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Stamattina la luna non voleva proprio saperne, di levarsi dai piedi.

Stava lì, illuminata dal primo sole, enorme e stupenda come due sere fa, quando mi resi conto che la Festa della luna piena era stata un buco nell’acqua. Che la Casta Diva era enorme e stregata sul mare della Mar Bella, la mia spiaggia preferita a Barcellona, ma che intorno alla collinetta dei nudisti la gente si raccoglieva in gruppetti isolati, autarchici.

– Qui siamo così – spiegava l’amica catalana, sorridendo – magari sfiori quelli del gruppo accanto, ma non vi parlate nemmeno.

E poi non c’era granché spazio per la conversazione. Un gruppetto si bagnava en pelotas, senza costume, un altro suonava incessantemente dei tamburi, e un circolo bello grande di gente sembrava consumare qualche strano rito, alternando momenti di raccoglimento a movimenti lenti, uniformi.

In effetti la luna era proprio stregata.

L’amico di Palermo non era venuto, forse era esausto dopo il lavoro. L’avevo visto la mattina in Plaça Sant Jaume, davanti al Palau de la Generalitat, a protestare coi suoi colleghi per la gran putada.

Il governo catalano ha tagliato i fondi ai centri che non gestisce direttamente. Manco gli stipendi per gli assistenti sociali. Intanto lavori, poi si vede.

L’amico però pensa che a settembre si risolve tutto, magari è una manovra politica pure per far vedere che la colpa è del Govern Central (si pronuncia “Satana”) che di fondi non ne manda abbastanza. Pensa ai suoi assistiti, autistici geniali che magari s’incazzano perché le patate nel piatto toccano la carne, e che ora si ritrovano senza suppellettili, senza niente.

Loro non votano, osservo oziosamente.

Lui si voleva mettere in mutande a cucinare un pentolone di fagioli con chorizo (sempre per il doppio senso: salame-arraffone). Avevo già pensato alla battuta: avrei preferito vederti così in circostanze più amene.
E invece, compunti, ci siamo seduti a terra in Plaça Sant Jaume, gruppo “Acció”. E mentre parlavamo è passata una volante, è sceso un poliziotto, si è messo a leggere i cartelli, una delle ragazze gli è andata incontro decisa e… Si sono abbracciati.

Li ho fotografati che chiacchieravano prima che il poliziotto se ne andasse soddisfatto. A lui hanno tolto la tredicesima e diminuito stipendio e ferie.

Ogni tanto passavano turisti italiani, inconfondibili, e allora l’amico si alzava e cercava di spiegare. Guardavano a terra, imbarazzati dal loro disinteresse, e andavano via.
E lui s’intossicava.
Non serviva a nulla spiegargli che le cose non si chiedono, s’impongono, niente “posso lasciarti questo volantino?”, metterglielo in mano e se non lo vuole leggere lo buttasse.
No. Lui pensava solo che era deluso. Che la gente del suo paese, del nostro, è ormai rassegnata.

Passiva no, pensavo tornando dalla festa della luna piena, a giudicare dal balzo che ho fatto quando un energumeno si era parato dinanzi a noi tre. Mi ero sapientemente scansata con l’andalusa, mentre la catalana si era ritrovata in faccia le grandi mani sozze ed era stata “salvata” dalle due terrone. Era stata l’unica a esitare, perché non capiva che succedesse.
Era rimasta incredula per molto tempo: “perché proprio a lei”, ci chiedeva. Avevo provato a dire che lei non ci era abituata, ormai quasi neanche io, e mi tornava alla mente il vecchio refrain “Sono quattro anni che vivo in un paese civile”.

Mi è tornato anche ieri sera, davanti alla luna solo un po’ più lontana e appannata, mentre mio padre mi suggeriva che le molestie vanno assolutamente condannate, però… “Abbassando i toni, in nome dell’umana fallibilità”.

Ci risiamo coi però. È questo che mi aspetta a casa, i però?

Evadere è reato, però se si può… Le raccomandazioni sono esecrabili, però la vita è dura. E le molestie orribili, però chi le fa è spesso incapace d’intendere e di volere. E poi la classica mano sul culo (quella che ti devi “saper giostrare”, diceva un coetaneo al paese) non lascia tracce.

Suppongo che chi la pensa così è stato toccato da una ragazza, la prima volta, non da un baffuto signore sorridente sull’R2, come me a 14 anni.

Ma questa “è la posizione più scientifica”, e allora se fermano ‘e rilorge perché la scienza ha parlato.

La stessa che 50 anni fa prescriveva scientificamente l’elettroshock agli omosessuali, e che ora improvvisamente “non era vera scienza”. Come quella, immagino, che 120 anni fa affermava che le donne amavano le botte, e che poi non sentivano tutto sto dolore.
Quali delle teorie snocciolate come scientifiche non lo saranno più tra 50 anni?

La scienza è la più ridicola delle religioni, perché non sa di esserlo.

E penso con un brivido al mare di “però” che costella il cielo tra la padella e la brace.
Tra Barcellona e Napoli.

Ma è cosa ‘e niente.

(canta che ti passa)

da homeaway.es

Il giorno che lui è partito mi ha chiamato il manager per dirmi che non mi assumeva.

La prima cosa che ho pensato è stata: meno male.

Brutto segno. La crisi ti fa accettare lavori che quando li perdi ti senti meglio.

Non lavorerò perché sono laureata da più di 5 anni, e per spacciarmi per stagista dovrei avere un titolo più fresco.

I manager hanno la stessa voce, quando te ne mandano, contrita quanto basta, solidale quanto basta, sempre un po’ impersonale.

Mi hanno segnalato un altro annuncio, più o meno la stessa storia, ma contratto di 6 mesi invece che 3. 6 mesi a guadagnare 10 euro in meno dell’affitto. Lo sapete meglio di me, questi ormai vanno a scatafascio, sono indebitati fino al collo e la gente è esasperata.

Adesso, quindi, mi tocca pensare a cosa fare.

Ed è difficile perché qui è veranito, piena estate. L’estate non si dimentica mai di cominciare. Concerti e cinema all’aperto ogni sera, spesso gratis. I vicini hanno cominciato il Ramadan. I marocchini hanno chiuso i ristoranti giusto venerdì scorso, che con Petra finalmente si andava a mangiare il cous cous.

E i poliziotti che li fermano sono scuri quanto loro. A volte vedo le volanti da lontano, magari a Plaça Universitat, e so che fa un po’ figo, alzare la testa preoccupata come se fossi Lupin, ma dallo sciopero generale tante volanti insieme mi fanno un po’ paura. Adesso, poi, dopo i minatori a Madrid…

Chissà dove vanno al mare, i poliziotti. In quei posti in culo al mondo in cui vanno quelli di qua, snobbando i guiri, come ci chiamano.

Pure io ho inaugurato la stagione delle ustioni. Sabato a Sitges, tra addii al celibato per matrimoni gay (c’era un clone di Borat) e venditori statuari ma quasi più ‘nzisti dei pakibeer della Barceloneta. Volevo pure fare la battuta “è succieso ca m’aggio appicciato”, ma coinciderebbe col più devastante incendio della storia recente di Catalogna, che ci arriva fino alle narici e avvolge Barcellona in una nebbiolina irreale.

Sabato invece minacciava pioggia, il sole sembrava non voler proprio uscire, e poi…

Prima o poi Barcellona lo fa sempre uscire, il sole, e le sono grata per questo.

Ma non mi basta più. Quattro anni a settembre e quasi non ho amici fissi, che non se ne vadano o pensino di farlo, che non si sentano in vacanza tutto l’anno per poi fuggire appena decidono di metter su famiglia, perché di Barcellona conoscono solo i bar e le agenzie interinali.

E allora ho pensato perfino a…

Sì. Perfino a tornare.

Come soluzione estrema. Fare quelle cose che ho rifiutato a 20 anni, il master chiattillo per comprarmi il tesserino, o il lavoro aggratis per fare curriculum. No, fin lì non ci arrivo.

Gli italiani quanti sono? 60 milioni. Non è detto che perché non mi sono trovata bene con quei 3 o 4 debba essere sempre così.

Sarebbe una specie di tregua. Tornerei a casa serena e “riconciliata” come se fossi appena uscita a giocare, a saltare sulla pietra enorme spuntata un giorno in mezzo al marciapiede. Chissà da dov’era uscita. Magari era un avanzo di costruzione.

“La pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo”, diceva il protagonista di un best-seller che leggevo allora.

Io è già tanto che non prendo a testate gli angoli di casa!

Ma vi dico cosa faccio. Faccio passare un altro po’ d’estate, che Barcellona non la lascio facile, e decido finalmente che sarà di me.

Parola di scout.

Non l’ho mai fatta, la scout.

E così se ne vanno tutti.

Pure da qua. Barcellona non è più la Terra Promessa di Zapatero, quella che un lavoro lo trovi sempre, che sole mare e fiesta.

Adesso è anche crisi, gente che rovista nella spazzatura, licenziamenti improvvisi e collettivi e riassunzioni per due soldi, che per qualcuno è meglio prendere il sussidio di disoccupazione e non fare niente. Anche se è una miseria, anche se la coinquilina olandese ti guarda e si chiede “come fai a vivere da parassita”.

Altrimenti te ne vai.

E la cosa strana degli addii di qua è che veramente è l’ultima volta che vi vedete. Oddio, non si sa mai, vi potete sempre incontrare nello stesso angolo di mondo. Questa è gente che viaggia, che cambia spesso paese. Magari approfitti per un viaggio con alloggio assicurato.

Ma se dici addio al tuo ex o litighi con un’amica al paese, 9 su 10 dovrai incontrarli per strada, e sarà perfino una scocciatura.

Qui ti abbracci, dici “suerte”, “good luck” in qualsiasi lingua vi parlaste quando lavoravate o bevevate insieme, e buonanotte.

Lui che se ne va perché sì, perché non sa cos’è meglio ma intanto qualcosa vuole fare. Tu che resti per gli stessi motivi.

E a volte l’addio può essere improvviso e scioccante, come oggi.

Che se ne andasse a breve me l’avevano detto, e ci sono rimasta male ma ho detto vabbe’. Meglio ora che sto bene, che so che al massimo ci si sarebbe visti ogni tanto per una birra e due risate.

Ma oggi aspettando la birra dico “te ne vai”, e risponde “sì, dopodomani”, “pensavo tra un mese”, “no, ho anticipato”. E capisci che è l’ultima volta, e non puoi fare niente di quello che ti chiede lo stomaco in panne.

Solo sorridere e mettere insieme due chiacchiere mentre ti riaccompagna a casa per scherzare un altro po’. Che diamine, dopo tanti mesi un’amica non si saluta in tre secondi davanti alla metro.

E poi abbracciarsi e dire in bocca al lupo, addio adiós adéu.

Fine delle trasmissioni.

(quando ancora si aspettava)

Tutto è cominciato con tre giganti sotto casa.

Appena usciti dall’Almazen, trasformato per l’occasione in un vero almacén (magazzino) di festoni e co. : il mio vicolo è letteralmente il cuore della Festa major del Raval 2012.

Ogni barrio ha la sua festa e stavolta tocca al mio.

E i gegants sono d’obbligo, come i castellers, e tutto l’ambaradan delle feste catalane.

Io li adoro, è come se al mio paese ci ritrovassimo improvvisamente tutto il mondo a passeggiare per il Corso e la festa del patrono continuasse invariata.
Ah, siete abituati a Capodanno a Times Square? Che ce frega, noi andiamo avanti con le nostre tradizioni.
Che di solito, non rievocandomi i ricordi d’infanzia delle mie amiche, mi annoiano anzichenó.

Ma il Raval non annoia mai. Siamo appena al secondo giorno e sulla Rambla Raval è già comparsa la denuncia degli indignados: il cineforum all’aperto non è stato autorizzato, perché “troppo rivoluzionario”. Un poliziotto di passaggio non avrebbe gradito le cariche della polizia rappresentate nell’ultimo film. Fonte non specificata e immancabile frecciatina alla Filmoteca de Catalunya, che semplificando “non dà niente al quartiere e fa aumentare gli affitti”.

Certo. Non vedo l’ora di rinunciare alla visita di Costa Gavras e alle rassegne su Berlanga per sedermi a terra a rivedere V for Vendetta. E il ragionamento “niente musei e filmoteche perché ci aumentano l’affitto” mi fa indignare con gli indignados.

Balliamoci su, va’, che alla cena catalana ho provato ad andare, ma mentre pregavo perché non fosse troppo nazional-popolare mi ritrovo Plaça dels Angels apparecchiata col servizio buono e tanti anziani in ghingheri (più 5 ragazzi di un coro) che aspettano di essere serviti da camerieri in nero.

È questa la Catalogna del Raval?, mi chiedo piazzandomi sotto al palco della rambla a ritmo di samba. Sembrerebbe di sì, se uno scherzoso “sisplau” del cantante brasiliano riesce a suscitare l’ilarità generale. Sono poche le mani che si alzano quando chiede se ci sono catalani e canta la storia della Montserrat, trasferitasi a Rio col fidanzato Jorginho Pandeiro. Poi però un rastone alle mie spalle lo chiama scherzosamente fill de puta e ricordo che la rappresentanza catalana tra i fricchettoni è decisamente alta.

Invece i pakibeer, stasera, fanno proprio casa e puteca, e mi urtano con l’Estrella fredda a un euro mentre uno strepitoso rapper brasiliano scende tra il pubblico a ballare anche lui.

Pure un pako verso l’ultima canzone, accompagnata un gruppetto di batucadores, fa roteare la cervesabeer in un rock acrobatico con un biondissimo spettatore.

Mentre gridiamo “bis” mi sento prendere per la spalla e baciare sulle guance.

– Hola, qué tal?

È lui, la cosa più vicina alla pedofilia capitatami (nel mio vecchio gruppo italiano, dai 5 anni di differenza in su si era tacciati scherzosamente di pedofilia). Cerco di calcolare se almeno ha raggiunto i 22 anni e di allontanarmi il più possibile, che gli amigos con derecho sarebbero una grande invenzione se non scordassero spesso di essere, appunto, amigos. E sparire nel nulla per più di un anno non lo chiamo amicizia.

– I musicisti sono amici miei – riesce a dirmi prima che riprendano le percussioni.

Già. Questo ragazzo che è un romanzo vivente solo per la sua storia (nonno architetto amico di Dalì, padre scampato a un attentato franchista a Parigi), vive più o meno a scrocco tra gli artisti a cui fa da manager.

E adesso col suo entusiasmo infantile abbraccia il rapper, che si è appena presentato a un gruppo di conterranee. Thiago.

Ma a me dice Tiago, quando gli faccio i complimenti. Perché io sono spagnola. Anzi, catalana.

Infatti domani parteciperò al Sopar Sabors del Món con un risotto a… Un risotto a…

… allo zafferano, suggerisce Andrea, incrociato sulla strada di casa.

Perfetto! Una napoletana che scambiano per spagnola e fa il risotto alla milanese.

– Se non lo mangia nessuno un piatto lo prendo io – promette Andrea prima di andare al concerto punk.

Rincuorata torno a casa, e scopro che sul palco montato sotto al cuore illuminato dell’Almazen raccontano fiabe ai bambini, ai Kalima, Ahmed e… Jordi che nominavano al microfono nel pomeriggio.

E c’è uno striscione rosso aranciato con caratteri in corsivo:

En aquest carrer tenim un cor gegant.

In questa strada abbiamo un cuore gigante.

Lo misuro col mio che in confronto mi sembra piccolo piccolo.

Non posso fare a meno di chiedermi se sarà all’altezza.

E siamo appena a metà festa.

(l’ultima festa maggiore, #beimomentipuntocom)

(chi me piglia pe’ francese, chi me piglia pe’ spagnola… e se fossi giapponese?)

Tra i personaggi che infestano la mia vita barcellonese c’è il ragazzo del Lindy Hop.

Scrivo “infestano” perché appare e scompare come un fantasma.

Per farvi capire perché mi rimase tanto impresso, il giorno che lo vidi, devo raccontarvi un po’ la notte prima.

Era una notte speciale, per due motivi. Il primo era che mi avevano regalato uno spray antistupro al peperoncino. Un ragazzo dello scambio linguistico che non rividi mai più.

Il secondo fu il messaggio del coinquilino olandese. Mi ero presa una cotta spaventosa per lui, e mi ero un po’, come dire, lost in translation: “Maria, quando l’altra notte ti ho chiesto se ‘ti aspettavi’ qualcosa, da me, intendevo questo”, “Ma expectation in inglese non ha questo significato!”, “Vuoi che prendiamo il vocabolario?”, “Ok, mi fido”. Che gli vuoi insegnare l’inglese a un olandese? Per un po’ avevo cercato un’altra casa, poi mi ero detta vabbuo’, le cose vanno affrontate.

E nel Michael Collins, alle 2 di notte, mentre scherzavo beata con due amici sul mio nuovo regalo, “affrontai” il seguente messaggio: “Maria, non so che stai nell’appartamento [pure sgrammaticato] ma vorrei dirti che non sono solo nell’appartamento”. Brillante eufemismo. Uno dei due amici si offrì di spalancare la porta di camera sua, gridare “Perché mi tradisci con una donna???” e spruzzargli in faccia il famoso spray al peperoncino. Alla fine mi schiaffai io una doppia bustina di tiglio (la camomilla di qua) e mi preparai a una nottatella niente male.

Il giorno dopo ero seduta su una panchina del Parc de la Ciutadella, con due voragini sotto gli occhi e lo zaino: avevo deciso di tornare a dormire nell’hotel in cui avevo passato i miei primi giorni qua, per la serie “ricominciamo daccapo che è meglio”.

Quando improvvisamente lo vidi.

Era nel gazebo vicino alla fontana.

C’era un raduno di appassionati di Lindy Hop, una danza molto diffusa tra i fricchettoni, come dimostra questa canzone.

E lui aveva avuto un’idea geniale: abbinare i boxer con la maglia. Bordeaux, tono su tono. Per un uomo etero, non italiano, non fighetto, ero commossa. I pantaloni a metà fianco risaltavano tutto il movimento d’anca con cui passava da una ballerina a un’altra, premuroso, discreto, ma asciutto, potente.

Era uscito un po’ di sole, e anche se il gazebo, ovviamente, era in penombra, la sua barbetta di qualche giorno per contrasto sembrava ancora più nera. E sorrideva.

E quel movimento di fianchi mi fece decidere. La vita era bella e continuava. E 30 euro per dormire in un vecchio hotel fuori alla stazione erano pure troppi. Tornai a casa, e una volta lì ricordai che non sapevo manco come si chiamasse.

Nonostante il mio stalking (tra ricerche su facebook, lezioni di ballo da un coinquilino riluttante e una visitina al circolo Lindy) non lo seppi mai. Tornai altre volte, ma non c’era, lo vidi solo un giorno che attraversavo il parco di fretta.

Lo rividi nel maggio dell’anno scorso. Nella piazzetta vicino casa mia. Altri tempi, altro quartiere, capelli più corti. Lo riconobbi solo quando ormai era passato. Che gli dicevo? Ciao, scusa, ti ho visto due anni fa, vuoi un caffè?

E poi stavo in fase ottimismo assoluto (vedi questo articolo). L’avrei rivisto ancora.

Infatti.

Giorni dopo, nella stessa piazza, in un’ora diversa.
E poi ore dopo, mentre correvo a lezione di canto e quasi ci andavo a sbattere contro, mentre usciva da un supermercato con due baguettes.
E dopo il corso, sul binario della metro di Gràcia, mentre cercavo la linea 4 e lui andava in tutt’altra direzione.

Coincidenze. Come l’amico che si è scoperto nella stessa foto di un concerto oceanico con un coinquilino che avrebbe conosciuto anni dopo. Come la ragazza incontrata su un treno a Catania e rivista anni dopo a Madrid.

Ma in quel momento sapevo che non c’era due senza tre.

Oggi, meno magicamente, l’ho visto a un raduno Lindy Hop a Barceloneta. Sudatissimo e felice. Il movimento di fianchi era diventato una danza indiavolata, e ormai era troppo fricchettone per i miei gusti neochiatt (neochiattilli, sono una snob dell’ultim’ora).

Ma era lui.

E in quel momento penso: quasi quasi, se mi invitasse…

– Ciao, bella! – mi saluta il vecchio alto che balla al suo fianco. Mi guardo. La tartarughina argentata sulla borsa Carpisa? Il fatto che sia praticamente l’unica truccata? Da cosa l’ha capito, che sono italiana?

La canzone finisce, il mio eroe si congeda dalla ballerina, poi si gira e…

E il vecchio m’invita a ballare.

Manco il tempo di sfuggire alla sua presa, che il ragazzo del Lindy Hop ha già invitato un’altra.

Ma al prossimo raduno vado, voglio vedere se prima della fine del mondo (che come saprete è imminente) riusciamo a dirci almeno hola.

(Lindy nel Parc de la Ciutadella. Odio i pantaloni sotto i vestiti, ma a Barcellona siamo in poche)

(un’altra che cercava di rimorchiare durante il Lindy)

Questa canzone non c’entra niente né con la Catalogna né con l’Italia. Diciamo che è un tormentone che mi accompagna ogni tanto nelle mie simpatiche avventure quotidiane, o mentre m’invento qualsiasi cosa pur di non mettermi a lavorare alle mie traduzioni. O quando decido di essere ottimista mentre una voce bastarda, imbevuta del pessimismo che dalle mie parti s’ingerisce insieme al latte alla diossina, mi sussurra: “you aaalreeeaaaady knooowww… how this will eeenddd”.
Anche il film è molto bello.

Quest’anno le ciliegie sono spuntate troppo presto, o troppo tardi. Almeno per me.

Il tempo delle ciliegie può essere tante cose. È una poesia del 1866, Le temps des cerises, di J. B. Clément, una chançon française amata dalla contestazione giovanile, e un libro catalano del 1977, El temps de les cireres, di Montserrat Roig.

Io l’ho scoperto così, grazie a “Montse” Roig. Il libro è ben scritto, ma dopo un po’ stanca. La canzone no. Oddio, le versioni alla Yves Montand pure mi scocciano un po’, così mi sono innamorata di quella oscena dei Noir Désir, che la sporcano e profanano finché non ne rimane solo l’idea.

Perché il tempo delle ciliegie è soprattutto un’idea. Quella della stagione che con le ciliegie porta con sé le pene d’amore, ma tu l’aspetti lo stesso.

Ai tempi di J. B. Clément era la stagione della Comune, che seguì di poco la poesia e si portò dietro una repressione grande quanto la mole del Sacré Coeur, a Parigi.

Ai tempi della Roig e di Natàlia, la protagonista del suo libro, le ciliegie le sognavano gli studenti che nei primi anni ’70 avevano il coraggio di manifestare sulla Rambla prima di finire nelle mani della polizia, che li torturava fin dal cognome catalano storpiato ad arte. Erano anche gli occhi indimenticabili di Emilio, padre di un bambino mai nato, salvato dalla galera e dalla felicità dai soldi di famiglia.

E poi ci sono io, lettrice e ascoltatrice che le ciliegie le ha viste sull’albero senza assaggiarle. Che gli occhi indimenticabili li ha ammirati troppo da lontano per accorgersi che guardavano un’altra. E che quando si è ritrovata tra cassonetti bruciati e spari assordanti non faceva né la comunarda né l’antifranchista, tornava solo a casa dallo sciopero generale.

Il mio sacrificio all’altare dell’idea è stato un istante di paura, a un metro da un proiettile ad aria compressa, e un giorno di stipendio, un giorno prima che mi venisse tolto lo stipendio intero.

La mia generazione ha l’imbarazzante compito di trovare qualcosa da sacrificare, perché ne abbiamo poche, senza il diritto di lamentarci, che “abbiamo sempre troppo”.

Io non mi lamento. Le ciliegie là stanno. L’amore ritorna. Il lavoro pure.

Non mi resta che lasciarvi alle parole, indegnamente tradotte, di Montse Roig, che a 20 anni dalla sua morte arrivano ancora forti e chiare:

Sai, continuò Natàlia, quando mi spieghi la storia del nostro passato recente, di tutto ciò che è successo per colpa di quelli che hanno vinto la guerra, faccio fatica a seguirti.
Però capisco che vuoi dire quando vedo tutto questo, e Natàlia si guardava intorno, quando vedo che la gente è disgraziata. Credi che tutto questo finirà un giorno?, ripeté. Emilio non rispose. Le fischiettò una canzone all’orecchio. Che fischi?, chiese lei. Una canzone. È di un poeta della Comune francese. J. B. Clément, così si chiamava.
Questo poeta voleva che arrivasse il tempo delle ciliegie:

Quando sarete al tempo delle ciliegie
Se non amate le pene d’amore
Evitate le belle
Io che non ho paura delle pene crudeli
Non vivrò neanche un giorno senza soffrire
Quando sarete nel tempo delle ciliegie
Avrete anche delle pene d’amore.

Il poeta scrisse la canzone ai tempi della Comune, quando il popolo lottava contro un regime feroce, oppressivo. Sapeva che dopo il combattimento ci sarebbe stata una terribile repressione – uccisero settantamila operai e quelli che rimasero in vita furono costretti a costruire il Sacré Coeur di Parigi – e cantava il tempo delle ciliegie, la primavera della felicità.
Il poeta non ignorava, continuò Emilio, che al tempo delle ciliegie ci sarebbero state anche pene d’amore, ma lo desiderava. Anch’io voglio che arrivi, il nostro tempo delle ciliegie. Ed Emilio guardò Natàlia in un modo che lei non avrebbe mai dimenticato.

Noir Désir – Le temps des cerises

Provaci ancora Pep.

19.

L’amore ai tempi del collocamento.