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Questioni Meridionali

No, ma veramente non ci ho ancora scritto niente?

Sarà demenza senile. Un articolo sulle Questioni meridionali l’avrò pur fatto, un giorno o l’altro.

Se mi sfottono pure, che non mi perdo un concerto al Quiet Man, in genere di venerdì.

E no, non storcete il naso: un concerto di musica folk del Sud Italia ci sta benissimo, in un pub irlandese.

Prima di tutto, perché a me piace il barista. Solo che è il tipo che ha il profilo nascosto su facebook, e quando sono riuscita a sbirciarlo, grazie a un amico ignaro che pure suona nel pub, non lo trovo in foto con una donna? Un appello: tell me it’s your sister! (No, perché quando gli dicono di alzare il volume della cassa non capisce né in italiano né in spagnolo)

E poi perché è divertentissimo vedere i turisti biondi che si fanno strada a stento in cerca del bagno, tra le matasse di riccioli neri che ondeggiano non proprio a due metri dal suolo, giusto per non smentire certi luoghi comuni sulle fisionomie del Sud.

I riccioli di Piero Pesce, il Giannini de nosaltres, sfidano ogni legge di gravità, e quando, accompagnato in genere da Stefano Pompilio, Jimmy Sciortino e Flaviano Jeronimo (Marta dell’Anno devo averla ascoltata con loro solo una volta su Rambla Raval, alla festa del barrio), ci fa accovacciare per Santu Paulu de le tarante, gli si fermano ritti sulla testa mentre sorride della nostra scomodità e del terrore dei soliti turisti, che non sanno cosa sarà quando ci alzeremo tutti di colpo e balleremo come posseduti.

Io a volte ci provo, a dirglielo, “Kneel down, it’s fun!“, ma non sempre mi credono.

Peccato. Noi veramente ce la mettiamo tutta, a improvvisare balli che magari in Italia non ci capita mai di sentire dal vivo. Io a Napoli non avevo mai osato danzare, davvero. Tranne una volta alla Notte della Tammorra in Piazza Mercato. A un certo punto, in un cambio di musica, mi ero girata e avevo avuto l’impressione che tutti avessero qualcuno con cui ballare, tranne me. E quando a fine concerto m’invitò un tizio, i suoi amici gli lanciarono una scarpa che indovinate un po’ chi colse. Fu emozionante, però, perché al momento di Kali Nifta , una coppia che in Italia non si potrebbe sposare si era messa a ballare un lento in pubblico attraverso di me, stretta in un doppio abbraccio contento.

Qui a Barcellona si possono sposare tutti e io ballo da sola: il corteggiamento dei balli popolari mi annoia, se mi giro è per vedere se sto pestando i piedi a qualcuno. Però, oltre alle varie tarantelle, qualche tammurriata e pizzica, e canzoni carine e ritmate come Hagg vist’ (testo calabrese, giuro che al secondo verso capisco chchchchchmoooraaa, con la finale neutra catalana), mi piacciono pure quelle lente. C’è Melanconica che, cantata a tradimento da Piero al Pastis Poetry Slam, mi stava intossicando il premio guadagnato per eliminazione concorrenti (tutti scappati a prendere la metro tranne me e il secondo classificato): forse chistu core chino ‘e pena/ aggia rompere ‘e catene/ l’aggia libbera’.

E poi fanno Nun te scurda’. Per vendicarsi del mio chchchchmoooraaa Piero dice sempre chisto invece di chesto, ma la parte parlata chapeau, avevo difficoltà io, da adolescente…

E poi, come bis, se allucchi abbastanza, c’è lei. Brigante se more. Cantata a squarciagola con tanto di risata diabolica eh oh ah ah ah ah.

E, in mezzo agli amici spagnoli più gasati di loro (“Però això és català!”, “Si chiama napoletano”), questi gggiovani del Sud, partiti senza bastimente con un biglietto Ryanair (che se non lo stampi so’ 40 euro), ridono in faccia non so a cosa: al piemontese che avimma caccia’, ma ormai solo se canta lavali col fuoco; a quei catalani che pensano che siamo solo italianini che vomitano per strada, e ci parlano spagnolo pure se teniamo il C; a questa crisi dentro e fuori che ci porta a gridare che brigante se more in un pub irlandese, a cento passi dalla Rambla.

Eppure qua stiamo.

da meteoweb.eu

da meteoweb.eu

Finora mi è piaciuto di più il 2009.

L’hanno organizzata anche quest’anno, eh, la manifestazione dell’8 marzo. Come sempre parte da Plaça Universitat, stavolta alle 19, e arriva in Plaça Sant Jaume. Andateci, se potete, è bello e confortante vedere quanti uomini partecipino.

Ma il 2009 per me fu impagabile.

Non mi sembrò vero, scendere per la Rambla. Stavo leggendo, per la tesi di dottorato, di operaie che avevano fatto lo stesso durante la Prima Guerra Mondiale, per il caroviveri e la scarsità di carbone. Roba che ai tempi la polizia di Barcellona ti massacrava pure se eri incinta. Come cambiano le cose, eh?

E allora queste ragazze che lungo la Rambla si palleggiavano il mondo, un mappamondo gigante, gonfiabile, mi divertirono più dei loro cartelli improbabili in tutte le lingue (con errori che li facevano più sfiziosi). Certo più delle austere custodi catalane della Transizione, che sfilavano coi loro caschetti sbarazzini di cinquantenni composte. Ma a quelle, come alle mie ’68ine, dovevo essere solo grata.

La Transizione l’aveva vista un po’ anche questa tipa, sul palco di Plaça Sant Jaume che è la sede del poder (maschile singolare anche qui). A un certo punto ha detto una frase che mi ha colpito molto:

– E ci perdoneremo per essere diventate padrone della nostra vita.

Cavolo, sì. Che grande concetto. Ora so che è anche multisfaccettato, perché gli esseri umani, indipendentemente dal genere, non vedono l’ora di scaricare le proprie responsabilità sugli altri, meglio se sul destino. Prendersi quella della propria vita è in effetti imperdonabile.

L’anno dopo fu magico per un altro motivo. Nevicò. E, quel che è peggio, cominciò che ero entrata da cinque minuti nell’Arxiu Nacional. A Sant Cugat, che se come me vi sentite lontani da casa a lasciare il centro si traduce culandia ulteriore. Scese apposta il direttore ad avvertire che chiudevano, facendo pure lo splendido a cacciarmi in italiano davanti a due impiegate ammirate.

Tanto, per me era il giorno dell’ottimismo. Stavo in crisi nera e la sera prima, seguendo il consiglio di certi amici nordici, avevo visto The Secret, che se non lo prendi con le molle è salutare quanto l’invasione di cavallette in Israele. E infatti avevo fatto la talebana dell’ottimismo tutto il giorno, ridendo della neve, della cacciata dal tempio della cultura catalana, degli stivali sfondati, della casa senza riscaldamento. Per poi rendermi conto, quella sera stessa, che a essere ottimisti a oltranza pure si fa una gran fatica. Infatti ero esausta. Come faranno i ‘mericani? Intanto, però, niente manifestazione.

L’anno dopo, ricordo quando spiegai al mio ex, pakistano del Kashmir, che quel pomeriggio sarei andata a una manifestazione per i diritti delle donne.

– I che…?
– Diritti delle donne.
– ?
Women’s rights?
Yo no sabe.

Però venne a riprendermi col telefonino, mentre scendendo di nuovo per la rambla reggevo uno striscione, Altraitalia credo, con qualcosa su “papi”, nipoti di Mubarak e affini.

Allora la mia vicina, una signora veneta, vide questo gigante di due metri che ci riprendeva ridendo tutto gasato, come se stessimo facendo una cosa divertentissima, e commentò:

– Un ammiratore?
– È il mio ragazzo.

Non sono sicura che il sorriso fosse proprio scevro da sorpresa. Ma quando lui tornò a lavorare (e ripensai a Mrs. Dalloway, il soldato impazzito perché lei potesse fare la splendida coi suoi rimpianti e vestiti anni ’20), ci fu un altro momento magico a Plaça Sant Jaume. Due ragazze italiane salirono sul palco, prima che si sciogliesse l’assemblea in una Barcellona ormai oscura e freddina. Si fece silenzio. E cantarono:

Sebben che siamo donne
paura non abbiamo
ci abbiamo delle belle e buone lingue
e ben ci difendiamo

La catalanissima piazza risuonò delle note di quell’antica canzone italiana. Che ci volete fare, mi emoziono facile.

Infatti la manifestazione scorsa, ancora un po’ fresca di indignados e di feministes indignades, per me non uguagliò quel momento nonostante la maggiore organizzazione, i cartelli fantasiosi con le tipiche forbici dei tagli, e i classici slogan: la 38 me aprieta el chocho (la 38 mi strizza la patana), e il mitico

non è che mi fa male la testa, è che non sai scopare!

Mo’, tralasciando la profondità del messaggio, ce la vedete, in Italia, una libertà sessuale così scanzonata?

Beati voi.

Vediamo quest’anno come va.

da barnasants.com

da barnasants.com

Per chi c’era: avete presente quella che moriva (dalle risate) in prima fila? Ebbene sì, ora sapete chi picchiare.

Per chi non c’era: visitate subito davidriondino.it.

E dire che mi sono decisa all’ultimo momento, a prenotare il biglietto per la tappa unica (per il momento) di David Riondino a Barcellona: sulle gesta dell’artista, complice anche la permanenza all’estero, ero rimasta ad antichi momenti di gloria a Quelli che il calcio, quando presentava Fazio.

Sono arrivata pure un’ora prima, reduce da un mezzo ‘nciucio ‘e vrachetta (espressione composita che capiranno i napoletani), sul cui esito posso solo far notare che ero lì, appunto, un’ora prima.

Con degli stivali che peraltro promettevano grandi emozioni per il ritorno, verso mezzanotte, a un passo dalla chiusura della metro.

Fortuna che la Luz de Gas, in teoria, chiude le luci del palcoscenico alle 23, e gli spettatori di Cose di Amilcare si anticipano ogni tanto per una cervecilla con tapa.

Mettici pure Matteo, a fare le foto, e siamo al completo. Anzi, già che ci sono gli chiedo come va l’organizzazione dell’evento per sostenere la Città della Scienza, promettendo di aiutare. Per onestà specifico che il sarcasmo delle nostre parti non sempre si apprezza in altre regioni terremotate. Risponde che sfondo una porta culturale aperta, anzi spalancata.

E il concerto che segue al suo auspicio è dei più adatti a suggellarlo.

Comincia con una carrellata di poesie dell’immeritatamente sconosciuto Ernesto Ragazzoni, che ha dedicato la sua vita alla solitudine degli esseri viventi, senza scordare il più solo: il verme solitario. Ed è vero che è il mestiere di Riondino, recitare lunghe poesie simili a filastrocche senza un attimo di esitazione, ma mio padre commenterebbe un po’ invidioso: e nun sputa!

Oddio, un po’ sì, ma è la giusta tensione con cui accompagna il suo omaggio a De Gregori, a cui rivolgiamo un appello: Francesco, amore della mia vita, autore di Sempre e per sempre (‘nnaggia a te), come puoi negare che Giuseppina che cammina sul filo sia farina del tuo sacco? Prima di tutto, fa notare l’interprete, c’è il calcio. Poi c’è il circo. Infine, e soprattutto, la protagonista muore.

Ma tra la trafila di paguri squatters, albatros bastardi e romantiche sule (senza dimenticare l’impegno civile degli appelli ad aggiornare lo stato di famiglia), ce n’è pure per il cinico Pino Paoli, cantautore che non le manda a dire, salvo scapparsene in Africa se la sua amata, medaglia di bronzo in performance erotiche, ha una pagnotta in forno.

Sembra giusto anche, tra le odi al vino e altre godibili canzoni cantautorali, dare spazio a un altro classico della nostra bella can-zone di una volta: i cori alpini. Ed è lì, signori della corte, che muoio in diretta. Piangendo (sempre dalle risate) questi soldati finiti per sbaglio a Copacabana, in uniforme, per resistere serafici ai richiami delle sirene in bikini “amaranto e vermiglio” (poi in trasferta a Pietralata) e morire di fronte al mar. Oppure intenti a offrire mazzi di stelle alpine come panacee per tutti i mali a pastorelle nervose.

E lì già spero che i polifonici montanari ritornino alla fine. Per favore.

Anita Garibaldi in chiusura di concerto fa molto Italia, tanto più che per l’occasione ci diventa partigiana, ma aridatece gli Alpini!

E infatti l’autore ha ormai imparato che chiudere con le canzoni tristi è un po’ cinico, da parte dei nostri cantautori. Il bis, acclamato come otra in un momento di schizofrenia itañola, ce li riporta con una nuova avventura: un marziano nello zaino del capitano, che si porta via l’innocente Manfredi Rolando insieme al mulo tuto barda’.

Sono veramente in apnea. Saluto quasi con gioia il chiudersi delle luci, che preannunciano la mia staffetta Diagonal – Joaquim Costa in 30 minuti. Con tutti gli stivali.

Ma, e non è una cosa che dico spesso, ne sarebbe valsa la pena pure se fossero stati tacco 12.

metrovanvitelli È ufficiale: non so più venire a casa tua.

Vabbe’ che ora stai lontano e non ti ci troverei nemmeno, ma cavolo, il Vomero non lo conosco più.

Pensa che in metro ho dovuto chiedere a una se per arrivare a via Kerbaker dovessi scendere a Vanvitelli o a Medaglie d’Oro. Quella credeva che a Vanvitelli ci fosse proprio l’uscita Kerbaker. E attraversando quella stazione labirintica, più vecchia di 10 anni, ho ricordato te che mi chiedevi “Fammi capire, non hai mai ammesso che fossi il tuo ragazzo, e ora sono diventato il tuo ex?”.

Chissà se a dirti che sei stato ampiamente vendicato saresti venuto con me da Loffredo, per la presentazione di Mondo Azzurro.

Sì, magari tu a Granada non hai mai visto neanche una partita del Napoli. Ma qui si parlava del Napoli di chi se n’è andato, dei napoletani all’estero come me e, prima, te.

E per Marco Rossano, l’autore, Napoli e la napoletanità sono un marchio da esportare alla faccia dei pregiudizi, del “terrone” detto per scherzo da un catalano che, se tu e io fossimo di Quito, non ci chiamerebbe mai sudaca.

Anche attraverso il calcio. Nel dibattito che è seguito (sì, il dibattito sì), tra discussioni su cultura, lingua, e sport come forma di politica, una delle domande è stata “come si fa a essere napoletani e tifare altre squadre?”.

E Pino Imperatore, che moderava fresco di secondo libro, ha rivendicato questa possibilità nonostante la passione viola.

Ma io e te lo sappiamo, che la passione ha mille strade, non tutte lineari. T’innamori da piccolo di una divisa, o della squadra che ama tuo padre, o di quella della città in cui vai in vacanza.

La mia passione si è riaccesa al Camp Nou il 22 agosto 2011, ci sono rimasta secca come a 9 anni, quando festeggiavo in una Piazzetta di Capri per una volta scostumata e felice. Nel ’90 vincevamo, nel 2011 ci distruggevano. Ma che importa.

E poi gli essenzialismi in cui sfociano questi discorsi sono figli di ferite vive e aperte, e lunghe da rimarginare, che noi ci siamo leccati da lontano fin quasi a scordarcene. E forse guadagnando, suggeriva Marco, una nuova obiettività nel vedere le cose belle che i napoletani scordano perché vi sono immersi. Come la Sanità e i suoi tesori, rivendicava Pino, che ridendo e pensando la fa percorrere tutta d’un fiato.

Come la tua San Martino, pensavo io.

Ti rivedevo di notte, seduto a gambe incrociate sul parapetto, che davi le spalle a Sant’Elmo per goderti quella vista mozzafiato. Mi confessavi che ogni tanto ci venivi da solo e ti dicevi:

– Un milione di anime.

Allora le vedevo anch’io. E per una volta, con tuo grande sollievo, restavo senza parole.

Ora sappiamo che quel milione di anime campa benissimo anche senza di noi seduti lì a guardarle.

Ma come le guardavamo noi, Sebastia’.

Come le guardavamo noi.

Francisco Goncalves Photo

Francisco Goncalves Photo

È un soffio, nell’aria.

Me ne accorgo per caso, avviandomi sotto un cielo plumbeo che di sole e natura in fiore non ne vuole sapere.

Eppure.

Seguo questa traccia che un fiuto ancestrale, a me che non credo nei fiuti ancestrali, mi fa chiamare col suo nome, ma che è più antica dei nomi nudi delle cose.

Primavera.

La natura che si rinnova, la vita che continua il suo corso dopo il riposo dell’inverno, e le altre banalità che facevano scrivere a noi bambini quando un inverno c’era davvero, e lo faranno anche ora, con questi catalani in miniatura che mi scorazzano accanto in skate o monopattino, vicino alla Rambla del Raval, alternando l’urdu allo spagnolo.

Anche il signore che va in giro vestito da donna, se n’è reso conto. Oggi, sotto la gonna di stoffa pesante dal taglio impeccabile, non ha le calze.

Devo proprio rassegnarmi alla vita che continua. Anche dopo un inverno che è stato una bugia, come quelle che mi ha sussurrato tra qualche pioggerella di rappresentanza e il sole che ora si fa pregare. Le stesse bugie che ho sentito in altre lingue, in altri posti, ma con le stesse e identiche parole, forse perché la paura che le muove è la stessa dappertutto.

Resta da capire perché ascolto quest’annuncio di primavera come se fosse una nota musicale, un accordo che ti evoca chissà cosa e che ti ostini a seguire nel frastuono generale.

Me ne accorgo qualche giorno dopo. Vado alle Cucine mandarosso, che non mi daranno un centesimo per dire che mi ci trovo bene e c’è una bella atmosfera. Quindi potete credermi, o credere alla folla, perché all’anniversario dell’inaugurazione erano piene zeppe come sempre.

E come l’ultima volta, due settimane fa, per sfuggire un po’ alla calca ho seguito le note del locale accanto.

Al piano di sopra fanno una jam, ogni domenica, poco pubblicizzata ed è un peccato, perché ti siedi lì davanti al piano, e puoi restare ore a sentire.

Ma la nota che seguivo non viene dal piano.

Quello mi ricorda solo quest’inverno che invece di esplodere mi è imploso dentro. A esplodermi dentro invece è il sax.

Non so manco che canzone sia. Ma questo sax che attacca all’improvviso mi investe con la garbata violenza che mi piace, arrampicandosi su note che a volte mi sembravano bizzarre, per poi tacere discreto e sorridere a me.

Nàpols! – mi grida chi lo regge.

Poi dice il mio nome.

Anch’io pronuncio il suo, fingendo di esitare. Appreso in fretta due settimane fa, fuori al bar a concerto finito, prima che i vicini stizziti dal rumore cominciassero a lanciare secchi d’acqua. Ma ricordiamo entrambi.

Poi il sax riprende il suo duetto con la primavera vicina, e le braccia che lo reggono tornano a disegnarsi sotto la maglia di cotone, fino alle spalle abbastanza ampie da reggere tutta la neve che mi è caduta dentro.

Tanto la scioglie il primo sole.

bodega Il problema de La Bodega è che non sai mai se hai fatto un affare o stavolta hai pagato un po’ troppo.

Intendiamoci, il padre di mia figlia è sempre onesto. L’Estrella Galicia te la serve fresca al punto giusto, il tradizionale vermut ha la giusta profusione di ghiaccio e agrumi (e l’olivetta), e la tapa de jamón arriva tagliata fine fine, con certe fette di pa amb tomàquet che so’ soddisfazioni. Forse il trucco è che si sta così bene che ordini un’altra caña, e un’altra, e un’altra (io no, mi ubriaco alla prima) e alla fine ti credo, che paghi come se fossi andato a qualche ristorante “squallor ma buono” dei paraggi. Ma vuoi mettere l’atmosfera?

Siedi intorno a tavolini di marmo, che un tempo reggevano macchine per cucire, e c’è una profusione di barili che fa sempre autenticità. Peccato per la folla, ma se vai un po’ prima scongiuri anche quella.

L’ultima volta che ci sono andata, poi, la sorpresa gliel’ho portata io, a questo guineano che è una festa solo dirgli hola, lavora 12 ore al giorno e chi lo ammazza, sta sempre in piedi contento come una pasqua. La sorpresa è una sua vecchia cliente che aveva lasciato Barcellona da un po’.

Ma siccome lei è più o meno impegnata, e non condivide la mia filosofia manichea “se non sono fidanzata sono single” (comodo pretendere fedeltà senza offrire impegno), ad andare in Brasile con lui ha invitato me.

Allora, per ridere e farlo scappare, gli ho risposto:

– Ok, ma sappi che voglio 5 figli!

Fa i salti di gioia! Dice perfetto, mi si siede vicino e comincia a interrogarmi. Ok, voglio fare la scrittrice, quindi resterei io a casa a occuparmi della prole. Equa distribuzione del lavoro domestico? Si può fare.

Il bello è che ogni tanto si gira verso la mia amica:

– Ma mi sta prendendo in giro? Io sono serio! È da quando ti ho vista le altre volte che ho avuto l’impressione che…

Che sappia, poi, che quasi sicuramente genereremo una femmina. Suo padre, nell’isolotto della Guinea Equatoriale da dove viene (“Sei venuto a Barcellona per lavorare 12 ore, come gli altri africani”, lo rimprovera la sorella), ha una quarantina di figli, e solo una decina sono maschi. Confesso che il suocero già mi evoca ricordi poco rispettosi. Ma lui stesso, aggiunge, ha generato 4 femmine su 5 figli.

Azz, sono già matrigna. La maggiore ha 19 anni, poi ce ne sono 2 nel villaggio, che lui ha lasciato 20 anni fa. Direbbe Troisi “Uno a 17 anni già l’ha fatto, ‘o sviluppo?“. Ma la birretta fresca scende giù che è un piacere, e mi viene da ridere.

Non è la prima volta che un collega estranger, ma uno da valigia di cartone e amara terra lasciata per fame, mi sorprende con questa filosofia semplice, vuoi un figlio, facciamolo e poi prendiamocene cura. Il massimo guru di questa corrente una volta mi disse “Problemo no es falta de comunicación, problemo es niño sin pierna“.

Da anni mi fanno riflettere sugli estrangers di lusso come me, i profeti del non so cosa voglio, e comunque che vuol dire ti amo? Ai loro problemi esistenziali e temporeggiamenti e infatuazioni adolescenziali, spesso riassumibili in un pratico “mi cago sotto di crescere”, e benvenuti nel club, ma a non provarci nemmeno non è che non cresci, invecchi e basta.

Questi aspiranti papà venuti dalla miseria, invece, hanno il grande difetto di prendere sottogamba tutti i problemi che non siano un niño sin pierna, come se il piatto a tavola e la tessera sanitaria (che ultimamente pure si fa sospirare) risolvessero problemi di comunicazione, divergenze politiche, culturali, come se essere vivi volesse dire solo essere in grado di sopravvivere.

Così faccio per pagare la mia Estrella, mentre lui già rigoverna e ci usa come scusa per cacciare gli ultimi habitué (che credono davvero che uscirà con noi). Niente soldi, offre la casa, in omaggio alla cliente prodiga che chissà quando torna.

Quanto a me, dice, la mossa lui l’ha fatta, ora è il mio turno.

Ma se la vita è una partita di scacchi, è da un po’ che ho imparato che un’ottima mossa è non fare esattamente niente, almeno quando già sai che hai fatto il possibile.

Al massimo poggiare i gomiti dove prima c’era una Singer e ordinare un’Estrella Galicia.

(quando le figlie nascevano in condizioni estreme)

007 Innanzitutto uscire.

Quando stai così, mettiti i jeans, che li odi ma li hai comprati apposta per queste improvvisate, e fanculo alla palestra, vai dritta alla Rambla del Mar.

L’ora delle decisioni irrevocabili è giunta, come diceva quel capellone, ma non subito. Intanto siediti e guarda il mare. Ti ha sempre rilassato, il mare visto dal ponte di legno. Non quello principale, ma il pontile a destra, con le panchine.

Ti è piaciuto fin dalla prima volta, al buio, coi fari del Port Vell in lontananza e i tacchetti fini che s’impigliavano ogni due assi: che ne sapevi che era di legno, sta rambla, e poi avevi un braccio a sostenerti. L’hai pure ritrovato, quel braccio, anche se lontano e virtuale.

Però la Rambla del Mar ha due inconvenienti.

Uno è che si apre. Per la gioia dei turisti, che prima si chiedono il perché dello strepito della sirena, e poi vedono il ponte dividersi in due parti, che scivolano lentamente sui lati per far passare una barca.

L’altro è che c’è sempre gente, pure a quest’ora di domenica. E allora non ti sorprende che accanto a te si sieda un signore con un enorme blocco di fogli (un pittore?) e cominci a canticchiare canzoni che sembrano antiche.

Ma è abbastanza lontano perché il tuo cappuccio, alzato per evitare il sole, t’impedisca d’interagire.

Finché il nuovo venuto non ti chiede in catalano:

– Posso farti il ritratto?

Non capisci e te lo ripete in spagnolo. Dici no, e non fa in tempo a precisare che è gratis, è per lui, che già ti stai irritando perché sia passato allo spagnolo. Con tutto il tempo e il denaro che hai dedicato al catalano!

Dice che le italiane di solito parlano spagnolo, lì (ma a quel punto vi siete già scambiati i posti, che la luce è migliore dal lato suo), e capisci quanto sei fortunata a conoscere italiani sensibili, colti o semplicemente abbastanza paraculi da capire che il catalano serve eccome.

E niente, inizia questa conversazione. La sua vita a Parigi, la tua a Barcellona, il tuo libro e il suo studio di pittore, e poi il porto e le sue storie, quelle che tu hai studiato sui libri e che lui s’è bevuto insieme al latte.

Quando dice che le donne sono considerate artiste pacate, prudenti, pensi a Lluïsa Vidal, ai suoi bambini e alle signore vestite di tutto punto, e a Donya Carme che la difendeva dicendo che nudi non ne poteva dipingere, perché non poteva guardarne, e se fosse stata un uomo l’avrebbero portata in palmo di mano.

Ah, conosce pure Donya Carme! Temevi che perché non girasse con la A di Anarchia sul corsetto la considerassero ancora una Dama de Estropajosa, come le scrissero una volta (e lei sul giornale definì gli insulti alguna fibladeta. Che classe. Tu avresti detto chitemmuort’).

Intanto il ritratto procede. Tre tratti rapidi, e ti sembra troppo generoso. Specie il naso.

Te lo vuole pure offrire, ma dici di no. In italiano spieghi che non è il giorno più bello della tua vita e lui ti ha regalato un sorriso, ed è molto. È incredibile quanti luoghi comuni ci escano di bocca, quando parliamo tra stranieri. Ed è strano notare che a volte non servono altre parole.

Chi ha visto il ritratto dice che sarà anche bello, ma non ti ci riconoscerebbe, non potrebbe mai dire che sei tu.

Tu sì. Ha preso una parte di te che hai sempre sospettato. Che era lì, persa da qualche parte, e che nessuno specchio o foto ti aveva mai restituito.

Si vede che c’era.

sissi nabuccoC’è questo momento dell’inaffondabile trilogia di Sissi in cui la nostra eroina, alla Scala di Milano, viene accolta col Va’ pensiero (malamente tagliato in questo link, ma l’alternativa era una pagina leghista).

Ecco, quando oggi mi sono precipitata fuori casa bestemmiando contro gli Smartphone, che tutto fanno tranne chiamare e mettere la sveglia (infatti quest’ultima non era suonata, e nella corsa non riuscivo a chiamare l’amica che mi aspettava), mai a pensare che mi sarebbe venuto in mente lui, il direttore d’orchestra dissidente che alla fine viene pure applaudito dall’inaffondabile Sissi.

Anche perché l’Auditori di Barcellona, che NON mi avrebbe aspettata per il concerto della banda e orchestra del Conservatori Municipal , con la Scala ha ben poco a che vedere. Inaugurato nel 1999, presenta una facciata modernissima e poco attraente, e un accogliente interno in legno, fatto apposta per garantire la migliore acustica. “Sì, ma non è che prendiamo fuoco?”, chiedo con la consueta paranoia di famiglia.

In realtà sull’acustica, mi spiega l’amica porgendomi i biglietti (il concerto è gratuito, ma bisogna procurarsi i biglietti per tempo), qualche melomane ha qualcosa da ridire. Io avrei da dire solo che ho fame, ma la banda del conservatorio entra appena ci siamo sistemati nel galliner, che è la versione catalana della piccionaia. Fortuna che qui è come il Camp Nou, vedresti bene pure se sali sul riflettore. E che le vecchiette catalane che cercano di silenziare i cellulari dell’anteguerra sembrano più simpatiche e deliziosamente sprovvedute delle nostre signore impernacchiate.

E sprovvedute applaudono, nel religioso silenzio degli intenditori, negli intervalli tra le Danze scozzesi di Arnold.

Oh, ma che volete, io sono rimasta tra i paesaggi dell’Oregon di Jacob de Haan.

E prima di dare il cambio all’orchestra sinfonica, la banda suona pure una di quelle marcette che nessuno ricorda mai, ma tutti sanno fischiare, infatti è un concerto per musica e fischi (del pubblico contento). È tutto molto rustico, e infinitamente scanzonato.

E l’Intermezzo della Cavalleria Rusticana (dall’Oregon alla Sicilia, non ci facciamo mancare niente) ci sta leggero e sognante come i paesaggi etnei che mi evoca. E Verdi lo segue in versione un po’ zumpappà (qualcuno dicesse a chi ha stampato il programma che “Traviatta” sarà sua nonna!).

sardana Ma hai voglia di dire amami Alfredo, quello arriva giusto in tempo per salutare Violetta e ballare il bis: perché un esile suono di flauto, seguito da un applauso scrosciante (e varie braccia sollevate in aria che vorrebbero intrecciarsi), annuncia l’inevitabile sardana, ballo popolare catalano che suscita qualche sbadiglio tra gli stranieri e molto entusiasmo tra gli anziani, che lo saltellano davanti alla Catedral alla faccia di Franco, che l’aveva proibita. Sarebbe contento Baldomero Pallé, legionario catalano (forse maiorchino) nella Grande Guerra, che in una polverosa lettera da Saida di 100 anni fa giurava che “en mitx del desert si han cantat sardanas Estimat Plá era en Baldomero que sa cantava”. Va per tu, Baldomero che ancora non riesco a portare sulla carta stampata come vorrei.

E sempre per la gioia di Baldomero, e di chi l’ha preceduto e seguito, alla fine della sardana succede. Negli applausi generali, alcuni musicisti cacciano fuori l’estelada, la bandiera indipendentista catalana. La sventolano, l’appendono agli spartiti, e diventa un’ovazione.

Ormai è questione di secondi. Credo parta dall’ala destra, dai palchi, ma il grido cadenzato si propaga come un fuoco, quello che temevo riducesse in cenere il teatro.

I-inde-independènci-a!

Gridano tutti, pure i genitori della mia amica. Pure lei, che di solito dice ok, paghiamo più tasse e vorremmo più autonomia, ma da qui a separarci dalla Spagna…

I-inde-independènci-a!

E io, che almeno non sono l’austriaca della situazione, faccio come l’inaffondabile Sissi: applaudo. Per il bel concerto gratis, e il finale che non sarà spettacolare come il Nabucco cantato dai cuochi alla Scala, ma il Risorgimento 2.0 è frutto di un’altra epoca.

Francisco Goncalves Photo

Francisco Goncalves Photo

E poi quella mano di rosa spalmata sul muro del terrazzo (che sarà un colabrodo, ma è di un bel color crema), ti fa capire che ti stai perdendo un capolavoro.

E allora esci sul terrazzo e puoi fare due cose.

Una è pensare.

Che le giornate si sono allungate, e la primavera non è vicina, ma altre due settimane e la sentirai nell’aria, annunciarsi discreta come una vera signora.

Che sul cobalto ci sta benissimo, il rosa fosforito (come lo chiamerebbe la tua amica andalusa). Specie se ogni tanto lo attraversano sagome nere più esuli di te.

Che le antenne sul terrazzo accanto, quello in comune, sono ancora là, inutili, coi fili tagliati dal vicino fin troppo gentile. Quello che ti ha fatto lavoretti in casa, quello che si affacciava troppo spesso a chiamarti e chiedeva al tuo ex “A che piano vai?”, perché non gli piacevano la sua pelle e la tuta del mercato (e manco le labbra carnose e allegre rispetto alle sue, sempre asciutte). Quello che magari ha pure ragione, ci sarà, questa normativa che prevede una sola antenna, per fargli stendere i panni in santa pace. Ma che è passato dalla parte del torto tagliando i fili perché credeva fossero “tutte antenne dei filippini, Maria, una di loro mi ha risposto male, come si permette di vacilarme?”. E sai che è un false friend, ma vacilarme ti sembra sempre il termine più adatto per questo spagnolo piccolo piccolo, con ragione da vendere e la macchinetta del caffè per una persona sola.

Puoi pure pensare che la vita continua e per continuare, come dice la canzone, ogni tanto ti fa morire un po’. E quando ti chiedi se ne vale la pena, a vivere, dovendo morire sempre un po’, il cobalto e il rosa fosforito sono qui per questo.

Puoi pensare tutte queste cose.

Oppure non pensare.

Guardare e basta.

Uno di quei tramonti che sembrano albe, tra i gabbiani scostumati e le antenne del Raval.

almodovarOk, ultimamente faccio assai pipponi su ammore e responsabbilità, che scritto così sembra la nuova canzone di Antonio Ottaiano, con un bacione a tutti gli ammalati per una presta guarigione e a tutti i carcerati per una presta libbertà.

Ma che ci volete fare, a volte la vita è tragicomica.

Ho accompagnato un’amica spagnola a un concerto, suonava un tizio che le piaceva. La mia amica frequenta uno che non si capisce bene che intenzioni abbia, e un po’ perché è stufa, un po’ per dimostrarsi che è ancora libera e felice come una farfalla, ha colto al volo un invito su facebook per rispolverare questa conoscenza iniziata davanti a una pizza.

Alla fine del concerto, ovviamente, noi lì nel backstage pezzotto, modello groupie con 15 anni in meno. Ma lui ha fatto il suo miglior sorriso finto, ha ringraziato per i complimenti ed è andato a baciare una tizia dall’altra parte della stanza.

L’amica era allibita. La pizza risaliva a qualche mese prima, ok, però cavolo, lei da altrettanto frequentava il tipo indeciso e in pubblico a stento un bacetto per guancia.

Fortuna che per rompere il gelo ci raggiungeva una “nordica” più giovane che vive qua fin da bambina. La spagnola stava zitta e pensosa finché, a un semaforo, sulla strada del bar in cui ci aspettava altra gente, abbiamo visto attraversare lui. L’amigo con derecho della nordica. In realtà uno dei due e manco il preferito, ma so’ dettagli.
Con una bruna esattamente della sua taglia.

E lì per evitare conversazioni imbarazzanti ho fatto un capolavoro. Ho accelerato il passo per fingere che avessimo fretta (le altre non capivano che succedesse) e, non potendo ignorare il tizio in questione, gli ho sventolato la mano quando ormai eravamo a due kilometri. Ha risposto col secondo sorriso ipocrita della serata. D’altronde, se ci fossimo fermate, che gli dici al tuo secondo amante se lo vedi con un’altra?

Fatto sta che quelle zitte e pensierose adesso erano due. Fortuna che il bar era là vicino. E la nostra amica catalana ci aspettava con varie persone.

Come previsto, si è messa a parlare del suo non compagno. Cioè, di un amico argentino che lo sappiamo tutti, che stanno insieme, ma loro fanno finta di niente da anni, perché non vogliono impegni. Ma stanno sempre, sempre, sempre insieme.

Uscendo ho sbuffato:

– Il mondo si complica la vita.
– Meglio una vita movimentata, ti suicidi più tardi – ha commentato la nordica.
– Sì, ma alla fine – e mi metto in mode pippone – tutte queste persone semplicemente non si assumono le proprie responsabilità. L’indeciso che fa ‘o scemo per nun ghi’ ‘a guerra, l’altra che lo sopporta per paura che la lasci, voi che “libero amore” ecc. e poi se è libero davvero fate le facce strane, e questi che dell’amore godono solo a metà, come Pina Sinalefe. Foste almeno felici…
– Chi può dire di essere felice? E chi può definire cosa sia una coppia? Finché la cosa funziona, va bene.
– È tutto molto logico, sensato e relativista, per la gioia di Paparatzi. Ma… Parole, parole, parole. Continuo a sospettare che la gente per non volere complicazioni se ne crei il doppio.

Ok, parlo io che fino a poco tempo fa sembravo quello di Nuovo Cinema Paradiso, senza il successo e i soldi, ovviamente.

Però il sospetto mi rimane. Un’amica psicologa mi faceva notare che l’essere umano ha quest’assurdità: credendo di fare il proprio bene e risparmiarsi grane, segue dei modelli di comportamento che le grane gliele portano.

Ma sono parole anche queste

Credo che il tutto si riassuma così:


(Maledetta stronza, che non muore mai mentre io vorrei dormire)