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A Napoli avevo un amico Erasmus che non voleva mai andare a mangiare da Nennella.

Ai tempi divoravo in ripetute gare – qualche volta vinte – la pasta e patane del locale dei Quartieri, che alcuni paragonano a La parolaccia di Roma per la tendenza del mitico Ciro (vedete video in fondo) a insultare mezzo mondo, così tanto per.

Il fatto è che l’amico era gay, e l’ultima cosa che voleva era beccarsi il tipico “applauso a ‘stu ricchione!” invocato da Ciro, e rivolto di solito a gente etero che esitava un po’ con le ordinazioni. Io trovavo esagerata quella reticenza: “E dai, sfottono anche le donne: l’altra volta hanno messo una tovaglia sullo schienale di una perché le usciva una striscia di pelle tra la maglia e i jeans! Le offese, fatte da loro, non contano…”. Ma l’amico non ne voleva sentir parlare: era timido, si chiedeva perché dovesse sottoporsi a questa roba, e con l’accento straniero che si ritrovava prevedeva ulteriori sfottò.

Io adesso mi chiedo come mi permettessi di deridere la sua insicurezza, o di trattarla con sufficienza. Come se lo stigma sociale l’avessi portato io, per i miei gusti sessuali. Lui, invece, non mi avrebbe mai chiamato “fifona”, se a un certo punto mi fossi stancata di farmela a piedi da sola alle due di notte sul Corso Umberto, dopo una serata a Piazza del Gesù.

Per questo, in discussioni del genere dovremmo capire se siamo sullo stesso livello dell’altra persona, o se godiamo di un qualche privilegio conferitoci non certo per i nostri meriti, ma per i pregiudizi di una società che discrimina per classe, genere ed etnia.

L’altro giorno, in un’assembla pubblica, ho litigato con una signora sull’opportunità di allearsi politicamente coi cattolici oltranzisti, antiabortisti e omofobi. La posizione della signora, che sfotteva pure i laccetti gialli catalani, si riassumeva con la massima: “Cchiù ne simme, cchiù belle parime“, la mia con: “Io con chi non rispetta i diritti delle donne non mi alleo”. Si erano alzati i toni, la mia interlocutrice aveva minacciato di andarsene, le avevo detto arrivederci. A questo punto, un tipo di fronte a me si era alzato per fermare la signora e aveva ingiunto a me di non essere maleducata. Credo che mia madre non mi ordini niente del genere da almeno una ventina d’anni, e sto calcolando per difetto. Quando ho fatto notare a questo maestro di bon ton che certe cose poteva dirle a qualcun’altra, si è scusato, mi ha “invitato” a sedermi visto che stavo per andarmene anch’io, e infine mi ha spiegato che stava cercando di aiutarmi, perché “vedeva che ne avevo bisogno”.

I presenti erano italiani, non m’illudevo che il mansplaining, o minchiarimento, fosse un grosso problema per la maggior parte di loro. Così me ne sono andata dopo aver pronunciato quella parola sconosciuta ai più, che nei contraccolpi del dibattito mi è stata ributtata indietro con gentilezza: “Era un arrogante, avrebbe fatto lo stesso anche con un uomo”. Perché il mansplaining non sia semplice arroganza, ve lo manspiega questo professore (scherzo, bravissimo tra l’altro!).

Innanzitutto, siamo sicuri che il minchiaritore avrebbe trattato un uomo come un ragazzino di nove anni? E poi, ammesso e non concesso, la sua stessa posizione sociale, la tendenza storica a trattare le donne come minori d’età, rendeva quell’arroganza qualcosa di discriminatorio, nei confronti miei o di qualunque altra delle presenti. Tant’è vero che in molti collettivi catalani ci sono veri e propri protocolli su come agire in questi casi: si espelle la persona molesta, o la si aiuta a seguire un percorso di consapevolezza.

Ce n’è bisogno: sulla china della discriminazione siamo spesso vittime e carnefici, a turno, o semplicemente i beneficiari di privilegi che ci toccano solo per il colore della pelle, il mestiere di nostro padre, o quello che abbiamo tra le gambe. Così, se io mi faccio i dread sono una figa aperta di mente, se li fa quest’autrice rischia di non trovare lavoro: e neanche lei, come avrete visto, dice “non fatevi i dread se avete la pelle bianca”, ma chiede, appunto, consapevolezza. Quella che ancora manca al ragazzo italiano che a un incontro filosofico, ieri, chiedeva “che male ci fosse” ad attingere da altre culture: domanda curiosa, visto che nel nostro paese si sta stigmatizzando solo adesso il blackface in Rai, e anche in quello in cui risediamo ci vuole ancora un hashtag per chiedere un Baldassarre nero, e non “pittato”, alla sfilata dei Magi. Una signora, allo stesso incontro, si chiedeva perché la catalana Rosalia fosse criticata per il suo “flamenco” con accento andaluso: beh, c’è ancora il rischio, per una gitana che facesse la stessa operazione, di passare per una choni, una guarra, una cualquiera.

Non c’è una risposta facile a queste situazioni. Però, ecco, viva la consapevolezza: questa capacità di osservare, interrogarsi, e capire come va il mondo.

Quella si esercita, e non è mai un talento sprecato.

Nel 1794, potevi dire che il Terrore volgeva al termine perché a Robespierre mancava una testa.

Nel 2019, c’è un segno inequivocabile che si smorzi la rivolta in Catalogna: sono tornati i bidoni fuori al Corte Inglés! Finalmente non devo farmi i chilometri fino al Mercat de Santa Caterina per buttare le lattine di acqua tonica dell’ultima cena in casa mia, a cui si aggiungerà il vetro del Nero d’Avola ora che ne ho organizzata una io, e ho preparato due tipi diversi di pesto: quello hipster, con kale e pasta di legumi, e quello “ignorante”, con una piccola modifica (so che già preparate le balestre) al posto del parmigiano.

Sapete il bello qual è? Che rischiavo di non arrivare in tempo alla mia stessa cena. E tutto per provare a comprare una cavolo di baguette, tra la folla di cui ho parlato qui. E mi è venuto da pensare: ma che davero?

Mai come quest’anno ho la sensazione che il problema non sia il Natale in sé, anzi, capisco pure perché a molti piaccia: bei ricordi, buoni propositi, affetti da condividere. Però il sospetto è che ci siamo incamminati tutti su una strada che non sappiamo più abbandonare, vittime di una reazione a catena iniziata da troppo tempo.

Un fenomeno del genere, nel mio cervello allucinato, mi fa venire in mente Harari, il “guiriguru” del momento: nel senso che gli stranieri anglosassoni (in spagnolo, “guiris”) tendono a farne il loro guru perché in Sapiens, tra le altre cose, dice che ‘sta storia dell’agricoltura è stata una trappola che ci ha resi schiavi delle stagioni. Con quella, ci saremmo condannati per secoli a una dieta meno varia, e saremmo diventati troppo numerosi per sostentarci con la cara, vecchia raccolta dei frutti spontanei della terra.

Adesso, io mi scoccio pure di cercare i bidoni della differenziata: figuratevi con che gioia girerei in cerca di cibo, specie se me lo devo contendere con belve ancora più fameliche di me col ciclo! Più modestamente, allora, ricordo l’amico che confessava che in ufficio non funzionava niente, in disastrose reazioni a catena, perché nessuno aveva il coraggio di far notare “ai piani alti” i problemi tecnici, e organizzativi: il suo racconto diventava uno di quei tetri aneddoti staliniani, in cui il primo che smetteva di applaudire a un comizio risultava anche il meno devoto alla causa, e spariva nel nulla… Insomma, nessun impiegato voleva essere il primo a dover raccogliere le sue cose e ciccia! Anche lì, posso comprendere il fenomeno fin dai tempi di scuola, spesso dominati da un gregge fantozziano che prometteva già di fare onore a quella massima di Don Abbondio sul coraggio… Ma parlo facile io, che non ho uno stipendio fisso né, ahimè, figli da mantenere.

Ma questa corsa forsennata a regali che non durano, che schiavizzano la gente e che ci costano due ore di traffico e dieci minuti per fare cento metri, che la facciamo a fare?

Perché una donna deve passare le giornate a cucinare per dieci, quindici, anche se non lo fa con piacere? E perché le poche che ammettono di non farlo con piacere passano per egoiste?

Se ‘sta roba vi piace davvero, beh, come dice il poeta, “de gustibus non ad libitum sputazzellam”! Ma in giro leggo tante di quelle persone che si lamentano del Natale, che mi chiedo se non sia uno di quei fenomeni da cui crediamo che uscire sia impossibile. E invece basta un no, anche piccolo: no a fare il regalo anche alla zia della cognata della comare, no alla cena aziendale quando abbiamo pilates (oddio, lì sceglier non saprei!). Ed è, anche questa, una reazione a catena.

Potremmo scoprire che pure zio Anacleto, a proporglielo, pensava da un po’ di togliere di mezzo i regali. E piuttosto che strapazzare zia Gesualda, che poi scola le linguine quasi sfatte (interessante fenomeno di certi anziani delle mie parti), si fa che cucina un po’ ogni famiglia, o si va al ristorante. Che poi, Suraci belli, io ci avrò il cuore come un ghiacciolo, ma se uno a Natale non torna sopravvivono tutti, anche senza pinzillacchere e nonne capuzzolone. Va bene ridere, ma non siamo un po’ stanchi di autoridurci a macchiette?

E allora famolo strano. Mi ha fatto piacere leggere in questo blog di due bambini che chiedono alla mamma femminista i soliti regali divisi per sesso, e poi mettono la collana al robot e fanno la cresta punk alla Barbie.

Io ho deciso di approfittare del ritorno forzato in paese per costringere i miei a farsi Pasqua a Barcellona: li martellerò a tal punto che cederanno!

“Pasqua con i tuoi”: ci scriverò un post.

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Le manie di grandezza di quando ho il ciclo. Da: https://en.wikipedia.org/wiki/Rhiannon

Insomma, sono assediata tra il Natale e il ciclo.

Così, un giorno sì e uno no me ne resto a letto con Furia, Pegaso e Ronzinante. Che come avrete intuito non sono tre civette: smentiamo le malelingue che attribuiscono alle figlie di medico certi atti di zoofilia! Sono i tre cavalli che mi pestano il basso ventre fin da quando mi vengono i primi crampi premestruali, che un ginecologo ottimista, a suo tempo, ha paragonato alle doglie del parto.

Adulatore, hanno commentato gli equini. E hanno colto l’occasione per ringraziare del totale disinteresse verso fenomeni, sindrome premestruale e dismenorrea, che hanno il tremendo difetto di non riguardare gli uomini. Con i miei tre amicici correggo alle 6 del mattino, quando mi vengono a svegliare con una zoccolata a testa nei reni, gli ultimi capitoli del libro che pubblico ad aprile. Quando ho finito la revisione, circa cinque ore dopo, si vanno a fare una passeggiata nella bolgia qui descritta. Li raggiungerò presto, ma solo dopo un dormiveglia estenuato di mezz’ora.

Intanto, però, avrò sognato. O dormivegliato, che so io. Le cose di sempre: questo periodo, si diceva, è fatto di attese.

Ormai è pacifico che il tipo che doveva “farmi sapere” quando sarebbe andato a vedere quel film promettente ha perso, nell’ordine: il mio numero; la memoria; un’occasione! Oppure aspetta che la pellicola si proietti solo in un cinema d’essai sull’Everest, dove alla fine porterà ‘n’ antra zzzoccola (cit.).

Invece, dalla banca del prestito ipotecario mi fanno gli scherzi: mi chiamano che ancora sonnecchio con l’orribile maschera di nuvolette verde acqua, si presentano col tono di chi mi sta per dire qualcosa d’importante, e poi mi annunciano per l’ennesima volta che gli mancano documenti miei. Stavolta posso mandargli il mio contratto di lavoro? “Già ce l’hai nella richiesta di prestito, cara” rispondo più o meno “la tua collega sta ancora ridendo su quanto faccia schifo!”. “Ah, quand’è così grazie, buona giornata”.

Si è fatto attendere per i motivi sbagliati anche il WhatsApp dell’amico avvocato, troppo occupato per illuminarmi su un argomento a caso (il prestito ipotecario, giacché di cinefili rapiti dagli alieni non se ne intende), che infine mi risponde: Mission Impossible, ma parliamone a voce, uno di questi secoli.

Insomma, i miei dormiveglia premestruali e prenatalizi sono interessanti. Soprattutto quando mi chiedo chi me l’abbia fatto fare di interrompere la vita tranquilla, “no alarms and no surprises” (cit.), che mi succedeva fino all’anno scorso. Ne deduco che il corso di sceneggiatura mi ha fatto male, e maledico il prof. che mi ha insegnato il concetto di “rispondere alla chiamata“: succede quando la protagonista (cioè io!) decide di rompere la sua routine per intraprendere un viaggio che, in fondo, la porta alla scoperta di se stessa.

Però mi mancava questa, di scoperta: le visioni mistiche della mia mezz’ora di dormiveglia sono divise tra ah, se il passato tornasse (leggi “quello che rimpiango”), e ah, se la banca capisse che nel 2019 il tempo indeterminato esiste quanto Babbo Natale (leggi “quello che vorrei”).

C’è un grande assente: quello che potrei. Ovvero, quello che potrebbe essere, che potrei scoprire e godermi se la smettessi di pensare a cose che non possono tornare, o che non sono del tutto nelle mie mani (semmai sono in quelle, forse afflitte da paralisi temporanea selettiva, del tipo del cinema!).

E pare una grande banalità, ma non è facile essere abbastanza attenti a quello che ci circonda, annusare l’aria e carpire opportunità, fossero anche riassumibili in quella di goderci ciò che abbiamo.

Ebbene sì: ci vuole lavoro anche per quello. Ci vuole un’attenzione che, se siamo impegnati a concentrarci sul nostro passato, o su un futuro ideale, non avremo mai la forza e il tempo di mettere insieme.

Per questo, secondo me, le cose sembrano succedere più facilmente quando crediamo nelle coincidenze, o in un destino benevolo: siamo attenti a tutto per carpire chissà che nesso, e invece, secondo me, lo vediamo solo noi. E finché ci è utile va bene, il cervello si allena a trovare risorse non ovvie. Poi, però, rischiamo l’errore di crederci troppo, e finire per fare autentiche minchiate perché “i segni c’erano tutti” (quelli della nostra demenza, senz’altro!).

Però ci resta l’attenzione. E si coltiva con tempo e pazienza, come tutto il resto. Non lasciandoci distrarre neanche da quello che siamo sicuri di volere, più di quanto non ci lasceremmo rovinare una bella passeggiata da Google Maps. A volte, la fretta di raggiungere la nostra meta ci toglie la curiosità di esplorare i dintorni.

A me, nel giretto lungo che poi ho fatto al posto della spesa – ho depistato pure i cavalli! – è successo di vedere il consueto suonatore africano del Parc de la Ciutadella, che strimpellava uno strumento a corde che come vedrete sotto si chiama kora, mentre cantava canzoni in un francese fiorito. Stavolta, però, era in compagnia: accanto a un connazionale che danzava in onde dinoccolate, s’era messa a zompare in maldestre imitazioni una schiera di bambini biondissimi e pallidissimi, che seguivano entusiasti il ritmo.

“Voglio vedere come balli, Barcellona!” gridava il suonatore, arrotando le erre.

Devo dire che adesso lo voglio anch’io.

Soprattutto, voglio proprio vedere se riesco a stare al passo.

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Volantino passatomi da un’inguaribile ottimista, convinta forse che la mia taglia esista

(*gif di Jean-Claude*) Nooo! Il post “volemose bene” sotto le feste, nooo!

Facciamo così, se alla fine dell’articolo lo zucchero prevale sulla riflessione amara, vi autorizzo ad abbattermi a colpi di Babbo Natale: quello di plastica che si arrampica ai balconi e che, sarà che vivo a Barcellona, scambio sempre per uno scassinatore.

Da sg.toluna.com

Però, in caso, fatelo prima che sia costretta a incamminarmi verso casa: in questi giorni sta passando sotto da me un’orda di turisti e di famiglie locali – menzione speciale alla coppia over 50 che ti blocca una strada per tenersi la mano –  a comprare moda dozzinale, per motivi in fondo misteriosi. Anche a fregarsene della schiavitù che c’è dietro, non si capisce che risparmio costituiscano questi pizzi rossi e calzini animalier che si slabbreranno/sdruciranno/sfarineranno esattamente la settimana dopo Natale, trasformando anche il regalo più sfizioso in una notevole figura di merda.

D’altronde, come insinua questo studioso, e intuivamo a questo punto un po’ tutti, la nostra specie non è proprio campionessa mondiale di ragionamenti a lungo termine.

Però, pure in questa bolgia che ogni giorno guado a borsettate, ho imparato una bella lezione. Anzi, due: la prima, più che altro, l’ho ripassata dopo più di vent’anni, memore dell’amico che mi rimproverava di soffermarmi solo sulle esperienze negative. E invece no: ieri, per resistere alla tentazione di scendere di casa con la wok pesante, ho fatto il conto delle persone meravigliose che ogni tanto affrontano la marea umana e mi bussano per un caffè, una polenta, o per andare insieme a goderci una grandiosa cena giapponese. Mi è ormai chiaro perfino che la vita non è solo la banca che nel 2019, per un prestito ipotecario, valuta di più un contratto di lavoro “usa e getta” che un immobile in centro; o la telefonata che non arriva, nel reciproco cercarsi che dev’essere per me l’ammore, e fa scattare la citazione dall’unico libro che io abbia avuto il coraggio – o il buonsenso – di scaricarmi impunemente: “La verità è che non gli piaci abbastanza“.

D’altronde, carrambata che scala la favolosa top 10 delle mie esperienze surreali, il telefono apparteneva a un potenziale beneficiario – tra i rarissimi che lo siano per scelta – dell’associazione di volontariato che mi ha regalato la seconda lezione della giornata, e con il metodo d’insegnamento a me più ostico: un’atroce festa di Natale!

Perché, vedete, passando fuori al bar dove si teneva la festicciola, ho buttato l’occhio dentro, riconosciuto un paio di schiene, e fatto quella cosa patetica di chi tira dritto come se passasse di lì per caso, pronto a pronunciare a mali estremi la frase: “Ehi, che sorpresa trovarti qui, non ti avevo visto!”.

Poi però mi sono pentita, sono tornata indietro, ho deciso che i due che mi guardavano come una matta mi avevano riconosciuta – ovvio che non erano neanche dell’associazione – e allora mi sono decisa a spingere la porta.

Perché non ci volessi andare, lo spiego qui. E poi, la questione della telefonata in sospeso mi ha aperto di più gli occhi sugli abissi di privilegio tra chi fa volontariato e chi ne usufruisce: ma era una riflessione che mi attanagliava già da due anni, visto che a conti fatti, alla festa, mi hanno riconosciuta giusto le due organizzatrici.

Però ho fatto benissimo a superare la strizza iniziale, e aggiornarmi tra un vin brulé e una quiche vegetale sulle loro prodezze artistiche: adesso recitano in serie internazionali e organizzano spettacoli teatrali in casa… E poi ho conosciuto gente nuova, tanto più che mi è capitata la classica situazione guiri che ancora adoro a Barcellona: a vino finito, al mercatino “underground” della Sala Apolo ci sono sbarcata con un dottorando trentenne iraniano, e una modella americana di vent’anni – pelle nivea e cognome olandese – che ha la mamma del Sudafrica e il padre messicano.

E io che nel bar non ci volevo neanche entrare!

Trasformo in limonata – ideale a Natale – anche gli altri frutti amari: sto giocando in un nuovo manoscritto – per il momento in fase carta e penna – con l’idea dell’ammore contrastato tra un’ “immobiliarista furnuta“, come mi sfottono in famiglia, e qualcuno che abbia deciso che quello di volere per forza un tetto sulla testa sia un vizio curabile. Così rifletto pure sulle mie buone intenzioni di un tempo, le stesse di chi ancora passa le domeniche a preparare panini per persone che preferirebbero, per una volta, del riso o una bella torta. Continuo a sospettare che sia meglio prepararli che scordarseli, ‘sti panini, ma non so se a lungo andare finiscano per andare di traverso a chi li mangia: alla fine, le istituzioni fanno scaricabarile su sanità e alloggi “perché già ci pensano le dame di carità”.

Anche qui, però, deve valere il discorso che facevo su quelli che mi intasano la strada di casa per comprare reggiseni di pizzo rosso, che si scuciono solo a guardarli: noialtri umani, sul lungo termine, proprio non sappiamo pensare.

(Ue’, ma io voglio sia il fuoco di un camino che il sole del mattino!)

Gerardo non ha ancora capito che a me, i bar, piacciono sozzi.

E invece eccolo là a sgamarmi il posticino con opzioni vegane in cui invitarmi, bontà sua, durante la pausa pranzo, visto che lavora come portiere in un palazzo a pochi passi da casa mia.

A me andrebbe benissimo anche una razione di pa amb tomàquet, vicino a del pimiento del padrón: per me vegano è quello. Tanto più che non ci eravamo capiti sull’orario, e ho dovuto fare una corsa coi capelli da strega e una tuta inguardabile, per raggiungerlo in tempo.

Ma starei ore ad ascoltare il suo italiano.

È perfetto, pure negli errori! C’è riflessa tutta la storia della sua famiglia: milanesi di origini marchigiane, passati per il Venezuela e finiti a Hospitalet, dov’è nato lui.

Quindi, non dice mai “andare affanculo”, ma sempre “andare a dar via il culo”. E mi ha insegnato il meraviglioso verbo “intafanare”, mai sentito in trentotto anni di vita. A volte pare Adriano Celentano in un’intervista da giovane!

Fa anche strano ascoltare un milanese che parla di linguaggio inclusivo – senza riderne, dico – e spiega l’imbarazzo che suscitava il cognato che, a ogni brindisi, continuava a gridare: “Salute e figli maschi!”. Al che gli ho confessato che io ho sempre sentito “auguri”, al posto di “salute”, e solo ai matrimoni, o in riferimento a qualche coppia novella. Poi gli ho insegnato le sottigliezze di certi brindisi napoletani.

È sempre questione d’identità. In ambienti di movimento che pure rispetto c’è un po’ la vulgata che io me ne sarei scappata, e loro sarebbero eroicamente rimasti per “cambiare le cose”: tutt’al più, quando hanno provato a farsi eleggere, ci hanno concesso che noi all’estero “siamo stati costretti a scappare”. Per quale altra ragione si vorrebbe vivere fuori, a contatto con altre culture, e magari con maschi etero che usino un linguaggio inclusivo? Senza tener conto del fatto che per me, ormai, le battaglie di tutti sono anche le mie, che i manteros sono discriminati come le vittime di Salvini (certe politiche di Sánchez non sono migliori). Quando ho difeso la mia terra d’origine dal razzismo, l’ho fatto con gli stessi argomenti che avrei usato per altre comunità (quella gitana, per esempio). Invece il razzista di turno mi credeva punta sul vivo, come se difendere una categoria sola servisse a qualcosa, a qualcuno.

Gerardo, invece, non si è mai definito di un posto in particolare. In Italia non ci ha mai vissuto, anche se parla un italiano migliore di certa gente che conosco. Però, mi ha fatto capire, faceva fatica anche a identificarsi come uno di qua. Così, per sicurezza, nelle sue ore passate in guardiola sta imparando tutte le lingue che può, compresi russo e tedesco. Nelle sue parole ho rivisto quelle del mio ex catalano: uno con due cognomi del Sud, che aveva risolto il suo busillis identitario diventando prima un ottimo pianista di flamenco fusión, e poi un català de debò – con tanto di laccetto giallo nella foto profilo – due anni fa, quando quel genio di Rajoy aveva risposto con la forza a un referendum che rischiava pure di essere meno affollato di altri, di per sé irrisolutivi, che l’avevano preceduto.

Nel bar in cui siamo approdati ieri per il… brunch (mi ci vedete?) non c’era molto spazio per le bulerías di Carlos, ma a un certo punto è scattato l’iconico basso di Seven Nation Army.

Al che ho ricordato. Mi sono rivista ben undici anni fa, coi francesi della mia prima, sgangherata comitiva locale: gente che ti chiamava solo il fine settimana per ubriacarsi, e che al terzo chupito gratis si metteva a sfottere l’Italia. Allora per zittirli mi bastava accennare le prime tre o quattro note, senza neanche intonare il solito: “Po po po po po po po”. Ma così, per ridere. Ridevano anche loro, meridionali come me, più marsigliesi o tolosani che “sudditi di Parigi“.

Ovviamente, tutto questo per Gerardo non significava niente: per lui quella canzone era solo un sottofondo da bar, e io mi chiedevo, invece, se in Italia qualcuno la intonasse ancora negli stadi, o per strada.

Il bello era che, sul serio, non lo sapevo. Ormai non lo sapevo più.

“A che pensi?” mi ha chiesto il non-milanese, uscendo dal locale. Stava dimenticando dentro la sciarpa, ma se ne sarebbe accorto solo mezz’ora dopo.

“Penso” gli ho confessato, scostando le briciole del brunch dalla tuta inguardabile “che su questa cosa dell’identità ci scriverò un post”.

La vita è fatta di priorità, e ieri c’era la polenta.

Quella che “la ragazza della porta accanto” (letteralmente) avrebbe preparato per me e l’altro inquilino, con del sugo fatto di fiocchi di soia macerati e ripassati con un soffritto di carote insieme a tofu, salsa di pomodoro e un gocc… vabbe’, con del ragù vegano, gente: così facciamo prima, e le vostre coronarie reggeranno, ve lo assicuro. Un’alunna ha ordinato davanti a me una pizza all’ananas, e sono qui a raccontarlo.

Il mio sugo preferito è quello d’avena, ma questa fanciulla che manco è veg mi ha umiliata prima con un trionfo di bontà, e poi con una telefonata in giapponese perfetto in cui diceva al quarto convitato di rimettersi presto, e alla prossima. Roba che io, dopo un anno di Duolingo, ho capito solo “ciao” e la sua presentazione.

Dopo, mentre la povera chef scappava al lavoro, ho avuto modo di parlare finalmente con l’inquilino fantasma: l’uomo che come unico segno della sua presenza aveva la bicicletta in corridoio, e che mi mandava messaggi tipo “Scusa se non ti ho riconosciuta in ascensore, ero sbronzo!”, al che dovevo rassicurarlo: “Tranquillo, non ero io”.

Adesso ho scoperto tante cose: prima di tutto, che riesce a scolarsi la vodka che io uso, letteralmente, solo per i brufoli; poi, che assumere la menzionata vodka per via orale mi ubriaca all’istante in qualsiasi posologia (ok, era un’unghia, e non è proprio una novità); infine, che lui aveva deciso di affittare l’appartamento nello spazio di due ore perché si era separato da poco, dopo una relazione ultradecennale. Quindi non è che beveva solo perché era scozzese!

Tanti mesi a vederci doppio in ascensore (lui) e a rimuginare da sola su rinunce importanti (io), e non abbiamo mai bussato l’uno alla porta dell’altra.

Insomma, questo e altro è successo ieri nella nostra umile dimora (roba che manco Amélie), quindi non mi dispiace troppo di essermi persa il vermut letterario con Bel Olid, autrice tra le altre cose di Follem?, che in catalano un po’ bastardo vuol dire “Scopiamo?”.

Un libro sul piacere e il modo in cui ci viene “insegnato”. Perché sì, viene insegnato, e più per omissioni che in lezioni vere e proprie, purtroppo. E l’autrice, che guardava sia le tette della prof. di matematica che il culo del prof. di educazione fisica (sic) ha avuto più problemi nella vita delle persone cis etero (tipo me), ma anche più possibilità di “uscire dal copione”: quello degli amplessi televisivi, spesso etero, coincidenti col coito, e sfocianti in un improbabilissimo orgasmo simultaneo, sperimentato nel giro di qualche secondo. A.I. di Spielberg è stato stroncato per molto meno!

Insomma, di libri come il suo ne ho letti un po’, da queste parti. Ma mi piace la freschezza con cui dipinge certe situazioni, e soprattutto la libertà che sente nell’inventarsi il piacere. Che per lei è, prima di tutto, “uno scambio”. Di pelle, o anche di messaggi a distanza.

Vi estrapolo e adatto un po’ le frasi più interessanti lette finora, così intanto digerisco la polenta (e la vodka!).

Tutti gli studi indicano che la maggioranza di persone fornite di clitoride arrivano all’orgasmo con pratiche diverse dal coito, e che di solito implicano un contatto col glande della clitoride. Il cosiddetto orgasmo vaginale è in realtà un orgasmo clitorideo, in cui si stimolano altre parti non visibili (ma molto presenti) della clitoride.

Il nostro desiderio viene penalizzato senz’ombra di dubbio da quello che crediamo dovremmo desiderare.

Noi persone dotate di vulva, cresciute per essere donne, siccome possiamo riprodurci senza provare desiderio, siamo state le grandi escluse dal parco d’attrazioni che è la sessualità ricreativa.

L’omosessualità viene presentata come accettabile solo nella misura in cui si accettano le altre norme: monogamia e volontà di “formare una famiglia”.

Ogni volta che vai in strada con una persona con cui hai una relazione sessoaffettiva e hai voglia di baciarla, devi decidere se è un ambiente sicuro o meno, perché finché non la baci ti protegge (o ti opprime in parti uguali) la presunzione di eterosessualità.

Se fossi arrivata ai quindici anni con una relazione sessoaffettiva ragionevole, non avrei dovuto chiedermi niente quando mi sono sentita attratta da persone del mio stesso genere, né avrei confuso per tanto tempo l’attrazione sessuale con l’interesse amichevole.

Tutta la società dà per scontato che in un certo momento della vita sentirai desiderio, e sarà per persone dell'”altro” genere (con cui, peraltro, non è previsto che coltivi amicizie profonde).

Come donna cis posso portare i capelli corti o non truccarmi senza nessuna discriminazione evidente, però invece donne trans che decidono di non portare i capelli lunghi e non truccarsi hanno molte più difficoltà a essere riconosciute come donne.

Moltissime persone sperimentano desiderio per persone di diversi generi in momenti diversi della loro vita.

La conquista dei diritti non è stata ottenuta per tutti gli individui del collettivo LGBTQI+. Le lesbiche migranti che non hanno la documentazione che esige lo stato, non hanno questo diritto [quello al matrimonio] garantito.

[C’è l’idea che] sia sesso “vero” solo se c’è un coito, e basta che ci sia un coito perché sia sesso.

In questa visione pneumatica del sesso, tutto inizia quando c’è un pene in erezione, e tutto finisce quando finisce l’erezione. Se la deflazione è perché il proprietario cis del pene ha avuto un orgasmo, si considera un rapporto sessuale pieno. Se è per altri motivi, si considera un rapporto sessuale fallito.

Credo che non arriverò a vedere il mondo che vorrei […]. Sarebbe un mondo in cui non sarebbe necessario uscire dall’armadio, perché non ci ficcherebbero proprio lì, quando nasciamo.

Il mio portamonete gigante. Sono troppo fashion.

Questa storia è a metà tra la figura di merda epocale e il mio solito pippone sull’intersezionalità tra genere e classe sociale.

Perché l’altro giorno ero in metro ed è entrato in vagone questo mendicante: un anziano corpulento con una gran barba, e con una malattia alla pelle che mostrava a tutti attraverso gli abiti, estivi per l’occasione.

Per la verità si è presentato anche con un pezzo di pane in bocca, che masticava prima di riprendere la questua. La mia impressione è stata che dicesse: la mia pelle parla per me, che aspettate a darmi qualcosa? In effetti, la sua pelle parlava per lui.

La sua tattica, ammesso che fosse programmata, era puntare qualcuno fisso, e avvicinargli con insistenza il bicchierino con le monete, come se l’altra persona gliele dovesse – il che, a livello più sociale che individuale, non era del tutto campato in aria.

Indovinate a chi è toccato.

Ebbene sì: alla biondina con la borsa a forma di portamonete gigante (che ho comprato da Humana, quando ci ho accompagnato un’amica, contravvenendo alla mia abituale politica di boicottaggio).

Il questuante era un uomo davvero grosso, si reggeva su una stampella. Mi guardava severo, assentiva come per incoraggiarmi: apri questo borsellino gigante e dammi qualcosa.

Ho avuto la sensazione che quest’uomo fosse convinto di potermi dare ordini: di essere in diritto di farlo. E pure quella che mi separavano da lui vari abissi di privilegio.

Ho fatto cenno di no con la testa, mantenendo un’espressione ferma, e un accenno di sorriso che era più una smorfia.

Anni fa ho passato diverse domeniche pomeriggio a preparare panini per i senzatetto: una ventina alla volta, e solo formaggio e insalata, perché quasi tutti in strada potessero mangiarne. Li accettavano e ringraziavano, ma sospiravano anche un poco. Qualcuno si faceva coraggio e chiedeva: “Non è che avete un po’ di riso? Questa roba la mangio ogni giorno!”. Le mie compagne dell’associazione tornavano a casa soddisfatte e convinte di essere brave persone.

Io pensavo che qualcuno, in un ufficio con fuori uno stemma istituzionale, non si preoccupava proprio di questa parte della popolazione: tanto c’era il volontariato, e poi i mendicanti mica votano. Ci pensava la polizia a scacciare questa gente dal centro, almeno dai Bancomat al chiuso, dove loro avrebbero potuto dormire al caldo, ma poi i turisti non prelevavano.

Per questo sono diventata critica verso la beneficenza, dagli abissi, si diceva, del mio privilegio.

Tendo a dare un euro o due per volta, ogni tanto. Ho sempre la sensazione di star facendo poco e niente per chi me li chiede, e la mia sfiga cronica mi ha messo in situazioni in cui quelle monete mi avrebbero risparmiato bei grattacapi: una volta, a Roma, stavo perdendo il treno perché il giorno prima avevo dato dei soldi a un tipo che mi stava seguendo, e non trovavo più il biglietto della metro che mi aveva regalato mio fratello. Avevo cinquanta euro, e letteralmente un minuto per cambiarli. Alla fine avevo comprato una borsa da mare rosa shocking in un bazar cinese – “Può darmi qualche moneta, col resto?” – e avevo preso il treno per un pelo.

Questa e altre cose mi hanno fatto pensare a quanto poco possiamo fare con la nostra elemosina – il che non significa che dobbiamo smettere di farne – e quanto siano complicate le miserie umane che nessuno vuole sanare davvero.

Il metodo del tipo con la malattia alla pelle funzionava: mentre mi guardava severo, e io ricambiavo serena, la gente intorno a lui gli dava monete. Ora ero io la cattiva che non ubbidiva alla sua richiesta.

Alla fine, il mio avversario in quella battaglia di sguardi se n’è andato dedicandomi un insulto sdegnato, in una lingua che non conoscevo. Potevo, però, immaginarne la natura.

“Gracias” gli ho risposto, a bassa voce.

Lì per lì non ci ho pensato molto su, è solo una storia che mi è capitata.

Le persone in metro, ammesso che si siano prese il disturbo di pensare qualcosa di me, mi avranno considerata un’egoista, ingrata con la vita. Disumana, magari. E loro saranno i buoni.

Che vi devo dire.

Fare la buona a comando è da un po’ che mi riesce male.

“Ragazza!”.

Ora, quante probabilità ho che mi succeda di nuovo, di girarmi e scoprire che ce l’hanno con me?

Quindi mi sono voltata verso la parte di Sant Pere Més Baix che mi stavo lasciando alle spalle, e ho scoperto che era il cantante.

Quello che alla Festa del Marocco ci ha fatto intonare un ritornello in arabo che ho ripetuto sulla fiducia, e i Menas presenti erano entusiasti: Menores Extranjeros No Acompañados. Quelli che Vox accusa di essere il male del paese.

“Sono il futuro della Catalogna!” ha detto invece Med, presentandomeli. E mi ha spiegato, da bravo organizzatore dell’evento, che a rubare non è che l’1% di loro, ma i pregiudizi sono duri a morire.

“Ciccio, io sono di Napoli” gli ho ricordato.

I ragazzi non sapevano bene cosa intendessi, e dove fosse Napoli. Allora Med, passando all’arabo, ha pronunciato la fatidica parola: mafia. Niente, manco una criminalità “a parte” ci riconoscono. È un po’ come quando mi consigliano “una bella pizza croccante” in quel ristorante pisano, ho presente?

I ragazzi sono stati gentili: mi volevano dare due coche invece di una, e l’autrice del couscous più buono della mia vita – in opzione veg su richiesta dell’organizzazione – mi ha offerto un piatto delizioso, anche se meno abbondante di altri. Forse credeva che questa blanquita presentatasi con un vestito sopra il ginocchio avrebbe mangiato come un uccellino.

“Allora, tornate a ballare o state ancora divorando il couscous con frijoles?” scherzava il cantante, confondendo apposta il piatto maghrebino col riso e fagioli latino.

Per lui ero cilena: “¿De dónde sos?” mi ha chiesto – che poi “sos” invece di “eres” lo associo più all’Argentina, e gli argentini mi chiamano “tana“, o al massimo “tanita”. Poi ha detto che gli piaceva la tarantella.

“Tu di quanti posti sei?” ho replicato, per ricambiare.

Marocchino d’origine, ma culturalmente era “del mondo”. Più di preciso, di Sant Pere, quartiere in cui Marocco e Caribe convivono nelle stesse palazzine popolari: infatti il suo concerto comprendeva reggae, salsa, reggaeton e questi ritmi arabi i cui ritornelli imparavo a fatica. Il suo giovane pubblico, intanto, si era impossessato del microfono rimasto acceso: una ragazza con i capelli raccolti in un foulard color sabbia cantava pop arabo e latino; due Menas si alternavano, con tanto di base presa dal cellulare; un bimbo s’intrufolava ogni tanto con lo stesso rap: “Se viene la polizia la uccidiamo, se c’è una spia la accoppiamo…”.

“È tuo, questo bambino?” mi ha chiesto poi il fotografo, indicandomi il piccolo afrolatino che riprendeva il compagnello rapper (“¡Vaya canción que has cantado, loco!”).

“Magari” ho risposto, dubbiosa all’idea di riuscire a generare dei ricci così fitti, o anche la pelle caffelatte della bimba accanto a me, che chiedeva a una pallida zia di “fer un monyo” (fare uno chignon, in catalano) a una brunetta che mi pareva gitana.

“Mi è nato un figlio da quattro mesi” mi ha confessato invece il cantante, dopo avermi chiamato “ragazza” sulla strada della metro. Per questo è passato da quel micromondo arabo-caraibico all’Hospitalet charnego (che è come dire “terrone”) della sua fidanzata, che ha i genitori andalusi. Beh, è un posto tranquillo, lo confortavo io.

“Sì. Ma sai cos’è?” ha sospirato. “Lì sembra proprio di essere in Spagna!”.

E vi giuro che a Barcellona, invece, è una sensazione rara, quella di essere in un posto preciso del mondo: lo ammettono anche il resto dei catalani.

“Qui, invece, è Europa” ha concluso infatti il ragazzo.

Europa. Quella mattina ero stata alla formazione di Mediterranea Saving Humans, e avevo scoperto un’Unione Europea impotente, incapace di far fronte a invasioni solo presunte, e più che disposta ad appaltare le soluzioni a terzi, perlopiù bastardi dentro.

Intorno a noi, invece, il Sant Pere mezzo gentrificato diventava via Laietana – con le transenne di stagione fuori la Policía Nacional –  e poi Plaça Urquinaona: ma io già attraversavo il carrer Comtal, dopo aver dato due baci napoletani al “marocchino del mondo”.

Lui mi ha ricordato che sabato prossimo c’è un evento simile, con altra musica, e che ho una promessa da mantenere: a quel karaoke improvvisato dopo il concerto, uno dei ragazzi più grandi mi chiedeva di continuo di prendere il microfono, e gli ho garantito che sabato prossimo, se lui canta in arabo, anche io faccio la mia parte.

E questa è la canzone che ho da offrire all’Europa.

 

Oggi il post lo scrive l’amico che, nottetempo, mi mandava questa riflessione:

C’è un ragionamento che ho fatto su di te, non so se te l’ho mai detto: a un certo punto, tutto il discorso che facevi a vent’anni sul tuo amore non corrisposto è stato una telenovela per molti di noi, o almeno per me, che ti ascoltavo con interesse e partecipazione.

Però a un certo punto mi sono chiesto: ma lei non ha mai pensato che questa cosa non può essere, e punto? Non si realizzerà, e niente più. In certi frangenti mi sembravi ostinata, vedevo che questa tua concezione dell’amore andava talmente oltre che poi ti accecava, nei ragionamenti e nei modi di fare.

Forse da più giovane tendevo a pensare così, in modo spiccio: quella persona mi piace ma non è interessata, o è già fidanzata, o non staremmo bene, e allora non se ne fa nulla… Adesso invece c’è una parte più poetica di me, che dice: e perché no? Non poteva succedere, per la mia amica? O per me?

Caro amico ti scrivo, così mi distraggo un po’, e siccome sei molto lontano… No, vabbe’, la pianto. E comincio dalla fine, cioè, dalla domanda: non poteva succedere?

Sì. Di fatto, a un certo punto sembrava proprio che stesse succedendo. E cosa ho fatto, quando si stava realizzando l’ammore contrastato dei vent’anni, il tempo fare quel viaggetto veloce?

Non sono tornata più.

Perché? Beh, difficile dirlo. In ogni caso, quando “stava per succedere” non è stato per opera mia. I miei sforzi e i miei discorsi ultraromantici hanno fatto poco e niente, rispetto a una serie di circostanze propizie e contingenti: cambiamenti di vita o di lavoro che aprivano nuove strade. Se però c’è una cosa che non riusciamo ad accettare, o almeno fatico io, è che a volte non possiamo “fare” niente: tutt’al più possiamo aspettare che qualcosa succeda, e intanto, per favore, dedicarci ad altro. Per favore.

Poi, va da sé, c’è questo “ripensamento” sulle romanticherie passate che possiamo avere con i quaranta alle porte, e la paura di essere diventati più cinici, meno sognatori: allora rispolveriamo l’amore di gggioventù, come se con quello tornasse anche la gioventù (“avere cent’anni dentro” mode on). Per come la vedo io, se invece che cinici riusciamo a essere solo pratici, siamo a cavallo. Devo citare un bell’intervento sul mio caso umano, nel forum universitario in cui provavamo a sbrogliare le nostre telenovelas:

All’ *assenza* puoi dare qualsiasi forma..qualsiasi odore..soprattutto quello agrodolce dei ricordi.
Il vuoto può contenere tutto, un po’ come il buio che può nascondere qualsiasi cosa, anche ciò che non potrebbe esserci.

Ed è così facile, al buio, dirsi che sarebbe stato meglio se fosse andata diversamente. Che ne sappiamo, noi? Intanto restano le altre vicende, quelle che succedono alla luce del sole. Quelle che richiedono costanza, impegno… ripetizione, insomma: questo modo un po’ noioso che abbiamo noi esseri umani d’imparare a campare.

Capisco che il fascino di un eterno ammore contrastato, che ho sentito tutto sulla mia pelle e non mi farò lo sgarbo di negare, è questa sua inafferrabilità che nuove circostanze – la distanza, altre persone, altre vicende – mi hanno aiutato a preservare, a salvare dalla noia dei giorni.

Ho sentito di “amori impossibili” finiti bene, che hanno fatto giri nello spazio e nel tempo per diventare storie… terrene, fatte anche di mutui e figli da mandare a scuola. Spesso ho avuto l’impressione che, più che la tenacia degli antichi amanti o la volontà del Fato, avesse potuto ancora una volta una congiuntura favorevole – un tornare liberi allo stesso tempo, un ritrovarsi nello stesso luogo, e in un momento difficile per entrambi…

Per cui, le nostre storie infinite e mai… finite – in un letto, o in un rapporto concreto… – sono state una buona palestra per quello che nella società di oggi ci viene richiesto: immaginazione, sempre che restiamo nei ranghi. E l’aspirazione a qualcosa d’inafferrabile.

Ciò che in teoria è ineffabile si compra di più, e si vende meglio: la crema che ci farà approssimare all’ideale di bellezza che vogliamo, l’auto che ci darà la sensazione di potenza che vorremmo ispirare. L’importante è non raggiungere mai l’obiettivo e continuare a comprare tutto, anche i sogni.

Questo sogno romantico, venduto in comode rate che non liquidiamo da duecento anni, è carino per un po’, poi ci accorgiamo di una cosa: non è che crei “false aspettative“, come dicono tante che lo decostruiscono. Piuttosto, crea falsi bisogni.

Che bisogno ho io di concentrarmi su qualcuno che non mi si fila, per quanto possa essere straordinario? Perché ho “bisogno” che si concentri su di me? Soprattutto: il giorno che – per circostanze che non controllo del tutto – dovesse farlo, sarò pronta a renderlo uno scambio quotidiano di libere umanità? Oppure avrò raggiunto il mio obiettivo e, come per magia, tutto questo sfumerà?

Il buio può contenere tutto: le paure, le idee.

Quello che non ce la fa a racchiudere, è il resto di noi.

 

L'immagine può contenere: 1 persona Un caro amico mi disse una volta che quello che distingue un adulto da un bambino è la capacità di aspettare, per soddisfare i propri bisogni.

Io ho ricambiato spiegandogli che l’amore non è meritocratico, e credo abbiamo passato quel che restava della nostra gioventù a dimostrarci, tra le altre cose, le rispettive teorie.

Ieri ho pensato alla sua, davanti alla tabella di marcia che mi aspettava questa domenica. Poi ci ho ripensato dopo, a domenica passata. Perché ho fatto tante cose, è vero, e mi sono piaciute quasi tutte: sono stata al gruppo di scrittura, e in fondo mi ha fatto bene. Ho pure confortato una finlandese che sta per pubblicare un libro, e che non ne può più di tutte le scartoffie che le stanno dando per firmare… Le ho detto che, anche se le cose dovessero andare a schifio, passerà tutto quando vedrà il suo libro bell’e fatto. Mi sono resa conto dopo, con estremo imbarazzo, di dove abbia già sentito affermazioni del genere. Di solito, ai compleanni dei bambini.

Ieri, invece, era il Profeta a compiere gli anni: me l’ha spiegato alla festa – mormorando una serie di lodi dopo la parola “Profeta” – la presidentessa delle Donne arabe in Catalogna, che mi ha raccontato anche di quanto le sia piaciuta Assisi, dov’è stata con la Comunità di Sant’Egidio. In realtà non sapevo niente della ricorrenza perché a quell’evento mi ci aveva invitato un latino, suppongo ateo, che gestisce questo centro culturale, e voleva solo raccogliere un po’ di soldi per i ragazzi arabi che dormono nel parco vicino alla Chiesa di Sant Pau, e che di miracoloso hanno questo: ogni tanto viene la polizia, li sgombera, e problema risolto. Magia! Poi qualcuno si suicida prima ancora di finirci, al parco. Oppure va Vox fuori al centro per minori a spiegare con dati farlocchi che rubano e stuprano più di tutti.

Stavolta invece erano allineati e coperti, nell’Ágora Juan Andrés… Oddio, “coperti” non tanto, che questo gioiellino del Raval è all’aperto, e la mia accompagnatrice se n’è andata insieme a me per il freddo. Per chi restava, si prospettava un buon pranzo a base di spezzatino, taboulé e insalata. Queste due cose avrei anche potuto mangiarle, come mi hanno ricordato più volte le organizzatrici, ma ho preferito lasciare la mia offerta e andarmene a una trionfale Fiera Vegana, con l’organizzatore che, stavolta, aveva venduto quasi tutto – il penultimo tiramisù gliel’ho preso io.

Poi però ho anche studiato un po’ le gigantesse sulle cui spalle provo a stare in equilibrio precario, quando scrivo: l’ho fatto nel co-working gratuito che ha sempre le saracinesche abbassate da un mese, da quando è iniziato “l’autunno caldo” indepe.

Cavolo di domenica, insomma! Posso dirmi soddisfatta. Ho anche fatto delle scuse ironiche (perché quelle vere so che non potrò farle mai) a un ragazzo nero che ci si è seduto accanto alla festa di compleanno di cui sopra, e mi ha detto che qui in quattro mesi si è preso un permesso di tre anni, mentre in cinque anni in Italia non ha cavato un ragno dal buco, a “Bergàmo“. Lo pronunciava come certi francofoni che se gli togli l’accento sull’ultima vanno in crisi. Ma “Salvini“, ve lo assicuro, lo sapeva dire benissimo. Allora gli ho insegnato il concetto di “vergüenza ajena”, che significa “vergognarsi al posto di qualcun altro” (che a Napoli esiste, altrove nella penisola non saprei).

E allora che c’è che non va nella mia fantastica domenica?

È una specie di fame. Mi prende quando le cose si fanno prevedibili, quando le traduzioni in spagnolo procedono e così i nuovi manoscritti, e anche il caos degli ultimi tempi torna calmo.

Allora una parte di me si ribella alla vita ordinata che le ho imposto – quella di chi sa cosa vuole, e ha deciso che è tutto lì – e scalpita per andare altrove, per spaziare. E così, questa me bambina che fa ancora i capricci non tanto si rallegra perché l’ormai mitico guru del gruppo di scrittura l’ha invitata “a lavorare insieme in biblioteca”, e con un altro scrittore simpatico, ma piuttosto si rammarica per non aver parlato di più col nuovo acquisto, che arriva pieno di belle frasi, ma sempre assonnato, e si sospetta che dorma in strada. Questa parte fa progetti da adulta, tipo ipotecare la casa per scapparsene dal centro, poi guarda due annunci e dice: “Uuuh, un terrazzone sgarrupato! Fanculo al bilocale d’occasione!”. Meglio un bilocale economico che sembra fatto in serie, o una terrazza sgarrupata al sole? Meglio un ruolo di comparsa in guerra, o una parte da leader in gabbia?

Mi dicono che la differenza tra un adulto e un bambino è che l’adulto ha la capacità di aspettare, per soddisfare i propri bisogni.

Ma a questa, di bimba, difficilmente dirò di stare buona.

Ogni volta che ci ho provato, ha fatto peggio.