Non sarà l’attesa di Megafona essa stessa, Megafona?
Me lo chiedevo stamattina alle sei e un quarto, mentre aspettavo che le signore delle pulizie vicino casa cominciassero il loro concerto mattutino in mondovisione: come sempre, su tutte spiccava la soprano del “Me he cortao!”, e “Mi abuela era asÃ!”. Con affetto la chiamo, appunto, Megafona.
Il concerto iniziava alle sette meno un quarto (ed è subito Quelo…) così, nell’inutilità di riaddormentarmi, mi sono messa a fare una serie di ricerche inutili su Google, tra cui qualcosa tipo: “Da quando in qua lo yoga è la panacea di tutti i mali?”. Sì, ho il dente avvelenato: ho provato varie tipologie, dall’Hatha all’Ashtanga, e l’unica posizione che mi sia mai piaciuta è stata quella del cadavere, che sì, è proprio quella che state immaginando adesso. Mi sono imbattuta in articoli interessanti: una statunitense di origine indiana lamentava la trasformazione dello yoga in un’aerobica con la musichetta più spirituale, e la considerava una mancanza di rispetto della sua cultura originaria. Massimo rispetto per lei, allora, ma la comica indo-canadese Lilly Singh mi aveva invece raccontato una storia diversa: gli indiani non fanno yoga, non è così diffuso nella cultura mainstream. Qui ho intuito il conflitto politico (c’è addirittura un ministero dello yoga in India) e le questioni economiche non tanto sottili: come le pratiche pseudo-orientali usate per manipolare i dipendenti d’azienda, e il simulacro di yoga “occidentale” che offrono ai turisti a Goa. Insomma, basta pagare.
Sapete a cosa mi ha fatto pensare tutto questo? Alla pizza all’ananas. E dai, siate indulgenti, erano le sette del mattino e avevo lo stomaco rivoltato!
Lo so, la questione dello yoga e dell’appropriazione culturale sono eterne e di difficile risoluzione (di solito si abbraccia la conclusione, economicamente vantaggiosa, che un tipo di yoga non esclude l’altro), ma a ben vedere la questione autenticità mi prende molto da vicino: sono stata accusata di “ananassofobia” da un portoghese gay che sosteneva che la pizza fosse come il matrimonio omosessuale: la gentaglia come me sosteneva che, rispetto a quella “autentica”, non era una vera pizz… ehm, un vero matrimonio. Ok, a parte che per me tutti i matrimoni sono una pizza (ah ah ah), scusate se mi rode un po’ vedere una cultura egemonica in Italia che decide che la pizza debba croccare, e una tendenza tutta internazionale a decidere che solo per la pizza “more is less”: inso’, più ingredienti ci metti e meglio è. Al che io, quando una catalana mi ha rivelato che quello della pizza è lo stesso principio del paamb tomà quet (che io adoro, eh, ma resta il fratello scemo della bruschetta), le ho risposto: “Ma ti capisco benissimo, in fondo tu una pizza non l’hai mai provata in vita tua!”.
Sono fiera di me? No. Vaffanculo lo stesso? Sì. Con tanti cuoricini.
Però… Un giorno spiegherò meglio il mio però, quando la battaglia culturale smetterà di essere, appunto, una battaglia. Per il momento basti dire che mi sembra sia avvenuto un grande passaggio, nel discorso sull’autenticità di un fenomeno: non la stabilisce più chi lo ha inventato, ma chi ha più soldi per imporre la sua versione.
L’altra sera ho visto in strada un tipo alto e grosso, vestito di pelle lucida, con in testa due corna nere e lunghissime, tipo Malefica della Disney.
Il bello è che l’ho capito solo da come il tipo mi guardava, che si aspettasse il mio stupore. No, non mi stava seducendo: voleva proprio che spalancassi la bocca in un’evidente espressione WTF, fosse anche per andare dritto per la sua strada, incurante di “cosa pensasse la gente” (cioè, io).
Invece, a stento m’ero resa conto che fosse diverso da altri passanti, che il suo modo di vestire non fosse “la normalità ”.
Ho ripensato anche ai miei amici in visita a Barcellona tanti anni fa, prima che i pantaloncini ultracorti andassero di moda anche dalle nostre parti: io camminavo indifferente tra ragazze bionde e altissime e disinvolte, e i miei ospiti erano sempre sul punto di farsi venire un infarto. Ok, capisco che lì sia un po’ diversa la questione, ma gli amici di altre nazionalità o dissimulavano la sorpresa o si godevano lo spettacolo senza drammi. Non vi dico cosa diventava la mediterranea baldanza in spiaggia, quando eravamo circondati da donne in topless! “Ehi, ma non dovevi ‘rimorchiarle tutte’?”, “Ehm, vado a fare il bagno”.
Ma tergiverso. Tempo fa ho annunciato ai social che era arrivato il tempo di tingermi i capelli di viola, adesso che è diventato facile e reversibile. Pensate che più di un contatto non ha accolto la notizia con un comprensibile “esticazzi”, ma mi ha fatto notare che “è una cosa da ragazzine”. Adoro l’odore dell’ageism la mattina. È lo stesso odore di sconfitta che aspiravo quando un’amica che ama i cappelli vintage mi raccontava come la sfottessero per strada, nel centro storico di Napoli. D’altronde la stessa, a Torino, era stata presa per gitana (e non aveva questo onore) in virtù dei suoi indumenti color corallo e turchese, che giù da noi sono parte del paesaggio e possono risultare eleganti ed estrosi insieme.
Sto scrivendo un articolo sul poliamore: qui dove vivo ora non è necessario far parte del collettivo LGBTQIA+ per sentir parlare di metavincolo. Che in termini monogami vorrebbe dire più o meno: un compagno di una mia compagna (e già così sto facendo una serie di errori semantici). L’argomento, come le fanciulle scosciate di cui sopra, sorprende soprattutto gli amici in visita, mentre al massimo le mie conoscenze locali (stessa estrazione letterina-liberal) possono scherzare sul fatto che “ormai è una moda” (in realtà no).
Tutto questo dovrebbe suscitare qualcosa in più del doveroso esticazzi cui accennavo? Beh, esiste anche la sorpresa in positivo, e perdersela potrebbe significare perdersi un’occasione.
Magari, non meravigliandomi di uno che s’è vestito da Malefica versione bondage, mi sto perdendo un’occasione per dirmi “bella rivisitazione!”, e fare il sorriso complice che l’altro forse si aspettava, nella migliore delle ipotesi.
Oppure l’occasione è proprio quella di farmi i capelli rosa quando voglio, senza che nessuno se ne accorga. È un’occasione, per me, e una che sono felice di essermi procurata, quella di essere circondata da persone che diano per scontato che mi vestirò come voglio, amerò come voglio e, per qualche fan del benaltrismo in ascolto, lavorerò come più mi conviene: esiste anche l’originalità di non voler pagare la nuova crisi che si profila, e addirittura di rivendicare un compenso anche per il lavoro che dovremmo fare gratis.
Questa di non sorprendersi davanti ai diritti, e alla loro rivendicazione, è la fortuna che vi auguro di più.
Ho una nuova versione del meme “quando ordino qualcosa online vs quando arriva”.
Purtroppo sono solo due foto della mia faccia. Prima e dopo.
Nella prima foto, sto inviando un messaggio sulla pagina di una “clinica italiana a Barcellona” (sic), in cui richiedo una visita completa e, magari, qualche info sul metodo per togliersi le occhiaie, che sponsorizzano tra i servizi offerti.
Poi vabbè, accanto a un personale medico-infermieristico squisito c’è un piccolo esercito di infermiere sottopagate che sono, diciamo, diffidenti nei confronti della comunità straniera. A parte la simpaticona che faceva l’indifferente con un anziano rumeno ubriaco (“Que haga lo que quiera!”), ho sentito di cosette simpatiche come: “Ma voi italiani siete venuti tutti da queste parti?”. Oppure, a una conferenza sulla gentrificazione nel Gotico: “Molti residenti stranieri si comportano come eterni Erasmus, e poi il papillomavirus dilaga” (peccato che ci siano più probabilità che ce l’abbia tua nipote e se lo sia preso da un conterraneo, bonita). Oppure, detto a me alla reception dell’ospedale dopo la scenata di una francese esasperata (e io che c’entravo?): “Guardi, non sarei neanche tenuta a spiegarle questo che mi chiede, comunque…”. Meno male che, ogni volta che è successo, mi hanno presa in fase zen.
Non so, tutto questo per dire che è un peccato aspettare le pandemie per rendersi conto che la sanità pubblica vada coccolata come tuo figlio accarezza il suo peluche preferito. Specie con le rosee previsioni che abbiamo sull’autunno.
La prossima volta rischio di scrivere a un’altra clinica per delle analisi del sangue, e delle info sul “nuovo metodo per occupare meno spazio in casa”: allora, convinta di dovermi iscrivere a qualche corsetto alla moda sul decluttering, mi sentirò proporre una bella liposuzione.
Ok, ho barato, questa è vegana! Ma mi piaceva la scritta qui nell’angolo…
“Vuoi una patatina?” il tipo della patatineria me lo chiede proprio in catalano.
Quando rifiuto con un mugugno sotto la mascherina, lui caccia a sua volta un verso un po’ stizzito: nessuno si sta fermando, scherza agitando gli stecchini su cui ha impalato l’offerta gastronomica.
Ma il ragazzo delle patatine, che un anno fa avrebbe avuto la fila a contendersi i suoi toppings il sabato sera, deve starsene lì impalato a cercare povery come me, che conoscono il catalano e non spendono cinque euro neanche se le patatine sono olandesi.
Ora ci sta, che in una zona di forte turismo un locale basasse la sua sopravvivenza proprio sui turisti: d’altronde, una patatineria analoga l’ho vista solo a Barceloneta, sulla strada per la spiaggia più affollata.
Il problema è quando tutta una zona, un quartiere intero basa la sua ricchezza sul presupposto che i turisti ci saranno sempre. E poi succedono imprevisti come una pandemia.
Provavo a spiegare questo tre anni fa ai ragazzi dei collettivi italiani venuti a sbirciare un po’ nella questione catalana, mentre io volevo solo chiudere in un angolo quelli di Napoli e dire come una nonnina: “Stateve accorte!”. Gli amici rimasti a Napoli erano tutti entusiasti per l’esplosione del turismo, l’aria internazionale che si respirava in giro, addirittura D&G che ci degnavano di una sfilata… Quando noi trapiantate a Barcellona dicevamo: “Sì, però…” eravamo prese per cassandre (spesso eravamo proprio donne).
Adesso, proprio a Napoli, il Set fa notare che la specializzazione in un settore solo comporta un piccolo inconveniente: questa presunta economia rifiorita non ci mette che pochi mesi a sfiorire male.
E tu, spacciatore di patatine ottime ma care, ti ritrovi fuori al tuo locale con due esemplari infilzati su altrettanti stecchini: e i pochi passanti le rifiutano pure, magari per paura del contagio.
Come vi dicevo qui, il proprietario del Bar Blau mi raccontava proprio che diversi suoi colleghi in centro non erano riusciti a restare aperti, senza turisti. Il rischio è forte anche per chi riuscirà , prima o poi, a rimettersi in carreggiata: se la clientela abituale vedeva una saracinesca abbassata troppo a lungo, depennava il locale in questione dall’elenco di quelli da frequentare.
Ma no, i Manolos (anzi i Manel, in catalano) si sono scrollati di dosso i miei sfottò sul fatto che ci possa essere una terza via tra gli scarafaggi e il masala latte (però se è garam masala lo prendo!), e per fortuna sembrano resistere, insieme a chiunque ha avuto l’intelligenza di entrare nel tessuto del quartiere e di lasciarci l’impronta, fosse anche un’impronta unta d’olio.
A questo punto, che volete, faccio il tifo per loro.
(Non mi riferivo a questi Manel, ma li linko lo stesso!)
E allora il nostro one-man show attacca fin dal pomeriggio con David Bowie e i Coldplay, anche se lui sarà al massimo di Hospitalet de Llobregat: ma ha la voce calda, graffiante, lagnosa al punto giusto. Sono i testi a lasciarmi un po’ perplessa. Proprio mentre sto per lanciare anch’io un accorato appello a Major Tom, all’unisono con il Nostro, quello esplode in un fantastico:
This is ground control to Major Tom [e fin qui tutto bene]
You really had it grave [eh?]
And the table wants to know what film you were [ok]
Spesso me ne vado senza scoprire cosa risponda Major Tom in mondovisione a questa sconcertante domanda. Forse il Nostro, però, si supera con i Coldplay, sia in una canzone che per motivi poco piacevoli ho preso a benvolere:
Me ne sono accorta entrando per una volta anch’io nell’odiato Zara, dopo il miracoloso avvistamento di un vestito in vetrina che mi piacesse: una volta dentro, nessuna traccia del vestito, ovviamente (vedete? la rassegnazione!), ma ho notato su un manichino un indumento in maglia, color crema, che mi sembrava una gonna. Ma no, mi sono detta, qualcosa deve sempre andare storto in questo magazzino scadente che in Italia passa pure per figo: e infatti la “gonna” in questione si è rivelata un bermuda che manco i mutandoni della mia bisnonna fanno tanto Guerra di Crimea!
Vabbè che, da donna, mi è capitato spesso di sperimentare piccole e grandi delusioni: prendete le rare volte che mi sono cimentata nei balli di coppia. Ben presto mi sono resa conto che non è che ci saremmo alternati, col “cavaliere”, ma avrei dovuto farmi l’intero brano ballando all’indietro, tipo gambero, mentre l’altro decideva se farmi fare la giravolta o no… E fortuna che, al contrario di Ginger, non avevo i tacchi! Allora mi è stato detto che il mio era un problema comune a certi donnoni emancipati (sia letto con spregio), che, sempre come me, si muovevano come tavole di legno: ma non capivamo che “era più difficile imparare a lasciarsi condurre, che a condurre”. Argomento, peraltro, già sentito almeno in un paio di religioni monoteiste e molto paracule… Ora, se proprio devo dedicare tempo e pazienza a fare qualcosa che neanche mi piace, piuttosto mi metto a fare quelle sculture con i fiammiferi che sono taaanto carucce! Visto? Il mainagioia si combatte prendendosi le gioie dove ci sono… E poi, uno dei pochi santi che si sono fatti pestare i piedi da me a ritmo di forró è diventato il mio spacciatore personale di uova di fattoria (quando ancora ne mangiavo) e mi ha fatto aggiudicare addirittura un’occhiata da Viggo Mortensen, anche se per i motivi sbagliati.
Insomma, chiuderei quest’ulteriore puntata sull’abitudine alla sofferenza, o più che altro alla sfiga, con un proverbio banale quanto sopravvalutato: si chiude una porta, si apre un portone.
Quello che avevamo iniziato in un modo, può prendere sul serio pieghe inaspettate. E non sempre sgradite, non ricominciate a gufare!
Facciamo un patto: se mai a qualcuno venisse in testa di ricavare una serie TV da un mio testo, facciamo in modo che la sceneggiatura non surclassi il romanzo. Va bene?
Stamattina ho osservato il sole filtrare, attraverso le veneziane antiche, sul parquet da due soldi che ho trovato in dotazione in casa (una casa che ho voluto a mente fredda, più per calcolo che per reale convinzione) e ho avuto una sensazione simile a quella che mi ha preso tantissimi anni fa, credo prima che nascesse mio fratello: attenta a non urtare contro gli spigoli dei tavoli, mi aggiravo in una mattina di sole per la casa di famiglia, che non era la stessa che avevo occupato nei miei primi due anni di vita. Osservavo la luce sulle mattonelle della cucina, che ai miei occhi dovevano formare una barretta gigante di cioccolato al latte, e mi dicevo con parole infantili che quella era una bella giornata, una bella casa, e una bella vita. C’eravamo trasferiti da un anno o due e, siccome camminavo pochissimo, mi dovevo ancora abituare a quegli spazi. Ero felice? Forse. In quel momento, mi sa di sì.
Così mi visito una città , la mia d’adozione, che in questo momento non avrei dovuto neanche vedere, e non avrebbe dovuto essere così come la vedo. Chi lo dice? L’abitudine. L’angoscia con cui l’anno scorso aprivo il portone del palazzo e rischiavo subito la morte tra monopattini e bici a nolo che sfrecciavano. Oppure ci mettevo cinque minuti a guadagnare l’incrocio con via Laietana, tra turisti che sciamavano senza fretta e furgoncini che approvvigionavano i bar e i negozi della strada. Anche per questo me ne scappavo, d’estate. Adesso, invece, è tutto tranquillo senza che ci sia proprio il deserto.
Finito Little Fires Everywhere, ho spento il Kobo e li ho seguiti. Non avendo mai percorso quella strada, non ricordavo neanche che spuntasse sul Mare Magnum! Dio, erano anni che al massimo arrivavo a quel centro commerciale di ritorno dalla mia pizzeria preferita, e giusto per accompagnare mamma quando era in visita. Ora invece, visto da quell’angolo che non avevo mai occupato, quello mi sembrava un posto nuovo. La Rambla del Mar, in compenso, era quella di sempre: quella del primo incontro, frettoloso e deludente, con Barcellona. L’insegnante di catalano mi aveva fatto leggere ad alta voce in classe, ormai otto anni fa, il componimento in cui spiegavo che la prima volta su quel ponte semovente avevo percorso le tavole di legno con i tacchetti sbagliati, ma aggrappata al braccio giusto: quello di un amico di cui, dopo tanti casini, riesco solo a pensare con mio sommo stupore “Speriamo che stia bene”.
Ecco, questi sono i posti che abito: sono soprattutto nella mia memoria. Ma ogni tanto, in questa strana estate in cui sono turista nella mia vita, e visito stanze che sono mie ma non mi appartengono, ogni tanto li riconosco, questi posti.
Ogni tanto, ma così, per dire, mi sembra perfino che questi posti estranei siano casa mia.
Eh, Ricky, si invecchia: la vida loca la lascio a te!
Insomma, a sentire il tipo che consegna il Mate Cola, avrei dovuto ringraziarlo per aver fatto il suo lavoro.
No, ma lo capisco: vivo in una strada che più in centro non si può, che per una complicata combinazione di incroci infernali e fasce orarie da ZTL si rivela seconda per irraggiungibilità subito dopo l’Everest, ma senza gli sherpa a fare tutto il lavoro.
In effetti il tipo del Mate Cola era piuttosto improbabile come sherpa, con la mascherina blu e il jeans a tre quarti, ed era stato pure fortunato ad arrivare proprio il giorno dopo la riparazione dell’ascensore! Però niente da fare, per lui ero stata fortunata io.
“Il tuo numero mi risultava inesistente” si lamentava “però mi sono detto: andiamo comunque. Se non la trovo, vorrà dire che mi faccio la passeggiata da quelle parti“.
A parte il fatto che il numero s’è rivelato corretto ed esistentissimo (dove vivo adesso è meglio non risparmiare troppo con le compagnie telefoniche) mi ha colpito quell’accenno alla “passeggiata” che il signore gentile e chiacchierone si sarebbe fatto, se non fossi stata in casa. La mia mente drogata di memoria visiva mi ha restituito, come spesso accade, una sequela di immagini: muratore alla cassa del supermercato vicino alla Biblioteca de Catalunya, dove scrivevo la tesi di dottorato. Nel ricordo, il giovane muratore si lamenta che quella sia una zona guiri, cioè turistica: nessuna speranza di pranzare senza rimetterci un rene (un rene = ai tempi, 8 euro di menù fisso, adesso siamo saliti a 11-12, e lo stipendio del muratore è cambiato in modo meno spettacolare). Poi il fattorino IKEA che mi fa aspettare l’intera giornata nell’appartamento ancora vuoto per poi urlarmi al telefono, due ore dopo avermi annunciato il suo arrivo “tra cinque minuti”: “Lei sa in che zona vive!” (mi spiace, macho man, mi sono fatta restituire i soldi della consegna).
Ma l’immagine più evocativa è stata la faccia dell’ingegnere sardo conosciuto nel tripudio di mondanità che era stata la festa all’hotel che avrebbe poi ospitato il re Felipe con la famiglia: “Cazzo, ma allora fai proprio la vita giovane!”. Questo il commento quando aveva saputo il mio indirizzo. “In realtà ho scelto quella casa lì per potermi stabilire per un po’ e mettere su famiglia, ma la cosa non è andata in porto”. Dopo la mia precisazione, il tizio è ammutolito: troppe informazioni per una festa intorno alla piscina con tanto di dress code (la prima e l’ultima della mia vita). Così, per sdrammatizzare, ho tolto le ballerine atroci che avevo messo per rispettare il dress code e mi sono fatta accompagnare a mettere i piedi in acqua.
Tutte queste storie gridano “privilegio” a dieci metri di distanza: affittando parte della casa posso dedicarmi alla scrittura e, anche se al mio arrivo detestavo la zona, devo ammettere che sono vicina a posti molto più fighi, specie ora che il turismo mordi e fuggi sta lasciando il posto a una meno invasiva tamarraggine locale (vi dico solo questa: sono tornate di moda le radioline portatili). Le conseguenze di queste e altre scelte sono però che: non ho un lavoro normale, non ho rapporti umani normali e, se provassi ad adottare la prole invece di generarla io, credo che la risposta dei servizi sociali sarebbe quella di chiamare la polizia. Peraltro, quando vivevo ancora a Napoli, in casa scherzavamo spesso sul fatto che, se fossi diventata madre, avrebbero chiamato subito i servizi sociali. Il cerchio si chiude.
La questione è, come immaginerete: cos’è una vita giovane, e cosa una vita adulta.
Ho fatto un sondaggio tra le mie amicizie e non vogliono la luna, oppure vogliono quella e qualcosa di fin troppo normale, che solo una crisi economica ormai calcificata rende impossibile: che so, l’indipendenza catalana e un lavoro d’ufficio, cambiare il mondo e un monolocale non troppo lontano da una metro, sotto i seicento euro (e scatta la battuta: “Allora come lo vorresti cambiare, ‘sto mondo?”).
Insomma, per me vita significa sapere più o meno che si vuole in un lasso di tempo ragionevole (a volte siamo preda di desideri espressi in momenti del tutto diversi della nostra vita), più che doversi per forza dare obiettivi che il vicino di casa possa apprezzare o invidiare.
Niente a che vedere con norme scolpite nella roccia e, soprattutto, con l’idea più idiota e più radicata che leggo in giro quando si parla della vita: bisogna soffrire.
Non è che succeda, non è che sia quasi una conseguenza del nostro stile di vita: ma bisogna, se non soffrire, sperimentare un’eterna insoddisfazione, un misto di ansie, preoccupazioni e sogni frustrati.
Andiamo con ordine. No-Vax fuori alla Cattedrale: immaginatemi attraversare di pomeriggio questa folla di persone senza mascherina, azzeccate tra loro con la colla, che chiedevano a gran voce Libertad. Uh, indipendentisti a babordo, ho pensato lì per lì. Ma no, la piccola folla non esibiva bandiere, e invocare la libertà in spagnolo non è certo una consuetudine indepe. C’erano giusto due cartelli, e lì ho cominciato a capire: uno diceva “la salute è dentro di noi” (… solo che è sbagliata, mi sarebbe venuto da aggiungere con la penna che avevo in borsa) e “vogliono venderci il vaccino“. Quale? A questo stadio (chiedo sul serio) non ci staranno ancora morendo su centinaia di coniglietti?
Mi sono allontanata in fretta per non prendere nessuno a capate in bocca, e sono finita alla Barceloneta. Dio, no, il flamenco no, ho pensato mentre mi inoltravo in un vicolo e riconoscevo i primi, ehm, ululati tipici di quello stile canoro. È che nei quartieri turistici questa musica rischia di diventare una baracconata senza fine: uno spettacolo troppo caro, specie se scopriamo quanto del prezzo del biglietto vada davvero al complesso musicale. Una pantomima improvvisata a uso e consumo di gente di passaggio che, per qualche oscuro motivo, finisce per associarla al reggaeton e al sombrero messicano.
Ma dicevo della mascherina azzurra: sembrava fatto apposta, ma le mascherine me le hanno sempre passate inquilino e coinquilino. Tutte azzurre. E indossando una delle più fluo, quella mattina ero finita fuori al Camp Nou, a straparlare del Napoli a beneficio di un giornalista del TG2, in compagnia del proprietario del Bar Blau (letteralmente, il Bar Azzurro): Diego parlava davvero di calcio, io invece ricordavo il trofeo Gamper di nove anni fa, e il meraviglioso gol di Cavani che ci aveva fatti volare dalle sedie, pochi secondi prima che lo annullassero.
Certo, questo non salva dalla bancarotta. Però aiuta assai, o almeno così mi sono detta sabato sera in un Bar Blau che era finanche affollato, nei limiti consentiti dalle misure di sicurezza.
E gli Squallor, subito messi su da Diego a partita finita, erano là a confermarmi che quella di mischiarci tra noi è proprio la strada giusta.
Ho comprato delle verdure dalla parrucchiera cinese, per poterla pagare un po’ di più.
Verdure liofilizzate intendo, in una bustina da sciogliere in acqua bollente (e la mia imbonitrice cinese mi ha fatto vedere gli ideogrammi che indicavano l’acqua bollente). Servono a fare colazione e “avere una pelle come la sua” (quella della parrucchiera, dico, e se mai dovessi arrivare a cinquantacinque anni non mi dispiacerebbe proprio, avere l’incarnato così).
In ogni caso, la parrucchiera cinese si prende l’esatta metà della mitica hair stylist ‘mericana, per fare comunque un ottimo lavoro e a soli dieci minuti da casa mia, senza necessità di prendere appuntamento come avviene per la collega del Far West californiano: certo, la stilista cinese non avrà un pc come la ‘mericana, da cui cercare su Google Images l’attrice a cui vorrei rassomigliare almeno nel taglio (campa cavallo!), ma “fa questo lavoro da venticinque anni”, come dichiara orgogliosa, e si vede. All’inizio della pandemia, quando si credeva che gli untori venissero dalla Cina, ogni volta che le veniva da tossire la poveretta correva sul retro del negozio. Poi la sua saracinesca restò abbassata all’improvviso, intorno al 12 marzo: comunque, lo stesso giorno di tutti gli altri locali cinesi in zona. Fu lì che capii che i miei, che erano in visita, avrebbero sudato sette camicie per ritornare in Italia.
Temevo che a non ritornare al lavoro sarebbe stata proprio lei, la parrucchiera cinese: e invece eccola lì tre mesi dopo, con le sue chiacchiere sulla figlia che studia all’università di Barcellona. Sono molti anni di sacrifici, signora mia.
In ogni caso, la signora è tra le poche persone che non sembrano preoccuparsi troppo di come andranno le cose. All’inizio della crisi ho dovuto tradurre in catalano, a beneficio di un nuovo arrivato napoletano che non ci capiva niente, il messaggio con cui l’azienda lo spediva in cassa integrazione.
Più internazionale per antonomasia, la mia vecchia agenzia interinale per insegnanti ha mandato al suo personale una mail in due lingue: faremo tagli, preparatevi.
C’è questa sospensione generale da recessione, qui, che si riflette forse nell’aggressività che circola tra disoccupati presenti e/o futuri. Allora è rissa sfiorata tra il quarantenne locale che va a correre con i compagni d’azienda e l’immigrato africano stanziato al Parc de la Ciutadella (“La gente litiga per le scemenze” mi spiega serafico un collega di quest’ultimo). Ma è aumentata anche l’eterna tensione che percepisco in certe zone del quartiere di Sant Pere: parchetti dove, domenica scorsa, un papà catalano e una mamma latina insultavano la ciclista che sfrecciava troppo vicina ai loro figli (lei per tutta risposta aveva accelerato, mandando baci volanti ai due aggressori verbali). In questi campetti o spazi per giostrine, alcuni ragazzi di seconda generazione fanno gruppo, si squadrano tra capannelli, e a volte… “Non andate da quella parte” ci annunciava ieri un marocchino seduto tranquillo a una panchina individuale “si stanno picchiando”. Nel mio amato Raval vabbè, ci sono i narcopisos, quindi le risse fanno parte del passaggio.
Episodi isolati, magari, ma forse è vero che c’è un’elettricità nell’aria.
Le attese uccidono: specie se sono attese di una sentenza (sul nostro lavoro, sulla nostra vita) che non pronunceremo noi, e che non possiamo cambiare. Non nell’immediato.
Ah, ma se la può tenere, la sedia: io passo le mie giornate sul letto. Ho preso due vassoi IKEA di quelli per la colazione. Su uno sistemo il pc, che sto lavorando a tre manoscritti da sistemare, mentre sull’altro, quando davvero non me ne terrà di alzarmi, piazzerò una di quelle colazioni che, tra una sorsata di carcadè fatto in casa e un assaggino di cuzzetiello, mi durano tutta la giornata (e salutatemi la prova costume).
Qua aspettiamo. L’estate c’è, c’è il sole, e la possibilità di un mare da viversi senza mascherina. Ma cos’altro c’è all’orizzonte, oltre la linea di ombrelloni fittati da chiringuitos privati sulla spiaggia pubblica?
Mi sa che lo scopriremo insieme, gente. Mi ripeterò, ma solo insieme si combina qualcosa di buono.
Scherzo, e sono tutto tranne che snob sulla squadra che mi ha portato a fare caroselli negli anni ’80 fuori dal mio orario di nanna: è che, dalla mia Grossa Crisi ai pensieri da quarantena, la passione per il calcio mi è andata scemando assai.
Ho avuto invece una visione che manco Rose in Titanic: la Rose novantenne, dico. Passando fuori uno dei tanti locali che non hanno più riaperto, attraverso la vetrata piena di polvere ho intravisto quei tavolini fighetti concentrati tutti sul bordo della sala, in modo che ci fosse spazio per ballare. Allora mi sono ricordata il casino che c’era l’anno scorso, quando in un tentativo di darmi ‘na botta de vita (mondana) ero finita a sentire un concerto presentato ambiziosamente come di bossanova. Circondata da donne brasiliane di ogni età e taglia (solo il colore generale era sul pallidino andante), m’ero vista esplodere intorno una samba collettiva che mi aveva intimidito pure nel rumorino minimalista che facevo col piede destro, sperando di andare almeno a tempo.
Intorno al bancone ora deserto e sgombero, un biondino spagnolo svelava alla mia nuova amica sudafricana, ma nata in Polonia, quale fosse davvero la sua nazionalità (lui lo sapeva meglio di lei!), e fiumi di birra consolavano delle danze mancate tutta la gente biondiccia affetta da SCN: Sindrome del Culo Nordico, termine coniato sul serio da un amico che sosteneva di non poter muovere i fianchi per via della sua nazionalità .
Per fortuna, il bar de tapas vicino a quel deserto sembra in ottima forma.
È in liquidazione, con sconti “fino al 70%”, il negozio fighetto i cui vestiti mangiavo con gli occhi ogni volta che ci passavo, scoraggiata poi dai prezzi a tre cifre (e la prima non sempre era 1). Vado a fare l’avvoltoiA?
È che, con buona pace degli accademici della crusca (o accade-machi? ah ah ah), sto declinando al femminile anche termini come “Megafona”: chiamo così la simpaticissima signora che, dall’attico a sinistra della mia finestra, lancia urla belluine e si scompiscia con tre comari in un orario che non supera mai le sette e un quarto di mattina.
Era col pensiero a quella sveglia obbligatoria, e tutt’altro che desiderata, che venerdì notte sollecitavo ancora il mio coinquilino a girare un piccolo video di presentazione di Una via dritta, visto che lui aveva giocato un ruolo chiave nella stesura del romanzo. Ma, quando gliel’avevo accennato per la prima volta nel tardo pomeriggio, non c’eravamo capiti sullo svolgimento della presentazione. Lui pensava a “una chiacchierata informale”, da registrare (senza video) solo per poterla poi stendere per iscritto. Con quell’equivoco in corso, c’eravamo sparati prima una cena georgiana, in un ristorante che sembra godere di ottima salute nonostante i prezzi: tanto ha una folta clientela russa e un cameriere che all’improvviso comincia a ballare, con tanto di copricapo peloso! Al ritorno, il coinquilino tergiversava ancora, ignaro di ciò che lo aspettava, e si era insospettito solo quando mi aveva visto cercare la palette per gli occhi, ravviare i capelli asfaltati dall’afa… Quando ha capito, era troppo tardi. Il primo tentativo di registrazione è andato a vuoto per difficoltà tecniche (ho il cellulare dei Puffi, che volete?) e al secondo era fritto il coinquilino. O magari bollito, data la temperatura.
Allora, visto che ormai quel po’ di trucco era messo, e avevo sudato un’ora in più del previsto nel vestito decente (figuratevi gli altri!), mi sono ricordata delle tante donne che in un momento difficile hanno dovuto prendere decisioni in fretta, e tra tutte, scienziate o autrici o donne politiche, ho scelto di invocare… Reese Witherspoon! O meglio, la sua mamma che, con un accento della Louisiana, la esortava: “Se vuoi che si faccia qualcosa, tesoro, fallo tu stessa!”.
Il risultato è questo e, anche se i margini di miglioramento sono infiniti, francamente pensavo peggio.