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Risultati immagini per uscimmo a riveder le stelle“Perché l’Inferno di Dante è così famoso, Maria?”.

Questa domanda è giunta a tradimento mentre gli alunni dell’A1 mi sceglievano un hotel a Firenze “con parcheggio e wifi”, tra tre opzioni possibili (il libro di testo proponeva anche un convento di monache).

Ormai, come vi dicevo, lavoro solo perché l’Italia si compra la Spagna. O meglio, qualche alunno innamorato vuole ancora imparare la lingua della sua dolce metà, e i futuri Erasmus sono consapevoli che a Venezia, col loro inglese, potrebbero avere problemi.

Ma lavoro soprattutto in aziende che sono state comprate da imprese italiane, e visto che noialtri non impariamo le lingue, specie se siamo i padroni, non resta che pagare me (poco, infatti siamo quasi tutte donne a insegnare) per scodellare verbi e pronomi, e simulare riunioni di lavoro in italiano.

“Sono stufa della grammatica” sospirava una collega tempo fa, “se potessi organizzare un seminario sull’arte…”.

Magari! È che l’arte non risponde al telefono, non concorda i progetti del giorno col capo e, soprattutto, non sviluppa software in italiano. Dunque sì che si può parlarne, ma senza mai perdere di vista l’obiettivo principale di questi alunni tra i venti e i cinquant’anni, che vengono a lezione con in mano il rapporto da consegnare nell’ora successiva: lavorare in italiano. Mutatis mutandis, il mio ex di Manchester si vantava di “vendere l’inglese ai cinesi come un prodotto qualsiasi, senza tutta quella fuffa culturale delle università”. Ma era mezzo pakistano e mezzo irlandese, e a lezione aveva cambiato il suo nome musulmano in Ted: insomma, con la sua lingua ha un rapporto complicato.

Immaginerete, dunque, la gioia e insieme l’imbarazzo nel ricevere la domanda su Dante mentre eravamo persi nel cortile di “Villa Carlotta, a pochi passi dal centro, cucina toscana e internazionale”. Va detto che l’alunno curioso conosceva l’Inferno solo per il videogioco, e forse per Dan Brown.

Al che ho guardato l’orologio (mancavano venti minuti) e ho raccontato la vita di questo tizio che ha raccolto tutta la filosofia e la società del suo tempo in tre cantiche: poi ovvio che sia famosa la più splatter. Ho raccontato le guerre folli che si facevano allora (oggi, invece…), e la fuga del Nostro verso nuovi lidi, tipo Ravenna: qui è scattato l’aneddoto del nonno, una risposta esemplare dei ravennati ai fiorentini che reclamavano le spoglie del guelfo bianco, “che non avevano voluto in vita”. Ho citato una Francesca travolta dalla bufera, ma ancora innamorata (anche se l’accento di Rimini non lo so fare), e ho concluso con quell’antica telefonata di mia madre al suo dentista, mentre in TV Benigni recitava la Divina Commedia: oh, avevo pensato allora, è la stessa lingua. Settecento anni e quella è rimasta. Contaminata, imposta con la forza, pure un po’ degradata a dire il vero, ma quella è.

“Tutto chiaro, ragazzi? E ora torniamo a Villa Carlot…”.

“Perché le regioni d’Italia sono così diverse tra loro?”.

Ok. Ho chiuso il libro, l’ho riaperto all’ultima pagina, sulla mappa d’Italia, e ho disegnato con l’unghia dell’indice il viaggio dei Mille da Quarto a Marsala. Ho spiegato che brigante se more, ma non c’è da emozionarsi troppo su epoche passate, e ho concluso spiegando che quando un bimbo di ceto medio butta lì una parola in napoletano, nove su dieci gli verrà ordinato: “Parla bene!”. I catalani hanno sgranato gli occhi e commentato: “Ostres!”.

Quindi solo la cultura non la posso insegnare, non così. Bisognerebbe formulare un progetto e rischiarci tempo e soldi, mentre questo lavoro per alcune di noi è stato un gradevole ripiego quando ci siamo viste sbarrare le porte dell’università, dei musei, delle case editrici.

Però ci sono interstizi. Questa parola a me evocava solo cose schifose (tipo quelli tra le mattonelle della doccia, con la muffetta che togli solo con uno spazzolino vecchio…), e adesso invece si è trasformata nella crepa di Cohen, da cui secondo voci di corridoio passerebbe la luce.

Perché so che un’alunna iscritta a un seminario di cultura italiana verrebbe apposta per Dante: ma voglio che Francesca, benché con accento napoletano, parli anche al programmatore informatico che al massimo ha provato a salvare Beatrice nell’ultimo livello di un videogioco.

Noi prof. invece non salviamo nessuno: siamo un esercito pacifico, ossimoro caro ai nostri tempi, che ogni tanto prova a rovesciare l’invito di Calvino a “riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno”.

Noi invece l’Inferno ce l’andiamo cercando, sulla faccia di alunni curiosi che per soli cinque minuti abbandonino la coniugazione dei verbi irregolari per fare domande.

Allora sì, che cominciamo a raccontare.

 

Risultati immagini per di che colore lo vuoi il drago Condivido in caso vi succeda la stessa cosa.

Poco prima di ripartire per Barcellona, ho confidato al mio migliore amico tuuutte le mie preoccupazioni. Che sono quelle che già conoscete, se vi prendere il disturbo (e la Madonna ve lo rende!) di leggervi il blog:

  • le lezioni d’italiano non proprio richiestissime;
  • la casa “sgarrupata” che non si vende per la questione catalana;
  • l’università che dalla crisi non accetta che manodopera a basso costo, senza possibilità di avanzamento carriera;
  • il rischio costante, dunque, che la mia convivenza con un neo-dottore di ricerca diventi un rapporto a distanza (e credo più agli unicorni e al posto fisso).

Chi conosce il mio migliore amico può immaginare la sua faccia mentre gli raccontavo tutto questo. Non sgranocchiava popcorn solo perché “d’ora in poi vuole mangiare sano” (parlando di propositi d’inizio anno…).

Quando finalmente è riuscito a interrompermi, e sapete che è un’impresa, mi ha chiesto:

“Ti rendi conto che, intanto che facevi l’elenco, mi presentavi anche due-tre soluzioni per ogni problema?”.

Ora, quell’uomo è di poche parole ma ha sempre ragione. Di solito ce ne rendiamo conto con almeno mezz’ora di ritardo, ma ha sempre ragione. Cavolo, sì!

Io mi lamentavo delle trasferte fuori città per insegnare italiano, e intanto gli spiegavo anche che contavo d’investire in un diploma d’inglese. Mentre parlavo della casa che non si vende, pensavo già a riaffittarla, a prezzi non da strozzinaggio, una volta scaduto il risibile contratto dell’inquilino attuale. Avevo poi elencato i possibili trasferimenti miei per riprendere a lavoricchiare nel mondo accademico, e a quel punto si trattava di capire tra me e il mio ragazzo quale progetto sarebbe andato in porto e quale no. Inutile anticiparsi agli eventi, vero?

Come dicevo all’inizio, vi racconto tutto questo perché magari succede anche a voi. Anzi, ci scommetto. Anche voi, ripassando tutti i vostri affari, ve ne uscite con possibili soluzioni per ogni difficoltà, ma forse siete troppo occupati a lamentarvi per accorgervene.

Oppure avete lei. Dai, sapete di chi parlo: di quella vocetta odiosa, così simile alla nostra dopo una doccia a scaldabagno guasto, che ci sussurra che non ce la faremo, che tutte queste soluzioni sono altrettante minchiate, quindi rassegniamoci, abbracciamo la croce e se ne riparla l’anno prossimo.

Ecco, vi lascio qui il mio post perché sappiate cosa fare, la prossima volta, con questa vocetta.

Il mio migliore amico non ve lo posso prestare, ma se lo incontrate provate a offrirgli una tisana detox, e magari vi ascolterà.

Anche se scommetto che alla fine sceglierà i popcorn.

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Da https://www.express.co.uk/news/uk/758128/Beer-price-UK-pubs-goes-up-6p-pint

Attenzione: la seguente riflessione è così “volemose bene” da risultare quasi natalizia.

Sono passati cinque anni da quando una me più giovane, e infinitamente più melodrammatica, scriveva questo post: parlava di un amico che, nel corso di un’innocua uscita pomeridiana, mi annunciava all’improvviso che il giorno dopo sarebbe partito “per sempre”.

Ok, anche se non vi sciroppate il blog da tutto ‘sto tempo avrete capito che l’amico in questione non mi dispiaceva affatto, nonostante la timidezza e le… barriere linguistiche: diciamo che, se avesse voluto la separazione della sua terra per motivi linguistici, io gliel’avrei appoggiata.

Quell’antico addio “a tradimento” era quindi entrato a far parte della struggente narrativa dei miei primi anni a Barcellona, e delle illusioni (diciamo anche delle “pippe mentali”) che mi facevo allora.

Fino a ieri sera.

Perché secondo voi chi c’era al pub quiz domenicale, seduto a un tavolo di amici comuni? Esatto, lui! Io lo dico sempre, che ci ho i lettori intelligenti.

Quasi non lo riconoscevo, col nuovo taglio, così come lui quasi non riconosceva il pezzo di donna che intanto sono diventata (e solo una delle due affermazioni precedenti è falsa!).

Giocavamo in squadre diverse e nessuno di noi due ha vinto il quiz, anche se il mio gruppo si è aggiudicato a pari merito il premio per l’haiku più creativo (una scatola di biscotti non proprio a prova di vegano).

Ma ho rinunciato al mio progetto di rientrare presto per fare due chiacchiere col redivivo, e constatare che, dopo svariate puntate di Outlander, riesco a capire quasi tutto quello che dice. Forse ci vediamo in settimana per una birra con gli altri, o forse no. In ogni caso sono rientrata contenta anche senza aver vinto il jackpot (impresa quasi impossibile, con quel nerd del mio ragazzo in Italia!).

Tutto questo per dire: era molto più “ad effetto” il finale di cinque anni fa. I poeti romantici suoi conterranei avrebbero sorriso da lassù, se quello di allora fosse stato l’ultimo abbraccio, seguito da un mio crollo sulle scale di casa che Eleonora Duse in confronto è la protagonista di The Lady (erano pure cinque piani senza ascensore…).

Ma sapete che vi dico? Che mi è piaciuto molto di più così.

È stato bello non credere ai miei occhi, cacciare un urletto di svariati decibel e fare due chiacchiere da vecchi amici davanti a una birra (lui) e a un… ginger ale, visto che la mia resistenza all’alcool non è cambiata, intanto.

Insomma, mi è venuto da pensare nientepopodimeno che alla differenza tra vita e illusione.

Solo per concludere, insieme a Calvino, che “se la vita è sempre varia e imprevista e cangiante, l’illusione è monotona, batte e ribatte sempre sullo stesso chiodo”.

Nel dubbio, adesso so quale scegliere.

Risultati immagini per pollice verso romano

Tema

L’espressione della tua cultura che ti rimuoveresti chirurgicamente dal cervello

Svolgimento:

“Pare brutto”.

Ah, devo anche “motivare la mia risposta”? E che c’è da spiegare? È la quintessenza dell’ipocrisia: non è che sia brutto, è che pare, brutto. E questo basta a complicarci la vita.

Lo vediamo soprattutto col sopraggiungere del Natale. Pare brutto non mandare gli auguri a chi detestiamo, pare brutto non fingerci entusiasti di un regalo che ci fa schifo… Pare brutto mostrare un’onesta indifferenza verso chi vorremmo spedire su Marte senza l’ausilio del Galaxy Express.

Devo dire che Barcellona è stata una bella scuola di “sana” strafottenza, poiché mi ha insegnato a distinguere l’ipocrisia dalla “bona crianza”, la buona educazione. Così, se mi accompagnate a casa, state certi che vi invito a salire solo se mi fa piacere davvero. E non vi chiederò più “favorite” anche per mettermi una cicca in bocca. Il giorno dopo la discussione della mia tesi di dottorato, che tra una cosa e l’altra mi ha tenuta impegnata fino a mezzanotte, ho evitato di riprendere il treno solo per andare a salutare cinque minuti la mia prof. catalana, che peraltro si recava a Capodichino accompagnata da un collega. “Sei diventata stronza!” ha commentato un’amica del paese. “Finalmente!” le ho risposto.

Eppure qui in terra iberica esiste una cosa del genere: il “qué dirán”. Cosa diranno, gli altri? Come ci giudicheranno? Mi sembra comunque meno ipocrita del pare brutto, perché con questa frase stiamo esplicitamente dichiarando che quello che ci interessa è il giudizio altrui.

Ecco, io vorrei fare un mix tra le due espressioni e portare avanti un progetto molto ambizioso: prescindere da entrambe in maniera duratura. Come?

Propongo di dare una risposta sincera alla domanda retorica: “Ma alla fine, chemmenefooo’?”.

“Che ce ne fotte”, quindi?

Be’, da dove cominciamo.

  • Può piacerci il fatto di sentirci ancora parte di una comunità, e di una che da bambini era tutto il nostro mondo.
  • Se abbiamo la sensazione diffusa di star sbagliando tutto nella vita, non disdegniamo l’approvazione di chi, secondo infondate ma suggestive leggende metropolitane, esisterebbe solo per volerci bene.
  • Infine, non è male sentirci parte di un clan, anche a distanza, se ci troviamo in una condizione che renda particolarmente precaria la nostra identità, come ad esempio: vivere all’estero, essere uomini e non avere un lavoro, essere donne e non avere un figlio, e tutto ciò che la nostra società ci impone come una priorità per il nostro genere e la classe sociale.

Quindi, poche storie. Riconosciamo il fascino dell’approvazione altrui, se vogliamo prescindervi.

O non ce ne libereremo mai.

Anche perché, non so se avete notato, riscuotiamo più approvazione quando abbiamo smesso di preoccuparcene.

O almeno così succede con la gente che non ci “pare brutto” frequentare.

PRIMA

Nella serie The Crown c’è un’immagine della regina Elisabetta, ragazzina, che si arrampica sugli alberi in giardino, mentre in casa suo zio e suo padre decidono che lei un giorno sarà regina.

Io, che al massimo sono stata reginetta di Forcella 2006 per i cappottini hipster, mentre cadeva il muro di Berlino guardavo i cartoni. O così mi accusò la maestra il giorno dopo, visto che non mi ero accorta di niente. Peccato, devo riconoscere a distanza di decenni: quell’evento ha deciso buona parte del mio futuro.

Scrivo queste idee confuse pochi minuti prima che si pubblichi la lettera di Puigdemont che può determinare indirettamente una parte del mio destino. La scelta del coinquilino, per esempio, visto che qualcuno in casa potrebbe mettersi in testa di scendere “a difendere il Parlament” (e scatta subito Stanis travestito da Fini). Per fortuna l’Austin Powers catalano è troppo democristiano per questo, ma ormai non mi sorprendo più di niente.

Riflettevo solo sulla scarsa influenza che hanno gli esseri umani nelle vicende che li riguardano, e come sempre mi chiedevo esattamente a quanto ammontasse il nostro potere decisionale. A nulla, dicono i pessimisti. Fatto sta che il mio migliore amico, che ne sa a pacchi, mi dice che i cuochi americani a Pearl Harbor si risparmiarono qualche anno di terapia lanciando patate agli aerei giapponesi che li bombardavano.

E comunque ho visto gli Indignados diventare la Pah, la Colau diventare sindaca, gli amici del mio ragazzo decidere che io sono di Podemos: anche le entità che detestano questi attori politici, quelle che lasceranno il Parlamento se Puigdemont non dichiara definitivamente l’indipendenza, si autogestiscono con metodi simili a quelli che adottavamo nelle piazze di Barcellona, ormai sei anni fa.

Quindi do per buona l’ipotesi che people have the power (almeno un pochetto) e lancio le mie patate.

Ma per noi, come individui, cosa rimane da fare? Mentre andavo all’università, il fallimento di una specie di Monopoli per soli miliardari ha prodotto una crisi economica che mi ha tolto quasi ogni sbocco accademico, e ha rovinato l’esistenza di quegli amici che credevano di poter guadagnare abbastanza da fare le stesse scelte dei genitori, se avessero voluto.

E invece eccoci qua a chiederci, coi quaranta che si avvicinano, come soddisfare o eludere standard sociali che cambiano molto più lentamente dell’economia che li ha generati.

È qui che scatta la seconda parte. Per dirla con i libri di self-help: come reagire a quello che sta succedendo?

Alcune strategie sono vecchie quanto il mondo: bustarelle, nepotismi, raccomandazioni di ogni genere. Altre, pure antichissime, vengono reinventate: investire nel mattone può diventare ospitare turisti in nero. Va anche detto che gli unici amici miei che sono riusciti a comprare un appartamento a Barcellona senza “l’aiuto da casa” sono un ingegnere, un medico, e una russa che ha fatto un mutuo trentennale per pagarsi un immobile da cinquantamila euro a Badalona.

Insomma, questa seconda parte “strategica” e “individuale” è più creativa dell’altra: cosa facciamo della nostra vita in tempi avversi? Io quando ho visto che all’università non c’era verso, e nel settore turistico licenziavano dipartimenti interi, ho preso il diploma per insegnare italiano. Adesso scopro che col mio certificato IELTS, se pago bene il corso previsto dall’Università di Cambridge, potrei insegnare inglese.

Soprattutto, devo constatare che i miei fallimenti più rovinosi hanno riguardato le “pezze a colori”, cioè le alternative e scorciatoie rispetto a quello che desideravo fare davvero della mia vita. Tanto vale, ho deciso, aspirare proprio a quello che voglio.

Ma sto delirando e ormai è stata pubblicata la lettera. Visto che mi riguarda, la voglio proprio leggere.

DOPO

La lettera non dice un cazzo, cvd.

Io sono fiduciosa da quando ho visto che i carri armati non arrivavano subito. Però è avvilente, sul serio, che la mia esistenza possa essere decisa da funamboli verbali a cui è sfuggito il gioco di mano.

 

 

Risultati immagini per write a letter Sì, l’ho letto, l’articolo in cui si dice che io non sono Millennial, ma un’altra cosa. Per sopraggiunti limiti d’età e per aver conosciuto il mondo prima di Internet.

A dire la verità, io mi sentivo solo fortunata.

Non tanto per le prime rughe e qualche svogliata battaglia persa in partenza con la forza di gravità (che per fortuna con me ha poco da attaccare, le piace vincere facile?).

Ma per aver potuto sperimentare le due cose, i due mondi. Per aver avuto accesso a Internet ai 18 compiuti, e aver imparato in fretta, senza però aver conosciuto solo quello.

Non lo dico per fare “gnegnè”, e de che?

Lo ricordo solo per dire la mia, che è: ragazzi, va bene così.

L’avrò già raccontato, ma a quindici anni aspettavo le lettere di un ragazzetto, un “amico del mare”, che viveva letteralmente dall’altra parte d’Italia. Sì, le lettere.

Per fortuna non mi si filava di striscio, quindi non è che fossi angosciata dalla distanza che separasse chissà che grande amore. Aspettavo placida quelle due-tre settimane che ci metteva la lettera ad arrivare. Quant’era lunga l’Italia prima di Internet. Ma tanto speravo in un felice epilogo al prossimo incontro estivo.

Ovviamente sarebbe andato una chiavica anche quello, ma allora non potevo saperlo.

Tornata dalle interrogazioni di Latino e Greco, controllavo la cassetta della posta. Quando era vuota, non c’era altro da fare che chiedere a nonna, al piano di sopra, già sapendo che probabilmente non aveva controllato (anche perché ormai ci pensavo io!). Quando era piena, avevo imparato a infilare la mano nella cassetta in modo da estrarne il contenuto senza dover usare la chiavetta arrugginita da prelevare in casa, beccandomi una sgridata per il piatto (quasi sempre pasta al sugo) che si freddava.

Spesso erano bollette e corrispondenze varie. Ogni tanto, invece, riconoscevo la grafia panciuta del mio corrispondente e centellinavo il contenuto della busta, che il giorno dopo, in caso di frasi più gentili delle altre, avrei portato in classe per un “parere esperto” delle compagne.

Dopo avervi raccontato tutto questo non mi crederete, forse, se ammetto che questa facilità di comunicazioni di oggi mi piace quanto e più di quell’attesa.

Ma che vi devo dire: sono stata contenta di poter fare gli auguri in tempo reale al mio antico corrispondente, quando gli è nato il primo figlio.

Innanzitutto, senza Facebook non ci saremmo mai ritrovati, e Nuovo cinema Paradiso sarà molto romantico sullo schermo, ma una chiavica da vivere, secondo me. A meno che non abbiamo bisogno di melodramma per ravvivare una vita che troviamo noiosa.

Io per fortuna provo a vivere nella pienezza anche senza quello, e, come già per ricordi più recenti, sono proprio contenta di aver trasformato un’illusione/delusione adolescenziale in un divertente scambio di aneddoti calcistici (tifiamo per squadre rivali e minacciavo di mandare al pupo una tutina con su scritto: “Dopo 9 mesi di silenzio stampa, finalmente pozzo gridare FOZZA NAPOLI!”).

Quindi va bene così. Andava bene l’attesa, va bene sapere.

Non credo di pensarlo solo perché li ho sperimentati entrambi da giovanissima, al contrario dei Buongiornissimo che tuonano contro la tecnologia alienante (di cui però sono utilizzatori compulsivi).

Ma è proprio che sforzarsi di ricavare il meglio da qualsiasi situazione non è mai un esercizio ozioso, per quanto ingenuo possa sembrare.

#Provare #per #credere.

 

Immagine correlata Avete presente quando andiamo noi da loro, e agli Arrivi dell’aeroporto provano a chiamarci sia sulla scheda italiana che su quella spagnola? Poi l’italiana la togliamo di mezzo, ed eccoli a spendere una fortuna in sms, tipo “siamofuoritiaspettiamo”.

Insomma, quando vengono a trovarci i nostri premurosi e pazienti genitori abbiamo il dovere morale di risparmiargli tutta una serie di orrori da vita all’estero a cui noi, magari, siamo abituati. Per cui, ecco le cose da fare preventivamente:

  • scendere a patti con gli scarafaggi perché non si materializzino in 5 proprio mentre si alza papà per una pipì notturna (per certi residenti a Ciutat Vella);
  • scendere a patti col barista perché non sommerga il caffè con otto litri di latte (per chi vive lontano da un bar italiano);
  • scendere a patti con gli occupanti di turno dell’appartamento turistico accanto perché non mettano Despacito all’una di notte;
  • scendere a patti con eventuali coinquilini perché non improvvisino un festino alle due di notte, o almeno non si fidanzino proprio adesso.

Tranquilli, loro non capiranno mai come facciate a preferire una metropoli mediterranea al caro paesello in cui, a fine anno scolastico, tutti venivano a vedere i vostri voti esposti a scuola prima di quelli dei figli.

Magari capiranno Barcellona solo quando avranno modo di dire: “Ah, che bello, è pulita e tranquilla!”. Riuscirete nell’intento?

Vi butto lì una serie d’itinerari da sperimentare, nella speranza che a loro non facciano troppo male i piedi!

  • Le basi. Prima vi cavate il dente e meglio è. Il pellegrinaggio Gaudí (che li trasformerà in esperti di Modernismo), il Museo Picasso, la Fondazione Miró con annessa passeggiatina a Montjuïc , li faranno sentire personcine di una certa cultura. Così potranno andare a cuor leggero a farsi fare il 10% di sconto per gli stranieri al Corte Inglés. Sì, la Rambla è lì vicino. Sì, percorrendola tutta arrivate al Port Vell. Sì, attraversando tutto il Moll de la Fusta (che magari vedrete aprirsi per lasciar passare qualche barca) approdate al Mare Magnum. Che sì, se non ha i saldi ha qualche promozione che non sfuggirà all’occhio dei vostri ospiti. Coraggio, ci siamo passati tutti e siamo ancora qui a raccontarlo! E poi Santa Maria del Mar, se facciamo una puntatina anche al Fossar, è fantastica.
  • L’itinerario “locale”. Una volta mio padre, a passeggio in solitaria, chiese a un ragazzo nei pressi del mercato di Hostafrancs “cosa si mangiasse per spuntino da quelle parti”. Tornò a casa felicissimo col seguente carico: pizza ed empanada gallega. Tipico? Sì, dai. Come può esserlo il flamenco: per niente, se consideriamo che sia nato in Andalusia, oppure un pochino sì, se non dimentichiamo i concertini non turistici e le jam della nutrita comunità andalusa presente in città. Quindi cosa significa fare la “ruta local”? Be’, dipende dal quartiere e dalla zona. Anni fa mia madre, dopo giorni passati a subire la cucina locale del Raval (cioè, araba e pakistana!) si è sentita proprio bene all’Antic Forn, a mangiare canelons e pesce al forno. Da quando vivo nel Poble-Sec, invece, si è innamorata di una trattoria sotto casa frequentata da muratori. Posticini del genere esistono anche nel vostro barrio, ne sono sicura!
  • Mare, profumo di mare. Per me il giusto mezzo tra mangiare paella industriale a Barceloneta (che però ha angolini deliziosi e ristoranti degni) e andarsene in treno a Tossa de Mar o alla catalanissima Caldetes, è portarli al Poblenou. Fategli strabuzzare gli occhi davanti alla spiaggia “con opzione nudista” della Mar Bella. Se v’implorassero in ginocchio di andarsene da lì… Pronti! Avete una pinetina per famiglie alle spalle della spiaggia, e una bella rambla ancora non impossibilmente turistica (ci sta arrivando), per passeggiare e prendersi una rinfrescante orxata. Avventurandovi un po’ nei vicoletti lì intorno trovate ancora ristorantini tipci. Se poi non disdegnano di camminare, li trascinerei a Ca la Nuri Platja, poco dopo le torri di Vila Olimpica.
  • Nostalgia d’Italia. Dopo tre giorni a mangiare insalata di antipasto e riso in bianco di contorno, potrebbe arrivare la fatidica domanda: “Senti, ma una pizza/spaghettata/bistecca ai ferri dove possiamo farcela?”. E voi, pronti, chiedete: “Volete un ristorante-pizzeria, una trattoria o addirittura una pizza a portafoglio?”. Ma le opzioni sono tante, ormai. Magari spenderanno il doppio per mangiare lo stesso che a casa, ma 9 su 10 saranno contenti. Mistero della fede!
  • Come en casa. No, non c’è un errore di battitura, è proprio “mangia in casa” in spagnolo. Ma voi lo sapevate già, vero? Lo sa anche vostra madre, mi sa, che per una volta lascerete seduta sul divano mentre vi dedicherete a preparare un bel pranzetto. Che vogliate dare loro un assaggio semplice di cucina spagnola, anche estiva, o un’esibizione nella vostra cucina nativa, le materie prime ci sono tutte, ormai, trovate le migliori marche di pasta in supermercati notissimi alla comunità italiana. Poi, per una bella pizza, ci sono posti in cui (oltre a prendere da asporto roba da ristorante) potete comprare la pasta da stendere senza mattarello. Sì, dite pure che l’avete fatta voi. Vi crederanno.
  • Fuori porta! Dai, la gitarella ci può scappare! A me senza dover andare troppo lontano piace Sant Pol de Mar, con tanto di passeggiata sul lungomare per chi non vuole mettersi in costume, e paella sulla spiaggia. Sitges, invece, ha il vantaggio di unire il mare al paesello carino e a qualche locale ancora tipico (dai, spero proprio non siano un problema, eventuali addii al celibato di ragazzi gay!). Se volete un posto in cui, a sentire i miei amici, le nonne catalane portano i nipotini a fare il bagno, vedete la già menzionata Caldetes.

Insomma, l’unico rischio è che, con un piede già sull’aerobus, i vostri genitori vi dicano che torneranno prestissimo. Mi raccomando, se vi portano provviste tenetemi presente!

 

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Salsa romesco. Da tierra.it .

No, paiella e sangria a Plaça Reial proprio no!

Ok, all’inizio ci caschiamo proprio tutti (ehm…), ma se i primi tempi non avete una cucina a disposizione e non volete farvi un fegato così di pinchos, elaborate un piano B (tanto più che il più turistico dei menù, ultimamente, sotto i 10 euro non tanto va).

Allora per non ritrovarvi alla fatidica “cita previa” del Nie con l’apparato digerente che grida aiuto in catalano, mi permetto di suggerirvi una serie di proposte low cost per mangiare relativamente sano (ok, per non avvelenarvi) e allo stesso tempo affrontare i km che vi toccheranno per consegnare curriculum.

Cominciamo!

  1. A scrocc’. Ok, questa opzione la scarterei ma in tanti la seguono, quindi riferisco. C’è un tempio sikh in c. Hospital 97. Chi si presenta per pregare viene rifocillato con tè e un dolcetto, e una palla di acqua e farina con tutto un valore simbolico. Sotto il Ramadan, invece, la comunità musulmana di Barcellona organizza spesso degli iftar (cene post-digiuno) collettivi, che potrete rintracciare su Internet. Tutti benvenuti, sono molto ospitali e cucinano, mo’ ci vuole, da Dio. Anche alla Festa della Luna Nuova in Casa del Tibet c’è un piccolo buffet dopo l’oretta abbondante di mantra. Capirete che questi sono più che altro eventi sporadici per conoscere culture e religioni presenti a Barcellona. Vipregovipregoviprego, la mancanza di rispetto e l’umorismo d’accatto lasciateli a questa qui.
  2. Per pochini pochini soldini. Scusate la citazione di Concetta Mobili, ogni tanto le radici chiamano. Di ristoranti “sozzi ma economici” ce ne sono a bizzeffe, Romesco è pure vicino alla Rambla e potete vedere cosa combinano nella cucina “esposta” agli sguardi. Ma come miglior rapporto qualità prezzo raccomando sempre la cucina di Xandri, casereccia e buonissima! Tre portate, con dolce e acqua o vino inclusi (ricordate però che per “postre” si può intendere anche un frutto), consumate nello stesso “vascio” in cui vivono i proprietari. Frequentatissimo dai muratori, che com’è noto sono le migliori guide gastronomiche!
  3. Ma tu vulive ‘a pizza? Prova questa! Mentre scrivo ci trovi marinara a 4,50, margherita e a portafoglio a 5. Ed è ottima! (Per dirlo io, che so’ ‘na cacaca’…)
  4. Esotico a chi? Breve rassegna innamorata dei ristoranti più economici (senza avvelenare) di cucina non europea. a) L’equivalente cinese di Xandri, in c. Nàpols 97, è fantastico: famigliola che vive in un soppalco dello stesso ristorante in cui lavora, marito in cucina e moglie in sala. Perfino vostra madre rischia di gradire le tagliatelle cinesi fatte a mano! Se pagate più di 7 euro un piatto con una bibita, vuol dire che avete scialato. b) A proposito di 7 euro, fino a qualche anno fa era questo il prezzo del menù del Tempio Hare Krishna vicino alle summenzionate paellas surgelate di Plaça Reial. Non so se funzioni tutto come una volta, ma io proverei a bussare, prima di buttarmi su quelle! E sì, colleghi veg, qui potete mangiare quasi tutto anche voi (ma continuate a leggere, ho buone notizie!). c) Cous cous fresco ogni venerdì in c. Hospital all’angolo con Riera Baixa (quello col nome solo in arabo). 7,50 a piatto e mangiate in due! Menzione speciale anche per il maghrebino di fronte alla chiesa di Sant Pau, che pure lo fa “a livello”. Non tornerete mai più al precotto Barilla. Non sono fan della Paloma Blanca, ma durante il Ramadan provate il menù apposito a 7 euro circa. d) Chiudo questa sezione con due pakistani ultraeconomici: Bismillah su c. Joaquin Costa, e il girarrosto/take away su c. Riera Alta, nei pressi di Tecnocasa. In entrambi riso ottimo e abbondante, anche in versione vegana, sui 2 euro! Magari nel secondo, se chiedete “dove potete sedervi un attimo a mangiare”, vi lasciano il retrobottega, ma chi lo sa. Per inciso: di fronte, angolo con Bisbe Laguarda, ci sarebbe il take away del mio ex, con dell’ottimo pane naan anche condito e il miglior palak paneer (spinaci e formaggio fresco) di Barcellona. Ma forse è meglio che non facciate il mio nome.
  5. Alimentatevi di cultura! Ok, le mense universitarie non sono esattamente la prima scelta per mangiare sano, ma in giorni speciali hanno piatti a 2,50 e il menù, se vi attenete a quello, viaggia anche sotto i 7 euro. Inoltre sono spesso rifornite di forni a microonde in cui potreste scaldare dei piatti pronti comprati ai banchi del mercato (Sant Antoni e Santa Caterina sono più economici della Boqueria), in negozi specializzati o al massimo, se di buona marca, al supermercato.
  6. Solo insalata? Ma manco per il ca’: vegetariani e vegani, benvenuti nella prima città dichiaratamente vegan friendly d’Europa! Per festeggiare davvero a prezzi popolari, correte alla mensile Fiera vegana (raccomandata anche agli onnivori, specie lasagne e piatti vari dell’italiano Horno del Silenzio), e tenete presenti i ristoranti che fanno menù vegetariano con opzione vegana anche per 8 euro. C’è perfino un cinese totalmente vegetariano, o vegano su richiesta. Sotto i dieci euro, oltre al tempio di cui sopra, potete anche mangiarvi un buon ramen. E la cucina locale? Tranquilli, ogni giorno c’è una novità, anche fuori Barcellona, ma a portata di metro. E a proposito di novità…
  7. Sapete che c’è di nuovo? A mali estremi, estremi rimedi! a) Andate in uno dei numerosi forni a legna che facciano pane vero, più caro di quelli precotti di catene e minimarket, ma ne vale la pena. b) Comprate qualcosa di facile da maneggiare senza coltello (o, per le forme tonde, ve lo fate tagliare). c) Passate in uno dei mercati di cui sopra, o un negozio di frutta a km 0, o altri negozi “de barrio”. Comprate il vostro companatico preferito. d) Andate in un parco o in spiaggia. e) Godetevi uno spuntino rapido tra l’erba o con vista sul mare… E poi di corsa a distribuire curriculum! Lo farete con un sorriso invitante, qualche avanzo per la cena, e il portafogli felice.

 

https://flic.kr/p/wtjmX9 | Metro Vallcarca, Barcelona - Josep Ramon

Di Josep Ramon

C’è questa fermata di metro a Barcellona, con cui ho avuto per anni un rapporto particolare.

Lontanuccia dal centro, ma vicina ad altre attrazioni turistiche, ha sempre unito lo stile sonnacchioso dei quartieri residenziali catalani al caos delle orde di turisti. Che però qui si disperdono. Sparuti sulle scale mobili che ne facilitano l’arrampicata, si fanno fotografare sorridenti in cima ai muretti con su scritto “Tourist go home“. Detto fra noi, in questo quartiere non sempre mi sono sentita al sicuro, o mi ci sono sentita molto meno che nel Raval. Non per la possibilità di uno scippo, che quello mi è successo sotto casa nel tranquillissimo Montjuïc, ma perché tra tante scritte contro i blanquitos temevo che i miei capelli schiariti dalla camomilla potessero attirarmi sguardi obliqui (per fortuna non pervenuti).

E poi, vabbe’, c’è stato quello che c’è stato.

ll lungo anno di tragitti di metro che mi sembravano sempre molto lunghi, per visitare una casa in particolare, di cui nessuno sapeva o doveva sapere niente. Un anno passato a svegliarmi tanto più presto di chi mi ronfava accanto, al suono di auto che per il mio Raval non passavano, e a chiedermi se lasciare o meno, giacché ritornavo sempre, lo spazzolino, magari mimetizzato tra gli altri in bagno. Alla fine, con un’intuizione insolita per i tempi, lo rimisi in borsa esattamente l’ultima mattina che passai in quella casa.

Dopo fu davvero difficile, per me, tornare a quella fermata, uscire dalla parte giusta e dedicarmi a pubbliche relazioni con gente che non sempre doveva sapermi esperta, nel mio piccolo, della zona. Una ragazza lo notò, la prima volta che ebbi il coraggio di ritornare per una festa primaverile: “Sei a disagio, vero?”.

In quell’occasione scoprii che il bar all’angolo di quella strada piena di auto, la mattina, faceva lo shakerato alla nocciola. Tanti mesi a combattere con l’insonnia e lo spazzolino, e non me n’ero neanche accorta.

Mi sono accorta l’altro giorno, invece, che questa fermata della metro adesso la percorro in fretta, spensierata (o pensando ad altro) e contenta. Perché è molto bello, fuori, mi accorgo finalmente. Ci sono murales, strade vecchie, una sorta di antico magazzino riabilitato che mi piacerebbe vedere aperto, prima o poi.

Ma tanto non mi ci soffermo troppo, perché ho altro da fare: raggiungo i miei nuovi posti, col passo veloce di chi si prepara a una bella scalata. E di chi è già in ritardo. E al ritorno mi perdo in strade che non percorrevo da tempo, col naso in su ad ammirare i balconcini antichi.

Insomma, tutto il melodrammone pucciniano che mi ha tenuta prima sospesa e poi lontana, è sparito, nel nulla. Come se non ci fosse mai stato.

È per questo, che vi scrivo. Perché, in questo presente che fa dell’ansia una medaglia al valore, e dell’amore un’eterna montagna russa (come a distoglierci ad arte dalla sua parte di fatica), so quanto sia facile affezionarsi a certi drammi.

So quanto sia forte la tentazione di non passare mai per un quartiere, una città, a volte perfino uno stato, perché lì ci viveva una persona che una volta ci ha respinti, o che abbiamo adorato il tempo giusto per non stancarcene. So quanto sia facile, per quanto sia facile il dolore, affezionarsi al ricordo orribile di chi si è ormai dileguato, piuttosto che vedersi ogni giorno con qualcuno, accettare la fine del brivido, la possibile noia, la responsabilità di vederci così come siamo.

È come se il melodramma, l’ansia, la friendzone e tutti questi surrogati di una vita sbagliabile, ci facessero propendere per una vita sbagliata. Di bassa manutenzione, piena di monumenti funebri dedicati a quello che avrebbe potuto essere.

Come la mia fermata della metro.

Che da quando ci passo senza neanche accorgermi mi ha regalato molte più cose.

Perché il problema è quello: cosa si fa, una volta che si accetta di vivere sul serio? Di amare qualcuno che ce lo voglia, il nostro spazzolino in bagno? Di mettere da parte la cosiddetta ansia e deciderci a sbagliare per mano nostra?

Si osserva il paesaggio.

E si scopre che era sempre stato lì, per chi avesse avuto il coraggio di alzare la testa.

 

Risultati immagini per ariel brushing her hair with a fork In un post di qualche tempo fa vi spiegavo come distruggervi la casa e la dieta in poche mosse, con la scusa di essere in ritardo.

Adesso vi racconto come rovino il mio aspetto giusto un istante prima di uscire! Quando ho solo cinque secondi per scendere, intendo. Se no il lavoro di distruzione sarebbe più meticoloso.

Siete consapevoli, ovviamente, che sia tutto un gioco? Che andate benissimo così? E allora possiamo cominciare!

  1. Usciamo come stiamo in casa! Senza complessi. Voglio dire: ho incontrato Viggo Mortensen mentre ero in tuta e bustona di uova al seguito… Ok, specifichiamo: in casa preferisco indossare qualcosa che mi piaccia, sempre che sia anche comodo! Mi cambia proprio l’umore, rispetto al mettermi cose spaiate e a brandelli. Che so, pantajazz neri d’inverno e vestitino smesso d’estate: se con questa roba devo uscirci all’improvviso (e lo faccio) non mi trovano meno scippata del solito.
  2. Il trucco c’è? Non so se avete presente il no-makeup makeup: portatelo alle estreme conseguenze e otterrete ME! Ormai uso solo la mia crema al caffè, resa semieterna dal conservante, e poi vado di… ditate: una di correttore ottenuto mescolando vecchie tonalità con aloe vera e ossido di zinco, e due dell’ombretto che uso anche come rossetto ed eventualmente phard (cliccate qui per una ricetta più professionale). Va bene anche un qualsiasi ombretto in crema, eh! Magari preceduto da un velo di cipria lì dove lo volete applicare.
  3. Chi ha detto capelli? Sentite, io per i tagli elaborati vado sempre da una professionista, ma quando la festa è proprio tra un’ora e le mie doppie punte sono diventate i rami della Foresta Incantata, uso il CreaClip. Ah, e fino a cinque minuti prima dello shampoo (ma meglio anticiparsi), faccio una passata di dita imbevute in acqua e olio di cocco. Da aprile a ottobre vietato il phon, lo uso solo per farmi la piega. Se ho almeno un’ora di tempo e li voglio un po’ mossi, li fisso bagnati nella classica “cofana”, con un asciugamani.
  4. Strega chiama colore! La strega sono io, quando coi capelli scippati di cui sopra mi accorgo che non ho roba pulita che sia anche assortita cromaticamente. Come faccio? Una sola parola: sciarpette! Che posso usare in due modi: a) Intorno al collo! (Ma va’). Nel senso che metto su il più noioso dei completi (‘nu jeans e ‘na maglietta, oppure tinta unita) e ci schiaffo sopra un foulard policromo; b) Intorno alla borsa! Le mie sciarpette colorate, anche autoprodotte, annodate ai manici della borsa me la rendono abbinabile pure nelle situazioni disperate. E se siete proprio folli come me…
  5. Fatevi la borsa! I miei sandali estivi sono un caso disperato da abbinare: rosa shocking, puffo transgenico… Ebbene, ho investito 5 euro in fettuccia per farmi una borsa così, facilissima e abbinata alle scarpe estive che uso più spesso. Da afferrare un istante prima di uscire senza pensare ai colori. A farla ci ho messo giusto tre sere davanti a Netflix, e solo perché intanto mangiavo pure! Se poi avete una spilla da balia, ci applicate di volta in volta un fiorellino abbinato agli altri sandali impossibili che avete, e state a posto tutta l’estate.

Ok, ve la dico tutta: io senza vergogna uso, sia sulla borsa che sui capelli, uno dei miei fermagli strategici. Essenzialmente sono policromi, per esempio ho dei fiori di legno con un colore per petalo. Che diamine, almeno un petalo si abbinerà al resto!

Ci vediamo al Red Carpet, allora! E se vi chiedono chi vi ha conciato per le feste, fate pure il mio nome. Sperando che non mi vengano a menare sotto casa.