Archivi per la categoria: e comunque…

The art of storytelling — and why I agree with Tyrion Lannister Quasi sette anni fa, io stavo male e il mondo stava bene.

O così mi pareva allora. Adesso il mondo sta male, e io… io ci sto male, al massimo, e voglio fare quel poco che sta in me perché non sia tanto così. Partendo, però, dalla pace che ho imparato a trovare in quella crisi di sette anni fa.

Pensavo a tutto questo perché, come spesso mi accade nella vita, una specie di anacronismo mi permette ogni tanto di fingere che in questi mesi difficili non stia succedendo proprio niente di nuovo. In questo caso, mi sta aiutando il bar etiope, quello aperto un annetto fa nel Born. Per la verità, non sono mai arrivata a entrarci e a sentire un concerto, per com’era affollata la sala. Per non parlare delle volte che ho trovato tutto chiuso senza preavviso: ma cavoli, almeno da un punto di vista virtuale, come pianificavano le cose loro…! Almeno su Facebook: avevano organizzato un evento per ogni concertino di musica africana (con artisti di diversi paesi del continente) che si teneva ogni sabato sera. Anche con la quarantena, le notifiche non hanno mai smesso di arrivarmi, così il sabato pomeriggio alle 17, quando mi si accende la spia sul cellulare, mi dico: adesso metto addosso qualcosa di carino e vado lì, sperando che oggi non ci sia troppa gente nel locale, o folla per strada.

Sì, mi prendo per il culo da sola. Come facevo a vent’anni, con mio nonno sottoterra da almeno un annetto: da una casa vicina sentivo ancora tossire qualcuno che in precedenza avevo sempre scambiato per nonno (che soffriva come me di rinite allergica), e anche allora che non avevo più speranza che fosse lui, me lo figuravo al piano di sotto, intento a maledire insieme a me la gramigna del campo di fronte casa nostra.

Ieri per prendermi per il culo ho visto, con un anno di ritardo, la reunion di chiusura di Trono di Spade: mi era rimasta così tanta rabbia per com’era finito male, che potevo ancora fingere fosse, beata me, il peggior dispiacere che ricevessi da molto tempo! (Magari subito dopo i risultati del mio test antimulleriano, ma quelli almeno li sto superando.) Allora ieri ho smesso di chiedermi per un’oretta che fine abbiano fatto i lavori di amici e non, i loro soldi per pagarsi l’affitto e il senno di chi divide con me una casa che può abbandonare solo un’ora al giorno. Invece di tutto questo, come ai “bei vecchi tempi” mi sono chiesta in napoletano chi ha cecato i due David, cioè come gli sia venuta l’idea di trasformarmi la khaleesi in una psicopatica a rota d’incesto (e sì, espatriare è complicato per tutti, Dany, anch’io a volte ho sputato fuoco!). Così, mentre vedevo tutti i membri del cast abbracciarsi sul palco di Conan O’Brien, mi sono ricordata del motivo per cui la storia che avevano incarnato era così importante per me.

Come vi ho già raccontato (e comunque si capiva), durante questa mia crisi orrenda di sette anni orsono non riuscivo a leggere libri di attualità: solo fantasy o giù di lì. Tipo, che so, le teorie junghiane! Ok, ok, scherzo: in questo caso mi riferisco a The Hunger Games e, appunto, a Trono di Spade. Quando mi sentivo sull’orlo del collasso aprivo quei mattoni stampati in carta economica, e pensati per un pubblico giovanile o amante dei draghi. Quindi vivevo le familiari inquietudini di John Snow, che si sentiva fuori posto ovunque andasse, o le lotte per la libertà dei popoli della prima Daenerys Targaryen (*scatta l’emoticon a forma di cuore*). I miei capitoli preferiti erano quelli sulle peripezie di Arya Stark, girovaga in questo medioevo fantastico, ma zeppo come quello vero di malattie ed eserciti in lotta.

Quando ho visto tutto questo rappresentato più che discretamente su uno schermo, e per almeno due o tre stagioni buone, mi è parso una bella storia paradossale: intanto che io stavo accucciata su un letto a pugnalare un panettone per pranzo (mangiavo solo le parti al cioccolato, e in realtà quello che divoravo erano queste pagine in edizione economica), tutta quella gente della troupe che adesso, nel video che osservavo, applaudiva i volti noti sul palco, aveva lavorato, guadagnato e vissuto otto anni in funzione della stessa storia.

Almeno su questo, il Tyrion Lannister dell’ultimissima puntata ha ragione: la gente segue le storie. La mia è quella di una crisi che ha superato le crisi: tutte quelle che vi hanno fatto seguito, compresa questa qui. Che è stata sconfitta dall’incredibile privilegio (il cui desiderio è sorto allora) di poter fare il mestiere che amo: raccontare. E vi ho raccontato a lungo di quando, sette anni fa, avevo perso il filo di qualsiasi spiegazione che avesse senso per me.

Grazie a quel momento, e ai personaggi a cui mi sono appigliata nelle mie ore di insonnia e inappetenza, posso aspettare che questa crisi di tutto il mondo finisca. Stavo per scrivere “aspettare serena”. Poi mi è sembrato ingiusto nei confronti di chi questo privilegio non ce l’ha.

È con serenità, che aspetto? Non lo so. Però aspetto, pronta.

 

File:Sant'anna metterza 480.jpg - Wikimedia Commons Si stava meglio quando si stava peggio!

Scherzo, ma è curioso come mi fosse tutto più chiaro quando sapevo di dover passare la giornata tra il terrazzino (trasformato in ufficio con un pareo e due cuscini gettati a terra) e il tavolo in salotto con sopra il computer.

Adesso mi fa strano, l’ora d’aria di questa fase zero prolungata: non mi lamenterò certo del soverchio, ben venga! Così prendo anche un po’ di sole, invece di sei gocce quotidiane di vitamina D, come dovevo fare fino a pochi giorni fa. La questione è che, prima, potevo fantasticare su quale mondo avrei trovato fuori. Adesso la prima cosa che mi sono vista apparire davanti uscendo di mattina è stata una fila immensa, dall’altro lato del Portal de l’Àngel. Per un momento ho avuto l’illusione ottica che dovessero entrare tutti al Corte Inglés che torreggia all’angolo col carrer de Santa Anna: un palazzotto di colore bianco sporco, tutto trine di pietra e vecchi lampioni, alto quattro o cinque piani (non fatemi scendere a contare, che a quest’ora non posso uscire più). Un tempo era quasi tutto a vocazione abbigliamento, per così dire: l’ultimo piano, dedicato ai libri, mi sembrava una barzelletta, tanto era sfornito e male organizzato (una volta trovai nell’improvvisata sezione femminista il trattatello di un uomo bianco etero contro le “feminazi”…).

La fila, invece, girava l’angolo e s’infilava in “via Sant’Anna”, come la chiameremmo in italiano. La componevano persone vestite, appunto, come se dovessero entrare al Corte Inglés, o in un supermercato qualsiasi, e che sotto le mascherine ridevano, chiedevano chi fosse in fila avanti a loro, e provavano perfino a fare due chiacchiere, più o meno a distanza di sicurezza. Non so se quel principio d’ilarità era lì a coprire l’imbarazzo, perché, come ho avuto conferma inoltrandomi in direzione della Rambla, si trattava della fila per la parrocchia che dà nome alla strada. Alla mercé di Sant’Anna era demandato il pane quotidiano di tutta quella gente rimasta senza entrate, ansiosa di fermarsi davanti alla grata che un tempo si apriva sul cortile della chiesa, mentre adesso era presidiata da una ragazza in mascherina, che con l’aiuto di altri volontari alle sue spalle allungava pacchi con la mano guantata. Passando in fretta, i pacchi in questione mi erano sembrati buste della spesa, e mi ero ricordata di una raccolta di generi alimentari che non avevo capito dove si dovessero consegnare.

Intanto, con la didattica a distanza, amici miei insegnanti hanno guadagnato meno di ciò che pagano d’affitto, e amici ristoratori non hanno guadagnato proprio niente. La dichiarazione dei redditi, però, si è verificata con puntualità.

Non so se si è capito dal post di lunedì, ma temo tanto che, una volta finito tutto, si torni al mondo di prima.

Per fortuna leggo in voi, e nelle vostre rimostranze virtuali, le mie stesse preoccupazioni sul confine tra emergenza e deriva autoritaria, e sull’esigenza di cambiare un sistema in cui la sanità, ridotta a un colabrodo, deve fare letteralmente i salti mortali per fronteggiare incubi imprevisti.

Facciamo che stavolta ci impuntiamo, e cambiamo qualcosa.

Non credo sia giusto che ci pensi Sant’Anna.

 

(Storiella ispirata alla mia prima uscita per prendere aria, sabato 2: mi è stato assicurato che non c’è il protagonista, non c’è la storia, non c’è l’evento scatenante, né il climax, né la conclusione. È stato allora che ho capito che ve la dovevo proprio raccontare.)

I mozziconi di sigaretta per strada provocano gravi danni alla ... I bidoni non puzzano più.

Mi giro apposta sul ciglio del Pelayo deserto, per controllare se sono proprio quelli che fino a due mesi fa m’investivano col tanfo d’urina mentre aspettavo il verde per i pedoni, davanti all’Imagin Café. No, sono quelli di dieci metri prima, comunque orfani di turisti ubriachi che ci pisciavano intorno, e di Estrella restituita fumante alla terra. O meglio, all’asfalto, che adesso però è sgombero di auto.

In questa prima sera di questo primo giorno da Liberi tutti – quarantena sospesa solo per un’ora al giorno, in frange orarie precise – non so neanch’io perché accelero il passo. Forse per dare l’impressione che so dove andare.

Anche quello davanti a me si muove verso la Rambla: all’improvviso si gira verso i guanti di lattice che mi fanno sudare le mani, come se temesse che volessi artigliarlo. Forse non mantengo la distanza di sicurezza? Ma abbassa subito gli occhi, e mi accorgo che, forse, cercava solo una cicca a terra, e comunque si gira spesso. Ha una tuta non proprio pulita, la barba sfatta, una mascherina forse raccattata da terra che gli penzola sotto il mento. Dal semaforo che lui non ha rispettato, lo vedo fermarsi davanti a una ragazza che legge seduta sul marciapiede, dall’altra parte della Rambla. Lo aspettava: la vedo posare il libro e contare le monete che lui le lascia scivolare in mano. Poi lo bacia, e comincia a parlare ad alta voce, in un inglese entusiasta, interrotto solo da raggi di biciclette: “Poi s’innamora di questo Vronsky, capito? All’inizio sembra che odi il marito, ma in realtà il marito…”.

“Ehi, ehi!” la interrompe lui, e corre verso una coppia di mezza età che lo ha oltrepassato senza guardare, tagliando la Rambla in direzione mia.

Non si girano: che l’uomo stia chiamando proprio loro lo sappiamo solo io e la donna che legge Anna Karenina.

“Guapa!” l’uomo che cercava le cicche ha raccattato qualcosa di giallo, si lancia all’inseguimento. “Ehi, guapa!”

La donna ha i capelli corti, non pensa nemmeno che quello possa avercela con lei, e la cosa mi fa un po’ tristezza. L’uomo delle cicche approfitta del semaforo rosso, e di loro due fermi, e solo allora mi accorgo che porta un guanto sulla sinistra: la destra che protende verso la donna è nuda.

“Non mi toccare!” la donna scatta prima ancora che lui la sfiori. Ha una giacchetta di seta cangiante, suo marito va in shorts. Frappone quelli tra sua moglie e lo sconosciuto intento ad agitare questo oggetto giallo: ma il marito, che con la donna ci ha passato un mese e mezzo chiuso in casa, non capisce di che si tratti.

Finisce che, nel breve corpo a corpo tra i due, l’oggetto sembra farsi più grande, poi si dispiega del tutto: il ventaglio sventola in aria un momento, come se chi lo sta reggendo volesse ballarci un flamenco. Invece, l’uomo che cercava le cicche lo osserva bene, poi osserva la donna che voleva aiutare, e si lascia scivolare l’oggetto di mano, con lentezza. Infine, senza più girarsi a cercare niente, torna dalla ragazza, e da Anna Karenina.

Il semaforo è diventato verde. La coppia si appresta ad attraversare, e pure io. Prima ancora di rendermene conto alzo una mano guantata e, fissando negli occhi la donna, punto un indice accusatore alle sue spalle, poi mimo lo sventolio che adotterei per ristorarmi in una giornata di caldo. Il marito mi osserva in un modo che mi ricorda all’improvviso che sono senza reggiseno. La donna, invece, capisce e si volta. Ci incrociamo sulle strisce, mentre proseguiamo in direzioni opposte. Tra due biciclette che sfrecciano, la donna agita il ventaglio e sorride, mi ringrazia in francese.

Non le rispondo. Mi dirigo verso i due seduti tra i cartoni. Il portafogli mi balla tra le mani di lattice: scelgo una moneta a due colori, senza guardarla. Guardo loro.

Mi ringrazia solo lui, ma non sorride: è come se un po’ ce l’avesse con me per avergli offerto la moneta, e con sé stesso per dover interrompere ancora la lettura della ragazza, che la intasca.

Alle loro spalle, mi accorgo, c’è la porta chiusa di uno Starbucks, con dentro ancora le immagini dei caffè alla nocciola da tardo inverno, a quasi cinque euro a tazza. Sotto al lampione decifro la scritta sul vetro, tracciata con un pennarello d’oro: “Torneremo più forti di prima!”.

Sì, tornerete, penso prima di andar via.

 

Quest’anno, vorrei augurarvi un buon primo maggio con le riflessioni di Unaelle, pubblicate su Facebook e Instagram. Salviamoci insieme, o non ci salveremo.

Terri said the man she lived with before she lived with Mel loved her so much he tried to kill her. […]

“My God, don’t be silly. That’s not love, and you know it,” Mel said. “I don’t know what you’d call it, but I sure know you wouldn’t call it love”.

“Say what you want to, but I know it was” Terri said.

Raymond Carver, What we talk about when we talk about love

In tutto questo mi sono tolta la macchinetta, e ora affondo i miei denti addomesticati in molti articoli e post sull’amore ai tempi del corona, come ormai è un cliché definire i salti mortali che fanno le coppie per conservarlo nonostante la quarantena, e le persone libere (“sole”, purtroppo, è ancora un insulto) perché “non mettano in quarantena anche la loro vita amorosa”, come martellano le pubblicità invadenti delle app d’incontri. Fatto sta che c’è chi, invece di conoscere qualcuno dall’altra parte di uno schermo, ha lanciato un’occhiatina al balcone del vicino: o magari della vicina.

Ne ho parlato con un’amica che sta approfittando dell’astinenza da “dating” – è anglosassone – per chiedersi con che tipo di uomini esca. Secondo lei, il suo prototipo è il tizio che è rimasto fermo mentalmente all’età dello sviluppo: nel pantheon maschile della comunità straniera di Barcellona, potenzialmente chiunque. I maschi del posto disponibili su Tinder (che a qualcuna ha regalato un compagno di vita, ma che io ho trovato così atroce che non ho mai contattato nessuno, né risposto in chat) storcevano un po’ il naso davanti al suo lavoro, diciamo così, poco consueto (fa la guaritrice). In ogni caso, un tizio le aveva proposto, dopo un solo appuntamento, di passare la quarantena insieme. Ora, non so se era uno di quelli che vivono a “soli” 400 euro in un ripostiglio 2×3, con finestra sul bagno del vicino. Però non mi sorprende che lei abbia deciso che a tutto c’è un limite.

Allora, le ho detto, invece dell’online dating perché non prova il mio metodo? Che poi non è niente di complicato: si tratta di conoscere gente mentre fai quello che ti piace di più.

Premessa: ci ho messo tempo ad accettare che, nella mia vita, bye bye famiglia del Mulino Bianco, unica prospettiva che m’invogliasse a barattare l’adorata solitudine con uno a cui, magari, c’era ancora bisogno di spiegare il concetto di carico mentale. Prima di gettare la spugna, m’ero messa a frequentare circoli strani in cui scoprivo che l’unico tizio che mi piacesse (bel sorriso, un libro all’attivo, una predilezione per i balli di coppia) era pronto a citarmi Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere (che, scusatemi, non vi linko nemmeno) dopo aver scoperto che ero una feminazi. Ma anche arrivederci e a mai più.

A quel punto ho ricordato quello che dicevo a un amico single in tempi insospettabili: io preferirei non cercarmi qualcuno apposta, con quel proposito, visto che, in un appuntamento al buio tra etero, non sarei esattamente la categoria meno discriminata. Più che altro mi dedicherei ad attività che mi piacciono, per esempio scrivere, e conoscerei altre persone nel processo, per amicizia o chissà cos’altro.

Purtroppo, le cose che non dipendono del tutto da noi, e che lo stesso facciamo di tutto per ottenere, sono come le sabbie mobili per l’esploratore delle vignette: quello vuole arrivare al pezzo di foresta equatoriale mostrato dalla cartina, ma, una volta che gli cede letteralmente il terreno sotto i piedi, più si agita nel fango e meno raggiungerà la meta.

Metafore sceme a parte, se c’è un’app che mi ha “aiutato” a trovare qualcuno – cioè, se un’app ha fatto ‘sto guaio – si è trattato di MeetUp: sì, quella che da noi usano quasi solo i grillini. Ed è stato totalmente fortuito che si trattasse di un’app. Certo, è più facile incontrarsi in un gruppo ristretto che, per esempio, perdersi in una marmaglia di gente intervenuta a uno scambio linguistico (come questo che, ironia della sorte, pure ha un gruppo su MeetUp). Ma, come scriveva in un vecchio post l’amico formatore spirituale, facendo quello che ti piace trovi anche le persone a cui accompagnarti. E piano coi “grazie al ca’”, che magari ce ne ricordassimo sempre! Infatti, tornando alla guaritrice delusa da Tinder, le chiedevo: non è meglio partecipare alla diretta di un corso di cucina organizzato da rifugiati, oppure a un dibattito di filosofia, o anche a un’energica lezione di ballo? Così vedi come si comporta la gente in una situazione relativamente più rilassata, rispetto a un tête-à-tête virtuale in cui siete troppo impegnati a fare di tutto per piacervi, per mostrarvi così come siete di solito.

Poi, se ti va, lo contatti in privato per continuare la discussione che avete intrapreso nel dibattito, o anche per commentare un passo di danza difficile! Essere onesti è la chiave, per me, lo sapete: ma, per amiche che cercano una relazione stabile, questa discreta operazione di spionaggio mi sembra diversa dall’esporsi alle brame di sconosciuti educati a credersi “l’uomo che non deve chiedere mai”.

Intendiamoci, sono d’accordo con Rosella Postorino sulla difficoltà d’innamorarsi di qualcuno di cui non si conosca l’odore:

Incrocio le storie di quelli che si sono innamorati dai balconi in quarantena, e penso: ma se manco sanno che odore hanno. Così capisco che in me ogni residuo di romanticismo è stato prosciugato dal locquekdown.

Tuttavia, da feminazi patentata, voglio ben sperare che, come teme anche l’autrice di quest’articolo, il romanticismo sia morto, visto che di solito è lui che ammazza.

Ma di cosa parliamo, quando parliamo d’amore? Con licenza di Carver, a questa domanda sto lavorando con due studiose mica male. L’anima non tanto gemella che MeetUp ha messo sul mio cammino (e che frequentava il gruppo di scrittura di tanto in tanto, anni prima che impazzassero le app) era abituata a lunghi, lunghissimi viaggi a piedi, perlopiù spirituali, in contatto con la natura e con “persone meravigliose” che lo accompagnavano per qualche ora di cammino. Secondo lui questi compagni di viaggio, e queste compagne ovviamente, li aveva conosciuti meglio di chiunque, in quelle poche ore.

Capisco perché lo dica: anche io, nel meraviglioso ostello in cui ho scoperto la multuculturalità, avevo spesso quest’impressione, che fossero potenziali amori o fulminee amicizie. Ricordo una svedese di passaggio, o una modella americana in pensione a trentacinque anni: ustionate dalla Sicilia e stordite dallo scirocco, ci confidavamo cose che almeno le mie interlocutrici ci avrebbero pensato due volte a condividere (io ho la tragica fama di non tenermi un cece in bocca). Però, se si trattenevano più giorni del previsto, scoprivo che tutto quest’affetto istantaneo come il Nescafè non era mica così duraturo: l’incauta mossa di svegliare la svedese per un messaggio che credevo importante mi costava una giusta partaccia, e una forse meno giusta partenza senza neanche dirmi ciao. Oppure notavo – scusate, ero una pivella – che è facilissimo fare bei proclami su come stareste bene insieme, con qualcuno che sai che non rivedrai mai più.

Quel tipo di amore “che ti capisce in un istante” lo conoscevo bene. Quello che mi restava da scoprire, e forse ho scoperto tardi per certi progetti che volevo costruirci su, ha la sfortuna e il vantaggio di essere lento ma costante: “ci si mastica a poco a poco”, come dice il video qui sotto. E allora non c’è più il monaco buddista che sul camino de Santiago ti spiega che forse il tuo destino è quello di girare sempre per il mondo, o la francese che pensava di diventare suora, ma che con te, come l’avrebbe messa Sant’Agostino, ha “aspettato un attimo”: nessuno dei due ha mai dovuto interromperti la sigaretta del mattino (attentato!) per farti sommessamente notare che il wok sul fornello rientrava nei piatti da lavare, anche se nessuno te l’aveva lasciato nel lavandino. Eh, sì: l’amore da “Hai comprato la carta igienica?” (per restare sul pezzo) è scoppiettante in tutt’altro senso. Sospetto che le sue scintille scaldino meno, ma in modo più costante.

Perché, l’avrete capito: il suo segreto è la costanza. Con quello, le persone s’imparano con l’esercizio quotidiano, come i mestieri e le attività preferite. Si può creare virtualmente, quest’esercizio? Forse no, ma in mancanza d’altro è un inizio, un primo contatto: a meno che non ci vada bene un amore virtuale e, oh, tanto meglio per noi! Però, attenzione a non abbracciare la formula che insegnano nelle scuole di scrittura: l’idea per cui, per conoscere davvero qualcuno, devi vedere come si comporta in circostanze eccezionali (una lettura che trovo pessimista e che un giorno analizzerò). Forse per l’amore funziona il contrario: bisogna vedere come una persona agisce nella sua realtà di ogni giorno. E la realtà virtuale, ormai parte della nostra esistenza, mi sembra un gran metatesto in cui riscriviamo a ogni occasione la nostra biografia: lì, forse, il miglior modo di conoscere qualcuno, nelle circostanze di per sé straordinarie in cui ci tocca farlo, è prenderlo alla sprovvista, magari intento ad ascoltare in pigiama un intervento sull’ “importanza della sottomissione all’autorità, per il bene comune”.

E se in merito non ha neanche una piccola obiezione da fare, è già allarme rosso.

L'immagine può contenere: testo

Da Automatizzato comunismo memetico: seguite la pagina!

Ormai sapete come funziona.

“Esco, ti serve qualcosa?”, e faccio la lista.

La pasta mi serve sempre, ovvio, ma quale? Scrivo un nome, mostro una foto. La Garofalo nei formati lunghi è rara da trovare sotto casa, e io non amo la pasta corta, ma meglio che niente. “Quello che vuoi tu, ma che sia Garofalo”.

Il risultato lo scopro un’oretta dopo, in cucina. Appoggiato al microonde c’è un pacco che ha tutta la familiarità dei colori giusti: il rosso e nero della confezione, e il colore dorato di queste micropenne… Un momento, che formato è? Allora leggo meglio. Non è Garofalo, c’è scritto Gallo. “Maccheroni al huevo” (sic). Esasperata, apro il frigo. Ah, meno male, ha preso il latte di soia. Sì, aromatizzato alla vaniglia. Addio besciamella, maionese, pasta al forno. Ma tanto, con le micropenne della Gallo, cosa vuoi cucinare?

Tempo dopo vedo un meme che vuol essere divertente: una “lista della spesa per uomini”. Niente parole, solo fotografie del prodotto con la marca bene in vista. Beh, a casa mia s’è visto che magari neanche con quelle.

Ieri ho cominciato il discorso sul carico mentale delle donne, che è una cosa a cui in realtà non avevo mai pensato, per tre motivi: adoro vivere da sola; ho smesso di farlo da meno di tre mesi, e la casa appartiene a me; mi piace essere un po’ l’organizzatrice della situazione. Ma sì, è stressante a un certo punto essere tu quella che decide quando è indispensabile fare una lavatrice, col cielo che minaccia pioggia e un salotto dov’è complicato mettere uno stenditoio; o quella che riconosce che una parte dell’odiato compito di lavare i piatti consiste nel mettere a posto le stoviglie già asciutte, e non limitarsi a pulire solo quello che entrava nel lavandino. E non voglio neanche immaginare cosa diventi quando ci sono maggiori ristrettezze economiche, o bambini di mezzo.

Le donne della generazione di mia madre hanno sempre obiettato: “Che fa? Ti rovini la pace familiare per due scemenze che da sola spicci in quattro e quattr’otto?”. Quando non erano casalinghe, guadagnavano qualcosa come la metà del marito (e se succede il contrario, ho sperimentato sulla mia pelle, apriti cielo). Il marito non alzava un dito in casa, e le rare volte che lo faceva veniva o lodato come un bambino perché s’era riuscito a condire l’insalata, o trattato come un incapace, e tenuto lontano dai fornelli o dagli elettrodomestici (mantenendolo così, sospetto, in uno stato di necessità che compensasse almeno in parte la totale dipendenza economica di lei).

Se risaliamo addirittura alla generazione della mia prozia, recuperiamo l’eterno stupore di quest’ultima: “Mari’, ma i maschi che stanno allo studentato con te, come fanno? Cucinano le coinquiline? Ah, no? Mi stai dicendo che fanno tutto loro?”. E rideva.

Mica aveva torto. A volte, quando ho avuto ospiti italiani in solitaria, ho provato la stessa sensazione, declinata in modi diversi, di avere minori a carico. Per le donne, magari, si trattava di accompagnarle dappertutto, perché un’improvvisa libertà negli spostamenti era vissuta con sconcerto. D’altronde mi è sempre sembrato un po’ ricattatorio, il famoso: “Le strade sicure le fanno le donne che le attraversano”. E se non vogliono rischiare la pelle ad attraversarle, è colpa loro che siano insicure?

Con gli ospiti uomini, che avevano meno problemi di spostamento, devo dire che il più delle volte sono stata confortata: squisiti e invisibili, o magari visibili solo quando faceva piacere a me e a loro. Ogni tanto, però, anche con i coetanei mi sembrava di avere a che fare con un bambino incapace di qualsiasi attività domestica. Che non si rifacessero il letto erano fatti loro, magari non volevano e basta; ma cominciavo a sospettare qualcosa a tavola, quando, invece di fare le porzioni, una coinquilina si azzardava a mettere la pentola “palla al centro”, e che ognuno si servisse da sé. Allora vedevo il panico, e le strategie più strampalate: uno pretendeva di far scivolare le tagliatelle a cascata dalla pentola al piatto, invece di sollevarle con forchetta e cucchiaio!

Altri due, sono quasi sicura, non sapevano farsi il caffè: non saprò mai se fosse per il fornello a induzione, che avevano paura di usare, oppure proprio perché non avevano idea di come caricarsi la macchinetta. Altri si sorprendevano perché non facessi la spesa ogni mattina, o stendessi un bucato al giorno: sì, vivevano ancora a casa di mammà, poi per un matrimonio o un lavoro all’estero se ne sarebbero andati, ma intanto…

Per fortuna sta cambiando anche questo, ma adesso vi confesso una cosa che magari già sapete: anche io ero così, viziata dai salari bassissimi delle colf negli anni ’80 e ’90 – almeno in paese – e da una mamma che non voleva per i figli lo stesso lavoraccio in casa toccato a lei, nei ’60. Anch’io devo aver fatto i primi caffè dopo i venti, con risultati alterni, e non ero sola: ricordo un’amica che verso i trenta chiedeva su Facebook, dalla casa in cui villeggiava, “come scegliere il programma di lavaggio”. Lei adesso sarà cambiata, io non tanto: mi hanno garantito che con la quarantena perfino io avrei fatto le pulizie generali, e sto ancora aspettando che mi venga la voglia. Intanto, passo dai miei manoscritti alle letture, e faccio solo l’indispensabile, concetto di cui ho una definizione molto al disotto degli standard di chiunque: mia madre e mio fratello, quando venivano a farmi visita, si mandavano bollettini quotidiani su “cosa fossero riusciti a sistemarmi in casa” (e grazie mille ma bontà loro: erano problemi di cui neanche mi accorgevo!).

La condizione di ex impedita cronica nelle faccende domestiche e questioni pratiche, che ho superato per mera sopravvivenza e non certo per volontà, mi fa essere piuttosto empatica nei confronti dei miei compagni di specie: il che non vuol dire che siamo sullo stesso piano. “Sei piuttosto disordinata, per essere donna” mi sono sentita dire sia da parenti anziani che da un conterraneo del compagno di quarantena: uno che si vantava pure di essere moderno, “mica come gli italiani”. Avrei dovuto rispondergli: “Grazie!”.

“Sciattona” è stato uno degli insulti più bonari mai ricevuti, insieme a “intellettuuuale” (scusate il termine) da pronunciare con tre u. Certo è che, come Marta Rojals, ho scoperto solo andandomene di casa a ventidue anni – presto per un’italiana di classe media, tardissimo per le mie prime coinquiline inglesi, a volte minorenni – che non erano le fatine a farmi il letto e la colazione, che tutto quello che avevo dato per scontato era lavoro. E, soprattutto, lavoro tutt’altro che intuitivo: il caffè, i piatti, la lavatrice, sono come l’uovo di Colombo. “Facile, quando sai come si fa” dicono in inglese. Chi sostiene che non ci vuole l’arca di scienza è liberissimo, ma spero che prima di affermarlo ci abbia almeno provato. Nel mio primo incarico d’insegnamento mi accorsi di prendere cinquanta centesimi l’ora in meno della domestica a ore che mi aveva aiutato col trasloco, e vi giuro che la cosa mi sembrò avere molto senso: so insegnare l’italiano, ma sono incapace di pulire un pavimento senza lasciare strisce.

La differenza coi compagni di specie, appunto, è che nel loro caso lo stato di ignoranza, se per “ignorare” intendiamo anche “fingere che non stia succedendo”, può protrarsi vita natural durante. Cioè, per fortuna non fanno tutti così (e mi sembra anche di trattarli come dei cretini a doverlo ribadire, ma a quanto pare alcuni ne hanno bisogno): ma in linea di massima possono farlo, il che fa tutta la differenza. Su di loro gravano altre aspettative ingiuste e pesanti, ma il carico mentale non è tra queste. Un amico napoletano affermava tra il serio e il faceto che contava di passare la vita intera senza stirarsi una camicia, e si premurava di accompagnarsi a ragazze insicure e servizievoli che avverassero questa profezia.

Io il ferro da stiro non ce l’ho, lo trovo inutile se non fai certi lavori. Ho la consapevolezza che il lavoro di casa o viene svalutato, o viene relegato a donne con un potere d’acquisto minore rispetto a chi le impiega: a volte, almeno per i giornalisti di Repubblica, come soluzione politica alla disparità di genere (…).

E invece, purtroppo, s’ha da fare. Il minimo indispensabile, almeno. E la risposta alla domanda “Perché vuoi rovinare la ‘pace familiare’?” è: in realtà è una guerra, di nervi. Magari ad alcune non costa davvero niente, ma ho visto cosa faccia a tante donne mandare avanti la casa quasi da sole, come le corroda a poco a poco e le renda propense a discutere con i compagni per mille futili motivi, invece di affrontare quei due o tre che contano, tra cui il logorio costante di doversi sempre incaricare di tutto.

È un equilibrio dettato spesso da condizionamenti economici, e psicologici, che nessuno dovrebbe accettare a cuor leggero: ne va più di una pasta al forno scotta con micropenne della Gallo.

Che comunque è una bella metafora del rischio che corriamo, a far finta di niente.

 

 

 

Ok, ci risiamo.

I  bambini, chi pensa ai bambini. Adesso c’è questo dibattito sui rientri a scuola, con i genitori che premono perché avvengano e il corpo docenti che fa notare che le scuole italiane – e quelle iberiche, se è per questo – non sempre sono attrezzate per una ripresa sicura delle lezioni.

Com’è giusto che sia, si è tornato a parlare del lavoro di cura, e del perché ricada soprattutto sulle donne: non solo una questione di mentalità (o “d’istinto”, come vuole la mentalità di qualcuno), ma anche di risorse economiche, tra soffitti di cristallo e pavimenti appiccicosi.

Per fortuna, l’argomento si concentra molto sull’infanzia, su come tutelarla sul serio – la mia impressione, confesso, è che di solito l’argomento si strumentalizzi per sfruttare con salari inferiori la metà della forza lavoro: una metà a caso. Stavolta, però, a difendere la prole ci sono quelle femministe che, a volte, accusano le compagne che non sono madri di non comprenderle, di trattarle come attiviste di serie B, che si siano fatte fregare dal sistema. L’ho visto nel dibattito sull’equiparazione dei permessi di paternità e maternità, su proposta di Podemos. Lo vedrò ancora. Dall’altra parte si sottolinea come la pressione sociale per avere figli sia ancora fortissima, quindi tutti questi vantaggi sociali nel non averne non si vedono.

Tra i due fuochi (che poi per fortuna non sempre si affrontano, ma si confrontano o ci provano) mi sento un po’ in mezzo, come femminista che di figli ne voleva, ma non ha fatto in tempo a 1) raggiungere la sanità mentale per averne; 2) imparare ad accompagnarsi a gente a sua volta sana di mente, e con le idee chiare sull’argomento (impresa che forse mi riuscirà a novant’anni, cinque minuti prima di lasciare questo mondo).

Nella mia posizione ibrida, mi sento dunque di tradurre l’appello sulla pagina Facebook della sindaca di Barcellona, Ada Colau, che da madre si chiede perché la quarantena non tiene conto delle esigenze dei bambini, se ad esempio vengono ascoltate, com’è giusto che sia, quelle dei cani. Aggiungerei come già ho fatto altrove che sono tante le categorie di umani che si beneficerebbero molto di un’ora d’aria, per questioni di salute mentale. E che mi piace il fatto che, mentre dall’Italia mi arrivano video con frasi tipo “nella bara non vi vedono la messa in piega”, la cui tragica ironia posso comprendere ma non mi sembra porti lontano, mi fa piacere che chi amministra la mia città si stia chiedendo, come già in questo post, se più di lasciare tutti a casa non sarebbe stato meglio, in questa pandemia mondiale che ci ha trovati impreparati a gestirla, rendere sicure brevi uscite per la popolazione.

NB: Colau usa il termine “les criatures”, simile al napoletano ‘e criature, che io traduco come “i bambini”, ma a malincuore: so che in tanti non ne sentite il bisogno, ma io sento l’esigenza di trovare anche in italiano una soluzione inclusiva. E no, non ho niente di meglio da fare, o riesco a fare quello e quello!

“In questi giorni sono sempre più le voci che richiedono che si tenga conto delle bambine e dei bambini in questo confinamento. Però ancora non siamo abbastanza. La situazione è insostenibile e bisogna parlare chiaro e a voce alta.

Scrivo come sindaca e come madre di due bambini di 9 e 3 anni, che da un mese non escono. Da più di un mese siamo in casa con due bimbi piccoli che non sono usciti neanche un solo giorno, cosa che non capiscono: “Mamma, se io non ho il virus, non posso fare niente di male, perché non posso uscire? Io non ho nessuna colpa”.

Settimana dopo settimana, litigano tra loro ogni giorno di più, hanno attacchi di tristezza, di rabbia… è quasi impossibile mantenere un orario, né un ordine, né fare i compiti, niente di niente. Il piccolo di tre anni, che ormai stava lasciando il pannolino, è tornato indietro e non chiede più di andare in bagno. Non voglio pensare in nessun modo che sia colpa nostra. Facciamo quello che possiamo, come tutti. Li amiamo molto, che è la cosa più importante. Però questi bambini hanno bisogno di uscire.

Il fatto è che, se possono uscire a passeggiare degli adulti con un cane, e ora alcune attività economiche non essenziali si riattivano, perché i nostri bambini e le nostre bambine devono continuare ad aspettare? Sappiamo già che possono contagiare senza avere nessun sintomo: come molti adulti. Troviamo il modo di fare le cose per bene e d’accordo con i consigli degli esperti in salute. Nel corso di queste settimane tanto i bambini quanto i loro familiari hanno dimostrato che sono responsabili e che non sono idioti: hanno seguito tutte le raccomandazioni e istruzioni che sono state date. Per questo siamo sicuri che possono uscire a fare un giro vicino casa, mantenendo le stesse distanze che manteniamo noi adulti quando andiamo a fare la spesa.

Viviamo in una società eccessivamente adultocentrica che ci condanna a patimenti che possiamo evitare. I bambini non sono un incidente, né un peso da gestire. Sono persone con diritti propri dell’infanzia, raccolti in trattati internazionali, ma sistematicamente calpestati. Sento che le autorità nel campo dell’educazione sono molto preoccupate per il sistema di valutazione. D’accordo, ma a me, a molti padri e madri, quello che più preoccupa è la salute psicologica ed emotiva dei nostri bambini e delle nostre bambine. Siamo stanche [plurale femminile inclusivo, ndR] che ci dicano che siamo soldati e che questa sia una guerra, invece di parlare di come prenderci cura della vita e prenderci cura le une delle altre. Se c’è un insegnamento che mi piacerebbe ricavassimo da questa terribile crisi è che il nuovo mondo che ne venga fuori sia più femminista, che metta al centro le persone ed educhi all’amore e alla corresponsabilità, invece che all’individualismo, alla paura e alla guerra.

Non aspettate un minuto di più: liberate i nostri bambini!”.

Non avevo mai visto la porta del ristorante libanese.

Non chiusa, ecco.

Ha gli intarsi che formano una spirale un po’ appuntita, a spigoli diciamo: un motivo che t’immagineresti di trovare in Libano, specie se non ci sei mai andata. Da qualche parte Edward Said ha sorriso al posto mio: io avevo la mascherina.

Ho fatto da poco la prima uscita in trentadue giorni: li ho contati sotto la doccia, prima di andare dal dentista. Doveva “scannerizzarmi” i denti per la parte finale del trattamento, o avrei tenuto in bocca fino a fine quarantena questa plastica ad alto rischio carie, resa opaca dai cinnamon latte che mi prepara al mattino il compagno di quarantena (anche se poi la cannella me la devo mettere io).

In giro c’era più gente di quanta credessi, già esperta di cose che io conoscevo solo in teoria: come mantenersi a distanza, come parlare sotto il tessuto poroso che mi stava facendo sudare sotto un ostinato – e raro – sole d’aprile. Allora benedicevo gli stivali comodi ripescati da sotto il letto, che volavano sicuri sul marciapiede costeggiato da occasionali volanti, e maledicevo la borsa che avevo dovuto scovare su una mensola, per fortuna corredata di chiavi e carta d’identità. Perché mai portiamo le borse? Premono sulla spalla! Anche uscire in giacchetta e giubbino non era stata una buona idea, che il mondo da marzo era pur sempre andato avanti: le stagioni, almeno, se ne fregano delle pandemie.

Pensando a tutto questo, costeggiavo bar dove avevo visto gente e fatto cose, e perfino un hotel fighetto in cui avevo provato a imbucarmi in un’intera estate di aperitivi annoiati. Fuori a un negozio campeggiava un cartello colorato, con sopra la domanda: “Ora che sapete che siamo tutti interconnessi, come vi sentite? Lasciate un commento qui sotto”. E giù pagine di quaderno con frasi fitte fitte, appese a un filo lasciato lì apposta dalle commesse che, adesso, chissà come faranno.

Io sentivo quello che sempre si prova – e Said, forse, sorriderebbe anche qui – quando una categoria qualsiasi sente il bisogno di imporsi con la forza, e magari ripetersi che fa la cosa giusta perché lo dice anche una divinità a caso: l’impressione di essere in minoranza.

La gente c’era, ma i gabbiani erano di più: tra gli alberi di città più frondosi di sempre, i palazzi erano troppi e troppo massicci, o almeno questo avrebbe pensato un extraterreste dall’alto, nello scorgere una città con così pochi abitanti.

Guarda, avrebbe notato ET, c’è anche una scema che si ferma ai semafori, proprio a tutti: ma dove vive di solito, su un balcone?

Al ritorno ho scoperto che accanto alla cassetta delle lettere – finalmente aperta per scoprire che c’era posta per gli inquilini – era affisso un foglio con su scritto: “Se puoi aiutare o hai bisogno d’aiuto, scrivi qua il tuo nome e il tuo numero”. Era diviso in due colonne di colore diverso: credo rossa per chi potesse aiutare e blu per chi avesse bisogno, ma non fatemi scendere di nuovo a controllare. Comunque il foglio era vuoto, e allora ho riempito io lo spazio in alto a sinistra. Quell’unico scarabocchio a penna tra caratteri bicolore mi ha trasmesso un’idea di solitudine.

Quando l’ho riferito al compagno di quarantena, lui era sceso dal tetto del palazzo per farmi gli scones, e io avevo già messo in dispensa il risultato della capatina veloce al Coaliment, prima di rientrare: penne rigate, fusilli e rigatoni Garofalo, alla faccia delle schifopaste con gli stessi colori sulla confezione che da un po’ mi portava lui. Era stato complicato raccogliere il resto con i guanti.

“Non ho mai visto il foglio di cui parli!” mi ha garantito il pasticciere per un giorno, che come gli inquilini dall’altra parte del corridoio aveva cercato invano iniziative del genere. In effetti all’inizio di tutto avevo proposto di mettere un cartello noi, all’entrata.

Ho grattato via un po’ di glitter, planato sulla guancia dello chef a ricordarmi che mi ero truccata.

“Il cartello era in catalano” gli ho sorriso, dispettosa. “Vedete che succede, a non impararlo?”.

Ho ricordato un altro manifesto sulla via del ritorno, fuori a una banca: con la “sola” busta paga si poteva ottenere un qualche servizio che, prima di tutto questo, era importante. Qualcuno ci aveva scarabocchiato sotto con un pennarello nero, che faceva a pugni con lo sfondo azzurro scelto per infondere serenità: “EN ESPAÑOL”, ordinava il vandalo – anzi, data la circostanza, il visigoto.

Allora mi sono ricordata perché in questi trentadue giorni non ho rimpianto troppo la vita fuori.

Invece, quando avevo cominciato ad avanzare nel sole, sentendomi aprile addosso nella sua volubile primavera, mi ero ricordata perché poi, in circostanze normali, uscivo sempre: alla fine ne vale la pena, anche così. Accetterei pure un altro scambio d’insulti in extremis, napoletano-spagnolo, con l’ubriacone che sorprendendomi con la busta del Coaliment ci teneva a spiegarmi quanto io fossi “mmm”, nei pantacollant neri che ormai stringevano un po’. Andrebbe bene pure resistere ancora alla tentazione di togliere una piuma dai capelli del ragazzo al semaforo, visto che dovevo mantenermici a un metro di distanza.

In casa sto bene, leggo e scrivo, e quando il pasticciere per un giorno mi ha confessato di non aver mai avuto una sua nonna Lina, che sferruzzasse per lui, ho riesumato i ferri da qualche parte e fatto una sciarpa di mezzi tempi: vedi foto.

Intanto, quando potevo, uscivo sempre.

Però sento ancora odore di scones.

Sarò breve perché ieri il compagno di quarantena si è deciso a voler guardare Casa Howard dopo il telelavoro: ma lui finiva alle undici di sera, e il film durava due ore e venti.

Prima, però, avevo rovesciato il .

E meglio così! Con le mie pantofole di pelo rosa (eh, lo so) avevo assestato un calcio felpato alla tazza che, per forza di cose, avevo poggiato sul parquet davanti a quello che è diventato il mio studio privato: il mini-balconcino per stendere i panni, su cui getto un pareo da mare e due cuscini e mi metto a leggere Elizabeth Strout. Ero stata così assorta nella lettura di Olive, again che s’erano fatte le otto passate, e già mentre scorrevo le pagine sul Kobo avevo osservato il livello ancora inquietante di quel tè non Brit-approved, perché era con cannella e anice e soprattutto tanto zucchero (l’Impero colpisce ancora!). Sarei riuscita a dormire, io che vado in tilt con un Pocket Coffee? È che la giornata s’era svolta in ritardo, come ogni Pasqua che si rispetti, anche se nelle circostanze che sappiamo. In effetti, lo svolgimento faceva invidia a qualsiasi Filini tour:

  • 10.15: esercizio in guruvisione, con Zoom che s’era accaparrato il microfono anche dopo la videoconferenza;
  • 11.15 preparazione pranzo pasquale (spavette cu’ ‘e pellecchie) + manfrina WhatsApp “io-vi-sento-voi-mi-sentite” con genitori e fratello (ma il microfono, dicevamo, era ancora in ostaggio di Zoom);
  • 11.30 diretta Skype col gruppo di scrittura della libreria italiana, che non si arrende (e per poter parlare, con la sobrietà e il senso della misura che mi contraddistingue, ho disinstallato la chiavica di Zoom e riavviato il cellulare).

Quest’ultima attività è stata un trip esagerato, in senso letterale perché eravamo in tenuta da “vacanza alle Canarie“, votate come meta virtuale per l’ultima lezione: come se non bastasse, eravamo muniti di regali da condividere, nel mio caso un cestino da picnic con crema solare e dell’apprezzatissimo rum, lasciato in casa, credo, da mio padre. Abbiamo finito tardissimo, alle 15, quando il compagno di quarantena aveva già digerito del riso duro come una pietra che s’era preparato da solo, e dunque, mezz’ora dopo, osservava con diffidenza i miei spaghetti al pomodorino (ricetta che ai non italiani, di solito, sembra “troppo semplice” rispetto a quella ventina d’ingredienti che schiaffano loro nella pasta).

Insomma, ‘sta tazza di tè me l’ero riuscita a preparare verso le sette di sera!

Quando ho rovesciato la metà che pure ne rimaneva, dunque, non ho bestemmiato in mondovisione proprio la domenica di Pasqua: ho pensato sul serio “meno male”. E mi sono tornati in mente quei proverbi della nonna, che aveva passato la sua ultima Pasqua in diretta con me su Skype, facendomi pentire, poi, di non essere partita a salutarla. Adesso che per cause di forza maggiore m’ero risparmiata l’atrocità dell’agnello e il casino delle visite, mi dicevo al posto di nonna che “Non tutto il male viene per nuocere”, e “Se chiude ‘na porta, s’arape ‘nu purtone”.

A volte ce la raccontiamo per consolarci, che sia per una banale tazza di tè rovesciato o per cose serie come un lavoro perso, una storia finita: non ci rendiamo conto che, più spesso di quanto non crediamo, è davvero meglio così! Che quel lavoro l’avevamo accettato per inerzia, e per inerzia andava avanti la relazione, e comunque la voglia di tè alle sette di sera anche no, se come me non dormite bene dal 1986. E sì, avremmo dovuto trovare la forza o la lungimiranza di non metterci noi in quella situazione, o di sottrarcene prima possibile: ma oh, per una volta che ci viene la manna dal cielo sotto forma di inconveniente inaspettato, cavoli, ma ben venga!

La solita raccomandazione di ricavare il buono da tutte le situazioni è meno scontata quando c’è davvero qualcosa da ricavare.

Per esempio, vedete quanto è imprevedibile, questa nostra esistenza? Ho passato una delle Pasque più strane della mia vita (manco la più strana, che credete?) a fare considerazioni filosofiche su una tazza di tè.

E non l’avevo neanche corretto con il rum che avevo portato quel pomeriggio stesso, in spiaggia, alle Canarie.

(La colonna sonora del picnic in spiaggia.)

E una vera caccia era quella che avveniva durante il carnevale per le sfarzose vie della cristianissima Roma del Seicento: il malcapitato ebreo che per una qualsiasi ragione si aggirava in quei giorni per le strade, veniva preso, inseguito, massacrato a colpi di pietra o di bastone.

Dall’alto dello step, su cui ciondolo leggendo Maria Attanasio, osservo l’ebreo di casa (per origine e non per credo) che si stacca dal computer aziendale su cui fa il telelavoro, e siede col tablet sul divano.

Gli sorrido, si chiede che mi prenda.

Mi prende che, se fossimo nati nella Roma del Seicento, rispetto a lui avrei avuto un privilegio: quello di essere battezzata. Donna, ma battezzata. Come ce la giochiamo ai punti, donna battezzata contro uomo ebreo? Boh, magari dipende dal mestiere di papà. Si chiama intersezionalità.

Certo non mi sarei sentita in colpa per un vantaggio conferito da un fonte battesimale, in cui mi fossi imbattuta quando neanche parlavo. Così non mi aspetterei che si sentisse in colpa lui per una circostanza che nel suo caso, per forza di cose, avrebbe preceduto la circoncisione: possedere, appunto, un pene da circoncidere! Ma questo, lo so per esperienza, non ci trova d’accordo.

Lui crede nel “siamo tutti persone”, e nella bella storia di Varoufakis presidente (in realtà, portavoce) dell’associazione di studenti neri alla London School of Echonomics. Pure se era bianco come il mio ipotetico culetto, sospeso su un fonte battesimale romano del ‘600. (E pure se, come specifica Varoufakis stesso nel link che avrete certo visitato, la definizione di “black” in quel contesto era più complessa di quello che crediamo.)

You Can Check Your Privilege At The Door - Funny Journal: Amazon ... Ogni volta che discutiamo di privilegio, prima o poi affiora il concetto di colpa: tante persone non sanno pensare all’uno senza l’altra. Questa giornalista, ad esempio, sembra convinta che Michela Murgia, nel dire che gli uomini hanno un privilegio per il solo fatto di nascere tali, li stia accusando di avercelo, come se lo esercitassero tutti. Mi dispiace e mi mortifica scoprire che in Italia, nel recente 2018, il dibattito fosse ancora fermo al “Not all men“.

Io mi sento forse in colpa, di essere bianca? No, ci sono nata, non ho scelto io la quantità di melanina che mi avrebbe peraltro impedito per sempre di abbronzarmi, ma mi avrebbe regalato una vivace tonalità lampone alla prima spedizione sotto il sole di giugno.

Il mio privilegio lo spiegava una sindacalista latina che, nel corso della proiezione di questo documentario, precisava quante più probabilità di lei avesse una donna europea bianca, di classe media, di trovare un lavoro, o almeno di non essere trattata con ostilità o condiscendenza. Il fatto che le cose non siano facili neanche per noialtre color latticino – motivazione addotta, mutatis mutandis, anche da certi uomini precari e in crisi del nostro tempo – non toglie che sia ancora più difficile per altre categorie: a meno che proprio ci rassegniamo a non guardare al di là del nostro naso. Ecco, questa sì che sarebbe una colpa: esercitare coscientemente il nostro privilegio. Che va usato piuttosto, come suggeriva sempre la sindacalista, per impegnarci in una causa comune (quella di una società più giusta per tutti i suoi membri) in cui non tutte le persone coinvolte hanno la stessa visibilità.

Attenzione: questo non significa diventare una versione moderna del nostro ministro greco preferito, e farsi portavoce, in un contesto del tutto mutato, di persone che quel determinato privilegio non ce l’hanno. Mettermi nei loro panni è un buon esercizio empatico, ma la libertà (dai pregiudizi, dalle discriminazioni…) non si è mai ottenuta a botta di concessioni da parte di chi già ne ha un pezzetto. Non sono neanche sicura di condividere l’ottimismo di Toni Morrison, quando invitava i suoi studenti a dare potere ad altra gente (il famoso, ambiguo “empowerment”), e ho da sempre delle riserve anche sull’ammirevole operazione di autrici come Assia Djebar e la stessa Maria Attanasio della citazione iniziale, convinte di poter “dar voce” pure a donne del passato.

Ma di una cosa sono certa: questa storia della colpa ci confonde e ci separa, perché, scusate, è indice d’insicurezza. Mi sembrano insicuri gli uomini che, dopo la confusione iniziale di apprendere quanti vantaggi, anche nella miseria, possa conferire un pene rispetto al non avercelo, fanno la voce grossa contro la messaggera di turno in insulti assortiti.

Vabbe’, ragazzi, anche io trovavo insopportabile la prima puntata di Dear White People: guardavo la protagonista Sam, che mi sta ancora profondamente sul culo (#teamCoco), mentre mi spiegava come il blackface ancora tollerato dalla Rai non fosse accettabile, e pensavo “Ma va’”. Poi ho finalmente capito che ehi, megalomania canaglia, non ce l’aveva proprio con me! Di certo, non ce l’aveva con la parte di me che ha scelto il femminismo e l’intersezionalità e sa che con quello ha fatto solo la metà del suo dovere.

Non è difficile.

Privilegio: ce l’abbiamo per ciò che siamo (genere, origine, classe sociale).

Colpa: ce l’abbiamo per ciò che facciamo.

Il primo va messo da parte; la seconda, se la sentiamo per qualcosa che siamo, e non qualcosa che abbiamo fatto, buone notizie: non ha fondamento. Non posso sentirmi in colpa per essere bianca, ma dovrei se facessi un’osservazione razzista.

Buona autocoscienza a tutt*, a tuttu, a tu… Insomma, stateve buon’!