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fumataneraIl mondo aspetta il papa, io aspetto il ciclo.

E no, nonostante l’omonimia, certi divini pennuti non c’entrano niente.

In realtà è puntuale, solo che quando cominci ad andare in coma sette giorni prima, l’aggiungi alle cose da aspettare. Insieme al governo, al presidente e al papa.

Oddio, quest’ultimo lo aspetto solo per vedere se parlerà davvero come Stanlio e Ollio: sperow key mi corrigiretey, stupídi!

La scorsa fumata nera, otto anni fa, mi vedeva a un passo dalla laurea e a molti di distanza da Manchester, dove un 25nne (di un anno più grande di me, ma lì sono uomini presto), mi aspettava per convivere nella casa che si era appena comprato. Io non avevo quella testa, volevo la libertà rob’ cos’. Come il mio amico di Madrid, che aveva lasciato Manchester un anno prima dopo aver infranto vari cuori.

Oggi mi ha chiamato, l’amico di Madrid, e abbiamo parlato a lungo, senza più dover passare all’inglese. Anche se ogni tanto ci mettevo qualche parola in catalano. In questi otto anni io ho finito un dottorato e lui ancora no. Ci hanno licenziati entrambi. E sentimentalmente ci hanno somministrato la stessa medicina che otto anni prima elargivamo noi. Concordiamo sul fatto che sia amara.

Ora siamo entrambi in attesa, perché quando hai fatto tutto quello che devi fare, puoi solo aspettare.

E nell’attesa, ho scritto un racconto sulle attese.

sangueamaroSangue amaro

E poi Xavi le dà un anello.

Glielo dà sul lungomare di Napoli, per festeggiare la sua promozione. Quale? Non lo sa, ma sa che è un bel lavoro, quello che cercava.

Il tramonto è di quelli di cielo e mare uniti in un unico schizzo di spuma, che in un’impennata d’orgoglio ti plana sugli stivali di mezzi tempi, sugli scogli davanti a Castel dell’Ovo.

Ma stasera ‘a cartulina ha deciso di dare proprio il meglio di sé, e Xavi, che per l’occasione si è messo il profumo regalato al loro terzo non-meseversario, la porterà a mangiare da Zi’ Teresa. Offre lui. E s’impegna a non mettere il parmigiano sulle cozze.

Ora, che tutto questo sia un sogno, Rosa lo sa.

Sa pure che la sveglia del cellulare è suonata dieci minuti fa, e con la cazzimma delle sveglie moderne si appresta a ripetersi. Ma vuole stare ancora un po’ sotto il piumone a credere che sia tutto vero, ancora un po’, per favore…

Ecco. Tu-tu-tu-tuuu. Sembra un elettroencefalogramma. Il braccio lotta col buio, svogliato, sapendo di perdere, allora afferra il lume come un tentacolo e cerca l’interruttore.

Tuuu.

Niente, tanto ormai il telefonino è illuminato a festa. Ci mette qualche istante ad affrontare la logica delle sveglie da cellulare spagnole. Quando suona questa, sull’enorme schermo rettangolare compaiono due scritte equidistanti:

Aceptar
Repetir

Se non accetti la cruda realtà (che ti devi alzare), ripeterai all’infinito il tuo errore (fingere che non sia tardi).

Le sveglie spagnole sono un po’ filosofe.

Si alza e corre verso il bagno. Ma lei non sta in Spagna, sta a Barcellona. E nel suo mozzico di quartino, 30 metri quadrati per tre coinquilini, l’unico bagno, quando ti serve, è occupato da un Erasmus.

– Vanessa, por favor, ci ho il ginecologo!
– Un momento!

Sì, un momento. Si mette una mano sulla pancia, per ascoltarsi. Vanessa a lezione non ci va mai, può svegliarsi all’ora che le pare, e non le lascia libero il bagno una volta che si sveglia alle 7.30 del mattino.
La pancia tace. Eppure. Guarda il mare, dalla finestrella delle dimensioni di un oblò. Che differenza, col sogno. È grigio, carico di pioggia. Come il cielo che incombe sulla giornata gonfia che le si apre davanti, dopo un altro quarto d’ora, come la porta del bagno, prima che la sfondi.

Quando doveva arrivare? Fa il calcolo. Stavolta è una settimana. Non si è mai preoccupata, tanto incinta non è, Xavi è in tournée da un mese e doveva chiamare tre giorni fa.

Il reggiseno l’ha lasciato già in bagno, quello una misura più grande, della fase premestruale. È l’unica cosa buona, se non le facessero così male. La panza, come un otre che cerca di comprimere nei jeans, non la guarda nemmeno. Maledetto progesterone. Il bottone con su scritto Levi’s si chiude a stento.

Correndo verso l’ambulatorio incrocia tutte e due le dita, spera che ci sia la vecchia.
Quella la fa visitare da tutti e due gli assistenti, maschio e femmina, e le fa domande tipo quanti uomini ha avuto e a che età il primo rapporto sessuale, ma almeno è seria.

– La dottoressa Grau ti aspetta – fa alla reception il tizio simpatico, che improvvisamente le diventa antipatico.

No. Crudelia. Solo che rispetto a Crudelia De Mon, si accorge precipitandosi nella sala di ostetricia, stavolta si è fatta i capelli rosso paprika, che con la montatura degli occhiali a chiazze dalmata fanno una combinazione deliziosa.

– Che succede, stavolta?

La sedia gestatoria si staglia alla sua destra contro la parete color Brooklin – freschezza da baciare. Minacciosa.

– Non mi viene il ciclo.

Crudelia fa un sorriso ironico.

– No, non sono incinta – spiega subito lei. – Mi succede sempre. Ma da tre mesi a questa parte è fisso.

– Tre mesi – scrive l’altra pensierosa, su un taccuino. – E che è successo, tre mesi fa?

Ecco, ora la rende nervosa. Si morde un labbro, incrocia le scarpe sotto i jeans che da seduta sembrano sul punto di scoppiarle addosso.

– Non so – dichiara infine.

Crudelia si toglie gli occhiali dalmata.

– Te lo dico perché sarò franca, con te. È inutile che guardi la sedia gestatoria, lì. Non ti visito. Posso pure infilarti un dito lì dentro e controllare, ma già so cos’è. Te lo leggo in faccia.

Rosa sospira. Pure la ginecologa veggente, ti legge le ovaie attraverso gli occhi.

– C’è qualcosa della tua vita che devi cambiare. Una cosa che non ti serve a niente, che ristagna. Ma tu non la lasci andare. Cambia quella e starai bene. Intanto…

Per essere esattamente l’antimedico, ha una grafia nitidissima.

Ibuprofeno? E che è? – Luigi legge la ricetta, appoggiato alla macchinetta del caffè. Si sono presi la pausa insieme per commentare il crollo del palazzo a Riviera di Chiaia, quella mattina, e lei ne ha approfittato per fargli vedere il foglio di Crudelia.

– Acqua calda, questo è. Sti stronzi non hanno l’Aulin. Hai detto a Carlo di metterlo in valigia, mo’ che viene questo fine settimana?

Pensano tutti e due a Carlo e alla sua valigia. Col contratto di affitto dello stabile, già visionato dal suo notaio. Carlo è sicuro che farà un buon affare, lui è figlio e nipote di ristoratori. Rosa non vede l’ora di aiutarlo nella gestione del ristorante che metteranno su tutti e tre, e mandare affanculo i telefoni del call center.

Luigi schiaccia pensieroso il pulsante della cioccolata.

– Quello non sa ancora se viene venerdì o sabato. Ma prenotasse, coi prezzacci che ha messo la Vueling…

Rosa gli scompiglia i capelli tenuti su dal gel buono, brizzolati e affascinanti da quando stavano all’università. Facoltà di Economia della Federico II. Lui, tesi in Economia Aziendale, lei Economie dei paesi in via di sviluppo.
Nessuno dei due, arrivando a Barcellona sei anni prima, aveva mai studiato Servizio di Attenzione al Cliente.

– Quale ibuprofeno. Quello che devi fare tu è liberarti di Xavi. Si ricorda di te tra un concerto e l’altro, quando gli mancano le groupie.
– Te l’ho detto, ancora non ho deciso. Non è detta l’ultima parola. E anche se fosse… Potrebbe andarmi bene così.
– A te? Ma nun me fa’ ridere. E allora cos’è, che staresti trattenendo, signorina Freud?
– E io che ne so. Tutto questo, forse.
– Azz, le nostre giornate al telefono? Pronto si’ tu, nun attacca’? Bell’affare, che fai.

E hanno pure fortuna, che l’azienda è piccola e l’hanno trovata al terzo tentativo. 1.200 al mese con la crisi non sono male, specie se netti.

– Te l’ho detto, Lui’, non lo so. Ho la sensazione che potrei rimpiangere tutto questo, precario e buono.
– Rimpiangere cosa?

Sorride.

– I Pavesini che mi porti la mattina, per prendere il caffè.

E pure Xavi che va e viene, ma quando viene è una festa, camera chiusa a chiave per un giorno indero, direbbe “Cicci” D’Alessio.

– Il punto non è la paura di non trovare mai pace, Lui’. Le nottate, prima o poi, passano. I nostri nonni che hanno mangiato polvere di piselli sotto le bombe ci sputerebbero in faccia. Il punto è che, guarda un po’, io tutto questo potrei anche rimpiangerlo, precario e buono. Pure le cose così così, a volte, si rimpiangono. Ti ci affezioni…

Lo stomaco le brontola in maniera inverosimile, mentre conclude:

– Non vorresti mai lasciarle andare.
– Aspetta di stare uccisa di lavoro alla cassa del Restaurante Bella ‘Mbriana – Cocina típica napolitana, e vedrai come le lasci andare.

Sì, decide lei. Stavolta, stavolta fanno il botto, col ristorante.

– La pizza con la scarola, Rose’, la pizza con la scarola, facciamo.

Luigi si emoziona sempre su questo punto. La pizza fritta con la scarola a Barcellona proprio non si trova, e non ci stanno santi, può pure affacciarsi il peruviano, come adesso, a fargli capire che devono tornare al lavoro.

– Chitebbivo – bisbiglia sorridendogli, e facendo un cenno che può voler dire qualsiasi cosa. – Il coordinatore del servizio clienti italiani sono io? E comando io. Hai visto, Rose’, tu sei mille volte più buona di me, e sempre al masculo hanno dato l’incarico, ricchione e buono.

Rosa sta pensando ancora alle scarole.

– Povia dice che puoi guarire – sorride sarcastica, mentre si scosta dal distributore per far posto alla russa appena assunta, di IT.

Allora Luigi si avvicina alla nuova venuta, le fa il baciamano e dichiara nel suo inglese:

– Ciao, il mio ragazzo stasera non c’è. Che dici, vieni a casa mia?

La ragazza balbetta qualcosa, afferra un cucchiaino di plastica da sopra alla macchinetta, e si allontana con quello, senza un caffè in cui girarlo.

– E che sarà mai – borbotta Luigi. – Ma come fanno, con voi, gli altri uomini? Che poi mio padre all’Arenella questa terapia d’urto voleva propinarmi: ce ne andiamo insieme giù Napoli, in un posto che so io, le mie amiche ti daranno una mano…

Occhiolino. Rosa si risiede schifata, s’immerge nel lavoro per non pensare al bottone che le preme contro la pancia impazzita, ai capezzoli sensibilissimi contro il reggiseno che solo per questa settimana li conterrà a stento. Ma quando arriva, sto ciclo? E quando chiama, Xavi? Ma già, sa che adesso lei è al lavoro, non la disturberebbe mai.

Due coreani si sono spersi per Firenze, il proprietario dell’albergo la chiama più volte, aspirando tutte le t: il thour operathor sei thu, devi fa’ qualcosa. E che parla coreano, lei?

È proprio perché s’impone di non guardare il telefono ogni cinque minuti, e dimenticare un po’ Xavi, che se ne accorge solo dopo. Molto dopo.

Quando la segretaria ha già strillato il suo nome non sa quante volte, e quelli di IT hanno fatto spazio alla valigia all’ingresso, e verificato che delle uniche lingue che sa parlare il nuovo venuto, napoletano e un po’ d’italiano, loro sanno solo ue’ uaglio’ e spaghetti.

– Rosa, Luigi, c’è un amico che chiede di voi.

Stavolta il peruviano si alza.

– Siete appena tornati al lavoro dopo una pausa di mezz’ora. Volete guadagnarveli, questi soldi, o gli italiani li manteniamo per beneficienza?

Luigi fa il sorriso scemo di quando non vuole discutere. Non si accorge, quindi, che Rosa scatta dalla sedia e si precipita verso il peruviano, che rimane immobile con la barbetta curata e la prosopopea che gli dà la condizione di veterano in quel servizio clienti. Pure ‘e pulece teneno ‘a tosse, pensa all’improvviso, ma non sa come tradurlo.

E allora gli grida:

– Senti, noi qua di te non ce ne freghiamo proprio, capito? Noi ci mettiamo a fare la pizza con la scarola, e se vieni nel nostro ristorante prova a chiedermi una di quelle tortillas di merda che ci hai portato per il tuo onomastico, vedrai che buona. Pure nell’acqua, ti sputo, strunz’.

Luigi le è addosso in tempo per soffocarle l’improperio finale. Tutti (o meglio, tutte) guardano.

– E lasciami!
– Rose’, niente sceneggiata… Perdona, sabes, le deve venire il ciclo.

Sgrana gli occhi, incredula.

Il peruviano già stava per scivolare silenzioso nell’ufficio del manager, col suo nome in punta di labbra. Ma ora la squadra, da capo a piedi, e lei si sente nuda sotto il maglione più grande, più gonfio.

Finché non gli vede le labbra storcersi in una smorfia ironica, che vuol essere un sorriso.

– Quand’è così. Va bene, Rosa, per oggi passi, che sono un caballero. Ricorda che quando stai così male puoi sempre chiedere un giorno di malattia. E la prossima volta vai in farmacia. Per queste cose di donne, ormai, ci sono diversi rimedi.

Le colleghe hanno gli occhi bassi. Qualcuna la guarda con un sorriso solidale, da dietro lo schermo del computer.

Rosa attraversa il corridoio tirando Luigi per il bavero della giacca.

– Che cazzo ti è venuto?
– A me? Ma se ti ho salvato il posto di lavoro! E poi scusa, non è vero? Se non stavi male la facevi, questa sparata? Si sa che quando state così siete tutte uterine, specie tu.

Scuote la testa. No, si dice tra sé. Nel suo caso è dismenorrea, ciclo doloroso. L’ha sempre avuto. È come stare col mal di denti per tre giorni di seguito senza potersi togliere la carie. Vorrebbe vederlo, Luigi, in quelle condizioni.

Speriamo che Carlo porti l’Au…

– Carlo!

La valigia. Parcheggiata vicino alla scrivania della segretaria, che li guarda con aria di rimprovero.

– Per ricevere gente dovete avvertirmi prima, o non li faccio passare.

– Sì, sì, scusa – interviene Luigi, prevenendo nuovi scatti di Rosa. – Andiamo in cucina.

– No, me ne torno a Napoli – Carlo si lascia cadere sul divanetto accanto alla scrivania, incurante del giaccone che ci sta sopra. Si prende la testa tra le mani e capiscono che non possono fare altro che aspettare. Infatti, dopo un po’, butta via il giaccone e dice:

– Ragazzi, il ristorante non si apre più.

E Rosa sa che è vero prima ancora di chiedere spiegazioni. Che nell’acqua del peruviano non ci sputerà mai, e deve vedere se il giorno dopo lo guarderà ancora in faccia dalla sua scrivania, o alla fine lui andrà dal manager. Si lascia cadere sul divano anche lei, davanti alla segretaria che la fulmina con gli occhi perché non torna al lavoro, e ascolta la storia.

– Mi ha chiamato ieri notte l’avvocato… Il tuo amico, Luigi, come si chiama? Carlèsss, come me. Dice ci sono problemi. Chiamami domani e ti spiego meglio, fa. Ma quale chiamare, ho preso l’aereo. Tenevo tutto già firmato, mio padre mi aveva dato i soldi, dicendomi che se fallivo stavolta arrivederci e grazie. Arrivo da quello, col primo taxi, in culo alla Diagonal dove sta, e mi dice che c’è la normativa.
– Ma quale normativa? – Luigi scatta, facendo girare la segretaria. – Le abbiamo verificate tutte, tutte le cazzo di normative che vanno trovando questi per mettere su un fetente di ristorante. Le uscite di sicurezza erano a posto. I metri quadrati, adeguati. Non c’erano altri ristoranti nel raggio di…
– E qui casca l’asino. Sai quel parcheggio all’angolo, là vicino? Avevano chiesto l’autorizzazione prima di noi. Ci metteranno su un… nun m’arrecordo manco comme se chiamma… Un Sabors del Món, una cosa così.

Rosa e Luigi si guardano. Conoscono la catena, arrampicatasi da poco per l’Eixample e pronta a invadere, piano piano, pure il centro. Nel Raval non potrebbe mai, inutile pagare 10 euro per un riso indiano che al kebabbaro ti danno per 2 euro. Ma dove volevano farlo loro, il ristorante, sfidando la roccaforte catalana con l’offerta dell’amico di Luigi che chiudeva, hai voglia.

– E come sappiamo – conclude Luigi, la fronte precocemente stempiata resa lucida dal sudore – due ristoranti a così poca distanza non si possono mettere.

Rosa si mette le mani sulla pancia, come se fosse incinta. Le contrazioni sono quelle, decide, ma niente. Non si muove niente. Neanche lei, quando il peruviano le manda la collega francese, per non andare lui a ricevere un’altra sfuriata.

Ma lavora come una zombie, sa che Luigi ha convinto Carlo a restare, che la valigia sta nello sgabuzzino e lui al bar di fronte, ad aspettare paziente che finiscano di lavorare per prendersi una birra in riva al mare.

– Non è il mare di Napoli – commenta che è buio pesto, osservando una ragazza che corre in pantaloncini verso la skyline di Vila Olímpica.

Sono gli unici nella terraza, i tavolini all’aperto riscaldati dalla stufa. Le nuvole sono lì ad aspettare solo di scaricare il loro peso. Rosa si è sganciata il bottone fin dalla seconda clara, non ne può più.

– E come va, con quello, là… Xavi? – chiede Carlo, con un sorriso che dice fammi distrarre pensando ai guai degli altri.
– Come vuoi che vada? – interrompe Luigi. – Pare Ragione e sentimento di Maria Nazionale: scema, che aspiette p’ ‘o lassa’…
Carlo coglie la palla al balzo per rispondere in falsetto ma io lo amo

Rosa si getta su Luigi, lottando coi bottoni della sua giacca, finiscila, finiscila. Ma quello continua, ridendo:

Chillo, è tutto ‘nfamità…
So’ ‘nnammurata…, ribatte Carlo, senza smettere di fissare il mare.

Va bene, pensa Rosa guardandolo. Sfotti me, tu sei quello che ci ha perso di più. Ostenta noncuranza e commenta:

– Questa canzone l’abbiamo cantata tutti insieme proprio qua, no? Per far disperare la prof d’Italiano. Era la colonna sonora trash della nostra gita a Barcellona.

1999. Il millennio era alle porte e Barcellona era Gaudí di giorno, e discoteca di notte.

– Voi stavate nell’altra sezione – ride Carlo. – Quante fughe notturne, sotto gli occhi di Donzelli di Chimica. Facevano pure la ronda notturna col prof. di Latino, e noi mettevamo gli zaini nei letti per fingere di star dormendo, tipo telefilm americano.
– A me Barcellona non piacque manco, allora – ride Luigi. – Che ne sapevo, che ci trovavo l’uomo della mia vita.
– Seh, e quel ricciolone l’ultima sera, quando ci perdemmo per il Gotico… Ancora facevi quello misterioso, dicesti che ci andavi a cercare non so che bar, e invece… Sparito dalla circolazione per tutta la sera.

Luigi sorride, trasportato dai ricordi. Ricordi di 20 anni ancora da compiere. Di una città buona per bersela tutta con menta e vodka, non per lavorarci e mettere su famiglia. Anche se una famiglia Luigi non la può avere, a Napoli.

– Ma la gita più bella fu alla Città della Scienza, con Cardinale di Fisica. Vi ricordate?
– Ua’, sì – risponde pronto Carlo, alzando il bicchiere vuoto per chiedere altra birra, come si fa là.
– Io non ci venni, avevo la febbre – ricorda Rosa, prima che comincino a rivangare cose che lei non sa.
– Facesti male, scema. Dovevi venire con tutta la febbre. Non ci sei mai stata, là?
– No – ammette, a malincuore.
– E vacci. Fu una grande gita. A un certo punto seminammo Cardinale. E io m’infrattai con Enzo Avossa nel Planetario.
Carlo quasi cade dalla sedia.
– L’amico mio? Quello mo’ ha due figli.
– Nessuno è perfetto – ride Luigi, fino a rovesciarsi la birra. – Ma ce l’hai su facebook? Fammi vedere come si è fatto.

Carlo caccia l’iPhone 4.

– No, io non ce l’ho, ma Pasqualino Grimaldi sicuro lo tiene.

Rosa non ascolta nessuno, solo la sua pancia. Niente. Non parla. È arrabbiata con lei. Vuole che la liberi. Ma io come ti libero, figlia mia? Come? Ci pensa un attimo, poggia la clara sul tavolo e dice:

– Facciamolo, ragazzi.

Carlo alza gli occhi dall’iPhone.

– Il bagno di notte? Ma veramente facevi, in metro?
– No. Prendiamo l’altro magazzino. L’altro che offriva il tuo amico, non scontato. Un po’ più grande, a due strade dal nostro. Stringiamo la cinghia e pigliamo quello. Ormai lo sfizio della pizza con la scarola lo tengo.
– Ma ti ricordi quanto sta? – Carlo smanetta nervoso, il blu facebook le balena un momento negli occhi e scopre che ricorda il blu Barilla. No, nel ristorante al massimo pasta De Cecco. Se non la fanno loro a mano.
– Lo so – guarda Luigi in cerca di complici, capisce che stavolta non sarà facile. – Ma pensateci, ormai è fatta. Se torni a casa tuo padre ti dice che sei un fallito e aveva ragione lui. E tu, Lui’, quanto ancora vuoi restare in un call center, invece di fare quello che volevi?
– Ma Joan e io cerchiamo casa, e il mutuo…
– E ja’! – ecco, si arrabbia di nuovo. Il mare frusta furioso la battigia troppo alta, specchio inquieto del temporale che lo minaccia.

Rosa si alza, gli occhi lucidi, il bottone evidentemente sganciato sotto la maglia.

– Almeno pensateci.
– Ragazzi, la Città della Scienza sta bruciando!
– Cosa? – fa Luigi.

Carlo gli passa il cellulare. Rosa si affaccia a guardare.

– È una foto fatta mo’, sta sulla pagina facebook di Lino Grimaldi.

Rosa guarda e non capisce niente. Vede un fiume rosso sul mare di Napoli. Fumo.

Capisce solo che alla Città della Scienza non ci andrà più, come aveva capito quella mattina che il ristorante non si faceva e amen.

E che Napoli è una città che normalmente ti ammazza piano piano, in un giorno non era mai stata così infame. Una città in cui il malessere ristagna sotterraneo, come le catacombe che visitano i turisti, di solito è più discreta, non ti getta la disperazione in faccia in un giorno solo.

Sulla home di facebook si accavallano messaggi di rabbia.

È arrivato il momento di andarsene, fa un amico di Carlo che lei non conosce.

Pure quelli in comune, è tutto un “lasciamo Napoli, adesso”.

– Come se arrivando qua trovassero il Paradiso – sorride Luigi, amaro.
– L’incendio è doloso?

Pare di sì. Stanno bruciando 4 capannoni. Il sindaco…

Rosa afferra la borsa, come un riflesso condizionato che ha dai tempi di casa, e si avvia verso il mare.

– Dove vai? – le grida Luigi. – Hanno già iniziato una petizione…

Da lontano non li sente.

Accende il suo, di smartphone, e sì, nel cordoglio generale qualcuno già si muove. Si parla di conti corrente, flashmob.

Sta talmente ubriaca e dolorante che manco si accorge del messaggio di Xavi, e quando lo fa si sorprende a dirsi che lo leggerà dopo. Ora pensa a come può essere una pizza Planetarium, nel ristorante.

Perché a quei due li convince, il ristorante lo aprono.

E il primo incasso sarà per la Città della Scienza, che non ha mai visto ed è troppo tardi.

Non sa più che pensa. Cerca un pezzetto di luna tra i nuvoloni grigi.

Niente. Ma sa che sta là, nascosta, a spadroneggiare sulle maree.

E allora si lascia cadere e guarda le onde che frustano la sabbia, senza capire se quello che le arriva addosso sia una goccia di pioggia, finalmente, o le maree che le dicono… Cosa?

Qualsiasi cosa le dicano, però, lei risponde.

Da qualche parte, dentro di sé. Nel ventre che ora accarezza con la mano mentre affonda pure i capelli nella sabbia, vinta, contenta.

Qualsiasi cosa sia, la lascia scorrere via come la manciata di pietruzze che ora le cadono dalle mani, spargendosi sulla maglia che l’avvolge paziente, un attimo prima che cominci a piovere.

(finale figo)

(ok, ok, ci do un taglio)

Questioni Meridionali

No, ma veramente non ci ho ancora scritto niente?

Sarà demenza senile. Un articolo sulle Questioni meridionali l’avrò pur fatto, un giorno o l’altro.

Se mi sfottono pure, che non mi perdo un concerto al Quiet Man, in genere di venerdì.

E no, non storcete il naso: un concerto di musica folk del Sud Italia ci sta benissimo, in un pub irlandese.

Prima di tutto, perché a me piace il barista. Solo che è il tipo che ha il profilo nascosto su facebook, e quando sono riuscita a sbirciarlo, grazie a un amico ignaro che pure suona nel pub, non lo trovo in foto con una donna? Un appello: tell me it’s your sister! (No, perché quando gli dicono di alzare il volume della cassa non capisce né in italiano né in spagnolo)

E poi perché è divertentissimo vedere i turisti biondi che si fanno strada a stento in cerca del bagno, tra le matasse di riccioli neri che ondeggiano non proprio a due metri dal suolo, giusto per non smentire certi luoghi comuni sulle fisionomie del Sud.

I riccioli di Piero Pesce, il Giannini de nosaltres, sfidano ogni legge di gravità, e quando, accompagnato in genere da Stefano Pompilio, Jimmy Sciortino e Flaviano Jeronimo (Marta dell’Anno devo averla ascoltata con loro solo una volta su Rambla Raval, alla festa del barrio), ci fa accovacciare per Santu Paulu de le tarante, gli si fermano ritti sulla testa mentre sorride della nostra scomodità e del terrore dei soliti turisti, che non sanno cosa sarà quando ci alzeremo tutti di colpo e balleremo come posseduti.

Io a volte ci provo, a dirglielo, “Kneel down, it’s fun!“, ma non sempre mi credono.

Peccato. Noi veramente ce la mettiamo tutta, a improvvisare balli che magari in Italia non ci capita mai di sentire dal vivo. Io a Napoli non avevo mai osato danzare, davvero. Tranne una volta alla Notte della Tammorra in Piazza Mercato. A un certo punto, in un cambio di musica, mi ero girata e avevo avuto l’impressione che tutti avessero qualcuno con cui ballare, tranne me. E quando a fine concerto m’invitò un tizio, i suoi amici gli lanciarono una scarpa che indovinate un po’ chi colse. Fu emozionante, però, perché al momento di Kali Nifta , una coppia che in Italia non si potrebbe sposare si era messa a ballare un lento in pubblico attraverso di me, stretta in un doppio abbraccio contento.

Qui a Barcellona si possono sposare tutti e io ballo da sola: il corteggiamento dei balli popolari mi annoia, se mi giro è per vedere se sto pestando i piedi a qualcuno. Però, oltre alle varie tarantelle, qualche tammurriata e pizzica, e canzoni carine e ritmate come Hagg vist’ (testo calabrese, giuro che al secondo verso capisco chchchchchmoooraaa, con la finale neutra catalana), mi piacciono pure quelle lente. C’è Melanconica che, cantata a tradimento da Piero al Pastis Poetry Slam, mi stava intossicando il premio guadagnato per eliminazione concorrenti (tutti scappati a prendere la metro tranne me e il secondo classificato): forse chistu core chino ‘e pena/ aggia rompere ‘e catene/ l’aggia libbera’.

E poi fanno Nun te scurda’. Per vendicarsi del mio chchchchmoooraaa Piero dice sempre chisto invece di chesto, ma la parte parlata chapeau, avevo difficoltà io, da adolescente…

E poi, come bis, se allucchi abbastanza, c’è lei. Brigante se more. Cantata a squarciagola con tanto di risata diabolica eh oh ah ah ah ah.

E, in mezzo agli amici spagnoli più gasati di loro (“Però això és català!”, “Si chiama napoletano”), questi gggiovani del Sud, partiti senza bastimente con un biglietto Ryanair (che se non lo stampi so’ 40 euro), ridono in faccia non so a cosa: al piemontese che avimma caccia’, ma ormai solo se canta lavali col fuoco; a quei catalani che pensano che siamo solo italianini che vomitano per strada, e ci parlano spagnolo pure se teniamo il C; a questa crisi dentro e fuori che ci porta a gridare che brigante se more in un pub irlandese, a cento passi dalla Rambla.

Eppure qua stiamo.

da meteoweb.eu

da meteoweb.eu

Finora mi è piaciuto di più il 2009.

L’hanno organizzata anche quest’anno, eh, la manifestazione dell’8 marzo. Come sempre parte da Plaça Universitat, stavolta alle 19, e arriva in Plaça Sant Jaume. Andateci, se potete, è bello e confortante vedere quanti uomini partecipino.

Ma il 2009 per me fu impagabile.

Non mi sembrò vero, scendere per la Rambla. Stavo leggendo, per la tesi di dottorato, di operaie che avevano fatto lo stesso durante la Prima Guerra Mondiale, per il caroviveri e la scarsità di carbone. Roba che ai tempi la polizia di Barcellona ti massacrava pure se eri incinta. Come cambiano le cose, eh?

E allora queste ragazze che lungo la Rambla si palleggiavano il mondo, un mappamondo gigante, gonfiabile, mi divertirono più dei loro cartelli improbabili in tutte le lingue (con errori che li facevano più sfiziosi). Certo più delle austere custodi catalane della Transizione, che sfilavano coi loro caschetti sbarazzini di cinquantenni composte. Ma a quelle, come alle mie ’68ine, dovevo essere solo grata.

La Transizione l’aveva vista un po’ anche questa tipa, sul palco di Plaça Sant Jaume che è la sede del poder (maschile singolare anche qui). A un certo punto ha detto una frase che mi ha colpito molto:

– E ci perdoneremo per essere diventate padrone della nostra vita.

Cavolo, sì. Che grande concetto. Ora so che è anche multisfaccettato, perché gli esseri umani, indipendentemente dal genere, non vedono l’ora di scaricare le proprie responsabilità sugli altri, meglio se sul destino. Prendersi quella della propria vita è in effetti imperdonabile.

L’anno dopo fu magico per un altro motivo. Nevicò. E, quel che è peggio, cominciò che ero entrata da cinque minuti nell’Arxiu Nacional. A Sant Cugat, che se come me vi sentite lontani da casa a lasciare il centro si traduce culandia ulteriore. Scese apposta il direttore ad avvertire che chiudevano, facendo pure lo splendido a cacciarmi in italiano davanti a due impiegate ammirate.

Tanto, per me era il giorno dell’ottimismo. Stavo in crisi nera e la sera prima, seguendo il consiglio di certi amici nordici, avevo visto The Secret, che se non lo prendi con le molle è salutare quanto l’invasione di cavallette in Israele. E infatti avevo fatto la talebana dell’ottimismo tutto il giorno, ridendo della neve, della cacciata dal tempio della cultura catalana, degli stivali sfondati, della casa senza riscaldamento. Per poi rendermi conto, quella sera stessa, che a essere ottimisti a oltranza pure si fa una gran fatica. Infatti ero esausta. Come faranno i ‘mericani? Intanto, però, niente manifestazione.

L’anno dopo, ricordo quando spiegai al mio ex, pakistano del Kashmir, che quel pomeriggio sarei andata a una manifestazione per i diritti delle donne.

– I che…?
– Diritti delle donne.
– ?
Women’s rights?
Yo no sabe.

Però venne a riprendermi col telefonino, mentre scendendo di nuovo per la rambla reggevo uno striscione, Altraitalia credo, con qualcosa su “papi”, nipoti di Mubarak e affini.

Allora la mia vicina, una signora veneta, vide questo gigante di due metri che ci riprendeva ridendo tutto gasato, come se stessimo facendo una cosa divertentissima, e commentò:

– Un ammiratore?
– È il mio ragazzo.

Non sono sicura che il sorriso fosse proprio scevro da sorpresa. Ma quando lui tornò a lavorare (e ripensai a Mrs. Dalloway, il soldato impazzito perché lei potesse fare la splendida coi suoi rimpianti e vestiti anni ’20), ci fu un altro momento magico a Plaça Sant Jaume. Due ragazze italiane salirono sul palco, prima che si sciogliesse l’assemblea in una Barcellona ormai oscura e freddina. Si fece silenzio. E cantarono:

Sebben che siamo donne
paura non abbiamo
ci abbiamo delle belle e buone lingue
e ben ci difendiamo

La catalanissima piazza risuonò delle note di quell’antica canzone italiana. Che ci volete fare, mi emoziono facile.

Infatti la manifestazione scorsa, ancora un po’ fresca di indignados e di feministes indignades, per me non uguagliò quel momento nonostante la maggiore organizzazione, i cartelli fantasiosi con le tipiche forbici dei tagli, e i classici slogan: la 38 me aprieta el chocho (la 38 mi strizza la patana), e il mitico

non è che mi fa male la testa, è che non sai scopare!

Mo’, tralasciando la profondità del messaggio, ce la vedete, in Italia, una libertà sessuale così scanzonata?

Beati voi.

Vediamo quest’anno come va.

da barnasants.com

da barnasants.com

Per chi c’era: avete presente quella che moriva (dalle risate) in prima fila? Ebbene sì, ora sapete chi picchiare.

Per chi non c’era: visitate subito davidriondino.it.

E dire che mi sono decisa all’ultimo momento, a prenotare il biglietto per la tappa unica (per il momento) di David Riondino a Barcellona: sulle gesta dell’artista, complice anche la permanenza all’estero, ero rimasta ad antichi momenti di gloria a Quelli che il calcio, quando presentava Fazio.

Sono arrivata pure un’ora prima, reduce da un mezzo ‘nciucio ‘e vrachetta (espressione composita che capiranno i napoletani), sul cui esito posso solo far notare che ero lì, appunto, un’ora prima.

Con degli stivali che peraltro promettevano grandi emozioni per il ritorno, verso mezzanotte, a un passo dalla chiusura della metro.

Fortuna che la Luz de Gas, in teoria, chiude le luci del palcoscenico alle 23, e gli spettatori di Cose di Amilcare si anticipano ogni tanto per una cervecilla con tapa.

Mettici pure Matteo, a fare le foto, e siamo al completo. Anzi, già che ci sono gli chiedo come va l’organizzazione dell’evento per sostenere la Città della Scienza, promettendo di aiutare. Per onestà specifico che il sarcasmo delle nostre parti non sempre si apprezza in altre regioni terremotate. Risponde che sfondo una porta culturale aperta, anzi spalancata.

E il concerto che segue al suo auspicio è dei più adatti a suggellarlo.

Comincia con una carrellata di poesie dell’immeritatamente sconosciuto Ernesto Ragazzoni, che ha dedicato la sua vita alla solitudine degli esseri viventi, senza scordare il più solo: il verme solitario. Ed è vero che è il mestiere di Riondino, recitare lunghe poesie simili a filastrocche senza un attimo di esitazione, ma mio padre commenterebbe un po’ invidioso: e nun sputa!

Oddio, un po’ sì, ma è la giusta tensione con cui accompagna il suo omaggio a De Gregori, a cui rivolgiamo un appello: Francesco, amore della mia vita, autore di Sempre e per sempre (‘nnaggia a te), come puoi negare che Giuseppina che cammina sul filo sia farina del tuo sacco? Prima di tutto, fa notare l’interprete, c’è il calcio. Poi c’è il circo. Infine, e soprattutto, la protagonista muore.

Ma tra la trafila di paguri squatters, albatros bastardi e romantiche sule (senza dimenticare l’impegno civile degli appelli ad aggiornare lo stato di famiglia), ce n’è pure per il cinico Pino Paoli, cantautore che non le manda a dire, salvo scapparsene in Africa se la sua amata, medaglia di bronzo in performance erotiche, ha una pagnotta in forno.

Sembra giusto anche, tra le odi al vino e altre godibili canzoni cantautorali, dare spazio a un altro classico della nostra bella can-zone di una volta: i cori alpini. Ed è lì, signori della corte, che muoio in diretta. Piangendo (sempre dalle risate) questi soldati finiti per sbaglio a Copacabana, in uniforme, per resistere serafici ai richiami delle sirene in bikini “amaranto e vermiglio” (poi in trasferta a Pietralata) e morire di fronte al mar. Oppure intenti a offrire mazzi di stelle alpine come panacee per tutti i mali a pastorelle nervose.

E lì già spero che i polifonici montanari ritornino alla fine. Per favore.

Anita Garibaldi in chiusura di concerto fa molto Italia, tanto più che per l’occasione ci diventa partigiana, ma aridatece gli Alpini!

E infatti l’autore ha ormai imparato che chiudere con le canzoni tristi è un po’ cinico, da parte dei nostri cantautori. Il bis, acclamato come otra in un momento di schizofrenia itañola, ce li riporta con una nuova avventura: un marziano nello zaino del capitano, che si porta via l’innocente Manfredi Rolando insieme al mulo tuto barda’.

Sono veramente in apnea. Saluto quasi con gioia il chiudersi delle luci, che preannunciano la mia staffetta Diagonal – Joaquim Costa in 30 minuti. Con tutti gli stivali.

Ma, e non è una cosa che dico spesso, ne sarebbe valsa la pena pure se fossero stati tacco 12.

metrovanvitelli È ufficiale: non so più venire a casa tua.

Vabbe’ che ora stai lontano e non ti ci troverei nemmeno, ma cavolo, il Vomero non lo conosco più.

Pensa che in metro ho dovuto chiedere a una se per arrivare a via Kerbaker dovessi scendere a Vanvitelli o a Medaglie d’Oro. Quella credeva che a Vanvitelli ci fosse proprio l’uscita Kerbaker. E attraversando quella stazione labirintica, più vecchia di 10 anni, ho ricordato te che mi chiedevi “Fammi capire, non hai mai ammesso che fossi il tuo ragazzo, e ora sono diventato il tuo ex?”.

Chissà se a dirti che sei stato ampiamente vendicato saresti venuto con me da Loffredo, per la presentazione di Mondo Azzurro.

Sì, magari tu a Granada non hai mai visto neanche una partita del Napoli. Ma qui si parlava del Napoli di chi se n’è andato, dei napoletani all’estero come me e, prima, te.

E per Marco Rossano, l’autore, Napoli e la napoletanità sono un marchio da esportare alla faccia dei pregiudizi, del “terrone” detto per scherzo da un catalano che, se tu e io fossimo di Quito, non ci chiamerebbe mai sudaca.

Anche attraverso il calcio. Nel dibattito che è seguito (sì, il dibattito sì), tra discussioni su cultura, lingua, e sport come forma di politica, una delle domande è stata “come si fa a essere napoletani e tifare altre squadre?”.

E Pino Imperatore, che moderava fresco di secondo libro, ha rivendicato questa possibilità nonostante la passione viola.

Ma io e te lo sappiamo, che la passione ha mille strade, non tutte lineari. T’innamori da piccolo di una divisa, o della squadra che ama tuo padre, o di quella della città in cui vai in vacanza.

La mia passione si è riaccesa al Camp Nou il 22 agosto 2011, ci sono rimasta secca come a 9 anni, quando festeggiavo in una Piazzetta di Capri per una volta scostumata e felice. Nel ’90 vincevamo, nel 2011 ci distruggevano. Ma che importa.

E poi gli essenzialismi in cui sfociano questi discorsi sono figli di ferite vive e aperte, e lunghe da rimarginare, che noi ci siamo leccati da lontano fin quasi a scordarcene. E forse guadagnando, suggeriva Marco, una nuova obiettività nel vedere le cose belle che i napoletani scordano perché vi sono immersi. Come la Sanità e i suoi tesori, rivendicava Pino, che ridendo e pensando la fa percorrere tutta d’un fiato.

Come la tua San Martino, pensavo io.

Ti rivedevo di notte, seduto a gambe incrociate sul parapetto, che davi le spalle a Sant’Elmo per goderti quella vista mozzafiato. Mi confessavi che ogni tanto ci venivi da solo e ti dicevi:

– Un milione di anime.

Allora le vedevo anch’io. E per una volta, con tuo grande sollievo, restavo senza parole.

Ora sappiamo che quel milione di anime campa benissimo anche senza di noi seduti lì a guardarle.

Ma come le guardavamo noi, Sebastia’.

Come le guardavamo noi.

Francisco Goncalves Photo

Francisco Goncalves Photo

È un soffio, nell’aria.

Me ne accorgo per caso, avviandomi sotto un cielo plumbeo che di sole e natura in fiore non ne vuole sapere.

Eppure.

Seguo questa traccia che un fiuto ancestrale, a me che non credo nei fiuti ancestrali, mi fa chiamare col suo nome, ma che è più antica dei nomi nudi delle cose.

Primavera.

La natura che si rinnova, la vita che continua il suo corso dopo il riposo dell’inverno, e le altre banalità che facevano scrivere a noi bambini quando un inverno c’era davvero, e lo faranno anche ora, con questi catalani in miniatura che mi scorazzano accanto in skate o monopattino, vicino alla Rambla del Raval, alternando l’urdu allo spagnolo.

Anche il signore che va in giro vestito da donna, se n’è reso conto. Oggi, sotto la gonna di stoffa pesante dal taglio impeccabile, non ha le calze.

Devo proprio rassegnarmi alla vita che continua. Anche dopo un inverno che è stato una bugia, come quelle che mi ha sussurrato tra qualche pioggerella di rappresentanza e il sole che ora si fa pregare. Le stesse bugie che ho sentito in altre lingue, in altri posti, ma con le stesse e identiche parole, forse perché la paura che le muove è la stessa dappertutto.

Resta da capire perché ascolto quest’annuncio di primavera come se fosse una nota musicale, un accordo che ti evoca chissà cosa e che ti ostini a seguire nel frastuono generale.

Me ne accorgo qualche giorno dopo. Vado alle Cucine mandarosso, che non mi daranno un centesimo per dire che mi ci trovo bene e c’è una bella atmosfera. Quindi potete credermi, o credere alla folla, perché all’anniversario dell’inaugurazione erano piene zeppe come sempre.

E come l’ultima volta, due settimane fa, per sfuggire un po’ alla calca ho seguito le note del locale accanto.

Al piano di sopra fanno una jam, ogni domenica, poco pubblicizzata ed è un peccato, perché ti siedi lì davanti al piano, e puoi restare ore a sentire.

Ma la nota che seguivo non viene dal piano.

Quello mi ricorda solo quest’inverno che invece di esplodere mi è imploso dentro. A esplodermi dentro invece è il sax.

Non so manco che canzone sia. Ma questo sax che attacca all’improvviso mi investe con la garbata violenza che mi piace, arrampicandosi su note che a volte mi sembravano bizzarre, per poi tacere discreto e sorridere a me.

Nàpols! – mi grida chi lo regge.

Poi dice il mio nome.

Anch’io pronuncio il suo, fingendo di esitare. Appreso in fretta due settimane fa, fuori al bar a concerto finito, prima che i vicini stizziti dal rumore cominciassero a lanciare secchi d’acqua. Ma ricordiamo entrambi.

Poi il sax riprende il suo duetto con la primavera vicina, e le braccia che lo reggono tornano a disegnarsi sotto la maglia di cotone, fino alle spalle abbastanza ampie da reggere tutta la neve che mi è caduta dentro.

Tanto la scioglie il primo sole.

bodega Il problema de La Bodega è che non sai mai se hai fatto un affare o stavolta hai pagato un po’ troppo.

Intendiamoci, il padre di mia figlia è sempre onesto. L’Estrella Galicia te la serve fresca al punto giusto, il tradizionale vermut ha la giusta profusione di ghiaccio e agrumi (e l’olivetta), e la tapa de jamón arriva tagliata fine fine, con certe fette di pa amb tomàquet che so’ soddisfazioni. Forse il trucco è che si sta così bene che ordini un’altra caña, e un’altra, e un’altra (io no, mi ubriaco alla prima) e alla fine ti credo, che paghi come se fossi andato a qualche ristorante “squallor ma buono” dei paraggi. Ma vuoi mettere l’atmosfera?

Siedi intorno a tavolini di marmo, che un tempo reggevano macchine per cucire, e c’è una profusione di barili che fa sempre autenticità. Peccato per la folla, ma se vai un po’ prima scongiuri anche quella.

L’ultima volta che ci sono andata, poi, la sorpresa gliel’ho portata io, a questo guineano che è una festa solo dirgli hola, lavora 12 ore al giorno e chi lo ammazza, sta sempre in piedi contento come una pasqua. La sorpresa è una sua vecchia cliente che aveva lasciato Barcellona da un po’.

Ma siccome lei è più o meno impegnata, e non condivide la mia filosofia manichea “se non sono fidanzata sono single” (comodo pretendere fedeltà senza offrire impegno), ad andare in Brasile con lui ha invitato me.

Allora, per ridere e farlo scappare, gli ho risposto:

– Ok, ma sappi che voglio 5 figli!

Fa i salti di gioia! Dice perfetto, mi si siede vicino e comincia a interrogarmi. Ok, voglio fare la scrittrice, quindi resterei io a casa a occuparmi della prole. Equa distribuzione del lavoro domestico? Si può fare.

Il bello è che ogni tanto si gira verso la mia amica:

– Ma mi sta prendendo in giro? Io sono serio! È da quando ti ho vista le altre volte che ho avuto l’impressione che…

Che sappia, poi, che quasi sicuramente genereremo una femmina. Suo padre, nell’isolotto della Guinea Equatoriale da dove viene (“Sei venuto a Barcellona per lavorare 12 ore, come gli altri africani”, lo rimprovera la sorella), ha una quarantina di figli, e solo una decina sono maschi. Confesso che il suocero già mi evoca ricordi poco rispettosi. Ma lui stesso, aggiunge, ha generato 4 femmine su 5 figli.

Azz, sono già matrigna. La maggiore ha 19 anni, poi ce ne sono 2 nel villaggio, che lui ha lasciato 20 anni fa. Direbbe Troisi “Uno a 17 anni già l’ha fatto, ‘o sviluppo?“. Ma la birretta fresca scende giù che è un piacere, e mi viene da ridere.

Non è la prima volta che un collega estranger, ma uno da valigia di cartone e amara terra lasciata per fame, mi sorprende con questa filosofia semplice, vuoi un figlio, facciamolo e poi prendiamocene cura. Il massimo guru di questa corrente una volta mi disse “Problemo no es falta de comunicación, problemo es niño sin pierna“.

Da anni mi fanno riflettere sugli estrangers di lusso come me, i profeti del non so cosa voglio, e comunque che vuol dire ti amo? Ai loro problemi esistenziali e temporeggiamenti e infatuazioni adolescenziali, spesso riassumibili in un pratico “mi cago sotto di crescere”, e benvenuti nel club, ma a non provarci nemmeno non è che non cresci, invecchi e basta.

Questi aspiranti papà venuti dalla miseria, invece, hanno il grande difetto di prendere sottogamba tutti i problemi che non siano un niño sin pierna, come se il piatto a tavola e la tessera sanitaria (che ultimamente pure si fa sospirare) risolvessero problemi di comunicazione, divergenze politiche, culturali, come se essere vivi volesse dire solo essere in grado di sopravvivere.

Così faccio per pagare la mia Estrella, mentre lui già rigoverna e ci usa come scusa per cacciare gli ultimi habitué (che credono davvero che uscirà con noi). Niente soldi, offre la casa, in omaggio alla cliente prodiga che chissà quando torna.

Quanto a me, dice, la mossa lui l’ha fatta, ora è il mio turno.

Ma se la vita è una partita di scacchi, è da un po’ che ho imparato che un’ottima mossa è non fare esattamente niente, almeno quando già sai che hai fatto il possibile.

Al massimo poggiare i gomiti dove prima c’era una Singer e ordinare un’Estrella Galicia.

(quando le figlie nascevano in condizioni estreme)

007 Innanzitutto uscire.

Quando stai così, mettiti i jeans, che li odi ma li hai comprati apposta per queste improvvisate, e fanculo alla palestra, vai dritta alla Rambla del Mar.

L’ora delle decisioni irrevocabili è giunta, come diceva quel capellone, ma non subito. Intanto siediti e guarda il mare. Ti ha sempre rilassato, il mare visto dal ponte di legno. Non quello principale, ma il pontile a destra, con le panchine.

Ti è piaciuto fin dalla prima volta, al buio, coi fari del Port Vell in lontananza e i tacchetti fini che s’impigliavano ogni due assi: che ne sapevi che era di legno, sta rambla, e poi avevi un braccio a sostenerti. L’hai pure ritrovato, quel braccio, anche se lontano e virtuale.

Però la Rambla del Mar ha due inconvenienti.

Uno è che si apre. Per la gioia dei turisti, che prima si chiedono il perché dello strepito della sirena, e poi vedono il ponte dividersi in due parti, che scivolano lentamente sui lati per far passare una barca.

L’altro è che c’è sempre gente, pure a quest’ora di domenica. E allora non ti sorprende che accanto a te si sieda un signore con un enorme blocco di fogli (un pittore?) e cominci a canticchiare canzoni che sembrano antiche.

Ma è abbastanza lontano perché il tuo cappuccio, alzato per evitare il sole, t’impedisca d’interagire.

Finché il nuovo venuto non ti chiede in catalano:

– Posso farti il ritratto?

Non capisci e te lo ripete in spagnolo. Dici no, e non fa in tempo a precisare che è gratis, è per lui, che già ti stai irritando perché sia passato allo spagnolo. Con tutto il tempo e il denaro che hai dedicato al catalano!

Dice che le italiane di solito parlano spagnolo, lì (ma a quel punto vi siete già scambiati i posti, che la luce è migliore dal lato suo), e capisci quanto sei fortunata a conoscere italiani sensibili, colti o semplicemente abbastanza paraculi da capire che il catalano serve eccome.

E niente, inizia questa conversazione. La sua vita a Parigi, la tua a Barcellona, il tuo libro e il suo studio di pittore, e poi il porto e le sue storie, quelle che tu hai studiato sui libri e che lui s’è bevuto insieme al latte.

Quando dice che le donne sono considerate artiste pacate, prudenti, pensi a Lluïsa Vidal, ai suoi bambini e alle signore vestite di tutto punto, e a Donya Carme che la difendeva dicendo che nudi non ne poteva dipingere, perché non poteva guardarne, e se fosse stata un uomo l’avrebbero portata in palmo di mano.

Ah, conosce pure Donya Carme! Temevi che perché non girasse con la A di Anarchia sul corsetto la considerassero ancora una Dama de Estropajosa, come le scrissero una volta (e lei sul giornale definì gli insulti alguna fibladeta. Che classe. Tu avresti detto chitemmuort’).

Intanto il ritratto procede. Tre tratti rapidi, e ti sembra troppo generoso. Specie il naso.

Te lo vuole pure offrire, ma dici di no. In italiano spieghi che non è il giorno più bello della tua vita e lui ti ha regalato un sorriso, ed è molto. È incredibile quanti luoghi comuni ci escano di bocca, quando parliamo tra stranieri. Ed è strano notare che a volte non servono altre parole.

Chi ha visto il ritratto dice che sarà anche bello, ma non ti ci riconoscerebbe, non potrebbe mai dire che sei tu.

Tu sì. Ha preso una parte di te che hai sempre sospettato. Che era lì, persa da qualche parte, e che nessuno specchio o foto ti aveva mai restituito.

Si vede che c’era.

sissi nabuccoC’è questo momento dell’inaffondabile trilogia di Sissi in cui la nostra eroina, alla Scala di Milano, viene accolta col Va’ pensiero (malamente tagliato in questo link, ma l’alternativa era una pagina leghista).

Ecco, quando oggi mi sono precipitata fuori casa bestemmiando contro gli Smartphone, che tutto fanno tranne chiamare e mettere la sveglia (infatti quest’ultima non era suonata, e nella corsa non riuscivo a chiamare l’amica che mi aspettava), mai a pensare che mi sarebbe venuto in mente lui, il direttore d’orchestra dissidente che alla fine viene pure applaudito dall’inaffondabile Sissi.

Anche perché l’Auditori di Barcellona, che NON mi avrebbe aspettata per il concerto della banda e orchestra del Conservatori Municipal , con la Scala ha ben poco a che vedere. Inaugurato nel 1999, presenta una facciata modernissima e poco attraente, e un accogliente interno in legno, fatto apposta per garantire la migliore acustica. “Sì, ma non è che prendiamo fuoco?”, chiedo con la consueta paranoia di famiglia.

In realtà sull’acustica, mi spiega l’amica porgendomi i biglietti (il concerto è gratuito, ma bisogna procurarsi i biglietti per tempo), qualche melomane ha qualcosa da ridire. Io avrei da dire solo che ho fame, ma la banda del conservatorio entra appena ci siamo sistemati nel galliner, che è la versione catalana della piccionaia. Fortuna che qui è come il Camp Nou, vedresti bene pure se sali sul riflettore. E che le vecchiette catalane che cercano di silenziare i cellulari dell’anteguerra sembrano più simpatiche e deliziosamente sprovvedute delle nostre signore impernacchiate.

E sprovvedute applaudono, nel religioso silenzio degli intenditori, negli intervalli tra le Danze scozzesi di Arnold.

Oh, ma che volete, io sono rimasta tra i paesaggi dell’Oregon di Jacob de Haan.

E prima di dare il cambio all’orchestra sinfonica, la banda suona pure una di quelle marcette che nessuno ricorda mai, ma tutti sanno fischiare, infatti è un concerto per musica e fischi (del pubblico contento). È tutto molto rustico, e infinitamente scanzonato.

E l’Intermezzo della Cavalleria Rusticana (dall’Oregon alla Sicilia, non ci facciamo mancare niente) ci sta leggero e sognante come i paesaggi etnei che mi evoca. E Verdi lo segue in versione un po’ zumpappà (qualcuno dicesse a chi ha stampato il programma che “Traviatta” sarà sua nonna!).

sardana Ma hai voglia di dire amami Alfredo, quello arriva giusto in tempo per salutare Violetta e ballare il bis: perché un esile suono di flauto, seguito da un applauso scrosciante (e varie braccia sollevate in aria che vorrebbero intrecciarsi), annuncia l’inevitabile sardana, ballo popolare catalano che suscita qualche sbadiglio tra gli stranieri e molto entusiasmo tra gli anziani, che lo saltellano davanti alla Catedral alla faccia di Franco, che l’aveva proibita. Sarebbe contento Baldomero Pallé, legionario catalano (forse maiorchino) nella Grande Guerra, che in una polverosa lettera da Saida di 100 anni fa giurava che “en mitx del desert si han cantat sardanas Estimat Plá era en Baldomero que sa cantava”. Va per tu, Baldomero che ancora non riesco a portare sulla carta stampata come vorrei.

E sempre per la gioia di Baldomero, e di chi l’ha preceduto e seguito, alla fine della sardana succede. Negli applausi generali, alcuni musicisti cacciano fuori l’estelada, la bandiera indipendentista catalana. La sventolano, l’appendono agli spartiti, e diventa un’ovazione.

Ormai è questione di secondi. Credo parta dall’ala destra, dai palchi, ma il grido cadenzato si propaga come un fuoco, quello che temevo riducesse in cenere il teatro.

I-inde-independènci-a!

Gridano tutti, pure i genitori della mia amica. Pure lei, che di solito dice ok, paghiamo più tasse e vorremmo più autonomia, ma da qui a separarci dalla Spagna…

I-inde-independènci-a!

E io, che almeno non sono l’austriaca della situazione, faccio come l’inaffondabile Sissi: applaudo. Per il bel concerto gratis, e il finale che non sarà spettacolare come il Nabucco cantato dai cuochi alla Scala, ma il Risorgimento 2.0 è frutto di un’altra epoca.

Francisco Goncalves Photo

Francisco Goncalves Photo

E poi quella mano di rosa spalmata sul muro del terrazzo (che sarà un colabrodo, ma è di un bel color crema), ti fa capire che ti stai perdendo un capolavoro.

E allora esci sul terrazzo e puoi fare due cose.

Una è pensare.

Che le giornate si sono allungate, e la primavera non è vicina, ma altre due settimane e la sentirai nell’aria, annunciarsi discreta come una vera signora.

Che sul cobalto ci sta benissimo, il rosa fosforito (come lo chiamerebbe la tua amica andalusa). Specie se ogni tanto lo attraversano sagome nere più esuli di te.

Che le antenne sul terrazzo accanto, quello in comune, sono ancora là, inutili, coi fili tagliati dal vicino fin troppo gentile. Quello che ti ha fatto lavoretti in casa, quello che si affacciava troppo spesso a chiamarti e chiedeva al tuo ex “A che piano vai?”, perché non gli piacevano la sua pelle e la tuta del mercato (e manco le labbra carnose e allegre rispetto alle sue, sempre asciutte). Quello che magari ha pure ragione, ci sarà, questa normativa che prevede una sola antenna, per fargli stendere i panni in santa pace. Ma che è passato dalla parte del torto tagliando i fili perché credeva fossero “tutte antenne dei filippini, Maria, una di loro mi ha risposto male, come si permette di vacilarme?”. E sai che è un false friend, ma vacilarme ti sembra sempre il termine più adatto per questo spagnolo piccolo piccolo, con ragione da vendere e la macchinetta del caffè per una persona sola.

Puoi pure pensare che la vita continua e per continuare, come dice la canzone, ogni tanto ti fa morire un po’. E quando ti chiedi se ne vale la pena, a vivere, dovendo morire sempre un po’, il cobalto e il rosa fosforito sono qui per questo.

Puoi pensare tutte queste cose.

Oppure non pensare.

Guardare e basta.

Uno di quei tramonti che sembrano albe, tra i gabbiani scostumati e le antenne del Raval.