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eduardopresepeMa come, “dove stanno i pastori?”.

Nella scatola grande, quella con le pipe stampate sopra!

Mia madre mi guarda sconsolata, sono ignara delle ultime tragedie occorse ai pastori di famiglia. Allora chiede a mio fratello.

– Stanno nella scatola con le pipe, no?

– No, ragazzi, tempo fa si allagò la mansarda e si bagnò anche la scatola. Ora non ricordo dove li ho messi.

Ecco, i miei pastori persi tra i cesti natalizi dei pazienti di di papà (e per fortuna quest’anno non mi sono toccate da leggere le commoventi lettere che li accompagnavano, di criature guarite da brutte cose). Meno male che almeno ho fatto l’albero. In tutta la mia cocciuta adolescenza, dal 23 in poi sparavo a palla nello stereo O è Natale tutti i giorni, e di roccocò e capitoni (porelli, sacrificati a migliaia e sono pure disgustosi) non ne volevo sapere.

Ora ho visto mamma particolarmente provata da un anno faticoso, e allora chi si è offerta di montare l’albero nuovo, appena comprato al supermercato? Anche perché quello di prima aveva visto i miei cicciobelli ai suoi piedi…

Ora, sorvolando sulla cazzimma cinese in quanto a istruzioni per montare gli alberi, ieri sistemavo le palline di cartone comprate per beneficienza il giorno della mia graduation a Manchester, mentre la tv trasmetteva video di cantanti che mi sembravano tutte uguali (Emma Marrone, e poi un’altra bionda col caschetto). Poi è passata a Eros Ramazzotti, e allora ho avuto la sensazione che molti italiani che conosco a Barcellona non temono tanto la disoccupazione, o il fallimento, o le delusioni amorose. Quello che temono di più è ritrovarsi a decorare un albero di Natale canticchiando Eros.

E ho pensato che il pericolo è il mio mestiere.

E poi sono spuntati pure loro, esibiti come trofeo da mamma in una scatola inedita. Erano meno di quanti ricordassi, ma le coppie c’erano tutte. Angela, quella col vestito azzurro, e il fidanzato di cui ho scordato il nome, con una pecorella sulle spalle. Poi l’acquaiola e il cacciatore, messi insieme perché bruttini entrambi. Com’ero “simmetrica”, da piccola, credevo che il mondo fosse semplice e che sarei rimasta sempre una bella bambina. Infatti mi faceva pure strano che la Madonna fosse già impegnata con quel signore barbuto. E non so a quale pastorella sfigata fosse toccato l’angelo, che per me ai tempi non aveva niente di diverso dagli altri signori lì presenti.

Il centurione ha la spada mozzata, scopro adesso. E posso ammirare dettagli che un tempo davo per scontati: il gattino che gioca col filo tesogli dalla tessitrice, e i volti ispirati a chissà chi, se devo credere, come voglio fare, a Lo scurnuso.
E ci sono pure i tre pastori enormi portati un giorno da mio nonno da San Gregorio Armeno. Ora lì espongono Balotelli e la Fico con un criaturo che è nato niro, e il governo Berlusconi al 50% di sconto. Caro nonno, che comprava i pastori enormi o minuscoli, pur sapendo che il nostro era un presepe di taglia media.

So che il Presepe napoletano è di terracotta, ma il mio era di plastica e contento di esserlo, così giocavo tranquilla. Ci ho giocato pure ora, appezzottando i fiumi con la stagnola e maltrattando le luci nonostante le proteste di papà:

– Se tratti male le cose, poi quelle trattano male te.

– Scusi, parlo col Presidente del Darwin Fan Club? Quello che il resto dell’anno m’accide ‘a salute con evoluzionismo e selezione naturale?

Ma davanti al presepe ci rincretiniamo tutti.

Certo, la Catalogna ci supera almeno per un pastore molto particolare, come ci insegna Matteo Manfredi:

Io mi limito a confermare che in questo strano dicembre 2012 pure a me me piace ‘o presepio.

– Allora la protagonista del libro, la zia Tula, fa sposare il tizio che le va appresso con sua sorella. Perché a lei fanno schifo gli uomini, ma i figli li vuole. In una lettera Unamuno raccontava la storia a un amico e gli diceva in pratica che le donne cercano il sesso solo per fare figli. Se una in qualche modo già li tiene, chi glielo fa fare?
– E Unamuno credeva sta cosa?!
– A quanto pare sì.
– Veramente?

L’amica ascolta senza mangiare. Come sempre ha lasciato metà piatto, e come sempre io ho spazzolato tutto. Siamo andate da Bismillah, sotto casa mia, perché questo curry a 4,50 è più buono che in un “vero” ristorante, e perché lei vuole parlare un po’. Non le hanno rinnovato il contratto e, nonostante la gioventù e la famiglia in loco, ha provato anche lei il brivido dell’abisso. Cosa faccio dopo? E allora ci siamo prese questo pomeriggio per noi, senza PC, dizionario e curriculum da inviare.

– Io conosco un ebreo ortodosso – m’informa ora – che sostiene che dai 30 in poi le donne perdono interesse nel sesso perché le loro capacità di procreazione diminuiscono.
– Dovresti leggerti la discussione in un forum di cristiani americani – le dico. – Direttamente dalla Bible Belt. In una discussione sono quasi tutti uomini e sostengono che l’orgasmo femminile non esiste.
– No, vabbe’.
– Ti giuro. E a una tizia che provava a riportarli sulla Terra uno spiegava “senti, zoccola, mia moglie non ha mai sperimentato niente del genere, nonostante una volta abbia dovuto penetrarla per ben 3 minuti, prima di riuscire a inseminarla”.
– Porelli. Loro e Unamuno. Passeggiata? C’è un tempo bellissimo, oggi.

Infatti. Che giornata incredibile. Ero stanca di stare in casa tutto il tempo, ora che ho finito la prima infornata di traduzioni e mi dedico soprattutto al libro.

A Bismillah ci sono affezionata, spiego all’amica uscendo, perché il mio ex smise proprio qui fuori il patetico tentativo di vedermi di nascosto, per evitare chiacchiere tra i suoi connazionali. Attraversava con un cartoccio di samosas calde, da dividere col suo padrone di casa, quando mi vide chiacchierare con un suo amico. Allora davanti a tutti, pure al padrone di casa che non voleva mi parlasse, tornò indietro e me ne offrì una.

– Abbiamo fatto bene a venire qua – conviene l’amica.

Anche se parlare di tía Tula, ovviamente, non aiuta la mia autostima di aspirante scrittrice. Il climax del romanzo è lei che muore lasciando i nipoti liberi di chiamarla di nuovo zia. Quello del mio è un’escalation di sfiga autobiografica che a inventarla non ci sarei riuscita.
Mi ci vuole qualcosa di bello.

– Senti, c’è un pakistano che è diventato il mito della comunità italiana, perché ha prodotti italiani a prezzi buoni. Andiamo a cercarlo? Dice che è al c. del Parlament.

Trovarlo è una mezza Odissea. Lato mare, mi aveva spiegato l’ultimo a parlarmene, che ha una compagna di Barcellona e ormai divide tutta la città tra “lato mare” e “lato montagna”.

– Perché, tu non ci riesci? – mi chiede l’amica, curiosa.

Ebbene… no. Non ci riesco. Toponomastica e indicazioni mi sono ostili in italiano, figurarsi in catalano: qui non dicono è una traversa, ma fa angolo con. Ma, lasciando perdere il concetto creativo che questi hanno di angolo, metti che ti perdi nei meandri di questi labirintici barrios (pardon, barris) del centro… Che ne sai più di dove sia il mare e dove la montagna?
Ok, sono impedita.
Ma per fortuna, quando finalmente ingarriamo la traversa, azzecco pure il negozio.

Sembra il solito minimarket pakistano con le cassette di frutta fuori, poi…

Visione mistica.

Di quelle che devono divertire gli autoctoni quando escono con un italiano.

– Respira, che ti viene un infarto! – scherza l’amica.
– Non puoi capire. Pure la Faella!
È come l’angolo di un supermercato italiano. Solo che c’è perfino la pasta artigianale. E vedere questo a Barcellona, tutto insieme e su un’intera parete, è come James Senese la prima volta che lo vedi sul palco e poi lo senti parlare . Come il tuo ex che si mette con la tua amica che schifava. È impossibile, eppure succede.

– Ok, Maria, ora sei tu a dover tornare sulla Terra. Allora è questo, il formaggio ricotta?
– Sì. E questa è la mozzarella non disidratata, come si vende da noi. Non è artigianale ma già è qualcosa.
– E questo cos’è? “Kinder… Brioss”?
– È la mia infanzia. E tu è la prima volta che lo vedi. Il mondo è strano.

Chiedo al ragazzo alto, con la faccia da bambino, come abbia tutto questo.
– Mi piaceva cercare le cose che mi dicevano. Ho cominciato con la De Cecco. Poi mi hanno detto prendi la Voiello, e ho preso la Voiello. Poi Faella, Mulino Bianco…
– Te ne dico una anch’io. I paccheri, di Gragnano.
– Eh, mi devi dire la marca.
– Una qualsiasi. Ma che siano paccheri.

Intanto compro un pacco di Pan di Stelle, che offrirò alle altre due che ci aspettano per la prima cioccolata di stagione, da Mistral. Anche loro baciate dalla crisi: una ha appena finito il sussidio di disoccupazione, un’altra ha studiato comunicazioni audiovisive e vende macchine fotografiche al Corte Inglés. Per la serie, restiamo nel settore.

Prima però passiamo per il cortile del CCCB. È l’ultimo omaggio a questo sole di novembre che mi permette ancora le parigine. Anche se la catalana mi guarda perplessa, non ci crede che dopo Manchester non senta più freddo alle gambe.

E passando vediamo l’albero. Piccolo, rami corti, tanti messaggi di carta che pendono tipo l’albero di Natale alla stazione e al corso Umberto a Napoli. C’è scritto Albero dei desideri.

Allora stacco un pezzettino di carta da un foglietto appena preso al cinema, di quelli con la sinossi dei film. L’amica mi cede il souvenir dell’ultimo giorno di lavoro. Una penna di quelle con l’acqua in superficie. Ci galleggiano 3-4 sagome di ovuli pronti per l’impianto.

Mentre scrivo il mio desiderio, appoggiata alla panchina, si ferma una macchina della guardia urbana. Ne scendono due poliziotti, si avvicinano a un ragazzo seduto a terra. Ci guardano ripetutamente, ricambiati, gli dicono due parole, poi se ne vanno.

Appendo il desiderio improvvisato a uno dei fili di lana che avvolgono l’albero. È una parola sola. Per fare proprio l’idiota ho disegnato una faccina sorridente nella O finale.

– Perché hai scritto questo nome? – chiede l’amica. Non le dice quasi niente, segno che sto migliorando. È uno dei pochi nomi che si pronunciano uguale in spagnolo e in italiano. E a pronunciarli ormai con accento spagnolo t’illudi che siano lontani, lontani nel tempo.
– Non so. Forse perché finalmente sto scrivendo, sono sana ed è una bella giornata. Magari l’unica cosa che mi è mancata, nella vita, è scritta qui sopra.

Mi allontano ripensando alla frase attento a ciò che desideri, perché potresti ottenerlo.

Il pericolo è il mio mestiere.

La tessera sanitaria catalana. Mi bastava quella, per votare.

Non alle elezioni catalane, eh, che si sono tenute lo stesso giorno delle primarie del PD. Per partecipare a quelle mi sa che devo vantare almeno uno antenato almogavero o, provenendo dalle colonie, un bisavolo nato sulla Rua Catalana di Napoli.

No, scherzi idioti a parte, non sono riuscita neanche a votare alle “nostre” primarie. Per farlo online ti chiedevano un certificato che attestasse che studiassi o lavorassi a Barcellona, e io ormai non faccio nessuna delle due cose, almeno per le istituzioni. Ho inviato l’ultima lettera della mia tutor, per una borsa che non ho vinto a Napoli…

Ma mi sa che era pochetto.

Finché uno degli scrutatori del seggio di Barcellona, la Libreria italiana Le Nuvole, commentando oggi i risultati, mi ha rivelato che bastava quella fetente di tessera, che ho chiesto al centro sanitario locale senza presentare la documentazione italiana. La dottoressa alla reception me l’aveva ceduta pure a malincuore, sostenendo che la Catalogna 1) non era tenuta a pagarmi un’assistenza sanitaria che nel mio caso doveva accollarsi l’Italia; 2) non era tenuta neanche a darmi tutte quelle spiegazioni. Ok, al mio fianco c’era una francese con problemi di contributi al lavoro, che le stava spiegando dove potesse mettersi la Catalogna e tutti gli almogaveri. E poi con la burocrazia, come sempre, sono un disastro.

Mi consolo pensando che il seggio, mi dicono le spie, era ben organizzato, ci volevano ben 4 firme per votare e gli elettori si portavano appresso i loro bimbi cataliani.

E che, per la gioia della sinistra indipendentista, il diabbbolico piano di Artur Mas, Presidente catalano, di cavalcare l’onda indipendentista dell’11 settembre non ha dato i risultati sperati.

Le primarie a Barcellona, invece sì. Almeno per me. Sarà che qui SEL ha un comitato bello forte, e che Vendola stesso, d’altronde, ha partecipato a una tavola rotonda coi Verdi catalani un anno fa. Ma, almeno per una fetta d’italiani a Barcellona, parlano più questi risultati che svariati trattati di sociologia.

Peccato che non facciano testo a livello nazionale, si lamenta un amico. Qualche italiano tornato in patria, tra i miei contatti, è più impegnato a sputtanare Mas: voleva fare il furbo, eh? Tagli alla sanità e all’istruzione, e poi “era colpa di Madrid”. E così altri italiani a Barcellona, che si sono trovati un po’ tra due fuochi.

Il fatto è che ieri è stata una giornata un po’ strana, per me. Durante lo scrutinio ero con un’amica catalana e una andalusa. Eravamo ignare dei risultati, e temevo che Mas avesse stravinto. La catalana mi assicurava di no, che perdere non avrebbe perso, ma quanto al trionfo che si aspettavano pure lui e i suoi potevo star tranquilla, ne aveva guadagnato soprattutto la satira catalana, con cartelli come quello che potete ammirare qui sotto. Lei aveva votato proprio Esquerra republicana, il partito che ha guadagnato più seggi rispetto alle precedenti elezioni, mentre i pringaos, “gli sfigati del Cup-Alternativa d’esquerres”, come li chiamava, sono entrati in parlamento

Una volta a casa ho messo su Rai 3, con la Berlinguer che faceva chiedere a Bersani che avrebbe detto per accattivarsi gli elettori di Vendola, e ho capito l’andazzo, si andava al ballottaggio.

E mentre sentivo il discorso di Renzi di fronte a una folla mai così calorosa, ho pensato che la cosa più clamorosa, per me in quel momento,era che non riuscivo a ricordarmi se stessi a Napoli o a Barcellona.

Saranno contenti i miei, a vedersi paragonata la mia stamberga con la casa in paese.

Ma non ci posso fare niente se, dopo tanto tempo qua, il concetto di stato e di appartenenza diventano una convenzione.

Forse l’ho già detto, ma mi piace il giorno dopo l’arrivo, quando mi sveglio e mi chiedo dove sono.

Quando succede so già che i mondi fantastici nascosti un tempo tra le venature del piano, a casa dei nonni, in realtà sono fatti delle nuvole che ammiri dall’oblò dell’aereo augurandoti che un Dio esista, per godersi lo spettacolo.

Le stesse nuvole che mi sono cadute addosso in goccioline educate su plaça Universitat, senza disturbare il nostro incontro.

Poi ricordo quanto sia vero, quello che scrive anche la catalana Marta Rojals: che solo vivendo fuori casa, e prima che “fuori” diventi casa, scopri che la fatina che ti nutriva e puliva non esiste, e il detersivo dei piatti non fa miracoli. Mastro Lindo, per l’occasione Don Limpio, almeno ci prova.

E 20 giorni hanno il potere di cancellare il presente, di trasformare una scrivania disordinata in un mistero. Che ci fa qua sopra questa moneta di 2 euro, salvata all’irresistibile caos che mi creo intorno? Ah, già, qualcuno l’ha lasciata sull’amaca in terrazzo, molte sere fa. E i libri di catalano sono inutili, ormai, il diploma è preso, addio lezioni, addio pronoms febles, spero diventiate presto chiacchiere e passeggiate all’aperto, in qualche posto, che esisteranno, in cui catalani e stranieri si sentano ben accetti.

La cosa più carina è stata quell’indirizzo scarabocchiato da una grafia sconosciuta e persa nella memoria, métro quai de la Gare. Così in questo risveglio apolide si annullano le distanze e Barcellona può diventare Parigi, come quando manco da tempo a Napoli e da qui vi vedo tutti insieme, i vivi e i morti, a riunirvi a tavola la domenica e ogni tanto a chiedere di me.

È un momento che dura poco, di spazio e tempo sovrapposti e precari anche loro, ed è l’unico momento in cui mi sento a casa.

Casa non è un posto, è un istante.

Giugno 1987: esame di prima elementare dalle suore. Il pulmino non passa, la signora delle pulizie mi accompagna alla scuola sbagliata (ma glielo dico quando hanno già chiamato il direttore). All’orale contando sulle dita dichiaro che, se io ho 6 anni e mio fratello 2, abbiamo 3 anni di differenza.

Giugno 1994: esame di terza media. Scelgo la traccia sui Promessi Sposi, ma poi passo al tema di fantasia. La prof. deve trattenersi apposta. All’orale la prof. di Musica mi chiede la trama della Butterfly, mai spiegata. Per fortuna mio nonno durante l’harakiri si commuoveva.

Giugno 1999: esame di maturità. La prof. di Scienze non mi chiede l’argomento concordato ma lo espongo lo stesso. Dopo l’esame litigo col mio ragazzo, segretario di Rifondazione, per aver detto che con Lenin pure ne erano morti un bel po’, in Russia.

Ottobre 2007 (o era novembre?): esame di dottorato. Arrivo senza la carta d’identità e non so che documento della segreteria. Mi presento all’orale con una sciarpa verde transgenico di cui mi pento ancora oggi.

29 settembre 2012…

L’hanno detto, l’hanno fatto: all’esame con la barretina.
Ma il tipico copricapo catalano, di lana rossa, tolto un attimo prima di entrare in aula, me l’hanno mostrato in foto quando ormai tutto era finito, il dado era tratto e la pasta (quasi) buttata.

Perché mentre i miei compagni si ritrovavano fuori la Facoltà di Economia della UB, mezz’ora prima dell’esame di Nivell Superior di catalano, io stavo a 10 fermate di metro.
E vabbe’, mi so’ sbagliata con gli orari. Pensavo che andando direttamente a Gràcia accorciassi il tragitto, e invece l’ho allungato.
Infatti l’anziana signora che spiega la procedura all’aula gigante (ah, non eravamo solo noi?) scuote la testa ma mi fa sedere.
E al momento di controllare le carte d’identità s’inclina mezz’ora sul mio banco: sono l’unica col NIE, il documento degli stranieri. Almeno nelle prime file.

Ma non me ne frega, sto lottando con le parole. E complici la corsa e il sonno sprofondo tra accenti aperti e chiusi, e le piane in “en” si accentano, o erano le tronche?
Le basi, Maria, le basi. Che all’esame si perdono ignobilmente tra i mille dubbi della presentazione scritta (Buon pomeriggio, benvenuti alla mostra sui mestieri di un tempo…), dell’articolo di opinione (L’educazione emozionale a scuola sarebbe un buon rimedio all’assunzione di droghe… Ma assumpció va bene? Meglio consum, va’, come il supermercato!) e del riassunto del brano letto due volte ad alta voce (si dice la marxa degli immigrati? Uff, disminució già l’ho usato!).

Meno male che gli esercizi sono facili… Sì, facili un corno. Le regole le so, metto i que e gli a al posto giusto, ma le espressioni tipiche no. Per quelle avrei dovuto leggere in catalano, pensare in catalano e, suggerisce qualcuno, cardar in catalano (non andate su translator, significa quello).
Ma guiri (straniera) so’ arrivata e guiri so’ rimasta, sono l’unica che sa tutti i concerti, tutte le mostre e, soprattutto, tutti gli eventi in cui si mangia gratis. E l’unica che non parla catalano più di un’ora a settimana.

E vabbe’, però… Formare una parola con “fer-se entrar peresa”? Allora, pigrizia si dice pereza in spagnolo e mandra in catalano, che è sta novità?

Infatti appena consegno, a 20 minuti dalla fine, chiedo fuori:
– Ahò, ma peresa?
– Boh! Tu hai scritto baixar o abaixar?.
– Che cosa?
– Il prezzo della benzina!
– Che benzina?
– Il penultimo esercizio, quello dell’ultimo foglio, non l’hai fatto?
– Merda!
Si dice uguale, italiano e catalano.

Rientro timidamente e spero che la scrutatrice abbia una nipote della mia età.
Lo scrutatore no.
– Sì, non hai fatto quest’esercizio. Ma potrebbero averti dato i risultati fuori, non so se posso…
Ja’, che il cognome l’ho pronunciato pure Marcese per fartelo trovare subito, somma umiliazione.
– Se si può fare qualcosa…
Ci mettono più a sganciarmi il foglio che io a sedermi, fare due scippi e riconsegnarlo. Le due cose che sapevo le ho individuate, per il resto improvviso.
Tanto sono stanca.

Li trovo fuori a fumare e chiedersi “Ma peresa?”. Pure la prof, beccata in extremis sulla soglia, dice “Sarebbe mandra”. E poi propone: emperesir, impigrirsi.
Ma nessuno ci fa più caso, cominciano a riconoscere la gente delle altre classi, sono quasi tutti infermieri, fanno il corso per aumentare il punteggio.
Mi mancheranno le loro storie splatter di pazienti che iniziano a correre, vecchiette ‘nzallanute e litigi coi poliziotti, che sfottevano una paziente sotto custodia perché non era depilata.
Non mi mancherà il racconto di María Josefa, la famiglia arrivata all’ospedale con non so quanti colpi in corpo, padre italiano, agguato in auto, e mi sono scordata di guardare le notizie per scoprire se era quello che temevo.

Adesso invece guardo María Josefa e dichiaro:
– È colpa tua! Verniciare l’ho sempre scritto envernissar, ma tu mi correggevi sempre e mi hai fatto sbagliare!”.
– Sì, adesso è colpa mia, italiana!

Mi mancherà pure María Josefa.
E gli occhi di Gabriel. E il suo passaggio sistematico dal catalano all’andaluso, quando lo chiama la nonna. Come l’imitatrice di Monica Bellucci.
Una volta siamo finiti sotto lo stesso ombrello e gli ho poggiato la mano sul bicipite teso, ma leggera, come se ce l’avessi dimenticata.

Stavolta, invece, sotto l’ombrello finisco con Genís. E stringo eccome, che piove a dirotto. Ultimo caffè del gruppo, Elisenda dice basta correzioni!, ma non parliamo d’indipendenza. Quella la lasciamo alle elezioni anticipate del 25 novembre, al referendum che forse ci sarà tra qualche anno, ad altri giorni meno piovosi e malinconici.

Perché adesso è proprio l’adéu, Eli e Genis hanno l’orale lunedì, li bacio e finisco in macchina con Gabriel, diretto al pranzo familiare di sabato, “da buoni andalusi”. Siamo due terroni, col catalano abbiamo fatto gli stessi errori.
Lasciandomi fuori alla metro chiede un petó.
Significa bacio, non mi è mai piaciuto per ovvie assonanze.
Ma stavolta sì.

Comunque era emperesir.


(e paraules si scrive con una “l”!)

I fuochi da Montjuïc mi ricordano che sono qui da 4 anni.

Dalla festa della Mercè di 4 anni fa, quando presi un taxi dall’aeroport del Prat (non sapevo dove si prendesse la navetta) e usai tutto lo spagnolo che conoscevo, “Para Sants, por favor”. Non avevo manco prenotato l’albergo.

Dovevano essere 5 mesi, e poi quasi giorno quasi casa quasi amore.

Oggi ho festeggiato senza accorgemene, ballando pizzica su Rambla Raval, tra catalani un po’ hippie e riluttanti ad alzare il culo da terra, per poi scatenarsi sulle ultime canzoni.

Quindi, michelada con una messicana e un siciliano, che per una volta che ci sia qualcuno che l’apprezzi come me quasi ne prendo due.

E una birra sul mio terrazzo. Perché ora ho un terrazzo tutto mio, e del caciocavallo da offrire.

Cosa ho perso, in 4 anni? Tutto.

Cosa ho guadagnato? Tutto.

Was blind but now I see.

Se non vado a Napoli per qualche tempo mi iscrivo di nuovo a gospel.

Anche se probabilmente non c’è nessun Dio, ho molte cose per cui dire grazie.

“La valigia di cartone”, quadro di Antonio Tonelli http://www.antoniotonelli.it

Un must dell’addio sono i regali.

Non a chi parte, che già ha troppe cose da spedire o mettere in valigia. A chi resta.

Funziona così: una settimana prima di andartene annunci urbi et orbi che hai roba in casa da smistare, chi vuole venisse a prendersela. Anche se a Barcellona capita spesso che due terzi dei tuoi “amici” non ti spiacerebbe buttarli a mare nel Port Vell (tanto da sobri non ti riconoscono), e allora inviti il restante terzo.

Ok, non è un’esclusiva di chi parte. Chiunque faccia un trasloco ha interesse a liberarsi di qualcosa, e se può cederla ad altri tanto meglio. Un prof. dell’università dava via centinaia di libri e facemmo la processione per giorni, portandoci via monografie su imprescindibili autori catalanisti noti solo alle loro zie paterne.

Però diciamocelo, i regali di chi se ne va sono più fighi.

E più… urgenti: se lasci qualcosa in casa non ti restituiscono la cauzione. Colgono la palla al balzo. Magari, se lasci la pastina bianchiccia che vendono qua, non fa niente. Col comodino trovato in strada, e portato su al volo, la musica cambia.

Insomma, tu li aiuti a sgomberare casa, e rifornisci la tua. Tipico delle reti di solidarietà che si formano all’estero, in case che i nostri genitori in visita chiedono “Come fai a vivere qui dentro?”.

Il fatto è che ci scocciamo pure, di renderle troppo vivibili. Mica ci resteremo a lungo. Tra lavori part-time e licenziamenti in massa (una tizia mi ha battuto, 35 in un giorno contro i miei 19), prima o poi tocca anche a noi smistare cose.

Ma quando ti tocca incassare vai armata di zaino o valigia, a seconda della mole, e magari ti aiutano a portare la roba fino a casa. Ringrazi con un caffè o una birretta fuori.

Considerando che il mio caffè è leggermente forte (i non napoletani non dormirebbero per giorni) propendo per la birra.

Cosa danno via, quelli che partono? Dipende. Se tornano da mammà, anche lenzuola e coperte. Se cambiano città/paese perfino i mobili.

E la roba da mangiare, naturalmente.

Magari i nordeuropei ti lasciano i cereali biologici, o l’olio d’oliva del cesto di Natale, che giace ancora quasi inutilizzato (e tu che l’avevi finito in un mese eri pure stata sfottuta, “te lo sei bevuto?”).

Ma se sono italiani hai fatto tombola. A parte i pacchi di Garofalo, a ricordarti che la pasta buona esiste, a parte il Lavazza ancora da aprire o qualche raro residuo della valigia di Pasqua, c’è lui.

Passato gelosamente da migrante a migrante come la spada laser di Yoda, i gioielli della Corona, le figurine Panini dei calciatori o della Sirenetta.

Il parmigiano.

Venduto in loco a 1000 euro la briciola, e magari è solo grana, è il sacro Graal degli italiani all’estero, dispensato con generosità solo quando vuoi fare lo sborone a un pranzo collettivo (e ti accorgi con angoscia che, per fare gli esperti, gli autoctoni ne grattugiano mezzo chilo, coprendo interamente il sapore del piatto).

In queste occasioni, ecco che ti viene improvvisamente ceduto a mezzo chilo alla volta, ancora nel pacco giallo dei salumieri italiani.

È un dettaglio che non riuscirai mai a finirlo, che seccherà prima del terzo ragù.

Ma datemi un pezzo di Reggiano e vi solleverò il mondo.

O almeno il trolley, fino all’aeroporto.

(Tanto ha le rotelle…)

(addii d’altri tempi)

Foto di Stefano Buonamici http://buonamici.photoshelter.com/

– Scusa…

Alzo gli occhi dal libro.

Un tizio occhialuto e magro mi copre le onde della Barceloneta.

– No, è che eri così immersa nella lettura che dovevo disturbarti!

Un’esperienza quasi ventennale in posteggia (da me gli idioti so’ precoci) e so solo sorridere a denti stretti:

– Ah, be’, grazie del pensiero!

Non se ne va.

– Sembra che ti piaccia il viola

Mi passo una mano tra il vestito viola e la borsa in tinta, sbattendo gli occhi bistrati di viola.

– Pare di sì.

Allora la butta sul sociale:

– Passeggiavo e mi chiedevo cosa fosse successo, alla spiaggia. Sembra il festival dell’immondizia!

L’argomento giusto con una di Napoli. Alla fine riesco a dire:

– Buona passeggiata, allora!

Perfino il mio alunno di posteggia è meglio. Quando sono entrata nel panificio dopo 12 giorni di assenza ha detto:

– Italiana bellisima, come stai?
– Male, fa caldo!
– Se lo dici tu…
– E tu come stai?
– Fa caldo!
– Ah, adesso lo senti?
– Sì, perché sei entrata tu!

Si vede che non si allena da un po’. È pure smunto, sarà stato il Ramadan. Meno male che adesso è finito e il venerdì si mangia di nuovo cous cous. Giovedì, invece, paella.

Insomma, rieccomi a Barcellona.

L’amaca era ancora lì, sembrava rinchiusa su se stessa per sfidare il vento.

Ho guardato il clásico (Barça-Real) a la Xaica, adesso Bastió Blaugrana, e vi sconsiglio il nuovo piano per le partite: razioni piccole, poca scelta (fatevi portare il menù del piano di sopra) e uno schermo per tavolo è un po’ alienante. Meno male che abbiamo “portato a casa il risultato” , coi giocatori che si sono risvegliati come marionette al primo goal di Ronaldo.

Poi la coppia napolucana mi ha aggiornato sulle novità.

Una collega francese di lei è stata sospesa al lavoro insieme a un tecnico della manutenzione. Sesso orale in bagno a porta aperta.

Un’altra che vive nel Raval, come me, si è ritrovata un incendio al piano di sotto, dove vivevano 18 pakistani. Intossicati ma salvi.

18. E noi ci lamentiamo…

No, scusate, discussioni oziose da Barcellona senza.

L’amica comune parla spesso di lui, ma soprattutto della ragazza. Quando sentiamo una canzone unz tunz dice “oh, questa a lei piacerebbe tantissimo!”. Pure ieri, alla festa di Sants, tra le decorazioni ispirate a Hello Kitty: “Oh, vorrei che fosse qui con noi, lei adora Hello Kitty!”.

Sono cose che fanno bene al cuore.

Ma la festa di Sants è carina. Stanotte torniamo per i correfocs, che l’amica catalana, come tutte qua, li adora. Le ricordano l’infanzia. Noi che abbiamo avuto un’infanzia altrove non siamo altrettanto entusiasti, ma mi piacerà giocare tra le scintille.

Un’ultima considerazione oziosa: qui, l’ho già detto, si va per feste. C’è la disoccupazione, l’alienazione, l’amicizia usa e getta che dura un’estate. Ma poi ci sono le feste di quartiere, i concerti gratis, i cinema all’aperto.

Le feste mettono gioia e tristezza insieme.

Per adesso ci prendiamo la gioia.

(il momento più alto della festa di Sants. Passata subito dopo l’originale)

Pizzeria De Figliole, Forcella, Naples, Campania, Italy
© Cubo Images / SuperStock

Vivere a 10 minuti dalla stazione. Sempre. Solo a Manchester non mi è riuscito, autobus a parte.

Non è voglia di fuga, è la libertà di piombare fuori casa in ogni momento con buone possibilità di prendere il treno, magari al binario 2 diretto a Napoli centrale.

Quando poi è deserto, specie ad agosto, una si mette nella prima carrozza perché, come dice mammà, “di solito ci sta il capotreno”.

E proprio il capotreno si mette a fare lo scemo.

– La signorina sta sola sola…

Deve stare proprio disperato, ormai mi chiamano signora. E mi dicono che sono: cambiata, migliorata, cresciuta, ingrassata ma sto bene. E che mi sono fatta bionda. Prima cos’ero, cerco di ricordarmi attraversando Piazza Garibaldi.

Percorro sempre gli stessi vicoli e torno senza accorgermene al portone scassato di Forcella, col Padre Pio gigante fuori.

E i miei accompagnatori sono pazienti con la turista e le sue mani ormai inesperte che maneggiano sfogliate frolle e pizze troppo cotte, e rincorrono nell’aria la traduzione di encajar.

Proprio non mi viene.

Ma la spiaggia in via Caracciolo è magnifica. Sabbia nera e bambini che nuotano fra le barche. Facciamo l’elenco delle possibili malattie ma non posso non pensare che un bagno lo farei anch’io, e che a Barceloneta mi basterebbe togliermi tutto e buttarmi nell’acqua così.

Qua al massimo si giocherebbero i numeri.

E qualche mamma mi farebbe lo strascino.

Era Napoli by night che mi mancava. Quella di quando tornavo dalla Biblioteca Nazionale, o dalle ripetizioni nei Quartieri (due poracce che volevano fare il classico) e c’era ancora gente per via Roma (per gli amici via Toledo).

Il portone del “mio” palazzo è ancora aperto, e c’è un vecchietto in canottiera seduto.

I contrabbandieri, però, non li riconosco.

E il treno delle 21.04 non circola ad agosto.

Una sosta al binario ad aspettare un bacio che viaggia con circa 30 minuti di ritardo, ma il treno parte ora, e treni e baci non aspettano.

In carrozza, allora, e arrivederci a ottobre.

(canta Barcellona!)

foto di Juan Novakosvky

L’ho vista una prima volta, io, Barcellona?

Perché mi sembra di star qui da sempre.

Ma devo averla pur vista una prima volta, dalla nave, quando scorsi quell’orrendo palazzo al porto che sarò l’unica in città a non sapere cosa sia.

Allora ce l’avevo alla mia destra, per la prima e unica volta. Quando sarei partita per Lo Sbarco non l’avrei notato, al buio, al cospetto di Montjuïc visto dal mare.

È che quando mi vengono a trovare, e guardano Barcellona con gli occhi di chi non ci vive, cerco di ricordare come la vedevo io, da turista.

Non mi piacque. Detectai in un momento tutte le cose che non mi sarebbero piaciute, tutte insieme. Il caos. La sporcizia. Il vuoto.

La sensazione che sia un grande scenario montato per i turisti, con quelli di qua che scappano lontano, defraudati della loro città ma troppo simili a quelli da cui fuggivo per compatirli davvero.

“In fuga” ci stavo più allora, in quell’albergo del Raval che non ho più identificato, circondato da signorine in minigonna.

La prima volta a Barcellona l’ho pure descritta per un compito di catalano, stile temino delle elementari. Ho parlato della Rambla che mi era sembrata da subito l’Inferno, di Gaudí che mi pareva un bambino che giocasse ancora col Lego (non lo scrissi così, che mi estradavano). Ma anche della Rambla del Mar, di quanto fosse bella, la sera, con poca gente, nonostante i miei tacchetti fini che s’impigliavano continuamente nelle tavole di legno. E di quanto mi mancasse, ora che ci andavo con scarpe rasoterra, il braccio che mi sosteneva. Il commento in rosso della prof fu “Ets una novel•lista!”. Be’, in effetti ci provo. “… Però amb errors”. La prof di ora è meno generosa: “Questo l’hai scritto tu? È bello. Strano”.

Invece le prime volte degli altri le so a memoria.

La bocca aperta davanti a Gaudí, che da qualche parte mi fa una linguaccia. La domanda al ristorante: “Ma dove sono i primi piatti?”.

I problemi con le presentazioni, con gli autoctoni pronti a dare due baci e gli italiani lì con la destra sospesa nel vuoto. I baci rubati, più o meno involontariamente, nell’operazione (noi partiamo dalla guancia destra, loro no).

La sorpresa (a volte il fastidio) davanti alle coppie gay mano nella mano. Le postegge notturne a qualsiasi bionda in abito corto e tacchi alti, prima di accorgersi che sono troppe per fermarle tutte.

O le sbirciatine all’interno coscia dei nudisti a Barceloneta, mentre spiego all’amica di turno che non si affezionasse troppo, 8 su 10 il chico è gay. Specie se è spettacolare. Ma restano meno sconvolte dei ragazzi di fronte al topless, fanno tanto gli spavaldi ma poi se stanno tutte con le poppe al vento “non si trovano”.

Tanto, anche se si trovassero…

Questo paese è noiosissimo, diceva una conterranea ieri, qua le ragazze quando dicono sì vogliono dire proprio sì, e quando dicono no, è no.

Forse è questa la cosa che mi mancherebbe di più di Barcellona.

Peccato che chi viene da fuori non la sa.

(Barcellona, vista da dei catalani)