Archivio degli articoli con tag: Barcellona

Risultati immagini per barcelona paella sangria  Eccomi qua. Mi aggiro per le stanze, cercando di riconoscerle. Camere in affitto vs camere dell’infanzia, lasciate da poche ore insieme alla famiglia radunata in corridoio per abbracciarmi.

Scendendo all’una di notte dalla navetta dell’aeroporto a Plaça Espanya, lo zaino che mi ballava sulla schiena, ho stretto il braccio al mio ragazzo:

– Siamo tornati a casa.

Lui ha guardato i gradoni bui di Montjuïc, odorosi di un’erba che non avvertivo (ho un raffreddore da cavallo) e ha specificato:

– Siamo tornati a casa, da casa.

È il paradosso nostro, e dei tanti come noi.

Che in aereo ascoltano come noi gli scherzi facili dei connazionali che volano a Barcellona per turismo, e possono ancora fare giochi di parole sulle indicazioni che non capiscono: “Estamos llegando a nuestro destino” diventa “È l’ora del nostro destino”, che rende ancora più inquietante un atterraggio che noi non siamo più tentati di applaudire, visto che viaggiamo spesso e atterriamo sempre.

E allora, davanti a questi ragazzi che chiamano vacanza quello che per noi è vita quotidiana, con la differenza che per noi non è tutta mojitos e fiesta en la playa, davanti a loro sorgono domande esistenziali tipo:

– Ti ricordi quando eravamo italiani?

Intendiamo quegli italiani, quelli che non devono restare, solo godersi questa cartolina turistica e ripartire, al massimo scrivere sulla pagina Gli italiani a Barcellona per chiedere “info sul lavoro lì”, subito bersagliati dagli insulti di chi è restato e lotta ogni giorno con la precarietà.

Già, perché restare non è che ti migliora la vita, o non è così ovvio. È il paradosso che cito sempre del libro di Claudia Cucchiarato, Vivo altrove: chi parte non è che si mette a posto, eh, anzi. Magari non vive coi suoi a 30 anni, ma spesso condivide con due semisconosciuti un appartamento che mantiene lavorando in un call center, con l’unico lusso di non prendersi Erasmus in casa: troppo rumorosi, troppo sporchi, troppo entusiasti per chi ha avuto la malaugurata idea di trasformare in casa il teatro di una vacanza sempre più lontana nel tempo.

Ma chi resta perché lo sa, non corre questo rischio. Parlo di chi sa che tornerà sempre a casa, da casa. Perché ha imparato a caricarsi nello zaino tutto quello che gli serve e ci starà bene dappertutto, e ha smesso di chiedersi “come l’accoglierà questo nuovo posto”, capendo che i posti non accolgono, gli vai incontro tu e vedi se ti ci puoi adattare.

Io per la verità ho trovato il ripostiglio allagato, segno che questa casa comincia a non accogliere me come un tempo. Che la padrona di casa sarà anche gentile, ma lotta da anni con la vecchiaia di un piso ereditato forse da un padre coi calli alle mani e poca pazienza con le autorizzazioni, come tanti padri costruttori del mio “nuovo” quartiere.

Le macerie della mia vecchia vita, vecchia di una settimana fa, mi accolgono tali e quali a come mi hanno cacciata: i soldi rovesciati a terra nella fretta di trovare il caricabatterie, la finestra che incornicia una fetta di tetti e di mare, solcati dall’occasionale sventolio della busta appesa ai fili del bucato, per spaventare i piccioni. Oggi sembra svolazzare al ritmo dei pianti del solito neonato, che purtroppo no, in questi sette giorni d’assenza non si è svezzato, laureato e sposato, come auspicavo (ho scoperto che svezzarsi esiste, come riflessivo: vuol dire togliersi un vizio, e questo l’abitudine di piangere a tutte le ore proprio non l’abbandona).

Il mortaio è ancora nella bustina di cellophane, sul tavolo in soggiorno: l’avevo portato alla lezione pre-vacanze al mio alunno più bravo, un americano volenteroso che studiava italiano per comunicare con su pareja.

Il giorno prima di partire mi avevano mandato le foto della pasta fatta col pesto ricavato dalla lezione, il risultato più concreto che abbia mai ottenuto insegnando italiano.

Si sono lasciati mentre ero via, lui mi ha messaggiato per “sospendere” le lezioni, almeno finché non trova casa.

È quello che succede a parlare una lingua stupenda, ma pleonastica, nell’economia mondiale.

Speriamo riprenda. È proprio bravo.

barmanolo  Mi rode raccontare ai miei alunni una Sicilia senza tempo, così come la vende il loro libro di testo, per poi imbattermi online nel menù multietnico del mio locale catanese preferito, il giusto incrocio tra tradizione e innovazione.

Ma qui a Barcellona succede qualcosa del genere, perché c’è la questioneindipendenza. No, non è come la Lega, è più complicato, si può essere d’accordo o meno ma questi non sono razzisti. Inoltre subiscono davvero un turismo che porta pochi soldi alla gente di qua, ma intanto fa lievitare i costi delle case, aumenta i prezzi dei supermercati, e grava secondo cifre non ancora stimate sulla manutenzione del trasporto pubblico e sulla sanità locale.

Quindi mica bruscolini, ma con un effetto collaterale: chiudersi a riccio intorno a una cultura che devi difendere su due fronti. Quello percepito dell’omogeneizzazione spagnola, e quello della gentrificazione turistica.

Risultato? L’apologia del Bar Manolo.

Scelgo quello perché lo trovo più trasversale di altri simboli maggiormente patriottici, ma meno condivisi dalle famiglie “terrone”. Scelgo questo fenomeno mitologico, metà bar del quartiere e metà slot-machine dell’anteguerra, messa rigorosamente accanto al distributore delle sigarette. Sì, è la versione locale del Bar Sport di Benni, Luisona compresa. Solo che qui si chiama Magdalena ed è la cugina spagnola di quella di Proust.

Per me rappresenta l’immagine senza tempo che certa gente di qua ha del suo paese, della sua bella nazione che si ritrova tutto il mondo a attraversarle la strada, e tutto ciò che ci vede sono turisti molesti (ci sono, ma c’è altro). Il rischio che si corre nella giusta lotta per difendere la propria cultura è questo: vedere il cambiamento come una minaccia. 

Insomma, insegno un’Italia rappresentata come immutabile nella prima città che si è dichiarata vegan-friendly (roba da linciaggi, nell’Italia immutabile), e che più di ogni altra, in Europa, riunisce gente di origini diverse senza per questo diventare un’enorme metropoli caotica.

E per uno strano equivoco più o meno condiviso difenderla è diventato preferire il Bar Manolo al nuovo baretto che mescola sapori catalani a quelli indopakistani del Raval.

Che o viene considerato ultraturistico o resta il Barrio Chino, quello malfamato, l’unico luogo che le emancipatissime donne locali si rifiutano di espugnare, memori delle raccomandazioni delle loro nonne (che magari ci abitavano prima della “promozione sociale”).

Eppure di Bar Manolo, nel Raval, ce ne sono quanti ne volete.

Basta non cascare nella trappola di chi, a Napoli o a Barcellona, ci voglia far credere che modernità sia pagare un panino 8 euro (ma i pomodorini sono dop, eh).

E non dare mai per scontato di sapere cosa sia la nostra cultura.

Potrebbe cambiarci sotto gli occhi senza che neanche ce ne accorgiamo.

caceroladamallorca È succieso che s’è appicciato. Chi? Mariano Rajoy, Primo Ministro spagnolo. Ha bruciato quel poco di credibilità che gli restava rispetto alle gesta del suo ex tesoriere Bárcenas, coinvolto in uno scandalo legato alla contabilità sottobanco del partito: il PP riceveva finanziamenti privati da entità finanziarie influenti in Spagna.

E Rajoy, stando a quanto dichiara Bárcenas e a quanto confermano certi SMS di cui si riconosce autore, avrebbe intascato un bel po’ di soldi anche lui.

Cos’ha a che vedere, tutto questo, con una calda serata di luglio nella Barcellona della crisi? Soprattutto, che c’entrano le pentole e i cucchiai che alle 20 di ogni sera suonano ininterrottamente per un’ora, insieme a fischietti, chiavi, frizzi e lazzi, nel quartiere più elegante di Barcellona?

La cacerolada, o cacerolazo, nasce in Sudamerica negli anni ’70, viene riportata in auge dall’Argentina della crisi economica dei primi anni 2000, ed entra nella mia vita con gli Indignados, nel 2011. Ci sono foto di me seduta al centro di Plaça Catalunya, in buona compagnia, con un cartello per invitare a votare ai 3 referendum per acqua, nucleare e legittimo impedimento.

Ora che gli indignados latitano, ho lasciato padella e cucchiaio a casa, le chiavi sarebbero bastate. E siccome era tardi, ho preso addirittura la metro, per presentarmi in c. Mallorca 278, fuori alla Delegación del Gobierno de España circondata, ovviamente, da bandiere indipendentiste catalane.

Ma mai come a Barcellona il privato è pubblico e, nonostante le mie scarse aspettative di trovare volti noti tra la folla cacerolante e fischiante che brandiva cartelli (no hay pan pa tanto chorizo, sul doppio senso spagnolo tra “salame” e “profittatore”, Españistan: 100% corrupción, 0% ética, e il grandioso Attento, Mariano, ti veniamo a sfrattare, nel paese degli sfratti forzosi), nonostante le urla assordanti Mariano, Mariano, no pasas el verano, nonostante tutto ho incontrato ben 2 paia di occhi azzurri, completamente diverse tra loro.

Un paio ha visto l’Inferno e l’ha raccontato, ma ancora mi sorride ogni volta che l’incrocio, e spero sia più spesso.

L’altro paio è un bel po’ più chiaro del blu della sua estelada, la bandiera indipendentista sotto la quale, lo sapevo, l’avrei trovato a fissarmi. Non ricambiato. Ci sono momenti in cui puoi solo abbassare lo sguardo, perché non sai come spiegare il va e vieni di inviti, sparizioni, nuovi inviti, a chi non conosce il caos emozionale della comunità italiana a Barcellona. Mi è venuto in mente Shakespeare, Misshapen chaos of well-seeming forms, ma non c’era posto per l’inglese, era tutto un cantare catalano, dopo lo spagnolo glorioso de A las barricadas c’era l’Estaca: se tiriamo tutti, il palo a cui siamo tutti legati cade. Come questa cacerolada: l’idea è perseverare finché le urla Dimissió non si trasformino in un unico boato consolatorio. Che forse non ci sarà mai, ma intanto a poc a poc, come si dice qua, cacerolada per cacerolada, slogan per slogan. Almeno la gente si ricorda che i problemi comuni meglio provare a risolverli.

E anch’io, a poc a poc, giorno per giorno, pentola sul fuoco dopo pentola sul fuoco, salvo quando è l’ora di farle suonare per strada, e chiedersi se è il caso di mettersi i tacchi che il poliziotto nella camionetta ha una faccia proprio schifata (ma ci sono le telecamere e le giornaliste magrissime che sì che ce li hanno, i tacchi)… A poc a poc, i problemi li risolvo anch’io.

E quando il secondo paio d’occhi mi scova tra la folla in cui mi sono rifugiata e diventa una mano sulla mia spalla, e poi un solo fiato, magari ci vediamo uno di questi giorni, allora smetto di cantare segur que tomba, tomba tomba e chiudo gli occhi, per sentire se ho ancora sangue nelle vene.

I ens podrem alliberar.

(Il pubblico)

(Il privato)

calle_Portaferrissa-320È una sensazione, le sensazioni sono difficili da descrivere.

Passavo veloce per c. Portaferrissa. È una strada che collega la Rambla alla Cattedrale di Barcellona, piena di gente e negozi di media qualità: profumerie, negozi di scarpe, qualche grande magazzino. Come sempre, a quell’ora del pomeriggio, straripava di turisti: più o meno potevo indovinarne la provenienza. I francesi, scusate la banalità, alzavano un po’ la media dell’eleganza, o almeno dell’originalità, ma il cappello di tela abbinato a occhiali e macchina fotografica regnava sovrano su shorts e sandali aperti.

Di lì a poco sarebbero cominciati i saldi.

Io ero diretta non ricordo più dove, sicuramente al Sant Pere Apòstol, per qualche evento Altraitalia, o al Rai Art, per il corso di tarantella. Posti che ti danno l’illusione di salvarti da tutto questo. Dalle fiumane di turisti che seguono ipnotizzati un ombrellino rosso che stona coi mattoni neogotici e col sole inesorabile. Dalle ragazze che indossano gli stessi sandali e gli stessi cappelli pure se vengono da continenti diversi, e ammirano le stesse vetrine.

E io a correre quasi, come se non avessi mai comprato bagnoschiuma a 5 euro dal Body Shop, ottenendo uno sconto con la tessera clienti, 100% cruelty free, come se non fossi mai entrata da System Action a toccare la seta dozzinale di gonne che avrei trovato tra un anno sulle bancarelle di un mercatino di seconda mano.

Anche Baba Ji era in postazione. La prima volta che l’avevo visto circondato da poliziotti gli avevo chiesto se gli servisse qualcosa, temendo lo rispedissero in Kashmir. Ora so che è parte del quadro, col barbone e il cappello che gli copre la scuccia. Lo multano ogni giorno, ogni giorno ritorna. Quella fiumana ha sempre fame di souvenir, i suoi posacenere fatti di vecchie lattine (mai di birra) sono più originali della bambola vestita da flamenco.

A un certo punto, una macchia nell’annuncio pubblicitario. Il seguratta di un grande magazzino se ne stava affacciato a parlare con una perroflauta buttata in un angolo. Vedevo l’omone alto con la camicia giallo stinto, che copriva a stento una pancia imponente, sorridere ricambiato alla ragazza minuta, forse ventenne, seduta distrattamente sul ciglio del negozio come se tutto questo non la riguardasse. Mi sembra di riconoscere una nota straniera nel suo accento.

Soprattutto, mi sembrava che il Matrix, in quel momento, si svelasse a tutti. Che in quel copione visto e rivisto qualcosa fosse andato storto, che le comparse si fossero ribellate un attimo, il regista perfezionista si fosse lasciato scappare un dettaglio.

E che quel dettaglio fosse l’umanità.

Il fatto che un uomo messo in divisa a sorvegliare capi confezionati a basso costo in Sri Lanka potesse essere prima di tutto un uomo. Che una ragazza che dorme per strada potesse piazzarsi proprio lì, invece che due strade più avanti tra i bar fricchettoni e gli angoli più scuri, e potesse parlare proprio con questo qui.

E se i personaggi di quest’annuncio pubblicitario laccato che è l’estate a Barcellona si ricordano di essere umani, prima di tutto, forse qualcuno prima o poi avrà la forza di gridare stop. Si taglia la scena, e si comincia a vivere.

croce Sono tornata in biblioteca.

In effetti adesso dovrei star lì, invece che nel mio soggiorno a mangiare una mela marcia e raccontarvelo. Ma quando le giornate si scompongono come i fili dell’amaca sotto questo vento che adesso mi minaccia le carte della scrivania, quando succede meglio tenergli il gioco. Al vento, dico.

Torno in biblioteca per leggere vecchi giornali (ma proprio vecchi) alla ricerca dei miei soldati, che “miei” ormai non lo sono più tanto. Sono tornati a essere un campo di battaglia, tra Catalogna e non Catalogna. Tra storici che li vedono come uno dei tanti miti di una nazione in cerca di paese, e gente che pensa che, pochi e buoni, erano eroi.

Io ho sempre pensato, innanzitutto, che fossero poveri cristi. Buttati, spesso loro malgrado, in una trincea. E che per sopravvivere ci stava bene, credere che a fine guerra magari la Francia avrebbe aiutato il loro paese a farsi indipendente. Io in quelle circostanze mi sarei messa a credere a Batman, alla Fata Turchina e all’amore eterno, figuriamoci a questo.

Il mio bisnonno operaio socialista diceva che gli austriaci erano brave persone, tu gli dicevi “oggi spariamo noi, domani voi”. E la guerra scendeva giù che era un piacere, o quasi. E con buona pace sua e della retorica penso piuttosto agli uomini che amo ora, fratello amici amori, in una trincea. Io che chiamo dal paese alla prima notizia di scontri a Barcellona durante le manifestazioni. Be’, a immaginarmeli lì mi commuovo nella peggior tradizione di Lacreme napulitane.

E ho adottato questi soldati un po’ spacconi e molto sgrammaticati in vece loro.

Sgrammaticati? In realtà, più vado avanti, più scopro scrittori in erba. Immancabilmente, quando li segnalano nei brevi articoli sormontati da vignette antitedesche, gli scrupolosi redattori filoalleati avvertono “non soffermatevi sulla qualità dei versi, ma sul sentimento che li accompagna”. Roba che io mi sarei offesa, scusate. Avrei chiesto una licenza e sarei piombata in redazione con una marmitta di rancio français tutta per i miei critici. Poi leggo Requiescat in pace, di P. Francis. Viene subito dopo una retoricissima celebrazione del “compaesano” Joffre. Ma questo che riposa in pace, guarda un po’, non è un generale, è un compagno morto. Si capisce pure in italiano:

Els companys sus la creu han posat el képi,
Del clot, del pobre clot la terra encara és fresca,
Un rossinyol content refila en la verdesca.
El capella-soldat ressa un poc de llatí.

È sul finale che alzo gli occhi sulle volte finto-gotiche della Biblioteca de Catalunya, e mi scopro a recitare, in testa ovviamente:

Di queste case
Non è rimasto
Che qualche
Brandello di muro

Di tanti
Che mi corrispondevano
Non è rimasto
Neppure tanto

Ma nel cuore
Nessuna croce manca

E’ il mio cuore
Il paese più straziato

E allora dico caro P. Francis, autore di Poemes de guerra, non fa niente se non sei Ungaretti. Ho capito lo stesso. E i miei lutti non sono niente, rispetto ai vostri, ma di paesi straziati son pieni i cuori.

Certo che le rondini che svolazzano tra le antenne, mi accorgo adesso, sono un tetto migliore delle volte finto-gotiche.

Ma domani si torna lì.

(Finale serio)

(Finale pop)

omaggio-franca-rameNon c’è niente di eroico a organizzare in due giorni un omaggio a Franca Rame.

Però richiede lavoro. Sempre meglio che andare in miniera, ovviamente, e poi l’omaggiata merita. Ecco, se c’è una serie di questioni da chiarire prima di cimentarsi in simili imprese, la prima è che la gente non sarà lì per te. Verranno per lei. Se la cosa va bene, è merito suo, in caso contrario è colpa tua. E va bene così.

Un’altra cosa da capire è che risparmi tempo e fatica facendo solo quello che sai fare, quello che ti viene meglio. Io sono brava ad avviare le cose. Non so recitare, non so niente d’informatica, poco di comunicazione. So dare il mio tavolo all’esperto grafico di Altraitalia, convocato da me alle 11 di sabato mattina, il tempo di tornare io dalla biblioteca con le fotocopie dei testi in spagnolo (che il Rai, giustamente, non è l’Istituto italiano di cultura). So tagliare in due i pomodorini cherry da aggiungere agli spaghetti e al pesto industriale, mentre la locandina prende forma e l’attrice, accorsa pure lei, si legge il suo monologo (il primo in spagnolo) con 24 ore di preavviso.

So anche rendermi conto, come svegliandomi da un sonno, del caos in cui sto vivendo. Della lettiera della gatta rovesciata in balcone senza che riesca a prendere una scopa, della casa che cade a pezzi e io la guardo come a dirle aspetta, aspetta che mi rimetto in forze. Però le forze di metter su uno spettacolo ce le hai, sembra urlarmi il lavandino che vomita piatti. Eh, non è detto.

So infine che con l’attrice che verrà la sera, dopo il lavoro, dritta da me per il suo monologo condito da insalata, mi metterò a parlare di cose profonde, cose importanti. Dammi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare quelle che posso…

– Ecco – commento, ritagliando i volantini da distribuire al concerto delle Questioni Meridionali – tu dimmi “ti do due giorni per metter su uno spettacolo”, e ci provo. Quello che non so fare è… Com’era? “Accettare le cose che non posso cambiare”. Sta cosa mi ammazza. Dimmi che ci devo lavorare due anni. Ma che non ci possa fare niente… Brrr.

L’attrice sorride, inclina un po’ la testa come quando salirà lei sul palco, la sera dopo, quando ormai il pubblico numeroso ci avrà fatto aggiungere altre quattro file di sedie, e la cuoca avrà cucinato, il presidente avrà presieduto, e il presentatore sarà arrivato mezz’ora prima a fare quello che sa fare meglio di tutti (insieme all’hummus), e l’offerta a piacere ci avrà tolto anche l’impaccio di dare il resto per l’angolo buffet.

E l’ultimo monologo, affidato all’autrice su uno schermo gigante, avrà strappato un applauso che dalla sala buffet mi avrà fatto alzare la testa un momento, per poi capire.

E l’abbraccio liberatorio ci avrà confermato che quello che dovevamo fare l’abbiamo fatto, presto e bene.

Restano le cose che non posso cambiare.

Come il tubo del lavandino che decide di staccarsi il giorno dopo, inondandomi la cucina di acqua e scorze di pomodoro, ma il tecnico venisse tardi, che prima devo andare a Barceloneta.

Ci vado sempre quando devo proprio riposarmi. E curarmi.

Infatti penso, le cose che non posso cambiare. Accettare le cose che non posso cambiare.

Finché non dico OK, e improvvisamente resta solo il mare.

da alqamah.it

da alqamah.it

Lo sapevo solo io. Non avevo capito che Massimo Carlotto proprio non ci veniva più, alla Libreria Le Nuvole. Avevo pure letto il messaggio della disdetta per motivi familiari, ma per un diabolico intreccio d’informazioni avevo capito che magari non oggi che è Sant Jordi (e non era proprio previsto), ma almeno ieri sera avrebbe presentato il nuovo libro.

Ovviamente, che mi sbagliassi l’ho scoperto in metro, a biglietto già vidimato. La T10. La prima volta che la comprai credo non arrivasse a 7 euro. L’ho ripresa l’autunno scorso, dopo una lunga pausa, e poco ci mancava che la macchina m’ingoiasse la 10 euro intera, senza ruttarmi manco un nichelino di resto.

Che fare? Ormai mi ero truccata e imparruccata, un’altra linea del romanzo da recensire (una storia di lupi mannari) mi avrebbe fatta ululare che manco in Frankenstein Junior… Sono scesa a Gràcia, almeno 10 minuti a piedi risparmiati. Ho pensato di allungarmi verso Plaça Catalunya e cercare di capire come vorrei vestire la nuova me.

Infatti, come da tre anni a questa parte, cambio di nuovo. Dentro e fuori. Mi attivo tanto, ho deciso di provarci davvero, a fare solo quello che mi piace. In politica, nel lavoro. La carne mi fa quasi schifo, ormai, anche se ancora non sputo la fetta di prosciutto se me la trovo per sbaglio nel tramezzino. E mentre la nuova parrucchiera mi toglieva per sempre la tintura platino che mi faceva chiamare Shakira dagli ubriachi, la radio dava Common People, e a me veniva da ridere.

E poi ho scoperto che rispondo. A cosa? Ieri, alla visione dell’anziano vicino che mi ha adottata e mi ha fatto perfino il letto in cui dormo, e in quel momento camminava bassino e magro, col barbone, circondato da due ragazzoni della Guardia urbana. Ma a passi lenti, come se stesse passeggiando con loro tra i turisti di Portal de l’Àngel, in direzione opposta al negozio di scarpe che puntavo io. Nella busta a tracolla, di quelle di stoffa per la spesa ecosostenibile, le lattine di coca trasformate in ceneriera che vende seduto a terra, su Portaferrissa.

E allora mi sono girata. Non era scontato che lo facessi. Da tempo mi ero un po’ stancata, di queste adozioni tra vicini, del paternalismo che accompagna l’affetto per una straniera biondiccia che vive sola nel Raval. E qualche volta mi sono data per occupata quando non lo ero poi così tanto.

Ma sono tornata indietro. Il ragazzo è stato gentile, è un affare del signore, non posso dirglielo per la sua privacy. Me l’ha detto il diretto interessato, nel suo inglese, e non ci ho capito molto, sorrideva il suo sorriso amaro e sdentato. Ha parlato di affitto, di soldi che non aveva per pagarlo, non ho capito se si riferisse a casa sua o all’autorizzazione per la bancarella. Possiamo proseguire tutti insieme, ha chiesto il ragazzo in spagnolo. Il collega dava informazioni a una turista. Posso aiutarti, ho ripetuto in inglese. No, grazie, Mariya, come mi chiama. Era una multa, l’avrebbe pagata.

Ah, già, i documenti sono a posto. Ha trovato una bella ragazza che se lo sposava gratis perché tra i loro passaporti non ci fosse più differenza.

È allontanandomi che ho capito che la matita per gli occhi non sarebbe arrivata intera, a casa. Non so manco perché. Forse per la visione del vecchietto circondato da ragazzi alti che non parlavano la sua lingua, ma era lui a stare nel loro paese. Che per vendere le sue lattine non ha l’autorizzazione, e la legge è quella. Ma… Ma.

Vediamo ste scarpe.

Niente, le più belle erano fatte di finto sughero. Rovistando tra sciarpe e borse ho ripensato a Piero che al Parc de la Ciutadella, domenica, alla Fiera della Terra, mi ha messo in mano la prima tammorra in 32 anni.

– Non la so suonare – ho confessato.

– Impugnala così, e non pensare alla tecnica, comincia a prenderci confidenza.

Così ho fatto, e così facevo, ieri, con me. Prendevo confidenza, cercandomi tra gonne di finto chiffon e maglie al 30% al Corte Inglès. Non mi sono trovata, perché ovviamente non ero lì.

E neanche sull’altalena della foto che ho messo su facebook, un’altalena di 30 anni fa che sarà finita arrugginita in soffitta. La stessa faccia e lo stesso sorriso, ha detto uno. Cos’è che ho in comune con quella, cos’è che non cambia mai. Cosa…

Cosa ci trovate, in lei?, chiese una volta una tizia a un ragazzino che mi veniva a prendere. E lui disse qualcosa che ora ricordo come “Energia”,o giù di lì, e che visualizzo come un fuoco. O meglio, come una luce di quelle scoccianti d’estate, non so se di un lampione o un falò, che se ti ci avvicini troppo ti scotti, ma alla giusta distanza non sono male.

Ecco. Spero di trovarmi lì.

pernacchioQuesto è il classico articolo post-evento in cui sfotto a tutti quanti. E dopo aver faticato tanto alla serata Ricomincio da te – Da Barcellona per Città della Scienza, un cordiale pernacchio non ce lo meritiamo forse pure noi?

E allora sfotto Marco R., che tra un’emergenza e l’altra pareva la tarantola evocata ben due volte in corso di concerto, Matteo ‘o fotografo che, checché ne dica, pare sempre ‘o frate ‘e Saviano (“‘o frate intelligente”, specifica), e pure la sua promessa sposa, maestra di tarantella calabrese per una sera, che sta per passare stu guajo. E poi Ada, che stava lì a correre avanti e indietro appresso alle chiavi del Pou de la Figuera (“L’armadietto… L’armadietto interno!”), mentre Stefania, da brava attrice, proprio s’immedesimava nel suo ruolo di perseguitartisti, mettendoli in riga. A proposito di mettere in riga, Diego poco ci mancava che trasformasse il fulvo barbone in un minibaffetto e ci dicesse alla Acuto “Ki nun akkattare bigliettinen, è propeto ‘nu Kainen”. Il bello è che aveva ragione, fosse stato per me e le mie collaboratrici-attrici alla porta (onore al merito, soprattutto per avermi sopportato), una decina di biglietti dell’estrazione nun se vendevano.

Gli artisti, purtroppo, non posso sfotterli a dovere, perché tra cassa e spedizioni per comprare i piatti e la guardia allo sgabuzzino (la cosa che mi riusciva meglio) ho visto poco e niente. Ho adorato l’ultima canzone di Alessio Arena, che se ne stava soletto con la sua chitarra ad aspettare cu’ ‘na pacienza ‘e Giobbe che, negli orari slittati, venisse il suo turno. E mi ha sorpreso il Buonanotte Fiorellino, dell’allegrerrimo Ciccio De Gregori, cantato dai Ual·la música. Non mi posso manco più godere la Tammurriata nera dei Salentu Taranya, perché per colpa di John Turturro ormai canto Lay that pistol down. E parlando di pizziche e tarante, che dire dell’eroico Marco B, che cercava impavido di far ballare la pizzica a una banda di sfrantummate che, per qualche arcano motivo, proprio non riuscivano.

Sergio si sfotte da solo, immedesimato com’era nel ruolo di plurivaiassa della Gatta Cenerentola, tanto che tra una risata e l’altra mi aspettavo, come insulto fuori programma, un funiculare senza currente! E del bravo presentatore Banzo-Super Almuerzo ricorderò soprattutto gli improperi assortiti nei confronti del Casal, reo di essersi spostato apposta perché non lo trovasse più. Fortuna che poi ce l’ha fatta, e ha resistito 6 ore in piedi con tanto di sfiancante sorteggio finale (ahò, ‘na ventina di biglietti estratti per 5 premi!).

E soprattutto sfotto me, che a un certo punto avrò ‘mbriacato gli eroi del bar mandandogli clienti con 10 bigliettini cocozza (quelli da due euro, ricordo ancora) per consumazioni da 1,50. Che alla terza canzone delle Questioni Meridionali (e ricordiamo sempre che Piero è in realtà Giancarlo Giannini), quando siamo riusciti a far ballare anche l’assessore, mi sono levata gli stivali da trans e mi sono messa a ballare (male) coi soli calzerotti multicolor stile Pippi Calzelunghe (abbinati a una tenuta azzurro transgenico che faceva più Puffetta che curva B del Napoli. A proposito, Fozza Napoli!).

E perché ho fatto quest’articolo a schiovere? Perché sfottere fa bene. Perché sfottendo sfottendo, faticando e senza mai prenderci sul serio, abbiamo fatto un evento di cui siamo orgogliosi. Perché una vrancata di sfrantummati si è messa lì e per una sera si è ricordata che si può essere napoletani, italiani, esseri umani nel mondo senza smettere di pigliare tarantelle.

E scusate se è poco.

(Messaggio per il tipo bellissimo con cui, dopo mesi di pizziche solitarie, stavo per ballare un secondo prima che finisse il tunnel umano: di solito le porto, le scarpe, eh).

www.nekane.com Per me inizia adesso la settimana che finisce.

Questi 5 giorni sono stati un buco spazio-temporale che ha visto mio fratello e la sua ragazza cimentarsi in una delle più difficili missioni umanitarie al mondo: trasformare la mia tana in una casa per esseri umani. La gatta non era proprio entusiasta, ma si è fatta accarezzare dai nuovi venuti, tralasciando perfino i resti del pollo entrato in casa mia a beneficio dei due carnivori.

Domani ti porto le fotocopie, ho dichiarato due ore fa all’ennesimo interessante incontro per farvi conoscere i miei soldati della Grande Guerra. Domani è sabato, mi ha ricordato la mia interlocutrice. Ma avevo appena lasciato i miei beniamini sulla navetta per l’aeroporto e per me è lunedì. Tanto più che, se non hai un lavoro d’ufficio e vivi nel Raval, un giorno vale l’altro. Magari il venerdì stanno tutti vestiti a festa per andare in moschea, la domenica qualcuno chiude il negozio, e c’è il mercato su Rambla Raval. Ma poca roba.

Lo so, eh, che è passata una settimana, ed è stata interessante anche nelle ore che non mi hanno vista alle prese con Gaudí e con i tour gastronomici per la Barcellona multietnica.

Interessante nel bene e nel male. La mia solita risposta ai periodi no (fare cose) mi sta portando dritta a un altro collasso che vi propinerò in diretta. Ma per ora reggiamo, vecchie ossa permettendo. Adoro creare, nei limiti nel creabile.

Invece mi è spiaciuto vedere meno gente di quanta sperassi alla commemorazione di Íñigo in Plaça St Jaume. C’era Nicola alle prese con le candele, maledetto vento, e pure Esther.
Di lei mi è piaciuto che pubblicasse una foto di quando di occhi ne aveva due, dicendo che a vedersi sui giornali con la benda e tutto, si era sentita brutta, e voleva rivedersi allegra e sorridente dall’ultima vacanza.
Non sa quanto mi ha fatto riflettere sulla bellezza, su quanto possa essere una gioia e una risorsa per arricchirsi la vita, e quanto una padrona spietata, se lasci che t’invada casa secondo le sue regole. Che sono sempre quelle, irrazionali e contraddittorie, del mondo di fuori in questo esatto momento. In quel caso, altro che ventose per appendiabiti o ganci per la spazzatura, casa tua ti crolla addosso lo stesso. Se vuoi sentirti inadeguata ci riesci sempre, c’è chi non ti trova abbastanza accogliente o abbastanza tormentata, abbastanza burrosa o abbastanza pelle e ossa. Le donne le vogliono o rassicuranti o infelici, sono modelli di fascino. L’ho fatto anch’io, a suo tempo, con gli uomini, e mi sono sentita stupida troppo tardi. E sospetto che per gli uomini che ci cascano coi modelli maschili sia peggio, hanno meno strumenti per uscirne, o anche per capire che hanno un problema.

Viva Esther, quindi, Esther che sorrideva e che ora fa più fatica, ma là stava, in piazza.

E, detto en passant, bello che nella tua casa addomesticata, ripulita e piena di ventose, l’amore trionfi. Anche se per cinque giorni. Un amore giovane ma collaudato, fatto di refrain in comune e una profonda conoscenza dell’altro, anche nei suoi limiti. Una profonda accettazione, un profondo rispetto.

Vedo la differenza con gli amori tormentati, scusate l’ossimoro, quelli a cui abitua il caos di città come Barcellona. Quando hai quelli pensi solo perché non chiama, perché non vado bene, perché non va bene, perché. Quando hai l’altra cosa perlopiù non pensi, almeno non a quello che dovresti semplicemente vivere, senza rimuginarci troppo su.

Ed è bello vederlo in azione, ti riempie una casa più delle ventose.

Ti ricorda che la tua preziosa solitudine dovresti barattarla solo con qualcosa del genere, e nient’altro.

(questow sofito violay…)

huertosurbanosbarcelona.wordpress.com

huertosurbanosbarcelona.wordpress.com

I rimpianti non sporcano i piatti. Manco i rimorsi, se è per quello.

Alla fine, quando si tratta di lavarli rimuovi le solite cose: tracce di riso cinese alle verdure, di due giorni fa, le foglie d’insalata nella zuppiera grande, che lasci da parte con qualsiasi scusa e intanto la salsa Caesar avanzata si trasforma in Goldrake. Alabarda spaziale! Meno male che almeno il piatto del cous cous ho imparato a lavarlo subito, se no appesta una casa.

È quando hai ospiti, anche se del tipo buono e indulgente che ti vorrà bene comunque, che ti rendi conto delle condizioni in cui vivi. Specie se una gatta ha ormai preso possesso della casa, senza peraltro parlare di dividere l’affitto. Mi guarda solo con l’aria indulgente di chi dice “se proprio insisti puoi restare”. Bella lei, un giorno scavalco anch’io il balcone dei miei nuovi vicini, che hanno deciso di sfidare ogni luogo comune sulle coppie gay mettendo a palla la Pantoja, e dico sapete che c’è? Il disordine mi sta invadendo casa, mi trasferisco da voi.

Credo che fino a poco fa ci fosse pure qualcosa di feticista, lo psicopatico che si tiene il cadavere della madre in casa per non ammettere che è morta (e magari l’ha pure giubilata lui). Ora no, è proprio pigrizia e indolenza di fronte all’immane lavoro che mi aspetta. Che ci posso fare, nessuno mi ha insegnato a pulire, a che servisse. Vivevo anch’io in una casa dove, come dice Marta Rojals, i letti si facevano da soli come per magia, e il piatto a tavola ti aspettava fumante quando tornavi da casa. Quando ho preso casa da sola è stato anche in barba a quei 2-3 coinquilini maniaci della pulizia e dell’ordine, che peraltro non potevano vantare molte altre qualità. Me li immaginavo seduti nel mio nuovo salotto, a soffrire atrocemente per un fazzolettino buttato a terra dal vento che avrei raccolto solo un istante prima di accompagnarli alla porta.

Ma l’ho fatto anche perché mi venisse voglia di pulire senza che me lo imponesse nessuno, e devo ammettere che sta cosa va un po’ a intermittenza.

Stavolta ad esempio batto in ritirata e, almeno di sabato sera, esco. Il festone non posso, mi spiace non vedere l’amica che lo dà ma sto pure in fase premestruale, e il giorno dopo ho una traduzione. C’è un reading di poesia e racconti all’Hort del Xino, prima di accaparrarmi dieci cm di panca per una birra e un giro di coplas kitsch a O’ Barquinho.

Grandioso, l’hort del Xino. È uno dei vari orti popolari di Barcellona, coltivato dagli abitanti del quartiere. Non ci andavo dal cineforum indignado, due anni fa, che con un proiettore scalcagnato ci aveva trasmesso l’ultimo di Roger Moore. Stavolta c’è un tendone artistico con microfono e un angolo ad alto tasso glicemico, solo birra, dolci e succo di frutta.

Arrivo in tempo per l’ultima lettura e per una piccola recita, coperta dalle grida dei bambini che si rincorrono nell’orto. La recita è carina, una passante strattona con un’asse da stiro un tizio seduto a leggere, e scopre che non sente dolore,a ben vedere non sente nulla. Suo fratello Pol gli ha fatto un elenco di cose che possono fare male, e siccome le assi da stiro non sono contemplati… Alla fine la tipa lo bacia. Niente. Solo all’ultima botta, sempre accidentale, mentre si allontana con l’asse da stiro, il tipo dice “au” (ahia lo diciamo noi).

È un inizio, gli concedo applaudendo.

Poi succede una cosa strana. La presentatrice, in occhialoni da sole e gonna hippie splendida, chiede se ci siano musicisti. Il tipo che, altezza a parte, era uguale a un amico che vive in Provenza, si alza e spiega di essere un musicista… provenzale. Prende il tamburello e una fisarmonica casereccia alla Bob Dylan e canta canzoni in occitano, con qualche variante tra il moderno e il demenziale. Poi ci raccomanda di cliccare sulla sua pagina facebook. Come hai detto che si chiama?, chiedo.

E finiamo per parlare di trovatori occitani e strane lettere trovate tra quelle dei miei soldati, firmate Madame Mistral. Sostegno alle “meirino de guerro”, e bestemmie mie al momento di tradurle.

Lui è venuto apposta a Barcellona per occuparsi di musica e lingue minoritarie, “che la Francia su queste cose è bacchettona e Parigi, in fondo, provinciale”. Che palle essere di un paese così chiuso. Eh, rispondo.

La tammorra la suona bene un tizio che conosce in un centro sociale lì vicino, mi dice il nome, ho presente? Ehm, qualche pagina alle medie.

E poi la differenza tra lingua e il dialetto, e l’occitano in via d’estinzione e il napoletano vivo e ruspante ma proibito ai bambini chiattilli. Finché il freddo polare dell’orto e le tenebre e la constatazione empirica che, per dirla in occitano, stammo sulo nuje e Pino Mauro, non sfrattano anche noi.

Sono contenta. Ogni volta che vinco ciclo, rimorsi e rimpianti e piatti sporchi (e sei piani da risalire) per andare a curiosare nel Raval fricchettone, ne vale sempre la pena. Meglio che restare a dar la caccia alla gatta.