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ramboImmaginate la scena.

Siete a Barcellona a una bella festa, soddisfatti ma stanchissimi. Le canzoni demenziali hanno appena ceduto il posto a Marisol, c’è così tanta gente che non si respira e la vostra amica continua a non credere che il cugino bello di Rambo, davanti a lei, sia gay.

A quel punto, tutto ciò che vorreste fare è tornare a casa, al massimo fare una capatina al baretto all’angolo per commentare il Barça coi vicini…

Quando chiama lei.

L’amica straniera della tua amica. Quella che non sa un cazzo delle strade del Raval, perché ad andarci sola Dio scampi, ma vuole proprio raggiungervi.

Solo che ha degli amici al seguito. Connazionali in visita, carichi di gingilli del Barça e foto della Sagrada Família.

E, udite udite, vogliono mangiare paella. Alle 20 di domenica sera.

Il vostro istinto di conservazione vi dice solo fuje sempe tu. Gli occhioni da cerbiatta della vostra amica dicono “Mica mi lasci sola, vero?”.

Così proponete:

– Vabbe’, ti accompagno dai tuoi amici e poi vado a casa. Dove stanno?

– In questo momento, in Plaça Catalunya con Raval.

Perfetto. Sorvoliamo sulle indicazioni spagnole senza traverse, senza preposizioni (epic win: “ci vediamo nell’Arc de Triomf”, e stavano a 10 metri di distanza dall’arco). Ma Plaça Catalunya, facendo mente locale, è circondata sempre e solo da Gotico ed Eixample. Staranno nel Pelayo?

– Non so – rettifica l’amica – dice che ora stanno nella prima strada del Raval a destra.

La prima… No, questo concetto ve lo dovete segnare. Anche l’amica che propone “Boh, andiamogli incontro, prima o poi li troviamo”. E ripensate a Peppino che in Piazza Duomo a Milano propone: “È la piazza principale? Sediamoci qui, quella qua passa“.

Ma quando già state su Joaquim Costa arriva un altro Whatsapp: “siamo in c. Hospital“.

Ora, a meno che non volino su scope di saggina o abbiano inventato il teletrasporto, all’hospital ce li mandereste voi.

Ma volete aver fiducia nel prossimo, quindi riuscite a portare l’amica nel punto indicato, ancor prima del messaggio “Ora siamo fuori al Macba“. Ok. Sono i Cullen di Twilight.

– Senti, si fermassero lì e non si muovessero, se no succede.

Peccato che in spagnolo “succede”, senza soggetto, non rende l’idea. Ma eccoli lì, i nostri eroi, in attesa tra gli skater di Plaça dels Àngels, che purtroppo continuano a scansarli.

Ora fate un respiro profondo, dite om shanti e spiegate che la paella di domenica sera, a Barcellona, solo surgelata può essere.

A meno che…

– Scusi – chiedono 10 minuti dopo al cameriere della Xaica – El Bastió Blaugrana – la vostra paella è surgelata?

– No. Infatti per mangiarla dovrete aspettare 30 minuti.

Che diventano 40 perché la turista si deve far tradurre tutto il menù, due volte. In inglese e in turco. Il compagno fa lo stesso, ma lo fa dietro la vostra schiena perché vi siede accanto per guardarsi il Barça, lasciandovi lontani dall’amica e letteralmente presi dai turchi.

Che bello, almeno si guarda la partita!

No, si deve anche parlare. Sempre in turco. E la turista vuole la password di Internet per l’iPad, ma la cameriera non collabora perché troppo presa a dimenticarsi dei vostri piatti, che arrivano freddi.

La turca “stanziale” si fa scaldare il suo, e l’amico le diagnostica un ricovero per quello che ci finirà dentro nel processo. La turista richiama la cameriera: password a parte, la coca cola è scaduta.

Adesso. Tutti hanno diritto a bere coca cola non scaduta, ovviamente. Ma, benedetta figliola, come ti è venuto di alzare la lattina di Diet Coke e leggervi la data di scadenza? Sei il mio mito di tutti i tempi.

Intanto l’amica andalusa vi informa che tiferà Sevilla perché Messi ha la cara de mongolo . Cent’anni di diritti dei disabili buttati nella spazzatura insieme alla paella.

Perché ovviamente, quando arriva, la turca ‘nzista ne assaggia giusto due cucchiai.

– Non la voglio. C’è il coniglio.
– Embe’?
– Io non mangio coniglio. Io adoro i conigli.

Già, perché invece mucche e gallinelle le hanno fatto qualcosa.

Fortuna che il Barça vince abbondantemente e siete troppo impegnati a chiedervi per quale arcano motivo il centrocampista del Sevilla faccia di cognome Buonanotte, per accorgervi che, dopo la crema catalana di rito, la cameriera pensa bene di mettervi davanti del liquore alla mela, omaggio della casa. Scordandosi i bicchierini.

Buonanotte è già diventato Va’ te cocca, prima che si rimedi alla svista e la vostra amica spagnola scopra risollevata che non è ancora ora di andare al lavoro.

Voi invece scoprite, prima del canto del gallo, che Buonanotte è argentino. E di nome fa Diego.

Forse, se invece di cedere agli occhioni della vostra amica imparate voi a dire “buonanotte” e filare a casa, la prossima volta andrà meglio.

Io l’imparo pure in turco, non si sa mai.

daru-salaam_pxl_d560eef0c3eee51003cf02374ad716aaE così, ho scoperto pure il sozzoso in versione senegalese.

Grazie ai miei compaesani in visita a Barcellona per una mostra fotografica.

Va detto che l’esperta in sozzosi (leggi “ristoranti spartani, decadenti e untissimi”) sono io, sia a Napoli che a Barcellona. Tant’è vero che il mio sozzoso cinese e quello maghrebino non hanno manco un sito web, per non parlare di un nome scritto a caratteri romani! Ma stavolta i paisane li avevo portati al mio Teranga , che li ha scandalizzati: c’era addirittura spazio per sedersi!

La lacuna andava colmata, ha deciso la moglie catalana del fotografo. Così, entrando in questo tempio di sozzeria deliziosa, col riso estratto da secchie immacolate e un dislivello pazzesco sul suolo, oltre ad avere un orgasmo multiplo ho constatato tre cose:

1) il riso senegalese, proposto in alternativa al cous cous è troppo bello. Sembra spezzato a metà, i chicchi sono finissimi. Me ne accorsi in un ristorante clandestino vicino Piazza Garibaldi, scoperto grazie a una spia ivoriana;

2) ho una crisi d’identità col bilancio di fine pasto. Piatti delle catalane: mezzi pieni. Piatti dei paesani: ossa o spine. Piatto mio: una via di mezzo tra le due cose. Cosa sto diventando? Lo scopriremo solo vivendo;

3) lo humor del mio paese si fonda sostanzialmente sullo sfottò. Lo sapevo, ovviamente, anzi, ne soffro le conseguenze quando torno per le feste e scopro di non esser più abituata a esordi telefonici tipo ue’, munnezza!. Ma non l’ho mai capito come l’altro giorno, in un ristorante senegalese, seduta tra frattesi e catalane. Lo sfottò funziona così: si mette alla berlina un paesano alla volta, che assume un volto imperturbabile mentre di lui si dice qualsiasi cosa. Al massimo scuoterà la testa come a negare, e a quel punto verrà incalzato senza pietà fino alla rievocazione del lontano campeggio del 1994, quando ci provò con l’istruttrice dei boy-scout (“Io non ho mai fatto lo scout!”, “Neghi l’evidenza!”).

L’unica ancora di salvezza, per lo sfottò, è trovare una vittima “esterna”. Così il più “letterato” di noi si è girato verso una delle pareti, adornate da motivi afro, e ha dichiarato:

– Io vorrei sapere solo una cosa. Ma chisto chi è?

E infatti, tra foto “a tema” con l’ambiente, c’era il classico fricchettone locale con capelli lunghi, improbabili pantaloni gialli con disegnini africani, e canottina rosso aranciato.

In effetti, il senso estetico di gente abituata a sfottere per molto meno era decisamente messo a dura prova. Ma se consideriamo che la deliziosa compagna del letterato aveva remore a comprarsi un altrettanto delizioso cappellino anni ’20, temendo poetici commenti per strada (Ma chi si’, Charlie Chaplin?, le fu detto una volta), allora preferisco l’intruso daltonico sulle pareti del sozzoso.

Se fossi andata da Peppe 2, con la maionese erogata da pratici tubi che ricordano le zizze di vacca, avrei avuto delle visioni ancora più mistiche.

(Il menù del sozzoso dei sozzosi)

fangoria2 -Ma lo sai che somigli a Fangoria?

Il tizio mi indica pure la foto, un primo piano particolarmente intenso appeso alla parete maculata del Sor Rita, mentre il suo ragazzo collassa bellamente dallo sgabello accanto al suo.

– Eh, magari! – scherzo. Non che mi sembri un gran complimento, ma arrivarci, così, a quell’età. Senza la fioritura tardiva di tette, però, sarebbe un cambiamento troppo grande.

E poi come fa questo qui, che con un soffio di vento se ne cade, a stare con quel bruto, mi chiedo ingenuamente mentre lui si avvicina al mio volto, rivelandomi che ha mangiato chorizo con molto aglio.

– Hai begli occhi, tesoro. Come lei. Bel taglio. Solo, non metterti più quest’orribile matita blu.

Per la cronaca, la matita è verde, bicolore, di quelle scampate alla crisi di Peggy Sage.

L’amico che è con me torna al tavolo pure con la mia bibita, di fronte al Kamasutra delle Barbie.

– Questa matita la metto quando voglio che i miei occhi sembrino azzurri…

– Oliva, cariño. I tuoi occhi sono color oliva.

Sempre per la cronaca, i miei occhi verdognoli, cangianti sull’azzurro, con macchioline castane, furono la disperazione di due impiegati comunali al momento della prima carta d’identità. Nella seconda furono definiti “grigi”, nella terza “cerulei”.

– E sono molto belli. Solo, non metterti mai più quest’orribile matita blu.

Ride, divertito e schifato dalla mia mancanza di gusto.

sorrita Gli incontri che fai al Sor Rita. Di per sé un gioco di parole tra “suor Rita” e “zorrita”, zoccoletta. Tra mutande leopardate in pizzo (in vendita) e fotografie di pornostar.

Mi è andata bene, però. L’ultima volta che scattò un totosomiglianza con gli amici, fui ribattezzata Alessandra Mussolini, e non osai chiedere se somigliassi più alla parte Benito o alla parte Sofia Loren.

Le imboscate per la serie “sai che somigli a…” hanno due possibili effetti:

1) illuminazione. I difetti che avevi deciso non si vedessero tanto, si notano eccome (che ne so, del naso ti preoccupa la gobba e ti paragonano a una che ha la tua stessa narice a pupaccella);

2) figura di merda. Ti paragonano a una bellissima, che ovviamente non c’entra una ceppa con te. E per contrasto passi assolutamente per racchia.

Il secondo tipo di paragone lo scatena in genere un solo pazzo, improvvisamente rapito da smania comparativa, mentre chi lo circonda cerca di dirgli che vaneggia senza infierire troppo sulla tua autostima.

Il peggior caso mi capitò in Piazza Fuga, al Vomero, quasi 10 anni orsono. Già mi ero fatta un percorso in macchina che non capivo come ci fossi arrivata, litigando pure con un idiota per chiedere informazioni. Entrai stremata da un fruttivendolo e un cliente saltò con tutta la busta:

– Ma la signorina non somiglia ad Anna Falchi?!

Silenzio di tomba.

– Ma sì, è uguale! – insisteva quello. – Guarda… Guarda.

Il fruttivendolo mi venne in soccorso:

– Forse, gli occhi…

Dite sempre gli occhi. Alla fine brillano, se non sono proprio strabici sono una fonte di salvezza. Ma quello continuava, deluso dallo scarso appoggio e a maggior ragione infervorato:

– No, no, somiglia proprio ad Anna Falchi!

Ora, la mia buona memoria mi condanna a ricordare ogni dettaglio del mio abbigliamento. Scaldacuore lilla di Piazza Italia su canotta bianca (temo alzata sull’ombelico), e una gonna lunga viola cangiante, che giuro che ai tempi le mendicanti rom mi sfottevano “zingara” per strada.

Presi in fretta qualsiasi cosa avessi comprato e scappai da là ripromettendomi di non tornarci più.

Voi a chi somigliate? Vi auguro di essere unici, pure nel vostro scunciglio. Altrimenti giocate al ribasso, da piccola quando dichiaravo di somigliare a Ursula della Sirenetta ho avuto belle soddisfazioni.

Poi, ahimé, si cresce e rischi di sentirti dire “Ah, ma sai che un po’, la gobba del naso…?”.

(mai nessuno che mi dica che somiglio a Sarita Montiel)

CDA_dente_voltarelliE che ne so, io mi sono decisa all’ultimo momento, pure perché degli eventi di ItaliaES m’ero già persa Travaglio e la Ferrari per dare l’esame di catalano.

Non li conoscevo nemmeno, a “sti due”.

Voltarelli l’avevo cercato su youtube a poche ore dal concerto e mi era piaciuto subito.

Quanto a Dente, però, avevo scritto a un suo compaesano esprimendomi esattamente in questi termini: “Non è che mi abbuffo la uallera?”.

Le due strofe sentite in contesti poco atti all’ascolto rivelavano un umorismo un po’ surreale, che avevo definito nordico con criteri simili alla brasiliana che guardando me, una tedesca, una svedese e una rumena aveva dichiarato: “Voi europee non sapete muovere i fianchi” (le avevo risposto credici). Poi youtube mi aveva fatto proprio sospettare qualche caso di uallerite.

E invece no. Una volta persami tra gli adorati (seh) vicoletti di Gràcia fino a trovare il CAT, ben nascosto ma bello assai, mi sono sentita trasportare fin dalle prime note. E che mi piaccia uno al primo ascolto, e uno così, ormai è difficile. E invece più scherzava sui suoi virtuosismi alla chitarra, vera forza delle sue canzoni, più mi sembrava perfetto, pochi suoni essenziali e intermezzi divertenti tra un’occhiata e l’altra alla scaletta, giacché è l’unico artista che quando si esibisce da solo ne scrive comunque una.

Ma per me è proprio una scoperta. Vieni a vivere mi consegna a quella tranquillità che vorrei per casa mia, A me piace lei mi regala un po’ d’inquietudine sulle “lei” da poste del cuore, sempre lì lontane e immobili (come i lui) mentre la vita scorre.
Fortuna che c’è Beato me a citarmi cose belle.

Dopo di lui era dura suonare, e invece bum, ciclone Voltarelli, col suo spagnolo creativo, i risvegli la domenica in paese con gli strilli del “piattaro” del mercato, e il revival di Luciano Rossi e Ignazio Buttitta . Pure l’intervento, inaspettato e gradito, di Piero Pesce (che, come ci fa notare con sorpresa Voltarelli, di faccia è tale e quale a Gianfranco Giannini).

Una sola cosa, Peppe, core d’ ‘a vita mia. Quando hai detto che “noi stiamo coi perdenti” ed è partito l’applauso non mi è piaciuta la spiegazione: se fosse perché hanno perso ingiustamente ok. Ma poi hai affermato ridendo che se vinceste sareste irriconoscibili, e hai fatto ridere pure me. Ma temo che gli italiani all’estero che hai simpaticamente sfottuto (non quelli anziani immigrati per fame, ma i miei), a volte pare che vogliano perdere. Vincere è faticoso. A perdere fai quello simpatico un po’ “boemio” che non ha avuto le occasioni giuste dalla vita. Quindi non istigare!

Invece, grazie per esserti dimenticato il testo di 4 marzo 1943, il gran finale a sorpresa Dente-Voltarelli-Pesce, regalando un’ultima risata a noi e un panteco alla buonanima di Dalla.

E chiudendo in bellezza la mia serata perfetta.

Con un solo rimpianto: la mancata standing ovation a Dente per aver spiegato che a Berlino ci è stato “senza Bonetti”.

Grazie.

Dante(attenzione: questo articolo è un’accozzaglia di luoghi comuni senza fondamento)

Siccome vivo nella caverna di Dracula, con stalattiti appese al soffitto e ragnatele secolari un po’ dappertutto, non ricevo molti ospiti. Immagino che anche il sesto piano senza ascensore non aiuti. Ma ho guardato un po’ gli ospiti altrui e credo che gli italiani in visita a Barcellona vadano suddivisi perlopiù nelle seguenti categorie:

10) l’aspirante guiri. I guiris nel gergo locale sono gli irriducibili stranieri, di solito nordici, che sembrano eterni turisti anche se vivono in loco per secoli. Quelli che comprano la t-shirt con la sagoma del toro, il sombrero messicano (chissà perché) e magari le nacchere. A noi italiani riservano il simpatico epiteto di italianini, ma con un po’ d’impegno questa categoria può far dimenticare i capelli scuri e gli occhialoni a goccia e trasformarsi nel guiri perfetto: basterà sedersi sulla Rambla appena sbarcati (meglio se dalla nave, l’aereo fa paura), e dopo essersi rifocillati con tapas e sangría andarsi a perdere nell’Apple Store a Plaça Catalunya . Mi raccomando, che il vostro spagnolo non vada mai al di là delle parole cerveza e Belén Rodríguez (non scordatevi di pronunciare la u), e credeteci, che quella pizza gorgonzola e peperoni su Passeig de Gràcia sia autentica di Benevento;

paella
09) coppia gay che non ci può credere, che finalmente può girare mano nella mano senza che la corchino di mazzate o la sfottano stile cinepanettone (siamo un povero paese). Si è preparata tutto un itinerario artistico (in questo è simile al superorganizzato), che include anche alcuni negozietti mirati di souvenir. D’estate si mostra critica coi nudi maschili esibiti per la Barceloneta, operazione che personalente invidio perché io non vedo un difetto a cercarlo col lanternino. Pretendono che il Gaixample sia il Carnevale di Rio,rimanendo delusi quando scoprono l’amara verità. Non è infrequente che almeno un membro della coppia ritenga che tutti i bei ragazzi incontrati siano gay;

08) l’ospite del radical-chic. Per fortuna è simpatico/a, e viaggia spesso in coppia. Ma tra tutti gli amici che potevano ospitarlo s’è scelto la vecchia amica italiana che fa un master all’Autònoma di Barcellona ed è tra i 95 che hanno votato Vendola alle primarie. Morirebbe dalla voglia di fare un po’ di sano e becero turismo, invece si trova catapultato tra feste clandestine in centri sociali appena sorti, e feste italocatalane in cui si alterni il grido independència a Osteria numero 9, passando per le serate di pizzica , e l’immancabile capatina al Mariatchi , o in un vecchio bar del Raval, a collassare tra birra economica e vecchi che ci provano con ragazze insicure e ubriache. Il pub irlandese? Troppo commerciale anche se c’è musica folk;

orecchini
07) il superorganizzato: ha due-tre mappe di Barcellona e una guida sconosciuta ai più (la Lonely Planet è commerciale). Specie se donna, si è trovato su Internet tutta una serie di negozi e ristoranti raccomandati da altri turisti per caso, rigorosamente vicini alla Rambla. Ha una macchina fotografica da paura che tiene sempre a tracolla. Primo giorno: Sagrada Familia, poi, come l’aspirante guiri, corsa in zona Rambla per un pranzo a base di paella e sangría (a meno che qualche conoscente in loco non gli abbia consigliato un ristorantino sul mare). Segue Museo Picasso, che a Montjuïc meglio dedicare tutta la mattina dopo. Infine, cena a base di tapas e a letto relativamente presto, che domani bisogna farsi tutti gli altri musei. Senza trascurare la nightlife barcellonese (definita proprio così, magari col trattino). Non si sa come, i suoi elaborati itinerari prevedono sempre l’attraversamento del micidiale tunnel della metro di Gràcia Al terzo giorno lo mandate da solo al Parc Güell sperando che non sappia più tornare, o se lo mangino le salamandre;

06) l’anima romantica: musei? Hai voglia. Ma quello che vuole vedere davvero è la gente per strada, e la sua macchina fotografica, se è possibile, supera quella del superorganizzato. Si fermerà ogni 2-3 minuti ad annotare impressioni sulla Moleskine, finché, esaurita la Pilot, non dovrà comprarsi una volgare Bic. Troverà qualcosa di tipico e poetico pure in Plaza Tripi alle 2 di notte del sabato, tra ubriachi che vomitano negli angoli e spacciatori (ovviamente la segnerà come Plaça George Orwell, e insisterà nel fare la ç catalana). Le tapas? Scontate. E la paella, si sa, è valenciana. D’altronde anche a tavola vuole vivere come quelli di qua, quindi finirete in un forno a Hostafrancs a fare un tipico spuntino catalano: empanadas argentine e pizza al taglio;

05) quelli che… è meglio giù da noi. Ok, in questo caso ho più esperienza coi miei compaesani, che quando si mettono a glorificare Napoli possono diventare davvero molesti. Se viaggiano in coppia, di solito lui è quello simpatico e goliardico, addetto alle public relations [sic], e lei, spesso carina e rigorosamente vestita di scuro, gli fa da spalla finché non si tratta di ballare (e se è un ballo di gruppo, si metterà al centro per non fare figuracce). Barcellona è “bella e pulita”, e “a misura d’uomo”, ma non ci vivrebbero mai. Il flamenco va bene per una sera, ma non lo ascolterebbero sempre. Perché pisciano per strada, questi, i bagni non ce li hanno? Segue critica dei vestiti colorati, scambiando il daltonismo per tossicodipendenza. Potrebbero girarsi a ogni coppia gay mano nella mano, magari commentando: “Io non ho nulla contro i gay, ma non mi piacciono quelli che ostentano“. Pretenderanno di mangiare pasta al dente nel Gotico e diranno che la paella in fondo somiglia al risotto alla pescatora. Con la giusta dose di sangria in corpo potrebbero confessare al cameriere, rigorosamente latinamericano, che il catalano è tale e quale al dialetto del paese del loro nonno;
sangria

04) quello che sa. Pericolosa variante, generalmente maschile, di quelli di cui sopra. In paese è quello un po’ “originale” e ha viaggiato più della media dei suoi compaesani, dunque conosce il mondo. Veste informale, per essere italiano, e sfoggia continuamente le due parole d’inglese che ne facevano il primo della classe allo scientifico. Segretamente gli mancherà la pasta il secondo giorno, ma ostenterà noncuranza e insisterà per andare a mangiare sushi, mettendoci ben 5 minuti a desistere con le bacchette. Poi farà il simpatico con le coinquiline di chi lo ospita: se nordiche, dichiarerà che le bionde hanno una bellezza speciale, se latine, che è meglio la bellezza mediterranea (pazienza se in Colombia c’è l’Oceano). Al pub irlandese, tra camerieri scozzesi e clienti americani, si farà un punto d’onore di ordinare la Guinness;

03) il popolo della notte. Questi per fortuna li ho incrociati raramente, perché non aspiro granché a frequentare Vila Olímpica a botta di 20 euro e oltre per entrare in un locale (con loro non si riesce mai ad arrivare all’Opium coi pass gratis prima delle 2). E se, arresisi, faranno il giro dei localini squallor intorno al porto, ancora peggio. Se uomini, viaggeranno in 2 con una collezione di camicie tinta unita per ammaliare le nordiche, salvo metterti una mano sul fianco quando vedono che le danesi non se li filano. Se donne si slogheranno sul tacco 12 nella speranza di sfogare certe loro esigenze che in paese, a parte gli incontri in chat, non tanto possono soddisfare. Di queste ultime conosco solo le terrone come me, che in mancanza dei consueti fischi e sguardi malati di fronte alla mini inguinale dichiareranno che i catalani so’ fridde ‘e chiammata. All’uscita dalla discoteca pretenderanno il cornetto, e non si rassegneranno all’idea che i pakibeer al massimo offrano le samosas, appetitose frittelle di verdure che nascondono nei tombini in strada;

02) aspirante punkabbestia: è la quarta-quinta volta che torna a Barcellona. Le altre ha dormito nei migliori centri sociali, che chiama correttamente casas de okupa, poco prima che li sgomberassero. In quelle occasioni non ha imparato granché lo spagnolo, ma non lo sa. Ha uno zaino formato paracadute e vestiti neri e “pratici” che al secondo giorno puzzano di canna. Se ha tempo si fa fare gratis da un’amica quella che chiamo la capa a mohicano, un must tra i colleghi perroflautas barcellonesi insieme alla frangetta a metà fronte. Trova sempre il modo di mangiare gratis, anche fosse rosicare radici in qualche huerta popular tenuta da amici suoi, una categoria che sembra non estinguersi mai e che vanta viaggi spettacolari tra Tibet e Indonesia (quella non turistica, però). Non necessitando di ospitalità, ti verrà a lasciare lo zaino prima di andare a un concerto punk in una casa de okupa a 20 fermate di metro, per poi bussarti alle 4 per riprenderselo, perché il concerto non era granché (leggi “non c’era proprio”);

… and the winner is…

01) l’ex Erasmus. Di solito è un uomo. Il riferimento all’Erasmus è indicativo, in ogni caso ha vissuto qualche tempo a Barcellona, in un passato più o meno remoto, frequentando peraltro gli stessi luoghi dell’aspirante guiri. Nonostante le sue domande “esperte” (Qual è la programmazione del Razzmatazz? Ah, ricordo ai miei tempi…), pretende che le cose stiano esattamente come le ha lasciate, che quel baretto arabo vicino alla Rambla serva i migliori dolci (poco importa se l’hanno chiuso) e che le ragazze che incrocia agli eventi gratis che trova nella Guía del Ocio cartacea (vagli a spiegare che ora esiste butxaca.com) abbiano con lui quella giocosa attitudine Erasmus che le rendeva disponibili a fornire il proprio numero, e rispondere pure al telefono. A fine serata si cimenterà in una strenua trattativa coi paki di Rambla Raval per avere la sexybeer a meno di un euro, perché “ai suoi tempi costava meno”.

mondoazzurroPer la cronaca: Diego ha fatto ‘a pasta e patane.

– Con la provola? – chiedo diffidente, pagando la mia coca.
– E certo.

Stiamo nell’intervallo di Napoli-Pescara, vinciamo 2 a 1 e il tavolo del Bar Blau su cui appoggio il bicchiere è disseminato di copie autoprodotte di Mondo Azzurro, il documentario di Marco Rossano che a partita ripresa torna a sedere allo sgabello vicino al bancone, per osservare Cavani su rigore infilare la terza rete al 58′, e bissare al 63′, diversi minuti prima che Inler tolga ogni dubbio sull’esito della partita. Esultiamo eccome, ma moderati, rispetto ai filmati del documentario. napes (6)

Perché ce l’abbiamo presente, Marco, noi tifosi di Barcellona, così come i colleghi napulegni del Paris San Gennar. In tutti gli appuntamenti con la squadra del quoro (pure in trasferta) ce lo siamo ritrovato lì, pronto a puntarci addosso la telecamera e riprenderci in pose scomposte.

Ma il documentario, scopriamo gustandoci la pasta e patate della vittoria, non è solo urla sfegatate e petardi scoppiati in pieno bar (lassammo sta’, va’…). È anche una raccolta di storie, un’intrusione allegra e ben accetta (per noi l’ospite è sacro anche fuori Napoli) nella vita di ragazzi che avranno pure lasciato mammà a casa con la scafarea di pasta al forno, ma il ciucciariello di peluche se lo sono portato appresso come Chiara Vanacore, che alla vigilia di Barça-Napoli, quel trofeo Gamper perso 5 a 0, spiega che il Napoli Fans Club dimostra “che c’è un pezzo piccolo, ma così enorme, di Napoli” a cui aggrapparsi anche qui in terra “blaugrana”.

E giù le scene della marcia sulla Rambla, nella vigilia, con la testa fasciata d’azzurro di Peppe che mi fa da punto di riferimento per riconoscermi dietro lo striscione ni merengue ni culé: come dire né Real né Barça, noi tifamo Napoli, tie’.

Che poi nel mio caso non è esatto, e infatti sono l’unica al mio tavolo a cantare l’inno del Barça, mentre i miei compagni di pasta e patane dicono “quanto ‘e schifo”. Pure la partita in Champions col Manchester City è un colpo basso, per l’amore incostante che porto a questi azzurri d’Inghilterra, buttato in valigia assieme ai migliori ricordi di questa vecchia sporca città (ok, quella è Salford, ma per me sarà sempre e per sempre Manchester). C’è anche la trasferta col Villareal, sulle note degli Squallor e della My Way napoletana, come la chiama spiritosamente qualcuno sul pullman. Chi diceva che sarebbe stata una grande canzone d’amore, se il testo fosse un pelino diverso?

E a proposito di amori contrastati, a questo punto mi chiedo se Marco farà vedere anche la partita col Chelsea, quando nel marasma esultante del Blau si trovarono pure due scozzesi, e uno aveva gli occhi belli. L’altro (i cui occhi, per carità, manco erano da disprezzare), mi disse: “Questo è il gol più bello che abbia visto, non per l’esecuzione, ma per il tifo. Incredibile”.

Il neotifoso non fu intervistato, troppa folla. Compare spesso il sublime autore della pasta e patane popular offerta a porte chiuse per l’occasione. pasta e patane

Che dopo aver concesso pure il bis scioglie la messa. Non prima che io prenda la mia copia del documentario, da mettere sotto l’albero perché i miei si ricordino di avere una figlia pazza.

E magari di fare l’abbonamento a Sky per l’anno che viene.

Se no, vabbe’, a farmi un riassunto della stagione ci pensa di nuovo Marco.

– Allora la protagonista del libro, la zia Tula, fa sposare il tizio che le va appresso con sua sorella. Perché a lei fanno schifo gli uomini, ma i figli li vuole. In una lettera Unamuno raccontava la storia a un amico e gli diceva in pratica che le donne cercano il sesso solo per fare figli. Se una in qualche modo già li tiene, chi glielo fa fare?
– E Unamuno credeva sta cosa?!
– A quanto pare sì.
– Veramente?

L’amica ascolta senza mangiare. Come sempre ha lasciato metà piatto, e come sempre io ho spazzolato tutto. Siamo andate da Bismillah, sotto casa mia, perché questo curry a 4,50 è più buono che in un “vero” ristorante, e perché lei vuole parlare un po’. Non le hanno rinnovato il contratto e, nonostante la gioventù e la famiglia in loco, ha provato anche lei il brivido dell’abisso. Cosa faccio dopo? E allora ci siamo prese questo pomeriggio per noi, senza PC, dizionario e curriculum da inviare.

– Io conosco un ebreo ortodosso – m’informa ora – che sostiene che dai 30 in poi le donne perdono interesse nel sesso perché le loro capacità di procreazione diminuiscono.
– Dovresti leggerti la discussione in un forum di cristiani americani – le dico. – Direttamente dalla Bible Belt. In una discussione sono quasi tutti uomini e sostengono che l’orgasmo femminile non esiste.
– No, vabbe’.
– Ti giuro. E a una tizia che provava a riportarli sulla Terra uno spiegava “senti, zoccola, mia moglie non ha mai sperimentato niente del genere, nonostante una volta abbia dovuto penetrarla per ben 3 minuti, prima di riuscire a inseminarla”.
– Porelli. Loro e Unamuno. Passeggiata? C’è un tempo bellissimo, oggi.

Infatti. Che giornata incredibile. Ero stanca di stare in casa tutto il tempo, ora che ho finito la prima infornata di traduzioni e mi dedico soprattutto al libro.

A Bismillah ci sono affezionata, spiego all’amica uscendo, perché il mio ex smise proprio qui fuori il patetico tentativo di vedermi di nascosto, per evitare chiacchiere tra i suoi connazionali. Attraversava con un cartoccio di samosas calde, da dividere col suo padrone di casa, quando mi vide chiacchierare con un suo amico. Allora davanti a tutti, pure al padrone di casa che non voleva mi parlasse, tornò indietro e me ne offrì una.

– Abbiamo fatto bene a venire qua – conviene l’amica.

Anche se parlare di tía Tula, ovviamente, non aiuta la mia autostima di aspirante scrittrice. Il climax del romanzo è lei che muore lasciando i nipoti liberi di chiamarla di nuovo zia. Quello del mio è un’escalation di sfiga autobiografica che a inventarla non ci sarei riuscita.
Mi ci vuole qualcosa di bello.

– Senti, c’è un pakistano che è diventato il mito della comunità italiana, perché ha prodotti italiani a prezzi buoni. Andiamo a cercarlo? Dice che è al c. del Parlament.

Trovarlo è una mezza Odissea. Lato mare, mi aveva spiegato l’ultimo a parlarmene, che ha una compagna di Barcellona e ormai divide tutta la città tra “lato mare” e “lato montagna”.

– Perché, tu non ci riesci? – mi chiede l’amica, curiosa.

Ebbene… no. Non ci riesco. Toponomastica e indicazioni mi sono ostili in italiano, figurarsi in catalano: qui non dicono è una traversa, ma fa angolo con. Ma, lasciando perdere il concetto creativo che questi hanno di angolo, metti che ti perdi nei meandri di questi labirintici barrios (pardon, barris) del centro… Che ne sai più di dove sia il mare e dove la montagna?
Ok, sono impedita.
Ma per fortuna, quando finalmente ingarriamo la traversa, azzecco pure il negozio.

Sembra il solito minimarket pakistano con le cassette di frutta fuori, poi…

Visione mistica.

Di quelle che devono divertire gli autoctoni quando escono con un italiano.

– Respira, che ti viene un infarto! – scherza l’amica.
– Non puoi capire. Pure la Faella!
È come l’angolo di un supermercato italiano. Solo che c’è perfino la pasta artigianale. E vedere questo a Barcellona, tutto insieme e su un’intera parete, è come James Senese la prima volta che lo vedi sul palco e poi lo senti parlare . Come il tuo ex che si mette con la tua amica che schifava. È impossibile, eppure succede.

– Ok, Maria, ora sei tu a dover tornare sulla Terra. Allora è questo, il formaggio ricotta?
– Sì. E questa è la mozzarella non disidratata, come si vende da noi. Non è artigianale ma già è qualcosa.
– E questo cos’è? “Kinder… Brioss”?
– È la mia infanzia. E tu è la prima volta che lo vedi. Il mondo è strano.

Chiedo al ragazzo alto, con la faccia da bambino, come abbia tutto questo.
– Mi piaceva cercare le cose che mi dicevano. Ho cominciato con la De Cecco. Poi mi hanno detto prendi la Voiello, e ho preso la Voiello. Poi Faella, Mulino Bianco…
– Te ne dico una anch’io. I paccheri, di Gragnano.
– Eh, mi devi dire la marca.
– Una qualsiasi. Ma che siano paccheri.

Intanto compro un pacco di Pan di Stelle, che offrirò alle altre due che ci aspettano per la prima cioccolata di stagione, da Mistral. Anche loro baciate dalla crisi: una ha appena finito il sussidio di disoccupazione, un’altra ha studiato comunicazioni audiovisive e vende macchine fotografiche al Corte Inglés. Per la serie, restiamo nel settore.

Prima però passiamo per il cortile del CCCB. È l’ultimo omaggio a questo sole di novembre che mi permette ancora le parigine. Anche se la catalana mi guarda perplessa, non ci crede che dopo Manchester non senta più freddo alle gambe.

E passando vediamo l’albero. Piccolo, rami corti, tanti messaggi di carta che pendono tipo l’albero di Natale alla stazione e al corso Umberto a Napoli. C’è scritto Albero dei desideri.

Allora stacco un pezzettino di carta da un foglietto appena preso al cinema, di quelli con la sinossi dei film. L’amica mi cede il souvenir dell’ultimo giorno di lavoro. Una penna di quelle con l’acqua in superficie. Ci galleggiano 3-4 sagome di ovuli pronti per l’impianto.

Mentre scrivo il mio desiderio, appoggiata alla panchina, si ferma una macchina della guardia urbana. Ne scendono due poliziotti, si avvicinano a un ragazzo seduto a terra. Ci guardano ripetutamente, ricambiati, gli dicono due parole, poi se ne vanno.

Appendo il desiderio improvvisato a uno dei fili di lana che avvolgono l’albero. È una parola sola. Per fare proprio l’idiota ho disegnato una faccina sorridente nella O finale.

– Perché hai scritto questo nome? – chiede l’amica. Non le dice quasi niente, segno che sto migliorando. È uno dei pochi nomi che si pronunciano uguale in spagnolo e in italiano. E a pronunciarli ormai con accento spagnolo t’illudi che siano lontani, lontani nel tempo.
– Non so. Forse perché finalmente sto scrivendo, sono sana ed è una bella giornata. Magari l’unica cosa che mi è mancata, nella vita, è scritta qui sopra.

Mi allontano ripensando alla frase attento a ciò che desideri, perché potresti ottenerlo.

Il pericolo è il mio mestiere.

O’ Barquiño non si può spiegare, bisogna viverlo!: con questa descrizione su uno dei tanti siti che segnalano O’ Barquiño, Nuria G, di Madrid, riassume tutte le mie perplessità. Come ve lo spiego, io, questo bar galiziano nel cuore del Raval, che tra i manifesti d’epoca dell’affollato piano di sopra ha reclutato le stelle più trash della Spagna che fu, servendole ogni sabato sera con un sorso di Estrella Galicia e un piattone spropositato di pa amb tomàquet?

Io ci provo. Prendete la buonanima di Mario Merola, nella sua scena più esagerata (meglio una cosa allegra, tipo questa), mettetegli addosso una parrucca rosso fuoco e, già che ci siete, fategli raccontare un paio di barzellette sconce. Ebbene, sarà ancora Stefano Bollani, rispetto ai personaggi che ogni sabato alle 21.30, in ritardo sulla tabella di marcia, vi snoccioleranno il meglio del loro repertorio: la copla spagnola, genere esagerato e un po’ fascio associato al peggio (per qualcuno al meglio) di Spagna.

E ad ascoltare il meglio e il peggio di Spagna dovevo andare giusto alla vigilia delle elezioni catalane, in corso mentre scrivo, che a lungo termine potrebbero portare i catalani a prendere per sempre le distanze da questo mondo.

Il mondo variopinto de El Colorines, annunciato dal presentatore Carrión come la niña de la casa ed entrato in scena vestito da donna. Niente al confronto con Antonita la Cachonda, per gli amici Tonio, che nel secondo tempo entra in traje rosso fuoco, cantando canzoni del tipo “Grattami… Che muoio di prurito…” e raccontando barzellette orribili (Bimbo: “Mamma, chi mi ha portato?”, “La cicogna”, “Papà, chi mi ha portato?”, “La cicogna”, “Nonna?”, “La cicogna”, “Cazzo ma in questa casa nessuno chiava?”). Si lamenta poi perché oggi non ci sono più le mariquitas, checche come lui: sono tutti gay! D’altronde che ci può fare, se suo padre era chaffeur ed è venuto fuori con la retromarcia?

La mia anima trash è rapita in diverse visioni mistiche, rimpiangendo i compagni napoletani che avrebbero gradito almeno quanto me, certo più delle mie amiche che non riescono proprio a dissimulare un moto di disgusto.

Ma per me è commozione, con le ballate di Luís del Bosque e del Romántico e la voce incredibile di Paco Carmona, riprodotto anche in sala, in un manifestino in bianco e nero vecchio di almeno 30 anni. La Mercedes accenna pure qualche passo di danza, spiega che la spagnola, quando bacia, bacia davvero (“Come potevo mai sperare di far concorrenza”, sussurro alla catalana che conosce le mie pene d’ammmore), mentre una collega di cui ho scordato colpevolmente il nome canta di una sivigliana che aveva avuto la fortuna d’innamorarsi di un napoletano, guarda caso infedele e traditore.

Mi muoverei di più se una vecchietta con cofana e pettinessa spagnola, che mi ricorda la bambola portatami dalla Spagna a 10 anni, non si fosse seduta al mio fianco in tutta la sua imponenza, cacciando un paio di nacchere e fermando ogni artista che tornasse al vicino camerino per segnalare la sua presenza. Una stella d’altri tempi? A un certo punto m’impone di chiedere al cameriere dei tovagliolini di carta, fingendo che siano per me. Le mie vicine, provviste di pinza a fiori “flamenca”, sono in visibilio e non smettono di gridare olé. Io a volte urlo direttamente stabbene!. Mi viene spontaneo, certe mosse e lacrime finte sono proprio da sceneggiata.

Ma le mie amiche sono sull’orlo di una crisi di nervi, come le connazionali almodovariane. Gettiamo la spugna all’inizio della seconda parte, allontandandoci con un’illuminazione improvvisa della catalana:

– Cacchio, perché disperarmi per aver perso il lavoro? Finalmente ho scoperto la mia vera vocazione!

Già la immagino a cantare canzoni sconce con una rosa tra i capelli, o sul petto come la vecchietta in prima fila con due fili di perle. Cercando di non ridere le dico:

– Perfetto, va da sé però che tradurrai tutto questo in catalano…

Ma conveniamo entrambe che in tal caso non funzionerebbe.

(ne hanno fatto un documentario)

(la sua foto troneggiava benedicente su tutti noi)

– A me solo i napoletani, mi fanno godere! I milanesi nun so’ buone!

S. si avvicina bruna e un po’ sbronza al bancone della pizzeria, puntando il medio alzato verso le maglie rossonere sullo schermo.

– Mediterranei, passionali… L’orgasmo l’ho raggiunto solo coi napoletani, coi milanesi mai!

Rompo le risatine perplesse con un azz, e allora mi guarda.

– Perché, a te i napoletani non ti fanno godere?

Tutti gli occhi su di me, trascurando un momento il San Paolo ancora sul 2-1. Guardo i corpi massicci o esili dietro al bancone, i volti sbarbati e freschi che mi fissano dagli sgabelli vicini:

– S-sì…

Sorride soddisfatta e comincia ad appiccicarsi col cameriere, mentre dichiara a un’altra che Napoli es Cataluña [sic], la pelle cotta dalle lampade,i capelli ancora neri svogliatamente raccolti, gli occhi belli di prima che si bevesse il cervello chissà come, chissà dove. Non sa che la guardo e che il giorno dopo le dedicherò quest’articolo, che per giunta non è il solito resoconto di una partita di cui descrivo più il panuozzo che il risultato (anche perché meglio stendere un velo pietoso). No. S. è la prima di questa breve galleria di donne a Barcellona.

Ci pensavo da un po’, a tutte loro.

A quella che mi sorride sotto il mio palazzo, a un mese di distanza. Magari l’ho già vista, ma non la riconosco coi capelli, l’onda nera sul viola cangiante del sari. Nera come il foulard a fiori che dovrebbe avere in testa, o ben accomodato intorno al collo, e invece avanza svogliato con lei mentre si sistema senza fretta, sorridendo a me che cerco di non guardarla troppo.

Un’altra mi viene incontro dalla calle Robadors, ma non è in servizio. Cellulare rosa alla mano, esce in fretta dall’angolo di luce sui sandali aperti coi tacchetti, ma faccio in tempo a vederle i capelli troppo biondi, quasi gialli, sul volto arabo con le labbra troppo rosa e la maglia acquamarina sui jeans troppo scuri. Respiro il suo profumo troppo dolce e mi giro per un’ultima volta, rapita da quell’eccesso di femminilità che è quasi una parodia, un modo di dire che è tutto uno scherzo.

Un’altra mi guarda fisso e mi chiedo quanti anni ha. Certo più di 25, anche se può ancora far fesso qualcuno, se ci tiene, nascondendo le occhiaie pesanti che rompono l’armonia che però persiste, cocciuta, sui tratti forti del viso tondo. I capelli non sono suoi, ma devono essere biondicci uguale, anche se meno, quasi castani. Le sorrido e le labbra carnose le si increspano sui denti dritti ma troppo grandi, troppo avanti. Fortuna che sorridono anche gli occhi, di un colore liquido indefinibile, sempre sorpresi, un po’ strabici per chi sa guardare.
L’ho sentita cantare al concerto delle Questioni Meridionali, la voce coperta da quella bella del calabrese, ma l’accento era buono:

Avesse voluto cchiù ‘ind’ ‘a chesta parte ‘e munno apprezzata no p’ ‘e mascule sgravate e no pe’ chistu cuorpo bello, no p’ ‘e mazzate che aggio dato, sulamente pecché femmena so’ stata, e ‘nu catenaccio ‘o core nun me l’aggio maje ‘nzerrato sulamente pecché femmena so’ stata, sulamente femmena.

Poi apro l’armadio e lei scompare insieme allo specchio.

Passo la scheda sulla lucetta rossa. Sul monitor alle mie spalle compare una mia foto (particolarmente azzeccata) e sul pc della reception escono i miei dati.

Ma la sbarra non gira. In compenso, il display mi ringrazia: t’ho agraïm. Cosa, il tentativo di uscire dalla mia palestra?
Allora una receptionista sconosciuta grida:
Hola, Maria!

La sbarra cede manco avesse detto apriti sesamo. Mi avvicno preoccupata al bancone. Lo sapevo, ho il conto in rosso. O la carta smagnetizzata. O magari mi dice che a uscire con questa tutina improvvisata, che mi doccio a casa col caldobagno, nun me se po’ vede. E invece mi chiede a bruciapelo:
– Rosso o blu?

Istintivamente rispondo blu, sperando non si parli di politica. Allora quella si avvicina a un armadietto, estrae una borraccia di plastica blu e me la porge dicendo:
– Sei una cliente di vecchia data. Grazie per la fedeltà!

Adoro la mia palestra.

Innanzitutto il tragitto per arrivarci: Rambla Raval percorsa a orari tranquilli, coi paki a godersi la Rambla scacciapensieri, come la chiamano, e visioni mistiche tipo: ex compagna di catalano che cammina dietro a un omone, entrambi col braccio destro fasciato; bambina tutta in rosa, pattini compresi, che tira la madre araba per il velo e strilla Quiero ir! Quiero ir! Quiero ir! .

Quasi sempre entro sorridendo. Prima tappa: lo spogliatoio, con la vecchietta che canta coplas. È un po’ che non la vedo, che scorrazza nuda tra le magrissime nuotatrici catalane grondanti acqua.

Ma alla piscina ho rinunciato da tempo, all’inizio ero uno spettacolo perché non mettevo la testa sott’acqua. Ahò, mi sentivo soffocare. Poi mi sono abituata, ma mi scocciavo di dividere la corsia. Anche se mi dicono che a Napoli l’avrei divisa con 10 persone. Già una mi rende nervosa, specie se si fa mille vasche al minuto.

Così vado nella sala attrezzi. 40 minuti cardio, poi petto o coscia, come al girarrosto, e 80 addominali.

Intanto, medito. Veramente. Del mio periodo zen mi è rimasta quest’ora, che qualcuno considera persa appresso a schermi ultrapiatti che trasmettono cattivo pop. Quando va bene, perché diciamocelo, mettere Radio Ga Ga mentre sto ai manubri è una mossa infame, All we hear is… clap clap… Radio Ga Ga. Ma meditare mentre butti il sangue sullo step è un’esperienza che consiglierei a qualsiasi bonzo: vatti a concentrare sulla respirazione quando sei sull’orlo di un attacco d’asma, soprattutto se sai che puoi anche lasciarci le penne, ma sullo step centrale farai sempre 99 scalini. Pure con l’accelerata finale. Il numero 100 l’ho visto solo due volte, e ancora non ricordo come ho fatto.

Poi c’è lui: il vogatore. Ce ne sono due, anzi, ma ho i vizi, mi trovo bene solo con quello a sinistra. Occupato 9 volte su 10 dai seguenti casi umani:

a) neoiscritto col fisico della tracchiulella che mi soffia il posto per 5 secondi, ma tanto ci resterà 5 minuti sbuffanti e sudati, mentre ormai sono passata al tapis roulant;

b) signora volenterosa che ci rimane 30 minuti, ma rema così piano che, se Maiorca dipendesse dalla sua barca per gli approvvigionamenti, morirebbero di fame prima che lei lasciasse Barceloneta.

c) signore anziano in mutandone ascellare che mi lascia il display in mode regata, che non so più come toglierlo e non capisco mai se ho vinto io o la barchetta sfidante, graficamente risalente ai tempi di Tetris.

Meno male che tra tanti bei ragazzi posso almeno rifarmi gli occhi. Non troppo, però: da una parte siamo la succursale del Gaixample, là le palestre costano care e distiamo 15 minuti come la Sanità dal Vomero; dall’altra, in caso di aitanti immigrati va considerato che la loro cultura è aperta e disinibita quanto la mia, non vedono una femmina in 3D dal Capodanno in Plaça Catalunya.

Furono loro a mandar via il mio vicino, Ángel, un razzista di quelli che “non lo sono, però…”. Adoro punzecchiarlo quando mi dice cose tipo:
– Sono durato tre giorni, in quella palestra… Sai, poi ho visto che aria tirava…
– Che aria tirava, Ángel?
– No, dico, che gente la frequentava…
– Che gente? Non capisco dove tu voglia arrivare.

Non me l’ha mai spiegato. Mi ha raccontato invece che per farsi ridare la quota d’iscrizione è andato lì alle 7, al momento dell’apertura, ed è salito sul bancone, restandoci finché non hanno chiamato la polizia. Allora ha spiegato le sue ragioni e i poliziotti hanno alzato le mani.

In fondo, che un razzista abbia ereditato una casa proprio nel Raval è già un esempio di giustizia divina.

(se mi rilasso collasso)