
Io già lo so, che Serena vi starà sul culo.
Innanzitutto, la co-protagonista di Sam è tornato nei boschi (che trovate qui e qui) è una privilegiata, specie in confronto a uno come Sam che, quanto a disgrazie, altro che tornare nei boschi: dovrebbe farsela a piedi a Lourdes!
Poi all’inizio del libro troviamo Serena un po’, ehm, alterata, e propensa a confessarsi cose che non oserebbe ammettere, in circostanze meno ansiogene.
Però Serena ha un grande problema, che individua lei stessa in un momento di illuminazione: è una Santippe. Con la sua orribile esperienza in strada, Sam si atteggia, se non a Socrate, almeno a Terzani di Collserola… E Serena come può competere? Lei è “quella che resta”, e ha due vizi capitali: sa quello che vuole, e vuole una vita tranquilla. Che nel suo caso passa anche per l’idea peregrina di creare una famiglia, magari con uno che non sia proprio Barbablù. Non so come vada a voi, fanciulle etero che desiderate lo stesso, ma lei si ritrova sempre uomini che se la squagliano sul più bello. Tanto che je frega, a loro? Per i figli possono aspettare decenni, e una donna con più soldi di loro può essere ancora presa maluccio, pure nell’Anno Domini 2020.
Insomma, lasciatemi spezzare una lancia per una tizia che, semplicemente, si faceva i fatti suoi, e all’improbabile relazione con Sam si presenta già “risolta” sul piano psicologico. O così crede.
Invece ha anche lei molta strada da fare, e la deve fare tutta nello spazio di una notte.
Magari seguiamola, e vediamo dove arriva.

No, questo post non è una becera pubblicità per informarvi che Sam è tornato nei boschi è ora acquistabile sul sito di Alieno e su Amazon.
In realtà volevo parlarvi di Jean-Baptiste Del Amo, scrittore che sto adorando, che è vegetariano, e che ha scritto un romanzo molto crudo sul regno animale. Gli hanno chiesto: lo hai fatto perché sei vegetariano? E lui: “No, io racconto storie, non trasmetto messaggi”.
E invece io trasmetto messaggi. O meglio, lo fa Sam, che un bel giorno se ne va “nei boschi” in barba al lockdown, e all’infarto che rischia di dare alla fidanzata, Serena. Poveraccia pure lei, che sperava di aver trovato un compagno e si è ritrovata un senzatetto filosofo, che ha un problemino con le case… Vabbè, non vi spoilero più niente.
Qual è il messaggio, quindi? Io ve ne butto lì un po’, poi mi dite voi.
- La salute mentale dev’essere un diritto, non un privilegio.
- Come la casa, d’altronde.
- E le famiglie si scelgono.
- E le piantine trovate in strada si innaffiano, cavolo.
È ciò che ci racconta Sam in questa storia vera, piena di sofferenza e di scoperte.
E sì, vabbè, è anche una storia d’amore.

Annunciazione, annunciazione!
Ho finito di scrivere la storia di Angelina.
Sì, dopo quasi vent’anni passati a rimuginarci su, ho impiegato circa un mese a finire la prima stesura. Che a questo stadio è una ciofeca da brividi, ma per buttarci il sangue c’è tempo.
Intanto che scrivevo, è morta la persona che ha inserito questo tarlo nella mia vita. Almeno credo sia lui, a giudicare dai trafiletti che lo piangono: sindaco figlio di sindaco, originario del paese confinante col mio… Pure il cognome è quello che ricordavo. Mi sa che fu lui a telefonare a un mio amico, vent’anni fa, per raccontargli una di quelle storie d’amore che sembrano uscite da un melò, e che proseguono anche dopo la morte, magari non tanto per motivi romantici, quanto per contese cimiteriali!
Dai, non vi spoilero altro. Intanto, pensateci: una persona che mi ha cambiato la vita, e lo ha fatto solo raccontando una storia, è morta senza sapere nulla della mia esistenza.
L’altra volta parlavamo della mancanza di controllo che abbiamo sulle cose, e delle soluzioni che, a volte, arrivano da sole. Funziona anche in positivo, eh! A volte ci sbattiamo tanto per lasciare il segno, poi un gesto minimo cambia la vita a qualcuno, o comunque gliela rallegra.
Un tempo collaboravo con una specie di associazione: mi chiamavano donne che attraversavano un momento difficile. A una rimpatriata, una delle assistite lodò la gentilezza con cui, per telefono, l’avevo rassicurata sul suo caso, invogliandola a ricominciare. Io ricordo solo che al momento della chiamata ero a un corso universitario, e per uscire dall’aula avevo dovuto mandare all’aria un paio di zaini gettati lungo il percorso!
Quindi oh, fate cose belle, senza pensarci troppo. Magari vi ritrovate a cambiare la vita a una persona che non conoscerete mai.

Intendevo questo.
Questo è ciò che volevo dire quando parlavo di trarre il miglior finale possibile da una storia demmerda: nel romanzo che pubblicherò l’anno prossimo, ho mischiato vicende mie con fatti altrui o di pura fantasia. Le vicende mie erano state pesanti: colpi di scena, litigi, attese. Soprattutto le attese, lunghe giorni, mentre una persona a me cara, con problemi gravi, finiva nelle grinfie di chi la voleva curare con i “rituali indigeni” (sic). “E che sono indigeno, io?” direbbe Totò.
Io invece mi sono curata così, dopo l’esperienza: ho scritto tutto. Avrei potuto dire “amen” e tirare avanti, se lo sapete fare vi invidio e approvo. Intanto che mi svelate la vostra tecnica, la mia è quella di trarre il miglior finale possibile da una brutta storia. E vale per tutto, eh, compreso il panino “vegetale al tonno“, ossimoro che infesta le vetrinette dei bar iberici: la prima volta leggiamo solo “vegetale”, diamo un morso… Poi decidiamo se ingaggiare una lotta con l’ignara cameriera, o cedere il panino alla collega che non ha pranzato, né ha tempo per comprarsi qualcosa.
Io se becco la, ehm, “curandera indigena” (che poi era italianissima) le farò comunque uno strascino che non si dimenticherà. Ma ho deciso che questa brutta storia finisce qua: due anni dopo quelle antiche attese, e qualche istante prima del soiotutto che ora mi dice che in Italia non si legge, che se non pubblichi con la casa editrice Stocazzo non sei nessuno, ecc.
Se vi convinco che la salute mentale è patrimonio pubblico, che per ottenerla non basta scimmiottare i riti altrui, la mia è una storia a lieto fine.
(Non so voi, ma io voglio vedere questo finale!)



Per spiegarvi il nuovo romanzo, ve ne racconto uno che ancora devo scrivere.
