Oggi una ragazza che conosco poco mi ha mandato una richiesta curiosa: elenca tre cose positive su di me, e tre negative. Serve al mio coach. Non era la prima a chiedermelo.
Avevo appena messo il “mi piace” di rito alla pagina di una donna in carriera conosciuta anni fa che aveva cambiato vita, dandosi al coaching.
L’ottimismo è il profumo della vita, insegnava in termini piuttosto mediterranei il buon Tonino Guerra, ma a me fa sempre un po’ paura il modello “credici abbastanza e vincerai”, scopiazzato da un sogno americano ormai scaduto. Mi fa anche strano, però, che tante persone che ho visto criticare a priori il coaching rientrino nella mia personale definizione di “amargados“. Capisco le loro perplessità: sono legate a ciò che denunciano articoli come questo, cioè l’appiattimento di antiche filosofie orientali al servizio della logica di mercato. C’è questa storia dell’ “accettare ciò che è”, che ho assimilato ma che trovo ancora pericolosa: nelle mani sbagliate, può significare appunto indurre ad accettare orari di lavoro massacranti, stipendi da fame, oltre a ridurre problemi di natura sindacale, da risolvere collettivamente, a difficoltà personali, individuali, da risolvere, appunto, “accettando”.
Allora, ben venga una persona che mi “motivi” a ingaggiare una battaglia collettiva contro la banca che vuole sfrattare cinquecento persone con un burofax. Se invece prova a convincermi che “starò benissimo anche in un’altra casa, se sto bene con me stessa”, le do ragione e poi vado in tribunale con i compagni di sventura.
Ci sto pensando da diversi giorni, alla linea sottile tra guardare il lato positivo delle cose e ignorare, per questo, il lato negativo.
Nel romanzo Robinson, di Vicenç Pagès Jordà, uno sfigato asociale di mezza età decide di seguire il consiglio di un capo sioux e passare una settimana al mese lontano dalla sua routine quotidiana, solo e senza mezzi di sostentamento. Meta prescelta: la casa dei suoi ignari vicini, appena partiti per le vacanze.
Ho fatto qualcosa del genere (solitudine e mezzi a parte), andando a Torino per il Salone del Libro. Ufficialmente era per un concorso, che non ho vinto, ma era anche per farmi i fatti degli amici che avrei trovato lì. E pure un po’ i miei, perché, viste da lontano, le subdole manovre per darmi più alla scrittura che alla ricerca di “mezzi di sostentamento” si sono risolte mentre ingollavo la terza focaccina all’olio dal buffet dell’albergo (per la gioia della cameriera).
Ecco le altre cose che ricorderò del viaggio:
il turista con gli occhi a mandorla che in aeroporto a Barcellona, proprio mentre m’interrogavo sulla sua nazionalità, ha fatto un inchino alla tipa che lo perquisiva;
i lunghi istanti in cui, uscendo dall’aeroporto di Torino, mi sono detta: “Ehi, capisco la lingua locale!”.
la macchinetta in metro che, all’improvviso, mi ha scritto in tedesco “biglietti esauriti” – e la salvatrice che mi ha fatto passare col biglietto suo;
l’attesa, col libro da firmare, di una scrittrice che ho conosciuto ventenne in stazione, una ragazza con le scarpe sportive sotto la gonna, e la constatazione improvvisa che, tredici anni dopo, quell’accostamento curioso l’avevo fatto io;
la foto che mi hanno scattato mentre, seduta, leggevo lo stesso libro esposto sulla tavola imbandita che lo “offriva” al pubblico (il mio racconto era nella sezione contorni, ma io cominciavo dall’antipasto);
lo stoicismo dell’amica che nonostante gli impegni mi ha fatto scoprire che esiste la ribollita vegetale (anche se sono partita senza provarla), e col marito mi ha fatto riprovare gli angioletti salati di Starita;
il mio aereo che precipitava.
In realtà faceva l’esatto contrario: riprendeva quota proprio mentre saremmo dovuti atterrare a Barcellona. Ma una cosa così fa paura lo stesso, specie nella brezzolina che spesso allieta il mare catalano. La pista d’atterraggio era occupata, e ammazzavamo l’attesa con virate non proprio rassicuranti. Allora ho capito la cosa più importante.
Che no, non è “tutte le cose si equivalgono perché basta ‘a salute”: vivere alla giornata a tutti i costi resta un’idea discutibile. Però a volte sacrifichiamo un presente niente male alla paura di un futuro nero. Da lì sopra sapevo che, se fossi mai atterrata, avrei continuato a cercare svolte economiche e tempo per scrivere. Ma sapevo anche che non sarebbe servito a niente, se avessi perso il punto della situazione, che secondo i miei calcoli è: esserci sul serio, finché ci sono.
Poi niente, siamo atterrati e sono tornata a fare la fila per la navetta, con la borsa ben stretta a me.
Ma tanto, stavolta, il portafogli era coperto dai libri.
Immagino che anche le vostre vite non scherzino, ma la mia è piena di aneddoti.
Alcuni sono campanelli d’allarme, surreali o, francamente, ridicoli: io che, si diceva, mi faccio un’ora di treno per insegnare un’ora e mezza; io che scopro che “lo scoop del momento” è che il tizio che frequento in segreto da un anno si è innamorato di una nordica. Questi sono gli eventi che fanno scattare il “che minchia sto facendo?”, e cambiare vita.
Altri aneddoti, invece, sono come i sogni di Marzullo perché aiutano a vivere, e in effetti sembrano davvero sogni: come il Caruso del Paral•lel. In realtà il signore in questione, nel negozio di telefonia in cui l’ho conosciuto, non cantava le arie di Caruso, ma la canzone di Lucio Dalla. Sbagliava le parole, ma non avevo il coraggio di dirglielo. Eravamo lì per lo stesso motivo: il furto dei rispettivi cellulari. Solo che io l’avevo presa con la filosofia di chi ha subito tre furti in un anno, e lui ne approfittava per mostrare le sue arti sceniche alla commessa. Così elargiva battute da varietà , massime sul senso della vita e citazioni del Siglo de Oro. Le canzoni erano in inglese, portoghese e, in omaggio alla commessa che manteneva un sorriso stoico, galiziano.
Dovremmo fondare il club dei “derubati del Paral•lel”, l’animazione sarebbe a posto.
Con la commessa che invece mi consegnava il nuovo cellulare (stavolta, assicurato) ci lanciavano sguardi tra il divertito e l’attonito, e la ragazza mi ha confessato: “Qui è successo di tutto, ma questo mai”.
Quando dice “di tutto” va presa alla lettera: tra gli ineguagliabili casi umani di caratura internazionale, io stessa, al primo furto, me ne ero andata sbattendo la porta e gridando “No puede ser!”. Mi avevano appena spiegato che non potevo bloccare la scheda in negozio, dovevo farmi prestare un cellulare…
Ora ho imparato che la fantastica via di mezzo tra negare il problema e farne una tragedia è concentrarsi: mi è successo questo, come lo risolvo? Quando lo faccio, come in questo caso, ritorno a casa con:
– la soddisfazione di un problema risolto in un’ora e mezza tutto incluso (anche l’offerta Orange per un cellulare più buono, che, senza furto, non avrei comprato mai);
– un mal di testa che per una volta, in barba ai rimedi della nonna, si può anche risolvere in dieci minuti con una pastiglina, che non casca il mondo;
– l’aneddoto impagabile del Caruso del Raval;
– la certezza granitica che, come dice mia madre, “questo e niente è una cosa”.
E, un volta che hai imparato a soppesare i “questo” e i “niente”, scopri che è proprio così.
In realtà non me lo dicono più, che parlo troppo. Non so se si sono rassegnati o se sono migliorata io, ammesso che parlare meno significhi migliorare. Per me il limite è quando le parole eccedono il contenuto, cioè quando hai già detto quello che dovevi, e vuoi solo continuare a sentire la tua voce.
Sapete quando me lo dicono ancora, che parlo troppo? Allo scambio linguistico a cui collaboro ogni tanto. Ci sta, perché lì devo spronare in spagnolo gente che non si conosce, a dire cose in una lingua che non padroneggia. Ma le due volte che, ultimamente, hanno scherzato su “quanto io chiacchieri”, è stato lì.
Questo mi ha fatto pensare: è logico, lo spagnolo non l’ho mai studiato. Me lo invento da dieci anni, con buoni risultati, mi dicono; ma in fondo, se parlo molto, è perché non so bene come dire quello che voglio. Allora faccio i proverbiali giri di parole.
Vi scrivo tutto questo perché a volte non è neanche incapacità di esprimersi, ma mancanza di volontà: usiamo mille frasi perché non abbiamo il coraggio di dire “non voglio”, “mi dispiace”, “ho cambiato idea”, “non ti amo”.
È vero, “il coraggio uno non se lo può dare”, diceva uno che nascondeva le sue paure dietro al latinorum.
Ma darsi coraggio è il miglior modo di risparmiare il fiato.
Quando in tasca ho più biglietti da visita di agenti immobiliari che biglietti della metro, lo sto rifacendo: cerco la svolta. Tipo una casa da abitare e affittare per metà, in una città che costruisce le case o per viverci o per farci i soldi. Di solito finisco per rinunciare e prendermi un gelato, in attesa di tempi migliori.
Ma intanto imparo molte cose sulla specie animale a cui appartengo.
Stavolta ho scoperto una cosa che già mi aveva segnalato Dostoevskij: anche un bigliettaio del treno si dà importanza per quel minimo di potere che ha. Se consideriamo che genere di biglietti ho in tasca in questi giorni, capirete chi altro abbia questo vizio.
E mi dispiace, perché so che tanti agenti immobiliari sono pagati uno schifo, e fomentati tipo i teleoperatori di Tutta la vita davanti. Mi fa tenerezza la bellissima tedesco-russa-rumena che mi fa le imboscate WhatsApp alle dieci di sera per vendermi un appartamento caro e impersonale, creato per farci i soldi e non per viverci. Mi verrebbe da “risolverle la vita”, come a volte mi viene in testa di fare, senza mai riuscirci ovviamente (però spesso procuro contatti e indirizzi utili).
Quello che non posso più ascrivere a coincidenza, invece, è il senso d’importanza che si danno quelli che operano in zone esclusive (Avinguda Diagonal,carrer Enric Granados…), dove, mi sono accorta ben presto, i soldi per svoltare non ce li ho. Può succedere che in un caso o due confonda la ragionevolezza con l’arroganza, se un agente respinge un’offerta con la frase “È pur sempre la Diagonal!” (purtroppo non so tradurgli il napoletano “e tiritittittì“). Ma m’incuriosisce il fatto che, per un appartamento accanto a Plaça Catalunya (cioè, caro e centralissimo), nell’arco di 24 ore abbia un architetto a illustrarmi gratis eventuali migliorie, e per un piano terra accanto alla Diagonal (con giardinetto, ma sempre un vascio) la responsabile che accompagna l’agente dichiari che chiamerebbero l’architetto “solo se fossi realmente interessata, perché è un pomeriggio di lavoro!”. Che il rispetto per il lavoro altrui sorga solo in simili situazioni? D’altronde, nel caso specifico, il… soldato semplice, al momento di salutarmi, mi ha trattenuto la mano e mi ha rivelato con curiosa confidenzialità che “i proprietari avevano rifiutato un’offerta più bassa”: insomma, mi era sembrato di tradurre, facessi pochi scherzi e pagassi subito, o lasciassi la casa a chi capisse il russo! Alcuni annunci in zona, infatti, sono unicamente in questa lingua. La domanda è: chi capisce il russo si compra forse un vascio, fosse anche sulla Diagonal?
Ovviamente non si parla di lotta tra poveri, ma ripenso a quel bigliettaio che si credeva chissà chi perché in quel momento, e solo allora, aveva qualcosa che gli altri volevano.
E di cui lui, badate bene, era solo custode e non padrone.
Quando mi lamento delle volte che mi sveglio alle sette meno un quarto, come Quelo, lo so che mia madre si è alzata anche prima, per più di trent’anni.
So pure che tanti operai si alzano molto più presto per andare alla catena di montaggio, e che c’è gente che si fa un’ora di macchina, andata e ritorno, per portare mille euro a casa.
Quando mi lamento non lo faccio perché è faticoso, ma perché è surreale.
Per me lo è, farsi un’ora di treno per insegnare un’ora e mezza, due volte a settimana, nella stessa azienda, senza la possibilità di dare due lezioni di seguito, perché o cominci alle 8.30 o “i dipendenti si deconcentrano”. È surreale dover andare anche quando sai che non ci sarà nessuno, per via delle sovvenzioni, e non mi lamento con la coordinatrice perché una volta c’è dovuta andare lei, che non parla italiano, pur di portare la lezione a casa.
Di che ti lamenti, mi chiederete: per fermarsi a gente con la mia formazione, mezzo mondo vive con contratti trimestrali soggetti alle regole più strane. D’altronde c’ero anch’io, quando all’università una gola profonda spiegava che, delle tre entità che finanziavano il gruppo di ricerca, ne era rimasta solo una, ed elargiva due terzi in meno dei soliti fondi. Ma non credo che la soluzione sia pagare i professori associati cinque euro l’ora.
Allora, alla vigilia del primo maggio, lo chiedo a tutti: di che ci lamentiamo? Beh, del fatto che a lamentarsi, per esempio, si passa per giovani che non vogliono lavorare.
Oppure del fatto che non si fa nulla finché la cosa non ci riguarda in prima persona: che grave errore di calcolo, dimenticare che, come si dice oggi, siamo tutti “interconnessi”. Che se subaffittiamo una stanza a 600 euro per “arrivare a fine mese” aumentiamo gli affitti di tutto il quartiere, e quando ci aumenteranno l’affitto del 50% ce ne dovremo andare anche noi.
E non fatemi ritornare all’8 marzo e a chi, della folla oceanica su Passeig de Gràcia, vede solo le tre che entrano da Starbucks, e che la fanno sentir meglio per non aver manifestato.
Sta’ a vedere che la domanda finale resta la solita: “Per chi suona la campana?”.
Sono reduce da questa festa del 25 aprile, e confesso che al momento d’intonare canzoni di lotta faccio un grande salto di ottimismo, e fiducia in me stessa:
“anche se ci aspetta l’orrore e la morte, contro il nemico ci chiama il dovere”;
“uniamoci tutti nella lotta finale, il genere umano è l’Internazionale”;
“andremo avanti come sempre ti abbiamo seguito, e con Fidel ti diciamo ‘Hasta siempre, comandante’ “.
Questi sono solo gli esempi in spagnolo. Non vi dico nemmeno “se io muoio da partigiana” (che anche le partigiane, e le staffette, morivano) dove mi dovete seppellire. E giacché Mattarella ha fatto lo spericolato paragone con “i ragazzi del Risorgimento” (ma non siamo nuovi ai tentativi bipartisan) devo confessarvi che quel “siam pronti alla morte / Italia chiamò” che da piccola intonavo ai Mondiali mi sembrava un po’ un’esagerazione, almeno nel mio caso.
Per questo, a maggior ragione ammiro e onoro chi davvero ha avuto il coraggio di fare tutto questo, sperando di poter affermare che, se mi fosse toccato, avrei fatto altrettanto.
Ma non posso giurarvelo: probabilmente, sotto minaccia di violenza fisica, farei qualsiasi cosa mi dicessero. Non credo neanche di dover chiedere scusa per questo, perché per me la storia del dovere non attacca: nessuno è costretto a fare l’eroe, è questo a rendere eroico chi lo fa.
Figuriamoci se la minaccia di violenza subentra in un contesto per cui non lotti né per un ideale, né per la tua famiglia, ma per portare la pelle a casa. Su questa linea, consentitemi di dire qualcosa su un argomento totalmente diverso: il processo per stupro che ieri ha fatto scendere in piazza migliaia di persone in tutto lo Stato spagnolo. Vorrei far notare che c’è qualcosa di profondamente sbagliato in leggi che prevedano, in qualsiasi paese, che una o deve fare la martire o ci stava. Se le premesse sono queste, mi chiedo a quale sentenza giusta si possa mai arrivare.
Qualche anno fa, un assessore napoletano che era venuto a Barcellona per quest’evento propose su Facebook di esportare a Napoli la festa di Sant Jordi, il San Valentino catalano in cui le coppie e le famiglie si regalano un libro e una rosa (per tradizione la rosa va alle donne, ma ormai, per fortuna, è un po’ a piacere). Non vi dico i commenti infuocati! “Le feste non si esportano”, “La cultura appartiene ai popoli che la inventano”…
Mi veniva da rispondere, in catalano stretto, “Maro’, ce ‘e ‘cciso!” (“Santa Vergine, non ti sembra di esagerare?”). Passi la moda dei cornicioni a canotto, soprassediamo su quella delle pizze fantasia, ma in questi dieci anni di assenza mia a Napoli state mangiando hamburger di due piani che combinano cheddar e “pachino dop“… E poi rompete le semmenzelle (“ci tediate”) con Sant Jordi?!
Io dico che San Giorgio ci salverà, nonostante la chiesa l’abbia disconosciuto (o magari proprio per questo). E lo farà per tre motivi:
È una festa che arricchisce i librai! Ok, non proprio, ma li aiuta: tanti catalani leggono almeno una volta all’anno proprio perché hanno ricevuto un libro in questa ricorrenza, magari il vincitore del premio apposito: quest’anno è un romanzo in cui il protagonista riesce a uccidere Franco! Ma mi sa che, purtroppo, il dittatore non è mai morto. Non vi aspettate chissà che romanzi sperimentali, comunque. L’apertura di quest’anno la faceva Almudena Grandes, che io non amo e voi conoscerete soprattutto per il film con Francesca Neri.
Non si magna! Oddio, anche qui, c’è un piatto tipico di Sant Jordi: l’omonima coca. Che, esaltata in questo articolo su una pagina d’italiani a Barcellona, suscitò un unico commento: “La verità è che fa cagare”. Decine di like! Io preferivo il pane con i colori della bandiera catalana (secondo voi, perdevano l’occasione?!). Però cavolo, non riesco a pensare a una festa tradizionale italiana in cui il cibo non abbia una funzione importante… Niente di male, se non fosse che so’ sei mesi che quei due chili in più che mi segnalava la nutrizionista sono diventati tre. La piantiamo di mangiar bene?!
Si decostruisce! Gente, non potete capire il valore che diano qui all’infanzia. E al femminismo, specie se consideriamo che lo stato spagnolo è una monarchia in mano al PP e all’Opus Dei! Insomma, per ogni versione tradizionale di San Giorgio (il cavaliere che salva la principessa dal drago), ci sono altrettante variazioni che insegnano qualcosa di nuovo della storia. Per esempio, una maestra amica dell’indepe propone ogni anno la frase: “La principessa si sentiva disprezzata perché…”. L’anno scorso era lesbica: i bambini hanno deciso che Sant Jordi sconfiggeva il drago e costringeva la principessa a sposarsi con lui, mandando alle ortiche il lieto fine. Insomma, puro GIENDER!11! Chiamate Salvini! E la Meloni che fa, decostruisce solo il povero Atreyu? (che poi quella “j” al posto della “y” mi ricorda il “coccotello” autarchico…) Vabbe’, lasciamo perdere. Io ripeto con commozione quella frase, letta non so dove, per cui “Sant Jordi non vuole insegnare ai bambini che i draghi esistono. Questo i bambini lo sanno bene. Insegna invece che si possono sconfiggere”. Ma la più bella resta questa microstoria, che vi traduco in italiano:
E la principessa, stanca di principi azzurri stinti, si avvicinò al drago e gli chiese: “Scusa, hai da accendere?”.
Il bello e il brutto di Barcellona è che conosci persone di tutto il mondo.
“Il bello”, perché scopri il loro modo di pensare, i loro gesti, le espressioni.
“Il brutto”, perché scopri anche i loro traumi.
Ieri l’indepe di casa ha visto un amico serbo-croato-bosniaco (giuro) che ha vissuto nel suo paese fino a questa storia: la storia del pacchetto.
In realtà credo fosse un pacco, ma l’indepe si sarà confuso con paquet, in catalano.
L’amico aveva otto anni e andava con sua madre a portare il pacchetto allo zio.
Lo zio era rinchiuso in uno stadio con altri prigionieri, una moda dura a tramontare: la sua città era stata presa dai bosniaci musulmani, e lui probabilmente non aveva fatto niente, ma era croato.
La madre dovette lasciare il pacchetto all’ingresso, non poté vederlo. Del fratello seppe solo, tempo dopo, che era morto in un’esecuzione pubblica: non avevano avvisato le famiglie.
Dopo il racconto, tra me e il narratore c’è stato un momento di silenzio necessario. È quello in cui ci si inventano gli dei e le ricompense ultraterrene, o semplicemente si decide se non si può più andare avanti, dopo aver saputo che questo è stato, o se ce lo permettiamo. Spoiler: ce lo permettiamo.
Allora ho rotto il silenzio chiedendomi cosa metterei io in un pacchetto all’indepe, a mio fratello, al mio migliore amico, a mio padre, se fossero in uno stadio nella probabile attesa di un’esecuzione.
Centinaia di colis spediti in Francia per la Prima Guerra Mondiale, nelle lettere che ho studiato per la tesi, mi hanno insegnato lo stesso che qualche ora di volontariato: non devono mancare i calzini.
I calzini li vogliono i soldati e i barboni, in tutte le stagioni. È qualcosa che forse non potrò mai capire davvero.
In uno dei calzini, oppure nel cibo che li accompagnerebbe (roba già pronta, che duri un po’), nasconderei dei soldi, nell’ingenuo tentativo di non farli sgamare.
Magari ci metterei una cosa minima, una foto o un fazzoletto, che ricordasse subito al prigioniero quello che c’è fuori, per ritornarci almeno con la mente.
Sul biglietto sono indecisa. Sicuramente ci scriverei “Ti voglio bene”, magari addirittura “Ti amo”, anche se coi consanguinei mi farebbe comunque un po’ strano.
Quello che mi lascia nel dubbio è se scrivere o no “Andrà tutto bene”, anche se so di mentire, o, peggio, non lo so.
Magari spererei che a esprimerlo nero su bianco succedesse davvero. La superstizione s’infila sempre negli interstizi dell’impotenza.
Infatti mi sa che, alla fine, ce lo scriverei.
(L’indepe dice che è una canzone contro la guerra. Mi fido solo perché non volevo mettere il solito Bregović.)
Ho fatto due conti: venerdì ho preso due treni e sei metropolitane. È vero che era una giornata speciale, con le “pagelle” ancora da chiudere per un errore mio, e con l’indepe di casa che dava una conferenza sui movimenti antifascisti italiani.
Mi sono persa quindi l’attacco surreale alla Siria, lo show di Berlusconi, e tutto quello che non fosse la corsa nella galleria tra la Linea 1 e la Linea 3 di Plaça Catalunya, dove campeggiava un annuncio gigante della Benetton che dichiarava la metro Gender-free zone, secondo una moda italiana che, per fortuna, mi sono persa.
Tanto ero troppo impegnata con la mia solita performance: mille modi di cantare ai turisti e a chi credeva di essere al mare la mia cara “Lievete ‘a ‘nanze ‘o cazzo”, hit in napoletano frattese (se no, mi dicono, sarebbe “levete”), da eseguire con tutte le canzoni che vi vengano in mente.
Prima di lasciarvi con la carrellata che più utilizzo, volevo specificare che ieri, invece, è stata una domenica fantastica: l’unico rumore di fondo era il solito elicottero (stavolta, Policía Nacional) che sorvegliava la manifestazione per la libertà dei prigionieri politici.
Ormai è diventato una parte rumorosa del paesaggio, così, dal belvedere del Parco della Primavera, l’ho ignorato bellamente, al contrario dei turisti di passaggio per Montjuïc.
Quello che non potevo ignorare, quando ho passeggiato un po’ più sotto, erano i curiosi “turisti” seduti ai tavolini del carrer Blai: tutti in giallo, e non mancava una bambina col fiocchetto tra i capelli a sostegno dei prigionieri politici. Qua e là un unico pacchetto di patatine aperto in mezzo al tavolo, oppure un solo montadito… Orpo, ho pensato, vuoi vedere che sono… ?
Sì, erano tutti catalani! Quelli in piedi sciamavano avvolti in bandiere e t-shirt giallo fluo in un’area che ormai tendeva a sfrattarli a beneficio di clienti più danarosi. La manifestazione aveva invaso il Paral·lel: l’indepe di casa era tra loro, ma non ho neanche tentato d’intravederlo, sicura che quella marea umana si snodasse fino a chissà dove.
Meno numerosi, ma comunque tanti, erano quelli che sabato sera festeggiavano la Repubblica in Urgell con un flamenco di qualità. Ma quelli, mi sono accorta subito, non avevano il nastrino giallo, e comunque sabato si festeggiava la repubblica spagnola: “la repubblica d’altri”, scriveva su Facebook un maiorchino che, appunto, aspettava di festeggiare “la sua”.
Fatto sta che io a questi, con o senza nastrino, con o senza repubblica da festeggiare, a questi qua non chiedo mai di scansarsi. Neanche in metro.
Per tutto il resto, c’è la top 10:
10) Cominciamo con Sanremo e Una vita in vacanza: so che tu stai in vacanza / a paella e sangria / c’è la folla che avanza / e tu invece mi stai tra i coglioni…
9) Un grazie allo Scienziato dei Coldplay: si nun te lieve / ‘a ‘nanze ‘o cazz’ / nun saccio chiù che aggia fa’ / corro al binario / ma tu staje annanze / nun te pozzo suppurta’ / nobody said it was easy / che po’ ‘na metro ‘eva piglia’ / nobody said it was easy / ‘a meglia soluzione, ‘o saje, sta ccà: / ‘a ‘nanze a me t’ ‘e ‘a luva’…
8) Omaggio a Eros, gettonatissimo all’estero: E ci sei / annanze tu / si nun te lieve ‘a ‘nanz’ ‘o ca’ / è ‘a vota bona che te manno a cac… ehm / che stevo a di’ / no, non dimentico / è ‘a terza metro che / mo’ passa annanz’ a te…
7) Versione flamenco, sul grande Camaron: sto in ritardo / e devo pigliar la metro / si tu nun te lieve ‘a ‘nanze / io ti strapperò il biglietto… / io sto in ritardo e tu me staje annanze ‘o cazz’ / e mo’ te straccio la cammisa, la camisita…
6) Versione salsa, su La vida es un Carnaval: Ua’ / mo’ t’ ‘e ‘a luva’ / si ‘n te lieve ‘a nanz’ o ca’ / las sandalias te voy pisando…
5) Versione per i pendolari, sull’inno catalano: si te lieve ‘a ‘nanz’ ‘o ca’ / pozzo correre ‘o binario / endarrera aquesta gent / che se crede che sta ‘o mare / bon cop de falç / bon cop de falç / e largo ai pendolaaari / bon cop de falç…
4) Su La vie en rose (solo per turisti francofoni): si te lieve ‘a ‘nanz’ ‘o ca’ / je me pozzo spusta’ / pozzo cagna’ binario / tu passigge a Marechia’ / comme si fusse là / io invece sto in ritardo…
3) Sul ritornello di Creep: e lievete ‘a ‘nanze / ‘a ‘nanz’ ‘o cazz’ / what the hell are you doing here? / you’ve got your route wrong
2) Sul ritmo di Comme facette mammeta: si te lieve ‘a ‘nanz’ ‘o cazz’ / si te lieve ‘a ‘nanz’ ‘o caaazz… / je sagliesse ‘ncopp’ ‘a metro / je sagliesse ‘ncopp’ ‘a metro…
1) Grazie a Totò e ‘A cammesella: e lievete ‘a ‘nanz’ ‘o cazz’ / ‘a ‘nanz’ ‘o cazz’ gnornò gnornò / e lievete ‘a ‘nanz’ ‘o cazz’ / ‘a ‘nanz’ ‘o cazz’ gnornò gnornò / si nun te lieve ‘a ‘nanz’ ‘o cazz’ io ti sparerò / sia benedetta mammeta, la madre que te parió!