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Image result for versailles no bara game of thrones Lo so, sto sempre sul pezzo: mentre guardate tutti Game of Thrones (operazione che mi spaventa perché temo il finale-cazzata), io penso a Lady Oscar.

Non posso farne a meno: ho una spia in viaggio a Tokyo. È una fanciulla che condivide il mio amore per la biondona, e ogni tanto mi manda foto di prodotti non meglio identificati (cosmetici o dolcetti?), raffiguranti una Maria Antonietta in tenute da ballerina di saloon, che avrebbero fatto crollare del tutto il labbro asburgico all’originale (visto pure che l’indipendenza americana rovinò la Francia ben più del conto della sua sarta!).

Il viaggio in terre giapponesi della mia “correligionaria” capita a fagiolo, di questi tempi in cui altro che duca d’Orléans, contro di me ho addirittura Endesa! L’Enel di qua mi ha mandato l’ennesima bolletta da quattrocento euro (!), che i vecchi proprietari – i famosi coreani che non mi avevano detto del cesso chimico – prevedevano come “normale”, d’inverno. Normale un par de ciufoli! È vero, la giovane coppia di coinquilini figli della Rivoluzione (per non dire di altro, che sono femminista) se n’è andata per lasciare spazio a uno scozzese gentile, capace di risistemarsi la doccia distrutta dai predecessori, e poco propenso – almeno spero – a usare il caldobagno come stufa…

Però si diceva che il geniale progetto “mi-finanzio-la-scrittura-e-figlio-pure” si è scontrato male con la realtà, e diversi protagonisti e comprimari dell’impresa originale (vedi i coinquilini uscenti) sembrano farsi quello che in francese si chiama “i cazzi loro”.

È per questo che penso con sollievo a Lady Oscar, nella scena targata 14 luglio 1789 che tutti ricordiamo per l’evento che ha cambiato la storia europea: la sua morte. La Nostra, con non so quanti proiettili in cuorpo, fa ancora la fanfarona e chiede: “Perché non sento i nostri moschetti fischiare nel vento? Orsù, lavativi, pigliate ‘sta Bastiglia, sentite a me!”… O una cosa del genere.

Fatto sta che, nel privilegio di potermene stare al riparo e all’asciutto a maledire la compagnia della luce, penso che questo misto di coraggio, resilienza (ma perché odiate il termine?) e vera e propria cazzimma non guasterebbe a nessuno.

E c’è chi sembra possederne scorte infinite (sì, anche della cazzimma), anche solo per lottare perché il quartiere dei migranti di Barcellona possieda un ambulatorio medico, anche se è poco turistico, o perché certi addetti alla sicurezza in metro smettano di credersi Robocop anche con le teppistelle che fumano, ma solo se sono gitane.

E non si tratta d’inasprire conflitti: ho letto un bel romanzo sulla Brexit che mi è rimasto impresso, e sto guardando il film di Cumberbatch. A votare “Leave” sarebbe stata gente che si è spaccata il culo in fabbrica o in miniera e sta accusando le persone sbagliate della sua sostanziale miseria. A volte penso che dovremmo cambiare strategia coi razzisti, tanto quelli pensano che non sono loro ad affogare: dovremmo concentrarci di più a provare che non è che, se altri affogano, loro avranno una pensione, o i loro figli troveranno lavoro. E intanto i politici che li ingannano gli stanno facendo scordare la recessione.

Però niente, le metafore belliche restano in auge, specie in questi periodi di draghi sputafuoco, quindi torniamo ai classici e facciamo come Oscar: pieghiamoci ma non spezziamoci.

E pigliamoci ‘sta Bastiglia.

 

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Questa l’ho presa da Facebook, se no ciao proprio

Sarò breve: a volte mi chiamano perché ho una vagina, per quello che mi serve.

Vado quasi sempre, anche se.

Si vede quando a un evento (o una conferenza, un incontro, una riunione) ti chiamano perché hai la vagina: tentano di farti dire quello che vogliono loro. Che so, ti mettono a recitare poesie. Ti fanno riempire “lo spazio degli altri”, quelli che sono lì perché ci devono stare. Ma ti fanno prendere solo la parte che gli altri non hanno tempo e voglia di riempire.

Infatti ti chiedono di parlare di un argomento, e poi magari te ne appioppano un altro, proprio perché in quel momento sembrava più urgente: è una variazione sull’hostess che porta la bottiglia d’acqua. Tu invece procuri argomenti quando serve. Un po’ come quando la domenica, a casa, lo chef si degna di cucinare quel suo risotto speciale che è l’unico contributo ai fornelli, sempre che la cuoca gli affetti la cipolla.

“Hanno chiamato anche te?” ci interroghiamo con un mezzo sorriso tra noialtre che andiamo, e che magari ci occupiamo di tutt’altro, rispetto ai temi trattati: cose su cui di rado organizzano conferenze.

Concludiamo che ‘sto fatto delle quote ok, funziona, ok, si capisce. Ma, ma, ma.

Quando si sentono moderni a chiamarti perché hai una vagina capisci in pieno la frase: non ci sono soluzioni perfette. A meno che.

A meno che non ti prendi lo spazio.

Ma sul serio: non reciti la poesia, non parli di quello che vogliono, spieghi ciò che preme a te. Parli del rapporto tra nazionalità e diritto al voto, di problemi sociali, e sai che non puoi parlare per chi ha ancora meno visibilità di te: chi ha una vagina ma meno soldi, un passaporto non europeo, la pelle più scura.

E allora apprezzano, ti citano, magari ti travisano pure, ma in quel momento poco importa.

Lo spazio te lo sei preso.

Prendiamoci lo spazio. Siamo talmente abituate a vivere in un angolino perché “fuori è pericoloso” (e pericolosa può essere anche la voglia di espandersi, se poi devi tornare a rannicchiarti) che non ci proviamo più. Capisco quelle che non vogliono provarci: la colpa non è loro, come stanno insinuando dei signori ragionevoli e coltissimi sui social, la colpa è di quello che ci hanno insegnato fin da piccoli (a tutti, anche ai signori) e dei poteri, dei soldi soprattutto, che girano intorno a quegli insegnamenti.

Però che bello quando ci prendiamo lo spazio. Per condividerlo, se vogliamo. Per condividerci.

In ogni caso è nostro.

(Una che a un certo punto si è presa lo spazio :p )

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Dal Facebook del Sindicat de Llogaters

Confesso che l’ho pensato prima di vedere come mi hanno ridotto le lenzuola, ma sì, ieri mi mancavano perfino i francesi.

Se ne sono andati due ore prima che rinnovassimo il contratto d’affitto, peraltro già scaduto, quindi non potevo avanzare niente quanto a preavviso: allora ho dovuto ammettere che, nonostante i tampax nel motorino del bagno (che mi sono costati un intero mese del loro pigione), nonostante l’odore di pipì canina che spesso invadeva il corridoio, mi ero abituata anche a questa coppia di ventenni che non deve aver mai fatto una lavatrice in vita sua prima di scoprire la mia lavadora (e che mi ha lasciato pure le tovaglie belle fradicie nei cassettoni).

Tutto ciò mi ha ricordato una cosa: la parte di noi che non è acqua, è memoria. Intesa nel senso di ripetizione: gesti e pensieri rinnovati ogni giorno finché non diventano “noi”, o l’idea che ci siamo fatti di come siamo.

E allora spieghiamo al mondo che siamo “allegri e solari” finché non diventiamo tali (e quindi insopportabili). O magari diciamo “ti amo” alla stessa persona, finché non decidiamo che è proprio così. E a furia di salutare lo stesso vicino ogni giorno, finiamo per affezionarci anche a quello. Non sempre funziona, eh, ma tante volte…

Io per esempio (*indossa occhiali hipster*) passo da uno storytelling all’altro, tutti ugualmente strappalacrime: prima ero “quella che ha cambiato vita dopo la crisi“, ora sono “quella che ha fatto un bordello per avere dei risparmi e figliare, e non è riuscita in nessuna delle due cose”. Alla fine sono storie edificanti, perché scatta il momento rivincita, quello in cui cambio casa e lavoro, e mi cerco compagnie meno “confuse” prima di entrare in una nuova crisi.

Invece stavolta mi sono proprio rotta e torno all’idea di cui sopra: siamo i gesti che ripetiamo ogni giorno. E ripetendone pochi e azzeccati aiuterò la mia “paziente” ideale: me stessa.

Funziona, ci ho le prove. Per esempio, nel giorno internazionale per il diritto alla casa, ho visto tanti napoletani ripetersi che le cose possono cambiare, e che il fatalismo è una profezia che si auto-avvera per quanto faccia figo predicarlo davanti a un caffè “amaro come la vita”. I loro colleghi a Barcellona, che per i casi della vita si trovano a ripeterselo da più tempo e si sono riuniti in sindacato, esibivano contenti quest’elenco diviso per: nome dell’inquilina (di uomini in difficoltà estreme ce ne sono solo due, coincidenze?), richieste dei proprietari, successi del sindacato in due anni d’attività (a parte quel primo round con la Goldman Sachs).

Magnolia, affitto aumentato di 150 euro: abbiamo ottenuto un contratto di tre anni senza aumento.

Jessica, affitto aumentato del 42%: abbiamo ottenuto un aumento del 18%.

Lluisa, 400 euro d’aumento e richiesta di rescissione del contratto: abbiamo ottenuto un aumento di 125 euro e il ritiro della denuncia.

Clemente, non volevano rinnovargli il contratto: abbiamo ottenuto un contratto di tre anni con aumento minimo.

Mari Carmen, processo di sfratto: abbiamo ottenuto l’alloggio in un appartamento d’emergenza.

Diego, non volevano rinnovare: abbiamo ottenuto due anni di proroga.

Marta, volevano raddoppiare l’aumento dopo che la legge ha previsto il cambiamento del contratto da tre a cinque anni: abbiamo ottenuto il ritorno all’aumento iniziale (50 euro).

Gocce nel mare? Chiediamolo a Magnolia, Jessica, Lluïsa, Clemente, Mari Carmen, Diego, Marta.

E poi ripetiamocelo pure, che qualcosa ogni tanto cambia.

(Ma je nun m’arrenno, ce voglio pruva’.)

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Casas o Scamarcio? Le guerre avvincenti della mia vita

Poi dite che scrivo sempre dei problemi miei. Il fatto è che Magritte si mangia ancora il cappello – e la mela verde sotto – per non aver fatto in tempo a conoscermi: la mia vita è un manifesto del surrealismo!

Prendete ieri, che vi metto in situazione. Arrivo a scuola, è l’ultima lezione. So che non verranno molti alunni, che l’italiano è sempre la lingua cenerentola, ma trovo l’aula: 1) vuota; 2) chiusa a chiave; 3) circondata da bancarelle. L’unico alunno in vista è fermo davanti a una mappa di Tokyo, e a un imbonitore suo coetaneo che ci rifila due biglietti per l’estrazione di una cena giapponese. Prendo i pochi superstiti della classe e, sfidando i Queen a palla, me li porto nel refettorio al piano di sotto. Il bello è che, per accontentare un’alunna dominicana, ho preparato un’intera lezione su Sere nere. Se-re ne-re. Che volete, Tiziano Ferro è popolare in America latina. Sì, ma nel refettorio come ascoltiamo il Sommo? Il mio telefonino è tenuto insieme da un criceto che gira una ruota, e gli acuti di Freddie Mercury troneggiano su tutto.

Allora l’alunno informatico ha il colpo di genio: risaliamo e affrontiamo il DJ! Che per cercarci Tizianone alla… consolle (che poi è un telefonino peggiore del mio, attaccato a una cassa), deve leggere svariate volte il titolo. Non riesco a sentire la scusa che gli ha sparato l’alunno informatico, ma l’aiuto-DJ è scettica: “La fiera è sulle città legate a film famosi, e trasmettiamo solo colonne sonore. In che film si trova la canzone?”. Io la guardo in silenzio per un momento, poi decido: “Qualcosa di Muccino“. Per sua fortuna non l’ha mai sentito nominare, o non con quest’accento.

Ma no, il film c’è, ne sono sicura: controllo mentre Tiziano gorgheggia trionfale su quelle bancarelle studentesche, e gli alunni completano il testo della canzone (che a cazzimma ho mutilato di articoli e altre cosette).

Ecco qua. Tre metri sopra il cielo!

I ragazzi hanno visto solo la versione spagnola, rispetto a cui la nostra è opera di Fellini, e le ragazze precisano che il loro Step (cioè Mario Casas) è meglio di Scamarcio.

Faccio notare che Casas nel film pare un buzzurro e Scamarcio piacerà o meno, ma ha una sua eleganza (tranne magari quando chiava un pacchero a Babi). Le ragazze però votano buzzurro, e l’assistente del DJ, quando le rivelo il film, mi guarda con tutta la commiserazione di cui è capace.

Quando sbaracchiamo di nuovo alla volta del refettorio, si presenta il dramma: gli alunni non hanno completato tutto il testo della canzone, e ormai il DJ starà appendendo le nostre foto con sotto “No pasarán”. Indovinate, quindi, chi deve cantare Sere nere a cappella…

Secondo me non mi richiamano più, in questa scuola.

Tuttavia, come vedete, anche nei momenti più surreali un’idea geniale salverà tutto.

Adesso non mi resta che trovarne una per: gli inquilini che se ne vanno senza preavviso due ore prima che gli porti il nuovo contratto; il fottio di tasse impreviste che mi toccano per un “malinteso” legale; il rimborso che sto aspettando da tre anni (!) per quella storia del soffitto crollato a casa vecchia – i cui nuovi proprietari, peraltro, si sono intestati le bollette due mesi dopo l’acquisto. Mica avevano fretta di pagarle loro.

Caro Magritte, illuminami tu. Tu una risposta alla vita ce l’avevi.

Io intanto mi godo gli enjambement di Tiziano, anche in spagnolo.

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Foto di Bruna Orlandi sulla pagina di Non una di meno – Milano

Ok, oggi è primo aprile e potrei fare battute gustosissime sul governo che ha smesso di essere “cafone”, come si dice adesso, sull’Italia che si sveglia gay-friendly, e sull’articolo che dimostra che le donne guadagnano esattamente quanto gli uomini… Ma lo faranno altri meglio di me e, quanto all’ultimo punto, gli articoli così abbondano anche gli altri giorni dell’anno (qualcuno spiegasse a questi come funziona il primo aprile).

Quindi, permettetemi piuttosto di dirvi che l’universo, o il karma, o forse proprio la vicinanza delle elezioni a Barcellona – che è l’ipotesi più probabile – hanno risposto a una mia domanda spinosa: “Perché invece di andare avanti andiamo indietro?”.

Si pone il problema anche questo signore sulle condizioni della scienza oggi:

Earth, Mars, and Time: Ben Rosen  @ben_rosen  90s scientists: we cloned a  sheep! we landed a robot on  mars!  scientists today: for the last time,  the earth is round* We've progressed so much

Insomma, gli scienziati perdono terreno, e sono costretti a difendere quelle questioni che si credevano ormai “pacifiche” da qualche secolo a questa parte.

Vi ricordano qualcuno? Qualcuno che manifestava l’altro giorno a Verona? Qualcuno che è dovuto passare dalla lotta per le “famiglie arcobaleno” a difendere quello che resta della possibilità di abortire?

Ecco: perdiamo terreno, e difendiamo palmo a palmo quello che credevamo scontato. Perché si ha un bel dire, ma chère Simone De Beauvoir, che non dobbiamo mai dare per scontati i diritti, ma a un certo punto pensiamo che siano così elementari che… No, eh? Fantastico.

Allora, come vedete, di fronte all’avanzata di quello che, come sommo complimento, stiamo chiamando Medioevo, succedono due cose:

  • il dibattito si polarizza in maniera ingiusta: chi è a favore dell’aborto non impone a chi è contro di abortire, ma non si può dire che questi ultimi ricambino il favore di “farsi gli affari loro” (semicit.);
  • si arretra e ci si trincera in quelle poche fortezze che credevano inespugnabili, e vi assicuro che per una studiosa di genere una metafora bellica è mortificante!

Mi chiedevo come uscire da questa storia, e ieri mi è venuta incontro una giovane politica, sulla Ronda de Sant Antoni. Tornavo avvilita dal “tutto esaurito” (giuro!) di un incontro domenicale tra due esperte nella decostruzione dell’amore romantico, dove c’era tanta di quella gente in piedi che non sentivo la voce delle relatrici: poi dite che amo Barcellona.

All’altezza del Mercat de Sant Antoni ho trovato questo padiglione con il simbolo dei Comuns, il movimento di Ada Colau. Il microfono era in mano a una ragazza che, davanti a un esercito di uomini dai capelli bianchi, diceva una cosa fantastica: bisogna andare al di là del “No passaran” (siccome parlava in catalano lo scrivo in questa lingua, per lo spagnolo vedi titolo).

Ovviamente, si parlava di Vox. La visita barcellonese del leader di questo partito, che non avrebbe sfigurato al WCF di Verona, aveva provocato due manifestazioni: una dei movimenti antifa con qualche risvolto viuuulento (ovviamente finito in prima pagina come se stessero tutti lì con la mazza ferrata), e un’altra che mi pareva più flower-power della Women’s March, con la presenza della stessa sindaca (come vi dicevo, le elezioni sono alle porte).

“Sembra che stiamo lì solo a fare resistenza” concludeva la candidata dei Comuns “che è importantissima, ma è importante anche andare più in là di questo. Abbiamo un nostro programma, una nostra agenda politica…”.

E giù a indicare gli obiettivi di tale programma, con attenzione all’uguaglianza sociale, a strategie economiche per uscire dall’impasse stipendi bassi – gentrificazione, diritti civili… Ebbene, ci credereste? Tutti quei signori anziani in ascolto, che per un pregiudizio mio temevo poco sensibili a quelle argomentazioni, hanno fatto un bell’applauso, e io li ho imitati mentre andavo via, col rischio d’inciampare di fronte a  dei turisti straniti.

Perché qui non è che facciamo le vittime, lo siamo davvero, stiamo perdendo diritti. Ma secondo me dobbiamo impostarla di più su ciò che vogliamo costruire.

Vi traduco qualche passaggio da quest’articolo de La Vanguardia, fresco di oggi. Attenti a quando l’autore, Xavier Mas de Xaxàs, parla di Salvini:

C’è una profonda breccia tra ciò che pensano gli spagnoli e ciò che propongono i partiti politici, nell’imminenza delle prossime elezioni, secondo un’inchiesta elaborata da YouGov per l’European Council of Foreign Relations.

L’inchiesta, elaborata sulla base di 5.000 interviste realizzate tra gennaio e febbraio, rivela che la politica dell’identità non preoccupa troppo gli spagnoli. Rispetto all’immigrazione, per esempio, li preoccupa molto di più la gente che deve andare a lavorare in altri paesi rispetto alla gente che arriva. […]

I discorsi nazionalisti e xenofobi dei leader populisti dell’estrema destra, come nel caso di Viktor Orban in Ungheria, Matteo Salvini in Italia o Santiago Abascal, leader di Vox, in Spagna, hanno un impatto limitato nell’insieme della società. Il problema per le democrazie che permettono l’accesso al potere di queste proposte politiche è che i loro responsabili incontrano gli strumenti sufficienti a livello costituzionale e legale per stravolgere il sistema e permettere la diminuzione delle libertà e dei diritti civili della maggioranza.

Io avrei tante cose da dire sulla società che voglio, e non sono tutte utopiche. Nei prossimi mesi mi riprometto di intervistare persone che sappiano dimostrarvi che i migranti portano ricchezza e posti di lavoro, oltre ad avere quello scomodo diritto alla sopravvivenza in condizioni dignitose. Che le donne sono sprecate per lavorare gratis e sostenere così il welfare, pratica che non ci ha resi né più stabili né più felici. Che una società dove non la facciano da padroni quelli che hanno il vero potere politico (= quelli che hanno i soldi) non ci sta portando granché bene.

Quindi: continuiamo a combattere quello che temiamo, ma pensiamo anche – soprattutto –  a quello che vogliamo. E proponiamolo al mondo. Hai visto mai che gli piace.

 

 

 

 

 

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Intanto  a Madrid… Da eitb.eus

Almeno una cosa l’hanno imparata.

Perché a chiudere in bellezza un mese dedicato al femminismo e alla tutela dell’ambiente non ci pensa solo il WCF di Verona (e giuro che continuo a leggere WTF), ma anche questa grande manifestazione “pro-vita” a Madrid, ieri pomeriggio, mentre Bolsonaro proponeva di basare l’istruzione scolastica (proprio la matematica e la geometria) sulla Bibbia.

Tutti questi eventi hanno una caratteristica in comune: sono “pro” qualcosa e non “contro” qualcos’altro. Sarà che a finanziarli ci sono tanti ‘mericani, da sempre alle prese con il pensiero positivo, o sarà che una delle frasi attribuite a “Maria Teresa di Calcutta” (sic), suonava tipo: “Non parteciperò mai a manifestazioni contro la guerra. Chiamatemi quando organizzerete una manifestazione per la pace!”.

Infatti non ho visto suore alla manifestazione “No Vox” di sabato. Sarà che era “no-qualcosa”? Scherzi a parte, le idee furbette ce le facciamo sempre sottrarre da chi, “per il nostro bene”, vuole il nostro male.

Una curiosa sintesi di questo mese d’impegno che volge al termine è che l’ultima lotta si gioca sull’eterno feticcio: la famiglia. Anche in Spagna a quanto vedo, tra dibattito sui congedi di paternità e proteste di femministe con i figli, è come se la cosa si polarizzasse: o difendiamo la famiglia tradizionale con tutti i crismi, o ci facciamo la vasectomia “per non inquinare l’ambiente” (sic).

Io capisco come sia successo: se qualcuno dice che il tuo destino biologico è avere figli, lo mandi a cagare e vai avanti per la tua strada. Ma credo che prima di spacciarci per gli eroi delle famiglie prolifiche, o quelli che “i bambini inquinano”, dovremmo farci una domanda importante: ‘sti figli li vogliamo o no?

Perché in tanti mi hanno spiegato (senza che io chiedessi nulla) i motivi per cui non possono avere figli: “non ho l’ascensore” (sentito da gente che viveva in affitto), “ho troppo sonno”, “il mondo è troppo marcio”, “sono troppo vecchio” (sentita da più di un uomo sotto i quaranta). Inevitabile il “come li mantengo”, in questo momento storico, e non tutti devono avere la costanza dei miei ex vicini pakistani, che vivevano con moglie e figli piccoli in una casa di ben cinquanta metri quadri con soli due coinquilini. Qualche donna ha evidenziato un sacrosanto “non possiamo sentirci realizzate solo se abbiamo figli”.

Perfetto, ma li vogliamo o no?

Io vorrei una bambina per la verità, cioè mi piacerebbe, ma poi ovvio che è a come viene. A suo tempo una tizia che dà conferenze sulla violenza della polizia si è sentita in dovere di dirmi che “i sogni possono anche non realizzarsi” e “todo el mundo es infiel“, e comunque “i pakistani come quello che ti fa il filo hanno il cazzo piccolo, ti presento un amico”. Non so se questa fine pensatrice mi abbia portato sfiga: fatto sta che, per motivi estranei alla mia volontà (più che altro ho rispettato com’era giusto quella altrui), mi ritrovo senza figli a trentotto anni, e senza un compagno all’orizzonte. Per cui non è che rinuncio all’idea, ma so che le cose possono non filare come speravo, cioè senza provette o adozioni di mezzo. Tanto più che, se la scelta fosse tra uomini che difendono la “famiglia tradizionale” e uomini che hanno deciso com’è legittimo di viversi i quaranta come i venti, aspetterei tranquilla la menopausa. Anche se amiche più creative di me mi dicono “magari non ti serve un marito ma un padre”: in effetti qualcuno si è offerto, a patto però di non doversi curare della creatura (almeno gli etero).

In ogni caso, se finirò per fare “l’eterna zia” come un po’ sospettavo, preferisco sapere che figli ne avrei voluti, ma non come pretendono a Verona: almeno l’idea sarebbe stata crescerli nel rispetto della loro identità, qualunque sentissero propria.

Le domande senza risposta sono tristi, quando sono evitabili.

E forse, se siamo un po’ più onesti con noi stessi, smettiamo anche di farci la guerra.

(Una canzone pro-vita, feat. Mangoni)

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Da tvynovelas.com

Oggi farnetico più del solito, perché mi manca il mare.

Dico il mare che da ragazzina significava solo vacanze, e al massimo era pieno di alghe e odorava strano – ma a quello, sul litorale domizio, eravamo abituati.

È vero, allora sui giornali c’erano barconi straripanti di ragazzi dalla pelle bianca, che attraversavano l’Adriatico anche perché guardavano la Rai, secondo i giornalisti Rai. Ma a dodici anni non leggevo i giornali. Al massimo sbirciavo in TV l’altra immagine del mare che avevo quando le vacanze erano finite, e cenavo prima di preparare lo zaino per la scuola: quella di Juan del Diablo a torso nudo sulla prua del Satán.

Che mi è sempre sembrata un po’ comica, ma allora la telenovela Cuore selvaggio era una follia! Le telespettatrici di mezza Italia erano innamorate del compianto attore Eduardo Palomo (“Che omo!” recitava una gag). A doppiare in prima serata lui e i suoi compari c’era il fior fiore: Luca Ward, Giuppy Izzo… In realtà io, quando eludevo il bando familiare su “queste sciocchezze”, preferivo il fratello señorito di Juan, perché almeno sullo schermo, da Anthony di Candy Candy a Brandon di Beverly Hills, m’innamoravo sempre del buono e noiosetto a cui le altre preferivano il bello e dannato. E Andrea Aleardi della Valle non faceva eccezione.

Lo ritrovo ventisei anni dopo come Andrés Alcázar y Valle, nella serie caricata tutta in lingua originale da qualche fan storico. Lottando un po’ con l’accento messicano, ho scoperto pure che:

  • l’angelica Beatrice (come altro si poteva battezzare, in Italia?) in realtà si chiamava Mónica, così il diabolico Juan poteva sfotterla “Santa Mónica”, invece che “Suor Beatrice”: lo siento, señor Puccini;
  • la perfida Anna (interessante da un punto di vista GENDER!1!1) si chiamava Aimée, pronunciato malissimo, ma più coerente con la tendenza a riferirsi a lei col solo nome, senza il rischio di equivoci;
  • la storia è un classico, e ha più di mezzo secolo!

Infatti è l’ennesimo rifacimento (quello entrato nel mito) di un romanzo del 1957, della prolifica scrittrice Caridad Bravo Adams, ambientato però nella Martinica francese: l’ultima versione, dieci anni fa, era più fedele all’originale ma è stata un insuccesso clamoroso, con tanto di sfottò per l’età e il peso dell’attore che interpreta il nuovo Juan del Diablo… E sia dai critici (che lo chiamano direttamente “feo”, brutto) che dalle fans! Il mondo delle telenovelas non finisce mai di sorprendere.

Il mondo reale nemmeno: mi sarebbe piaciuto chiudere in caciara questo post su vecchi ricordi e pirati con l’orecchino, e invece devo tradurre questo appello della ProActiva Open Arms, che da due mesi è attraccata nel porto di Barcellona per ordine delle autorità spagnole. E se il Mare Nostrum diventasse Mare Omnium?

Siamo ancora bloccati in porto.

Più di due mesi e centinaia di morti nel Mediterraneo.

Impediscono che salpiamo a proteggere vite, a denunciare le violazioni dei diritti umani. Se i paesi europei bloccano le navi umanitarie, che portano sempre con sé luce e tachigrafi, sarà che preferiscono dei morti invisibili piuttosto che affrontare e rispettare le leggi che difendono il diritto più elementare: la vita.

 

 

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Un felafel e doppia razione di patatine.

Così mi ha premiato ieri sera, al fast food, il ragazzo somalo che prima di prendere la mia ordinazione si è messo a rimpiazzare tutte le vaschette vuote del buffet: non sapeva che volessi ordinare solo las papas, le patatine fritte.

E io che credevo che quella lunga attesa fosse una sottile vendetta sua o del karma, per Gigiotto.

Gigiotto (nome di fantasia) è il parente che durante la Seconda Guerra è andato a combattere nell’Africa Orientale Italiana, e se n’è tornato con foto come quella che potete ammirare qui sopra. Lui non c’è più: le foto me le ha date la sua famiglia per la mia antica tesi di laurea sulla letteratura coloniale italiana e inglese. Ancora devo decidere se alcune delle ragazze nude avessero raggiunto la pubertà.

Ma purtroppo non ho una voce per loro. Vorrei allora far parlare dei connazionali che loro devono aver conosciuto bene: gente che è stata in colonia e c’è tornata, mettendo per iscritto mirabolanti avventure, romanzate e non.

Cominciamo con Augusta Perricone Violà, che in Ricordi somali (1935) si lamenta del fatto che noi italiani non abbiamo civilizzato abbastanza queste donne nere:

Dentro i grigi tucul, dai tetti spioventi di paglia, non abbiamo ancora saputo trarre che la femmina; l’anima della donna, la sua vera personalità, il suo vero cuore, ci restano ancora, se ci sono, ignoti.

Da notare il “se ci sono”. Una donna somala le dice di essere “sua cognata”, intendendo probabilmente di essere la madama di un suo parente. Lei si scompiscia:

Sì, queste piccole anime di donne ci fanno sorridere e sorridere sempre, come di fronte a bambini graziosi e divertenti che dicono tante cose carine ed enormi, perché sovente non sanno ciò che dicono, che ci distraggono e ci piacciono, pur sentendo però una distanza come un abisso.

D’altronde Campana suona, canzone fascista del 1935, rassicura le “ariane” di Casapesenna o di San Vittore Olona:

Noi strapperem gli schiavi alle catene / e il loro gran paese arricchiremo / se poi le negre ci vorranno bene / le nostre belle no, non scorderemo.

La precisazione è d’obbligo: il “meticciato” diventava una minaccia per la pura razza italica (scusate l’ossimoro), e la stessa Faccetta nera non era vista benissimo.

Però, care italiane bianche, sapevatelo: siete cesse. Almeno rispetto alle somale che, quasi a compensare il fatto che non abbiano un’anima, vantano un corpo perfetto. A quanto pare sono anche propense a lasciarlo inerte sotto le mani del maschio italico (scusate l’ossimoro):

“I seni per essere perfetti devono essere tali che un’orizzontale immaginaria che passi per i capezzoli…”.

“Eh! Via! Come sei complicato…”.

Ma Serra, imperturbabile, tracciando con la destra l’immaginaria linea, sfiorando i due capezzoli, continuò: “… deve tagliare le braccia passando pel punto d’innesto del bicipite col deltoide…”.

“Ma bravo! Ma bravo!”.

“… e devono esser modellati in modo che la loro turgidezza deve entrare tutta nel cavo d’una mano e non deve giungere, naturalmente, fino alle ascelle né deve crear piaghe alla loro attaccatura inferiore. […] Vedi, questi seni sono impeccabili, seni che difficilmente trovi lassù da noi, specie nelle metropoli ove l’avvizzimento del corpo umano è in ragione diretta del grado di civiltà raggiunto. […] Guarda questi” e così dicendo il capitano-medico-pittore Serra, con le dita semitese carezzò lievemente le mammelle della somala con lento movimento rotatorio, premendo un poco, come li plasmasse sulla creta.

Il corpo delicomorfo di Elo sembrava un fuso pronto a prillare. La fanciulla, coperta solo al grembo da una lieve “futa” bianca, lasciava fare silenziosa.

La lezione di anatomia “delicomorfa” è gentilmente offerta da Gino Mitrano Sani, e dalla sua Femina somala (1932): nel romanzo, Elo si getta tra le braccia del protagonista perché lui è proprio irresistibile, e poi la razza bianca la protegge dai selvaggi della sua (tipo lo stregone che l’ha resa vedova, ma vabbe’). Spoiler: non finisce benissimo. Innanzitutto deve prendersi cura della spia tedesca Meta Bauer, che è la vera amata del suo padrone com’è giusto che sia:

Ma l’uomo bianco ora ha vicino una femina bianca [sic] ed ella ha visto sempre accoppiarsi bestie simili…

Ma tanto non c’è storia, la biondina è meglio: infatti la somala, approfittando del sonno della rivale, si avvicina e le sfiora i capelli che sembrano brillare di luce propria. Fortuna che le toglie in tempo le… zampe di dosso!

Rassicuratasi che nessuno l’ha vista, Elo torna al suo posto con lo stesso passo felino e flessuoso, torna alla sua immobilità, lieta di non essere stata sorpresa in quella sua curiosità.

Elo ha guardata l’altra come un cane che annusa una cosa sconosciuta. Ora la bestiola è tornata al suo posto di guardia, alla sua consegna.

Alla fine ci lascia direttamente le penne, uccisa dal nuovo “compagno” somalo mentre appicca un incendio per attirare l’attenzione delle truppe italiane. D’altronde lei, “una madonna a cui qualcuno si è divertito a dare una tinta di mogano”, non era nient’altro che “una cosa del capitano, una serva, una schiava senza valore che deve dare il suo corpo quando il maschio bianco ha voglia carnale”.

Peraltro, queste citazioni ve le risparmio, ma nella letteratura coloniale italiana le descrizioni di donne nere morte sono quasi pornografiche.

Sopravvive nella vita reale Diu-là, che il giornalista Mario Appelius s’era comprato come schiava (no, non è una prerogativa della categoria). La ragazzina si era concessa sua sponte (…), e alla fine, anche se lui non la poteva amare, era diventata parte del paesaggio:

Forse un qualsiasi nero, brutale e manesco, è oggi il rozzo padrone di quella africanella che fu per venti mesi l’idoletto barbarico della mia camera di bianco. Un idoletto che non amavo, che non potevo amare, ma che mi piaceva vedere al mattino nel vano della finestra, sullo sfondo della foresta vergine, sullo sfondo dell’oro solare, sullo sfondo della natura selvaggia…

Io direi di fermarci qui, e di riflettere un po’ sulle parole contemporanee di Djarah Kan:

Non vogliamo fare processi ai morti.
Vogliamo le pagine di storia che parlano di noi, di quello che abbiamo subito e di come ne siamo uscite.
Perchè dimenticare è un atto di violenza bello e buono.
E non so voi, ma io non ho il coraggio di dimenticare.

 

L’alternativa è un paese in cui una redazione conosca l’abc dei diritti civili, per averlo imparato alle elementari. Un’umanità normale, insomma. E quindi perdonateci tutte* per il nostro sbadiglio senza la mano davanti

Da minn.com

Ti amiamo moltissimo, a qualsiasi costo, povero paese che l’8 marzo con tante italiane in piazza schiaffa in prima pagina Salvini e i missili coreani, mentre El País (nota rivista anarchica) mostra foto di trecentomila persone in marcia a Madrid, e agguerrite pagine di controinformazione (tipo quella di Aljazeera) scodellano le immagini di quelle femminazi caricate a Istanbul

Invece tu, Italietta dei bomberoni, di solito sorprendi noi che, ogni Giornata internazionale delle donne, abbiamo questo friccico ner core di chiederci “cosa s’inventeranno stavolta” per confermare di non averci capito una ceppa, o di aver capito benissimo, ma di far finta di niente. E, fino a oggi, non siamo mai rimaste deluse.

Ecco puntuali quelli che “l’8 marzo dev’essere ogni giorno!”, che ogni giorno infatti spiegano al bar che quando una dice no, sotto sotto… La coerenza innanzitutto.

Poi ci sono quelli che “le donne sono superiori agli uomini”, che non abbiamo ancora capito se con questa frase siano mai riusciti a rimorchiare.

Non possono mancare quelli che “non sono né maschilista né femminista”, che non aprono un dizionario di sinonimi e contrari dall’esame di terza media.

E come non ricordare quelli che twittano “ok per la manifestazione, ma torna presto che la cena non si prepara da sola”, prima di farsi portare il sushino dallo schiavo di Just Eat: immagino le loro amiche ridere a denti stretti per dimostrare che “non sono né maschiliste né femministe” (vedi sopra).

Invece quest’anno ci avete annoiate al punto che quasi quasi era meglio la mimosa, figuratevi un po’. Eccheccazzo, tutto quello che avevate da offrirci era l’italiano medio? E non in senso statistico, ma proprio come creazione autopoietica, un self-made man che è una caricatura, e felice di esserlo.

Insomma, in questo momento di recessione vi avanzava giusto il tipo che pensa che, perché è morto di figa lui, lo sono tutti quanti (e “chi non lo ammette mente”, altro classico da sbadiglio in falsetto).

Questo qui, dell’8 marzo, ha capito solo che ci sono donne, dunque figa (le trans ringraziano). Quindi langia una provogazzione che, per dirla in hipsterese, è un win-win: se non passa il messaggio (più o meno, “gli uomini o sono bavosi o sono ricchioni”), si può sempre rifugiare dietro al fatevi-una-risata, parente stretta del sono-stato-frainteso. Se passa, invece, è il paladino della verità: perché è importante oggigiorno, tra tanti che vogliono solo “coccoline sul collo”, che qualcuno riprenda lo stuzzicadenti e la canottiera macchiata di sugo per “dire la verità” sul genere maschile.

(Spoiler: “diciamoci la verità” è la seconda causa di cazzate al mondo dopo “non sono razzista, ma…”, perché di solito è seguita da perle come “aiutiamoli a casa loro”, “ho tanti amici gay, il problema è quando ostentano”, e altre amenità da… film di Albertone, che adesso mi verrà in sogno solo per darmi i numeri sbagliati.)

Il Nostro, però, a una cosa ci arriva. Piuttosto che essere perseguibile per legge (ma tanto gli dimezzano la pena), è meglio appellarsi a una testosteronica incapacità d’intendere e di volere, finché qualcuno gliela appoggia ancora: che ci può fare, lui, se non riesce a esimersi dal fischiare a una passante? O a lasciare il numero di telefono su uno scontrino, o addirittura fare la mano morta a un’amica (ma la denuncia è mai scattata?).

Ciò che non tanto afferra sono le ragioni di quegli altri che perfino in Italia sanno che non si tratta di “aiutare in casa” ma di dividersi il lavoro di cura, che i privilegi legati a genere, classe e provenienza sono “posti al sole” che alla lunga ustionano. E se lei non vuole, francamente, non vogliono neanche loro.

L’italiano medio, invece, è di poche pretese: si accontenta di essere la succursale del suo pene.

E in un paese i cui giornali, l’8 marzo, mostrano foto di piazze piene, forse non avrebbe pubblicato il compitino che avrebbe voluto scrivere alle elementari, se la maestra fosse stata Edwige Fenech. O sarebbe lì a implorare di non perdere il lavoro. O almeno chiederebbe scusa. O addirittura, visto che “ormai è difficile dire che cosa possa suonare maschilista” (dicono i maschilisti), tormenterebbe l’unico neurone ancora funzionante, orgogliosamente collegato a un organo solo, per chiedersi cosa abbia scritto di “tanto strano”.

Non fa niente, dai, se ne parla il prossimo 8 marzo. Stavolta veniamo già annoiate.

* Tutte tutte no, va’. Il coraggio una non se lo può dare, o non sempre, e ce ne saranno alcune che pensino vabbe’, questo passa il convento, facciamoci una risata e diciamo ancora un altro sì. Perché sarebbe assurdo, pretendere di parlare per un’intera categoria. Eh, già.

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Immagine da barcelona.lecool.com

La settimana dell’8 marzo, a Barcellona, è bella intensa. Proprio perché non è una cosa tipo “Settimana del cinema italiano”. Qui non è certo il Paradiso, ma la mobilitazione è tutto il tempo, anche a livello istituzionale. Per esempio, tempo fa in giro per strada si potevano vedere manifesti del comune come questo:

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“Il futuro non è maschilista – No al controllo”

… e questo:

“Il futuro non è maschilista – Se tu non vuoi, non voglio neanch’io”.

Al che vi devo confessare che, nell’ultimo caso, mi ritrovavo spesso a pensare: “Nooo, ma io voglio, tranquillo!”. Devo ancora decidere quanto mi faccia sessista o pedofila ‘sta cosa.

In ogni caso, sono settimane che si organizzano pranzi popolari a base di paella o calçots (di solito con opzione vegana, però non ditelo in giro perché non è a base di avocado ma di legumi, hai visto mai che minacciamo le certezze altrui…). Scopo: raccogliere fondi per lo sciopero generale convocato in quest’occasione (queste le ragioni in Italia). Perché qui non si usa regalare mimose, né si va a spogliarelli: ci si vede a una manifestazione di dimensioni antologiche, insieme a gente “ambosessi e di tutti i generi”. L’anno scorso, secondo i sindacati, si era in circa sei milioni (per i più pessimisti, in 5,3). Quelle che non possono permettersi di perdere una giornata di lavoro possono fare richiesta a diverse entità del loro quartiere (ne conosco almeno a Gràcia e Poble-Sec) per accedere a un fondo apposito che “risarcisca” lo stipendio di quella giornata: secondo voi tutte ‘ste magnate servivano solo a comprare cartelloni?! Per quelle che rischiano il licenziamento tout court, c’è l’idea di “rendere visibile” questa mancanza di diritti manifestando fuori ai loro posti di lavoro: l’anno scorso il CDB del Poble-Sec l’ha fatto con un supermercato dalle parti di Plaça Espanya. 

Anche se non c’entra strettamente con queste raccolte fondi barcellonesi, vorrei farvi vedere lo stesso la paella che le signore di quest’associazione hanno organizzato il 4 marzo 2018, perché se aspettate che la prepari io, vegana o meno, state freschi:

La manifestazione in sé è spettacolare, vengono i sindacati e quasi tutte le entità politiche, credo manchino giusto i fasci fasci (che comunque sono tanti):

“Ci fermiamo per cambiare tutto” (dalla pagina di regio7.cat)

Il dibattito sull’efficacia di questo tipo di sciopero è sacrosanto e deve restare aperto. Però mi dispiace vedere che, per esempio, la fotografa che ha preferito non aderirvi immortali giusto le due studentesse catalane che, in una pausa dalla manifestazione, si fanno servire un caffè da una cameriera latina. Non credo che sminuire le decisioni altrui con casi isolati sia una gran maniera di rafforzare le proprie idee. Un altro problema sono gli orari della manifestazione, come sempre: cominciare di fatto intorno alle 19.00 attira anche chi ha lavorato, ma esclude ad esempio le madri di bimbi piccoli. Questo problema è ovviato nel Poble-Sec dall’Ateneu Cooperatiu La Base: quest’anno, gli uomini dei collettivi che orbitano intorno all’Ateneu si prendono cura dei bambini mentre le loro madri sono allo sciopero. In generale, l‘equiparazione dei permessi di maternità e paternità ha scatenato un dibattito tra le femministe con figli e quelle senza, con punte di essenzialismo da una parte e riduttivismo dall’altra: non posso che rammaricarmene, da appartenente alla seconda categoria che vorrebbe essere nella prima. Però, quando vedo una tizia chiedere “perché bisogna poi manifestare proprio l’8 marzo”, mi arrendo.

A casa mia, fino all’anno scorso, succedevano cose esilaranti tipo che l’8 marzo non mi era dato di cucinare né di lavare i piatti (e di solito io facevo una cosa e lui l’altra). Allora si potevano creare situazioni tipo: “Ma oggi avevo voglia di un piatto in part…”. Lui: “Lo cucino io!”. Io: ” ‘A pasta e patane azzeccata, con pasta ammescata?”.

Alla fine ha imparato a farla bene.

(Qui un po’ d’immagini del successo dell’anno scorso.)