere. Anzi, no, su cui sentire. Perché un’anima saggia mi ha spiegato che pensare, penso bene, quello che non so fare è sentire. Quindi è meglio passare le feste a capire cosa sento sulla serie di progetti che si profilano all’orizzonte per l’anno che viene. Mi è venuta in mente una canzone che non ricordavo da quando uscì, strano quando succede e ti accorgi che ora la canticchi con voce da donna.

Il giardino aiuterà, anche se ormai è distrutto. Quello in cui il nonno allevava galline e suo fratello seminava, così che le galline uscivano dal pollaio e gli mangiavano tutto. Il nonno era laureato, lo zio analfabeta. Gli correggevo i nomi delle piante, per me il napoletano era un errore di grammatica: “Vasinicola”, faceva lui, e io petulante “Basilico”. “Petrosino”, “Ma no, prezzemolo”. E, ovviamente, l’accio. La prima volta che comprai sedano in Catalogna non sapevo come si dicesse in spagnolo, quindi mi avvicinai al fruttivendolo quasi emozionata, con una curiosità tutta nerd di scoprire in un istante il percorso che aveva fatto nei secoli il latino apium. Apio. Non male.

Peccato che gli alberi non ci siano quasi più. I limoni a cui tendevo la pargoletta mano, prima di decidermi a usare l’apposita retina. Resta l’albero di arance. Quello che battezzai.

Avevo appena letto dalle suore un testo su un albero che diceva a un monello (erano sempre maschi) di non spezzargli i rami perché gli offriva frutta e riparo, e decisi che aveva ragione. Quindi, per riguardo verso il mio albero di arance (che in verità mi offriva frutti abbastanza aspri di cui avrei fatto a meno), decisi di regalargli la cosa più importante che mi venisse in mente: un nome. Così presi un gesso e nella grafia incerta che non avrei mai migliorato gli scrissi sul tronco: MARIO.

L’avrei scritto anche di recente, per scherzo, su altri tipi di alberi. Però il nome originale si è stinto chissà da quanto tempo.
Meglio così. L’urgenza dei nomi è una cosa tutta nostra.

E poi sarebbe ora che si chiamasse un po’ come gli pare.

(o forse era Mariù)

CDA_dente_voltarelliE che ne so, io mi sono decisa all’ultimo momento, pure perché degli eventi di ItaliaES m’ero già persa Travaglio e la Ferrari per dare l’esame di catalano.

Non li conoscevo nemmeno, a “sti due”.

Voltarelli l’avevo cercato su youtube a poche ore dal concerto e mi era piaciuto subito.

Quanto a Dente, però, avevo scritto a un suo compaesano esprimendomi esattamente in questi termini: “Non è che mi abbuffo la uallera?”.

Le due strofe sentite in contesti poco atti all’ascolto rivelavano un umorismo un po’ surreale, che avevo definito nordico con criteri simili alla brasiliana che guardando me, una tedesca, una svedese e una rumena aveva dichiarato: “Voi europee non sapete muovere i fianchi” (le avevo risposto credici). Poi youtube mi aveva fatto proprio sospettare qualche caso di uallerite.

E invece no. Una volta persami tra gli adorati (seh) vicoletti di Gràcia fino a trovare il CAT, ben nascosto ma bello assai, mi sono sentita trasportare fin dalle prime note. E che mi piaccia uno al primo ascolto, e uno così, ormai è difficile. E invece più scherzava sui suoi virtuosismi alla chitarra, vera forza delle sue canzoni, più mi sembrava perfetto, pochi suoni essenziali e intermezzi divertenti tra un’occhiata e l’altra alla scaletta, giacché è l’unico artista che quando si esibisce da solo ne scrive comunque una.

Ma per me è proprio una scoperta. Vieni a vivere mi consegna a quella tranquillità che vorrei per casa mia, A me piace lei mi regala un po’ d’inquietudine sulle “lei” da poste del cuore, sempre lì lontane e immobili (come i lui) mentre la vita scorre.
Fortuna che c’è Beato me a citarmi cose belle.

Dopo di lui era dura suonare, e invece bum, ciclone Voltarelli, col suo spagnolo creativo, i risvegli la domenica in paese con gli strilli del “piattaro” del mercato, e il revival di Luciano Rossi e Ignazio Buttitta . Pure l’intervento, inaspettato e gradito, di Piero Pesce (che, come ci fa notare con sorpresa Voltarelli, di faccia è tale e quale a Gianfranco Giannini).

Una sola cosa, Peppe, core d’ ‘a vita mia. Quando hai detto che “noi stiamo coi perdenti” ed è partito l’applauso non mi è piaciuta la spiegazione: se fosse perché hanno perso ingiustamente ok. Ma poi hai affermato ridendo che se vinceste sareste irriconoscibili, e hai fatto ridere pure me. Ma temo che gli italiani all’estero che hai simpaticamente sfottuto (non quelli anziani immigrati per fame, ma i miei), a volte pare che vogliano perdere. Vincere è faticoso. A perdere fai quello simpatico un po’ “boemio” che non ha avuto le occasioni giuste dalla vita. Quindi non istigare!

Invece, grazie per esserti dimenticato il testo di 4 marzo 1943, il gran finale a sorpresa Dente-Voltarelli-Pesce, regalando un’ultima risata a noi e un panteco alla buonanima di Dalla.

E chiudendo in bellezza la mia serata perfetta.

Con un solo rimpianto: la mancata standing ovation a Dente per aver spiegato che a Berlino ci è stato “senza Bonetti”.

Grazie.

proprio io (sì) con la nuova vicina

proprio io (sì) con la nuova vicina

Devo confessarvi una cosa: Barcellona è un po’ umida.

Un po’.

Ieri sera ho scoperto una lumaca al piano terra del mio palazzo.

Un amico di Madrid, che restò qua 3 mesi, gridava allo scandalo ogni volta che ritirava il bucato più bagnato di quando l’avesse appeso, lo considerava proprio un oltraggio di questa città che ora lo fa disperare per le sue velleità indipendentiste. La cosa mi ricordava la signora tedesca di Ordine e disordine, che se la prendeva col marito partenopeo perché una città costruita intorno a un vulcano attivo le sembrava indice di gran disordine, come uno straccio lasciato a terra in cucina.

Ma Barcellona è umida senza rimorsi.

E la bianca cameretta in cui vivo sola soletta, guardando sui tetti e in cielo (Puccini ignorava il concetto di antenna), è forse la parte più umida di Barcellona. Ok, il primo bacio dell’aprile sarà anche mio, ma febbraio ad esempio non dà baci, sferra cazzotti che ti fanno svegliare tra cuscini bagnati come se avessi lasciato la finestra aperta in mezzo a una tormenta.

Il riscaldamento? Nel centro storico di una città abitata da me? Spiritosi.

Fortuna che le stelle che ancora guardo dalla mia amaca, col cappuccio alzato e una coperta addosso (ma tanto fuori fa meno freddo che dentro) non sono affatto offuscate dalla foschia. Quella, mi sembra, è una caratteristica costante dell’umidità che invece soffro in paese, ad agosto, quando incontrare qualcuno per strada diventa un evento da riportare sul diario.

No, la luce, qui, perfetta.

Così puoi constatare immediatamente che la Nutella nel barattolo da 700 grammi è diventata un corpo contundente anche senza barattolo, e non si squaglia neanche a metterla 5 minuti davanti alla stufa.

E che se vuoi che la pasta avanzata di ieri si mantenga come appena fatta non ti resta che lasciarla sul fornello, che anche se ce la dimentichi due giorni due dovrai passarla al microonde per scongelarla.

Una sola cosa non cambia mai, come rain or come shine: i miei capelli. A spaghetto sono, come diceva una detrattrice alle medie, e a spaghetto resteranno. Solo la signora che mi mise il mantello di Harry Potter alla cerimonia di fine master a Manchester mi confortò in merito: l’invito a portare le forcine per fissare il tocco era riservato alle studentesse cinesi, tu ancora puoi andare. God save the Queen.

Vabbe’, la lumachina al piano terra ci sta bene. È il degno coronamento di due anni passati tra sputi sulle scale, vicini spacciatori sfrattati e famiglie marocchine che mi chiedono una prolunga per ascoltare musica dall’antenna.

Qualcuno mi suggerisce di mangiarla alla catalana, ma ormai sono quasi vegetariana (come dire “quasi incinta”), e poi sospetto che per farlo debba bollirla viva.

Quindi me la tengo come mascotte, in attesa degli scarafaggi di agosto.

(pure ‘o friddo adda passa’)