Sto perdendo la memoria.
Dimentico quello che avevo detto fino a qualche istante prima, e non compio più le prodezze che mi erano valse la diffidenza e i tentativi di corruzione degli amici (che cercavano di comprare il mio silenzio su oscuri episodi di vent’anni prima).
E vabbe’, mi direte, l’età avanza e puoi campare senza.
Sarei anche d’accordo se non fosse per un problema: io “sono” la mia memoria. Sono “quella che ricordava tutto”. O così credevo fino a poco tempo fa.
Spesso, in epoche precoci della nostra vita, di tutte le nostre capacità cogliamo una sola caratteristica (bellezza, intelligenza, generosità) e lasciamo che “diventi” noi.
Se fossi stata una modella, tanto per buttarla sulla fantascienza, mi avrebbe mandato in crisi la prima ruga. Non bisogna essere Naomi Campbell, e nemmeno un’indossatrice, e a ben vedere nemmeno donna, per rimanerci un po’ male quando la sgamiamo guardandoci allo specchio. Però, se un volto giovane e liscio era la cosa che più apprezzavamo di noi, la prendiamo ancora peggio di altri.
Perché finiamo per identificarci con la storia di noi che ci raccontiamo.
Che succede se perdiamo la caratteristica che ci definisce?
Be’, si esce dal copione che ci siamo scritti da soli e “si recita a soggetto”!
Non tutto il male viene per nuocere: quando le condizioni che ci definivano non si verificano più, approfittiamone per confessarci di essere molto di più, di quelle. Di non essere solo un bel volto o una memoria lucida, o un grande lavoratore prossimo alla pensione, o una madre che si ritrova con i figli ormai fuori casa e “non ha più niente da fare”.
Sostituiamo un sistema di pensiero con un altro, ma stavolta ampliamo gli orizzonti: per esempio, cosa sono io, rispetto alla ragazzina che ricordava quale giacca indossasse il suo primo amico quando lo ha conosciuto?
Piuttosto che pensare a cosa NON siamo più, soffermiamoci su cosa siamo ORA.
La cosa più assurda di tutta la vicenda, sapete qual è? Che dobbiamo liberarci di chi crediamo di essere, per scoprire chi siamo.
Fare i conti con la realtà è un vizio sottovalutato.

Conosciamoci al contrario, dico io. Tra innamorati, intendo.
Stamattina mi ha svegliato… No, non il silenzio, come a Marcovaldo, ma il trapano. Alle 8.20. Domani sveglia alle 6.45, che vado a insegnare fuori città. Oggi invece toccava il trapano, per gli eterni lavori nella palazzina dove sto in affitto.
Ciao, sto ancora cercando di salvare capra e cavoli delle
Avete presente quando mammà prendeva la cucchiarella “per il nostro bene”? Ecco che la storia si ripete, come farsa ovviamente, nell’età adulta.

Familiare in due sensi: mi riferisco, infatti, a quelle parole ormai di uso quotidiano nella nostra minifamiglia di due cuori e una caldaia (quella nuovissima guai-a-chi-la-tocca della padrona di casa). Ma ultimamente abbiamo avuto allarmi più urgenti del micidiale código A08: falta de presión.
Ho mandato a monte la riunione di condominio.